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Le religioni nel nuovo Iraq 2004

Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Vista la drammatica situazione in cui versa l’Iraq e il peso crescente che diversi leader religiosi islamici hanno assunto sulla scena irachena, l’Agenzia Fides pubblica un aggiornamento del dossier “L’Iraq delle religioni”, realizzato a marzo del 2003, che offriva un quadro storico della situazione e della composizione religiosa della nazione. Il presente dossier “Le religioni nel nuovo Iraq” analizza lo stato delle relazioni e il quadro religioso nel nuovo Iraq, a un anno dalla caduta di Saddam, con attenzione allo scenario sociale e religioso post-bellico; all’insorgenza di nuovi gruppi radicali, considerando le prospettive, il ruolo e il peso delle comunità religiose nella costruzione del nuovo Iraq. (PA) (Agenzia Fides 24/4/2004 lines 13 words 143)

Sommario

ASIA/IRAQ - “Gli estremisti non riusciranno cambiare rapporti fra le religioni in Iraq”, dice p. Nizar Semaan all’Agenzia Fides

ASIA/IRAQ - Truppe islamiche in Iraq, sotto l’egida delle Nazioni Unite: trova consensi proposta dell’Organizzazione della Conferenza Islamica per stabilizzare il paese

ASIA/IRAQ - Buone relazioni fra comunità religiose, aiuti umanitari da chiese e moschee, senza discriminazioni: l’azione del Consiglio Interreligioso dell’Iraq per la pace

ASIA/IRAQ - “Gli iracheni di tutte le comunità religiose sono un popolo unito. E’ un errore colpire le moschee”, dice a Fides il prof. Justo Lacunza, Preside del Pontificio Istituto di Studi Arabi e di Islamistica

ASIA/IRAQ - A un anno dalla caduta di Saddam: le diverse comunità religiose fra leader tradizionali e spinte dei nuovi gruppi radicali: - Sciiti / - Sunniti / - Curdi / