| Città del Vaticano (Agenzia
Fides) - Vista la drammatica situazione in cui versa l’Iraq
e il peso crescente che diversi leader religiosi islamici hanno
assunto sulla scena irachena, l’Agenzia Fides pubblica un
aggiornamento del dossier “L’Iraq delle religioni”,
realizzato a marzo del 2003, che offriva un quadro storico della
situazione e della composizione religiosa della nazione. Il presente
dossier “Le religioni nel nuovo Iraq” analizza lo stato
delle relazioni e il quadro religioso nel nuovo Iraq, a un anno
dalla caduta di Saddam, con attenzione allo scenario sociale e religioso
post-bellico; all’insorgenza di nuovi gruppi radicali, considerando
le prospettive, il ruolo e il peso delle comunità religiose
nella costruzione del nuovo Iraq. (PA) (Agenzia Fides 24/4/2004
lines 13 words 143)
Sommario
ASIA/IRAQ - “Gli estremisti non
riusciranno cambiare rapporti fra le religioni in Iraq”, dice
p. Nizar Semaan all’Agenzia Fides
ASIA/IRAQ - Truppe islamiche in Iraq,
sotto l’egida delle Nazioni Unite: trova consensi proposta
dell’Organizzazione della Conferenza Islamica per stabilizzare
il paese
ASIA/IRAQ - Buone relazioni fra comunità
religiose, aiuti umanitari da chiese e moschee, senza discriminazioni:
l’azione del Consiglio Interreligioso dell’Iraq per
la pace
ASIA/IRAQ - “Gli iracheni di tutte
le comunità religiose sono un popolo unito. E’ un errore
colpire le moschee”, dice a Fides il prof. Justo Lacunza,
Preside del Pontificio Istituto di Studi Arabi e di Islamistica
ASIA/IRAQ - A un anno dalla caduta di
Saddam: le diverse comunità religiose fra leader tradizionali
e spinte dei nuovi gruppi radicali: - Sciiti / - Sunniti / - Curdi
/ - Assiri / - Cattolici
-------------------------oooo*****oooo----------------------------
ASIA/IRAQ
- “Gli estremisti non riusciranno cambiare rapporti fra le
religioni in Iraq”, dice p. Nizar Semaan all’Agenzia
Fides
Città del Vaticano (Agenzia Fides) – “La situazione
delle religioni in Iraq, a un anno dalla fine della guerra, in sostanza
non è cambiata. C’è stato il sorgere di gruppi
radicali e bande violente, formate da estremisti sia nella comunità
sunnita che in quella sciita ma a, livello ufficiale, fra i leader
religiosi i rapporti sono buoni e non hanno risentito del clima
di confusione e di guerra esistente”. Così padre Nizar
Semaan, sacerdote siriaco iracheno di Mosul, descrive all’Agenzia
Fides la situazione delle comunità religiose in Iraq, a un
anno dalla caduta di Saddam Hussein e dalla fine ufficiale del conflitto
iracheno.
“Va detto – sottolinea – che questi gruppi violenti
non rappresentano lo spirito autentico dei credenti iracheni, a
qualsiasi fede appartengano. Nonostante la loro attività,
non sono riusciti a toccare profondamente i rapporti fra le comunità
religiose. Essi cercano di mettere l’accento sulla diversità,
di infiammare gli animi per creare tensione fra comunità
di fede diversa, ma anche fra gli stessi islamici, sciiti e sunniti,
e all’interno della confessione sciita o sunnita. Ma i leader
islamici e delle altre religioni presenti in Iraq non hanno pronunciato
parole violente o offensive. A livello ufficiale si continua a mantenere
un confronto pacifico e buone relazioni: questo è molto importante”.
P. Nizar spiega che “questi gruppi, anche infiltrati e sostenuti
dall’estero, vogliono destabilizzare la situazione, creare
un caos per poi perseguire i proprio interessi politici, puntando
anche sulla carta religiosa”.
“Ma anche i capi religiosi islamici – afferma –
non hanno il coraggio di una condanna esplicita degli attentati,
dei rapimenti, delle stragi. Questo rientra nella logica islamica
di non condannare l’islam stesso, quando si confronta con
lo straniero. Abbiamo visto nei giorni scorsi un bel gesto di alcuni
leader sunniti che hanno scritto una lettera aperta affermando che
il metodo del rapimento non è accettabile, ma è solo
un piccolo passo avanti. Se l’islam non condanna chiaramente
questi gesti violenti e i rapimenti, perde credibilità di
fronte al mondo occidentale. Il silenzio incoraggia i gruppi radicali
a farsi avanti e a credersi depositari della vero islam”.
E se i grandi leader islamici tacciono, sottolinea p. Nizar, va
notato che “intanto nelle moschee alcuni predicatori sciiti
e sunniti incitano all’odio e alla violenza. In questo contesto
parole che infiammano gli animi, definire i non islamici ‘infedeli’
(anche se questo è un termine interno alla stessa teologia
islamica) non fa che peggiorare la situazione e creare un contesto
di cui approfittano i movimenti radicali”.
Parlando della comunità cristiana, il sacerdote spiega che
“essi hanno continuato a intrattenere buoni rapporti con la
gente. Hanno ricevuto minacce isolate, ma non hanno ceduto alla
violenza. Bisogna ricordare che i cristiani condividono con il popolo
iracheno un storia comune, che è sempre stata all’insegna
del convivenza. La situazione varia a seconda delle città:
A Mosul, ad esempio, vi sono state molte minacce alle chiese cristiane,
ma lo stesso governatore musulmano e altri musulmani di buona volontà
hanno rassicurato fedeli, garantendo la loro protezione. A Baghdad
c’è grande paura, ma la comunità sopravvive
nel nascondimento. Nei quartieri dove le diverse comunità
religiose sono mescolate, si vi ve meglio, in quelli monolitici
invece (ad esempio la zona tutta sciita) c’è maggiore
pericolo di esplosioni volente. A Bassora, nel Sud, città
totalmente sciita, la situazione è oggi calma (sebbene anche
qui la comunità cristiana è stata minacciata), anche
per la politica moderata adottata dagli inglesi”.
P. Nizar conclude: “Sono convinto che le religioni potranno
continuare a dare il loro apporto in un Iraq libero e pacifico.
Ho fiducia nel futuro dell’Iraq, che potrà esser costruito
seguendo un percorso un atteggiamento di armonia interreligiosa.
Noi cristiani faremo di tutto perchè la situazione si evolva
in questo modo. Abbiamo alle spalle 1600 anni di convivenza che
certo potrà continuare negli anni a venire”. (PA) (Agenzia
Fides 24/4/2004 lines 56 words 643)
ASIA/IRAQ
- Truppe islamiche in Iraq, sotto l’egida delle Nazioni Unite:
trova consensi proposta dell’Organizzazione della Conferenza
Islamica per stabilizzare il paese
Putrajaya (Agenzia Fides) – Un ruolo centrale alle nazioni
Unite per stabilizzare l’Iraq, e la presenza di truppe che
provengano da paesi islamici: è questa la proposta emersa
da una recente incontro dei 57 delegati dell’Organizzazione
della Conferenza Islamica, tenutasi in Malaysia. L’Organizzazione
ha chiesto all’Onu di adottare una risoluzione per un nuovo
mandato a riportare la pace in Iraq, appoggiato da tutta la comunità
internazionale.
Secondo gli osservatori, la proposta ha trovato consensi negli ambienti
islamici iracheni, e potrebbe costituire una via d’uscita
nell’attuale drammatica situazione di caos e instabilità
in cui versa il paese.
Accoglienza favorevole si registra anche presso le diverse comunità
religiose in Iraq. P. Nizar Semaan ha sottolineato all’Agenzia
Fides che la proposta “di coinvolgere l’intera comunità
internazionale, attraverso le Nazioni Unite, potrebbe aiutare a
stabilizzare la situazione. Va notato che oggi il terrorismo vuole
far sprofondare l’Iraq nel caos: per questo una presenza militare,
che assicuri l’ordine e la crescita del paese sul cammino
dei diritti umani e della democrazia, appare attualmente indispensabile.
La presenza dell’Onu, anche con l’ausilio di contingenti
militari di paesi islamici, sarebbe importante anche perchè
verrebbe percepita in modo diverso, con occhio più favorevole,
dalla popolazione irachena. Una delle strade percorribili può
essere quella di coinvolgere maggiormente personale iracheno nelle
forze di controllo e sicurezza. Essi conoscono il territorio e i
vari dialetti, dunque hanno un rapporto più diretto e potenzialmente
pacifico con la popolazione”.
La novità rilevante del nuovo mandato Onu, secondo l’Organizzazione
della Conferenza islamica, dovrebbe essere quella di prevedere la
presenza di soldati provenienti da paesi islamici, per garantire
l’ordine e la sicurezza interna del paese. Importanti paesi
a larga maggioranza islamica come il Pakistan, Indonesia e Malaysia
hanno già offerto la propria disponibilità a inviare
un contingente militare in Iraq, se l’Onu decide di ritornare
a Baghdad.
Durante i lavori della Conferenza, il Primo Ministro Abdullah Ahmad
Badawi ha sottolineato che il deteriorarsi della situazione in Iraq
e in Palestina minaccia la stabilità di tutto il Medio Oriente.
Diversi delegati hanno sottolineato la necessità di unità
e coesione fra le nazioni islamiche, approvando due mozioni, una
su Israele e Palestina, una sull’Iraq.
Il testo diffuso alla fine dei lavori afferma che l’Organizzazione
“riconosce e sottolinea l’importanza delle Nazioni Unite
nel giocare un ruolo centrale per pace, sicurezza e stabilità
in Iraq” e chiede al Consiglio di Sicurezza di adottare una
nuova risoluzione per raggiungere tali obiettivi. Il documento chiede
alla Coalizione di rispettare il termine del 30 giugno per trasferire
la sovranità agli iracheni. “La stabilità in
Iraq – afferma il documento – potrà essere garantita
consentendo al popolo iracheno di esprimere i suoi legittimi diritti,
incluso quello a tenere libere e elezioni”.
(PA) (Agenzia Fides 24/4/2004 lines 56 words 643)
ASIA/IRAQ
- Buone relazioni fra comunità religiose, aiuti umanitari
da chiese e moschee, senza discriminazioni: l’azione del Consiglio
Interreligioso dell’Iraq per la pace
Baghdad (Agenzia Fides) – Che il ruolo autentico della religione
sia quello di contribuire al dialogo, alla riconciliazione e alla
pace è stato più volte affermato da Giovani Paolo
II. Nonostante le difficoltà, le strumentalizzazioni avvenute,
e la presenza di alcuni “predicatori dell’odio”
nelle moschee irachene, una testimonianza di come tutte le comunità
religiose intendano impegnarsi nel costruire buone relazioni nel
nuovo Iraq è stata la creazione del “Consiglio Interreligioso
dell’Iraq per la Pace”, formato nell’agosto 2003,
che da circa un anno promuove incontri e attività per sottolineare
il ruolo dell’autentica religione nello scenario iracheno.
Organizzato dalla “Conferenza Mondiale delle Religioni per
la Pace”, il Consiglio comprende alti leader religiosi iracheni,
musulmani sciiti e sunniti, cristiani, fra i quali alcuni membri
del governo transitorio iracheno.
Il Consiglio si è subito pronunciato contro la violenza religiosa
e l’azione di gruppi settari, sottolineando invece che è
compito delle diverse comunità di fedeli aiutare molta della
popolazione irachena che vive ancora problemi di sostentamento quotidiano.
Il Consiglio ha anche affermato che l’apporto delle religioni
e lo sviluppo di buone relazioni fra le diverse comunità
religiose resta fondamentale nella costruzione di un nuovo Iraq
pacifico, democratico e tollerante.
In accordo con il Consiglio, aiuti umanitari sono stati promossi
attraverso l’opera di moschee e chiese, offrendo alimenti,
acqua e medicine, a seconda delle necessità, senza discriminazione
religiosa. “Nelle nostre moschee distribuiamo cibo che spesso
ci viene fornito da organizzazioni cristiane. Insieme sopravviviamo”,
ha detto lo sceicco Ali Houssein al Jabbouri della moschea Shakir
al-Adoud di Baghdad.
Esempio concreto di solidarietà interreligiosa è stato
un episodio accaduto di recente: i cristiani, di fronte all’assedio
della città sunnita di Falluja, circondata dalle truppe americane
per stanare gruppi violenti di estremisti, si sono posti il problema
di come poter aiutare i civili all’interneo della città.
Le diverse chiese di Baghdad hanno pensato di intervenire con aiuti
umanitari, raccogliendo viveri, alimenti e medicinali e li hanno
trasportati a Falluja. Insieme al Vescovo Caldeo mons. Sholomon
Warduni, vi era un imam sciita e un capo religioso sunnita che hanno
guidato la delegazione, dando dimostrazione di condividere finalità
e azioni concrete di solidarietà. La gente della città
è stata molto contenta di non essere stata abbandonata a
se stessa.
Secondo numerosi osservatori, infatti, le comunità religiose,
data la loro organizzazione capillare sono insostituibili per aiutare
una generale ripresa della società irachena. Fra e finalità
precipue del Consiglio Interreligioso, vi sono:
- rispondere alle esigenze delle diverse comunità religiose
e operare nell’immediato;
- sostenere le tradizioni di tolleranza e libertà religiosa
in Iraq;
- sostenere i leader religiosi iracheni nel loro sforzo di costruire
un Iraq multireligioso; Le finalità saranno perseguite in
collaborazione con la Conferenza Mondiale delle Religioni per la
Pace, che sostiene on attività del Consiglio iracheno.
(PA) (Agenzia Fides 24/4/2004 lines 46 words 487)
ASIA/IRAQ
- “Gli iracheni di tutte le comunità religiose sono
un popolo unito. E’ un errore colpire le moschee”, dice
a Fides il prof. Justo Lacunza, Preside del Pontificio Istituto
di Studi Arabi e di Islamistica
Città del Vaticano (Agenzia Fides) – “Il denominatore
comune che oggi unisce tutti i credenti iracheni, che siano musulmani
sciiti o sunniti, cristiani o curdi, è quello di un forte
sentimento nazionalista. Gli iracheni, liberati da Saddam Hussein,
oggi ricercano la dignità e i legittimi diritti di sovranità”.
Lo ha spiegato in un colloquio con l’Agenzia Fides il prof.
Justo Lacunza Balda, Preside del Pontificio Istituto di Studi Arabi
e di Islamistica. “Le forze in gioco sono numerose e di varia
natura – ha notato il prof. Lacunza – ma la cornice
per la convivenza è stata delineata con la nuova Costituzione
che non riconosce la legge islamica come fonte di ispirazione del
diritto. Questa è una garanzia, ma va riempita di contenuti”.
Il prof. Lacunza afferma che “la situazione attuale è
complessa, in quanto l’Iraq si trova al centro di un’area
strategicamente molto importante, confina con stati di diversa connotazione
politica, culturale e religiosa, è nel cuore di un’area
di grande intensità politico-religiosa e ne subisce le spinte
e le forti influenze”.
In questo momento le forze politiche e religiose in Iraq, dice il
prof. Lacunza “entrano in campo per ricavare uno spazio politico
per il futuro Iraq. L’insorgenza di gruppi estremisti si spiega
con lo stato di guerra generalizzata, che oggi si registra in Iraq:
quanti un anno fa hanno imboccato la via della guerra devono oggi
far fronte alle conseguenze di questa scelta, che innesca altra
violenza, odi, vendette. La condizione attuale è conseguenza
della mancanza di dialogo e dell’aver scelto in modo unilaterale
la via della violenza. La guerra ha convogliato in Iraq anche spinte
terroristiche provenienti dall’esterno, a complicare una già
difficile situazione”.
Il prof. Lacunza conclude parlando a Fides: “I leader religiosi
oggi hanno ruolo difficilissimo e molto delicato: da un lato essi
devono rispondere nell’immediato alle pressanti richieste
del popolo iracheno, delle famiglie impoverite, della gente ridotta
in miseria; dall’altro hanno una funzione di responsabilità
importante nel delineare un futuro e nell’impostare un clima
di buone relazioni con le autorità civili, militari e con
le altre comunità religiose. Bombardare le moschee è
stato un atto grave e irresponsabile per la valenza simboliche che
esso ha avuto e per il potere di innescare odio anti-occidentale,
in un popolo che sente minacciata la sua identità”.
(PA) (Agenzia Fides 24/4/2004 lines 39 words 420)
ASIA/IRAQ
- A un anno dalla caduta di Saddam: le diverse comunità religiose
fra leader tradizionali e spinte dei nuovi gruppi radicali
Baghdad (Agenzia Fides) – E’ uno scenario composito
quello che si registra in Iraq a un anno dalla caduta di Saddam
Hussein: l’emergere di nuovi gruppi politici, il risveglio
di movimenti religiosi tradizionali e la nascita di nuove formazioni,
il ritorno in patria di leader religiosi esiliati, le influenze
dei paesi confinanti determinano un quadro in cui spesso istanze
politiche e religiose si incrociano e all’interno del quale
ogni gruppo opera per guadagnare un proprio spazio nell’Iraq
del futuro.
Una delle dinamiche più evidenti è stata quella relativa
ai musulmani sciiti: attraverso manifestazioni di massa e organizzazioni
capillari di base, i musulmani sciiti iracheni stano riaffermando
la loro identità, dopo anni di brutale repressione subita
negli anni della dittatura di Saddam Hussein. Come confessione maggioritaria
(circa 63% della popolazione irachena) gli sciiti hanno manifestato
la volontà di dire la propria nel disegnare il futuro del
nuovo Iraq. Non senza alcuni nodi di difficile soluzione.
Uno dei problemi che si pone è quello del modello di nazione
teocratica che la comunità sciita porta avanti, richiamando
la necessità di uno stato islamico, mentre alcuni leader
chiedono un repentino abbandono delle truppe della coalizione dal
suolo iracheno. All’interno della comunità sciita sono
emersi nell’ultimo anno alcuni giovani leader radicali che
hanno sfidato il clero tradizionale, più moderato, composto
da capi islamici spesso da poco rientrati dall’esilio. Altra
sfida da considerare è quanto sarà determinante l’influenza
del vicino Iran, nazione totalmente sciita, e degli Hezbollah libanesi.
Dall’altra parte, la comunità irachena sunnita, che
raccoglie il 34% della popolazione islamica, è stata penalizzata
nel dopo-Saddam, dato che ai tempi del partito Baath era identificata
come gruppo deteneva il potere politico. Riorganizzatasi a fatica,
alla fine delle ostilità militari un anno fa, si è
trovata a dover fronteggiare la grande ascesa dell’islam sciita,
risvegliatosi dopo aver subito al dura repressione negli anni della
dittatura di Saddam. In questo processo di riorganizzazione, ha
subito infiltrazioni di elementi e gruppi wahabiti che vi hanno
portato l’ideologia antioccidentale di Al Qaeda.
Secondo alcuni analisti, proprio sulle basi di un’ideologia
anti-occidentale e contraria alla presenza dei militari stranieri
sul suolo iracheno, in Iraq si è registrata una progressiva
saldatura fra la comunità musulmana sciita e quella sunnita,
storicamnte divise e in contrasto fra loro. Ipotesi più accreditate
parlano invece di una “temporanea alleanza” fra i due
rami dei seguaci del Profeta o, meglio, fra alcuni gruppi sciiti
e sunniti, per il conseguimento di obiettivi comuni, soprattutto
quello di riguadagnare la diretta sovranità politica nel
paese.
Divisi fondamentalmente in due fazioni, i curdi, in maggioranza
musulmani sunniti, si aspettano di poter partecipare al governo
del paese, nonostante la rivalità esistente al loro interno
fra i due gruppi. Le formazioni in cui sono divisi sono il Partito
Democratico del Kurdistan (PDK), guidato da Massoud Barzani, e l’Unione
Patriottica del Kurdistan (PUK), con a capo Jalal Talabani. Entrambi
i leader sono presenti nel Consiglio governativo iracheno e dispongono
di una forza militare autonoma, formata dai guerriglieri peshmerga.
In questo scenario la comunità cristiana, nelle sue diverse
articolazioni, ha ribadito il suo ruolo di piena condivisione piena
delle sorti del popolo iracheni, di volontà di costruire
relazioni di fratellanza con le altre comunità religiose,
di vole offrire un contributo nella costruzione del nuovo Iraq.
Va notato anche il grande impegno dei cristiani in opere di solidarietà
verso le fasce di popolazione più povera, compiuto attraverso
la Caritas Iraq, che raggiunge speso i non cristiani.
Sciiti
Fra le formazioni sciite più in vista c’è il
movimento Daawa, fondato nel 1950, il più antico movimento
islamico dell’Iraq. Dopo aver subito una serie di brutali
uccisioni dei suoi capi nell’era di Saddam, è stato
sciolto e soppresso, con molti sciiti sono divenuti clandestini.
Guidato dallo sceicco Mohaammed Nasseri, tornato dall’esilio
in Iran dopo la guerra, il Daawa ha due membri all’interno
del Consiglio governativo iracheno. Nasseri ha sempre sostenuto
che “il periodo di occupazione delle forze della coalizione
non dev’essere più lungo di sei mesi”.
Altro movimento sciita che si è messo in luce nell’ultimo
anno è il Consiglio Supremo della Rivoluzione in Iraq (Sciri),
con il suo leader Muhammad Baqr al-Hakim, ucciso in un attentato
a Najaf nell’agosto 2003. Acclamato da migliaia di fedeli,
Hakim era anch’egli rientrato dall’esilio a cui lo aveva
costretto Saddam. Prima della sua morte aveva offerto appoggio al
Consiglio governativo iracheno, legittimandolo agli occhi della
comunità sciita. A prender il suo posto nella leadership
è stato suo fratello Abdel Aziz, che intrattiene legami molto
stretti con l’Iran, e che ha ottenuto per il suo movimento
un seggio nel Consiglio governativo. Lo Sciri può contare
su un braccio armato noto come Brigate Badr, composto da circa 10.000
uomini.
Uno dei gruppi sciiti radicali è invece quello che fa capo
a Moqtada al Sadr, 32 anni, figlio di un leader sciita ucciso dal
partito Baath negli anni della dittatura. Sadr, che si oppone alla
leadership sciita tradizionale, ha stabilito la sua base nella città
di Najaf e si oppone con decisione a quella che definisce “l’occupazione
americana”. Sadr, oggi ricercato dalle autorità della
coalizione, nei suo discorsi ha sempre invocatola legge islamica
e fatto appello all’orgoglio nazionale iracheno, ponendosi
in contrasto con il Grande Ayatollah Ali Al-Sistani, la maggiore
autorità sciita presente in Iraq. Sadr ha anche reclutato
una milizia di circa 10.000 uomini e le sue posizioni hanno avuto
ampia risonanza e popolarità nel quartiere sciita di Bagdhad,
rinominato “Sadr City”. Di recente è giunto a
minacciare le forze della coalizione di utilizzare kamikaze se i
militari entreranno nelle città sante sciite di Najaf e Kerbala
Oggi, secondo gli osservatori, è isolato dal resto della
comunità sciita.
Il leader spirituale sciita di maggiore spessore presente in Iraq
è Fra gli altri leader Ali Al Sistani, 78 anni, dimostratosi
fra i più concilianti nei confronti delle forze di coalizione,
memore delle persecuzioni subite dalla sua comunità sotto
il vecchio regime. Al Sistani ha passato molti anni agli arresti,
per aver rifiutato l’esilio. Durante la guerra è stato
favorevole all’intervento della coalizione, oggi viene sfidato
da molti giovani leader radicali che cercano il loro spazio nella
comunità sciita. Pur non risparmiando le riserve sul progetto
di Costituzione irachena elaborato di recente, ha evitato di criticare
l’operato del Consiglio governativo in cui siedono alcuni
suoi simpatizzanti. Sistani rispetta la separazione fra religione
e stato e rifiuta il ricorso alle armi, ma chiede il rispetto della
scadenza fissata per il passaggio dei poteri agli iracheni. Anche
perchè nella comunità sciita cresce il malcontento
nei riguardi della politica della coalizione. Secondo numerosi osservatori,
la sua è una posizione “attendista”: non vuole
entrare in conflitto con l’amministrazione americana, che
pure ha liberato il paese dalla dittatura di Saddam, ma attende
il passaggio di poteri per far pesare in modo determinante la consistenza
numerica della comunità sciita nel nuovo scenario iracheno,
attarverso un governo nazionale legittimamene eletto.
Sunniti
Fra i sunniti è emerso il gruppo legato a Mohsen Abdel Hamid,
teologo islamico, membro del Consiglio governativo iracheno. Hamid
guida il Partito Islamico dell’Iraq, che appartiene alla filiera
dei Fratelli Musulmani. La sua posizione moderata si è scontrata
con quella di Ahmad el Kebeisey, professore di Studi Islamici all’Univesità
di Baghdad, uno dei leader della preghiera del Venerdì nella
moschea Abi Hanifa, nel distretto sunnita di Baghdad. L’imam
ha più volte incitato all’odio antiamericano e istigato
manifestazioni di protesta contro le forze della coalizione.
Il perdurare dei combattimenti e i rapimenti ha generato l’emergere
di nuovi attori sulla scena irachena. Fra questi vi è l’Associazione
del Clero Sunnita, messo si in luce per aver aiutato a realizzare
la fragile tregua fra i ribelli sunniti nella città di Falluja
e le truppe americane, ed aver contribuito al rilascio dei sette
cinesi rapiti e tenuti in ostaggio per alcuni giorni.
Lo sceicco Harith al Dhari, uno dei leder del movimento ha spiegato
che “l’organizzazione è religiosa ama anche politica
e sociale, e agisce nell’interesse del paese”. L’Associazione
è venuta alla ribalta per il vuoto creatosi nella comunità
sunnita , dopo la fine della guerra. La sua azione rispecchia anche
un comportamento nazionalistico e si estende a comprendere alcuni
importanti ulama, come quelli delle moschee Abi Haanifa e Abd al
Kadr a Baghdad, divenendo così un’istituzione molto
influente. Pur non essendo rappresentata all’interno del Consiglio
governativo, l’organizzazione lo ha legittimato, dichiarandosi
vicina alle posizioni del Partito Islamico dell’Iraq. Mantiene
rapporti anche con la comunità curda e afferma di ricercare
buone relazioni con gli sciiti.
Curdi
Divisi fondamentalmente in due fazioni, i curdi, in maggioranza
musulmani sunniti, si aspettano di poter partecipare al governo
del paese, nonostante la rivalità esistente al loro interno
fra i due gruppi. Le formazioni in cui sono divisi sono il Partito
Democratico del Kurdistan (PDK), guidato da Massoud Barzani, e l’Unione
Patriottica del Kurdistan (PUK), con a capo Jalal Talabani. Entrambi
i leader sono presenti nel Consiglio governativo iracheno e dispongono
di una forza militare autonoma, formata dai guerriglieri peshmerga.
Le popolazioni curde, stanziate nel Nordest dell’Iraq, circa
4 milioni di persone, si convertirono all’islam sunnita dopo
l’occupazione del Kurdistan da parte dell’esercito islamico
nella prima metà del VII secolo. Prima dell’islam,
la religione più diffusa era lo zoroastrismo, ma i curdi
conoscevano anche le altre religioni monoteiste ed avevano fra loro
comunità ebraiche (dal VI sec.) e cristiane (dal II secolo).
Oggi fra i curdi si trovano ancora pochissimi ebrei ma la comunità
cristiana è tuttora presente, come è diffuso lo yazidismo.
La conversione del popolo curdo all’islam non derivò
tanto dall’attrazione per l’insegnamento spirituale
arabo, quanto dal desiderio di sfuggire all’ingiustizia di
una società feudale e dall’aspirazione a una società
basata su equità, fratellanza e solidarietà. Nel XII
secolo i curdi vennero inglobati nell’Impero Ottomano. La
fine dell’impero, nel 1918, diede origine alla questione curda.
Ai confini labili dell’Impero, infatti, si sostituì
prima un mandato britannico e poi frontiere statali fisse e impenetrabili
(Turchia, Siria, Iraq, Iran,) che impedirono il funzionamento del
gruppo etnico curdo come entità unica. Così, mentre
sotto l’impero i curdi godevano di privilegi in quanto “guardiani
dei confini”, in seguito furono percepiti come ostacolo all’omogeneizzazione
dei territori nazionali.
Oggi l’islam costituisce la sostanza della civiltà
curda: organizza la sua vita sociale, culturale e politica, determina
la scala di valori morali e sociali, nell’educazione e nella
formazione delle famiglie. Gli uomini di religione hanno una posizione
sociale rilevante nella società curda. Spesso il Mullah è
la persona istruita del villaggio. I capi religiosi hanno avuto
un ruolo importante anche nel movimento di liberazione nazionale
curdo moderno, com’è stato per il Mullah Mustafà
Barzani (1931-1978). Questo fenomeno ha consolidato le fondamenta
del movimento nazionale, delineando le dimensioni ideologiche e
politiche della lotta dei curdi per uno stato nazionale, per far
riconoscere l’etnia curda da paesi musulmani come Turchia,
Siria, Iraq e Iran. Con la morte di Barzani, finì la fase
della dirigenza religiosa e civile ed ebbe inizio una fase si dirigenza
laica.
Per le loro aspirazioni di autonomia (o a volte di secessione) i
curdi sono stati perseguitati dal regime di Saddam Hussein. In seguito
all’istituzione della no fly zone, la zona interdetta al volo
stabilita dall’Onu nel 1991, il Kurdistan iracheno è
sotto protezione internazionale e i curdi sono riusciti a ottenere
una certa autonomia.
Assiri
Anche i cristiani Assiri hanno ripreso a sperare di poter vivere
la loro specificità religiosa e culturale dopo la caduta
di Saddam. Un loro rappresentante, Younadem Kana, è l’unico
cristiano presente all’interno del Consiglio governativo.
Essi tendono ad essere seguaci della Chiesa Assira d’Oriente
e sono molto vicini alla Chiesa Cattolica Caldea, essendo anch’essi
nati dalla predicazione di San Tommaso, nel I sec. d. C. Perseguitati
fortemente dal regime Baath, hanno ritrovato una certa libertà
che si esprime nel culto, nei costumi, nella cultura.
La Chiesa Assira d’Oriente è una Chiesa autonoma, non
in comunione con Roma ma neanche con le Chiese Ortodosse. Essa ha
origine all’evangelizzazione dei due discepoli dell’Apostol
Tommaso, Mar Addai e Mar Mari e, dal I al IV sec d.C, si diffuse
con il sorgere di comunità e monasteri in tutto territorio
orientale, nella zona che va dall’attuale Siria e si estende
fino all’Iraq e all’Iran. Questa Chiesa, chiamata Chiesa
Assira d’Oriente, ottenne l'autonomia con i concili di Seleucia
nel 410 e di Markbata nel 424, con la possibilità di elezione
del Patriarca avente titolo di “Catholicos”.
A metà del XV secolo, la Chiesa Assira visse un periodo di
chiusura e decadenza. All’inizio del 1553 – quando il
Papa Giulio III nominò il “Patriarca dei Caldei”
con il nome di Simone VIII – risale la scissione fra Chiesa
Assira e Chiesa Caldea, che permane ancor oggi.
Dopo le scissioni della storia, i rapporti fra le comunità
Caldea e Assira, sono migliorati: la nuova era di dialogo e buone
relazioni è sfociata nella firma della dichiarazione cristologica
congiunta fra il Papa e il Patriarca Mar Dinkha IV a Roma nel novembre
1994. Nell’agosto 1997 il Santo Sinodo della chiesa Caldea
e quello della Chiesa Assira hanno istituito una Commissione per
il dialogo, per discutere la cooperazione pastorale a tutti i livelli.
Uno dei punti particolarmente sensibili della storia degli Assiri
è la persecuzione che subirono nel 1933, all’indomani
dell’indipendenza dell’Iraq (1932). Percepiti come ostili
al potere, furono massacrati dall’esercito iracheno. Ricordando
quell’evento, il 7 agosto gli assiri celebrano la giornata
del “Martirio Assiro”. Attualmente una comunità
di circa 70.000 Assiri vive nel Nord Iraq, conservando una propria
identità culturale, linguistica e religiosa. Negli anni ’70
gli Assiri ottennero l’insegnamento della lingua siriaca (o
aramaica) nelle scuole elementari assire, in seguito alla decisione
del governo di Baghdad di concedere diritti culturali e amministrativi
agli assiri e ai turcomanni.
Cattolici
“Tutti i cristiani iracheni pregano e sono impegnati perché
la convivenza tra tutte le fedi irachene che dura da 1600 anni,
non venga meno”, ha detto all’Agenzia Fides mons. Athanase
Matti Shaba Mattoka, Arcivescovo della Chiesa siriaca di Baghdad,
spiegando la situazione delal comunità cristiana nel nuovo
scenario iracheno. “Siamo convinti che il dialogo è
la strada per uscire dalla violenza ”, ha aggiunto.
Nell’era post-Saddam la comunità cristiana ha ricercato
il suo spazio sociale e politico, battendosi per la costruzione
di uno stato laico e pluralista, rispettoso delle minoranze religiose.
I cristiani hanno accolto con favore l’approvazione della
nuova Costituzione dell’Iraq, avvenuta nel marzo scorso, definendola
“un passo positivo sia per l’unità del paese
sia per la nascita di un nuovo Iraq, un Iraq civile che rispetti
tutte le minoranze”, come ha sottolineato all’Agenzia
Fides padre Nizar Semaan,
“Quella che ha prevalso è la visione di un Iraq laico
ma con valori religiosi, perché la laicità non è
contro la religione”, ha spiegato p. Nizar. “Questa
costituzione può essere una solida base per un futuro di
democrazia del paese, in cui prevalga il rispetto per ogni uomo
al di là della sua appartenenza religiosa o etica”,
ha aggiunto, notando come per i cristiani “il fatto più
importante è che il testo della Costituzione non è
basato sulla legge islamica”.
Il sacerdote ha commentato: “Penso che questa Costituzione
sarà un esempio per tutto il Medio Oriente. Gli iracheni
devono sentirsi orgogliosi di avere una costituzione come questa
che pone le basi per la convivenza civile nonostante le diversità
di etnia e religione. Oggi nel nuovo Iraq non ci sono più
cittadini di primo e di secondo grado, ma tutti sono uguali nei
diritti e nei doveri. La speranza per noi cristiani è quella
di sentirsi più sicuri e più liberi di vivere la nostra
fede. Desideriamo essere parte attiva nel costruire il nuovo Iraq”.
La Carta costituzionale sembra aver accolto in sostanza le richieste
della comunità cristiana, espresse con chiarezza nell’autunno
scorso dai Vescovi appartenenti al rito Caldeo (maggioritario fra
i cattolici iracheni). In una lettera inviata al Consiglio governativo,
essi chiedevano che fossero garantiti tutti i diritti per i cristiani
in Iraq, a livello religioso, sociale, civile e politico. La popolazione
Caldea – ricordavano i Vescovi – rappresenta il terzo
gruppo etnico in Iraq, dopo arabi e curdi: la presenza in campo
professionale, sociale e amministrativo è sempre stata importante
in Iraq. Per questo i Vescovi chiedevano che fosse riconosciuta
l’importanza che la comunità Caldea può avere
nella costruzione del nuovo Iraq. “Esprimiamo la nostra solidarietà
– scrivevano – a tutti i cittadini iracheni, arabi,
curdi, turkmeni e di tutte le etnie e gruppi religiosi, vivendo
in pacifica fraternità, specialmente con gli atri gruppi
cristiani assiri, siriaci, armeni e latini nell’impegno di
costruire un nuovo Iraq democratico, libero e prospero”.
Nonostante queste acquisizioni positive, nelle recenti tensioni
scatenatesi nel paese hanno creato timori nella comunità
cristiana, che è stata più volte minacciata da gruppi
estremisti, in diverse città irachene, specialmente a Mosul.
La lotta politica fra sunniti e sciiti – notano fonti di Fides
– non offre prospettive rassicuranti ai cristiani. Alcune
famiglie cristiane stanno lasciando da Baghdad per trasferirsi a
Nord, nella zona di Mosul, dove si sentono più al sicuro.
I cristiani insistono molto sul considerarsi pienamente iracheni:
infatti la presenza cristiana in questa parte del mondo, che va
dall’Iraq fino all’India, è molto antica e risale
alla predicazione dell’Apostolo Tommaso che, dopo la morte
e Risurrezione di Gesù, partì da Gerusalemme nel 40
d.C. ed evangelizzò negli anni 42-49 tutte le popolazioni
del Medio Oriente .
I cristiani di oggi sono discendenti di quelle popolazioni che non
si convertirono all’Islam nel VII secolo, ai tempi della conquista
araba. Il 70% dei cristiani iracheni appartiene alla chiesa Caldea.
In tutto i cristiani sono circa 800.000, pari a circa il 3 % della
popolazione, suddivisi in cattolici e ortodossi. I protestanti sono
giunti in Iraq da pochi anni.
Le comunità cattoliche presenti in Iraq sono di quattro riti:
- Caldei
Costituiscono la larga maggioranza dei cristiani locali. A Baghdad
c’è la sede del Patriarcato. Dopo la scomparsa di Sua
Beatitudine Raphael I Bidawid, il nuovo Patriarca di Babilonia dei
Caldei è Sua Beatitudine. Mons. Emmanuel Karim Delly, 76
anni. Appena nominato, il 3 dicembre 2003, il Patriarca disse a
Fides: “Tutti noi ci ritroviamo a vivere una condizione difficile
e chiediamo pace e tranquillità. E per questo occorre subito
ristabilire le condizioni di sicurezza, che sono il prerequisito
per il ritorno ad una vita normale” “La violenza che
insanguina l’Iraq – continua Mons. Delly – va
condannata senza mezzi termini”. In un contesto di maggioranza
islamica, la Chiesa Caldea vive e celebra la sua fede con grande
vitalità, dedicandosi soprattutto alla catechesi e all’educazione:
a Baghdad esiste un Seminario Patriarcale e da poco è stato
fondato il Collegio di Babilonia, un Collegio Patriarcale, affiliato
alla Pontificia Università Urbaniana, che fa capo alla Congregazione
per l’Evangelizzazione dei Popoli, nel quale con gli studi
teologici e filosofici si formano seminaristi e laici che operano
in quei territori.
La parrocchia gioca un ruolo importantissimo per i cristiani Caldei:
essa è la realtà in cui esercitano e vivono in pienezza
la propria fede. Per questo il lavoro pastorale è prezioso:
oggi è fiorente, anche se vi sono difficoltà economiche.
Le parrocchie, infatti, sono state costruite secondo le possibilità
della Chiesa, ma oggi, con la crescita numerica delle comunità,
le necessità sono aumentate.
La comunità Caldea, fervente nella carità, assiste
numerose famiglie povere, cristiane e musulmane, nella sopravvivenza,
distribuendo ogni mese cibo, vestiario e aiuti di vario genere.
Nella liturgia Caldea la lingua ufficiale è l’aramaico,
in quanto già lingua liturgica, teologica e classica del
Cristianesimo di tradizione semitica. Ma poichè l’arabo
è parlato correntemente dai fedeli e dai giovani e perchè
la lingua aramaica non è completa nei sinonimi e nella terminologia,
la celebrazione della Santa Messa è bilingue. Il catechismo
si fa in arabo, tranne che sui villaggi montuosi del Nord, dove
si usa la lingua parlata sul posto, l’aramaico.
In Iraq vi sono pure due comunità di religiose Caldee: una
delle Suore del Sacro Cuore e l’altra delle Suore Caldee Figlie
di Maria Immacolata. La Chiesa Caldea ha anche un’istituzione
monastica-missionaria: i monaci caldei iniziarono aprendo conventi
e si occuparono l’evangelizzazione nelle zone montuosa nel
Nord dell’Iraq, come ancora accade oggi, facendo apostolato
nei villaggi curdi, insegnando nelle scuole e facendo catechismo.
Poi sono scesi a Mossul e infine a Baghdad, dove oggi c’è
la sede del Superiore Generale. La congregazioni ha oggi quattro
conventi in Iraq e uno a Roma, una missione in America.
I cristiani di rito caldeo in Iraq sono oltre 700mila, altrettanti
sono disseminati nel mondo.
- Siri-antiocheni
Sono una comunità di circa 75.000 fedeli, divisi in due diocesi
fra Baghdad e Mosul. Il Vescovo di Baghdad è Mons. Athanase
Matti Shaba Matoka, mentre a guidare la comunità a Mosul
è Mons. Basile Georges Casmoussa. In seguito alla missione
di gesuiti e dei francescani cappuccini, cominciata ad Aleppo (Siria)
nel 1626, una parte della chiesa siro-antiochena cosiddetta “Giacobita”,
decise di unirsi con la chiesa di Roma, formando così la
chiesa siro antiochena cattolica, conservando però tutta
l'eredità patristica e liturgica. Nell'Iraq i siri cattolici
sono sparsi dal sud al nord del paese: a Bassora si trova una piccola
comunità; a Bagdad vi è una comunità di cerca
30.000 fedeli; a Kirkuk e Mosul quasi 45. 000 fedeli. Le lingue
usata nella liturgia sono sia l'arabo, soprattutto nelle grandi
città, che l'aramaico soprattutto nei villaggi intorno a
Mosul, come il villaggio di Karakosh, dove si concentrano quasi
25,000 fedeli. Da ricordare che il Patriarcato dei siri cattolici
è a Beirut, in Libano.
- Armeni
Le comunità armene presenti in Iraq provengono dall’emigrazione
e dalle deportazioni forzate delle popolazioni armene avvenuta dopo
il 1915, in seguito ai massacri subiti dal regime dei Giovani Turchi.
La Chiesa armena si ispira alla figura di san Gregorio l'Illuminatore
che ha cristianizzato l'Armenia nel III secolo. Si divide tra ortodossi
(o Apostolici) e cattolici.
A Baghdad le suore armene gestiscono una scuola con oltre 800 alunni,
per metà armeni, per metà musulmani. La piccola comunità
cattolica armena presente in Iraq (2.000 unità) è
guidata dall’Amministratore Patriarcale mons. Andon Atamian.
Prima degli anni ’90 gli armeni (cattolici e apostolici) in
Iraq erano fra 20 e 30 mila. Nell’ultimo decennio la comunità
si è assottigliata per l’emigrazione dovuta alla povertà.
- Latini
Da circa tre secoli un nutrito gruppo di missionari latini lavora
in Iraq: religiosi e religiose, che si trovano a Baghdad e nel nord
del Paese, sono impegnati nella pastorale in parrocchie locali,
operando per la catechesi di ragazzi e giovani, nella celebrazione
dei Sacramenti, nelle attività di solidarietà con
i poveri. I missionari di rito latino imparano a parlare la lingua
araba e a conoscere la tradizione liturgica e rituale Caldea, immergendosi
pienamente nella cultura locale.
Sono presenti in Iraq, i Padri Redentoristi, i Domenicani, Carmelitani,
Salesiani, i monaci Antoniani Caldei provenienti dal Libano. Per
le congregazioni religiose femminili, vi sono: le Suore Francescane
Missionarie del Cuore Immacolato di Maria; le Suore Domenicane della
Presentazione della Vergine di Tours, che fra l’altro gestiscono
l’Ospedale di San Raffaele a Baghdad; le Suore Domenicane
di S. Caterina da Siena; le Piccole Sorelle di Gesù; le Missionarie
della Carità che, lavorando secondo il carisma di Madre Teresa
di Calcutta, si occupano dei bambini portatori di handicap. A capo
della piccola comunità cattolica di rito latino (2.500 persone),
presente per la maggior parte a Baghdad, c’è l’Arcivescovo
Mons. Jean Benjamin Sleiman.
I Numeri dei Cattolici: Caldei: oltre 700.000; Siro-antiocheni
cattolici: 75.000; Armeni: 2.000; Latini: 2.500
(PA) (Agenzia Fides 24/4/2004 lines 353 words 3.850)
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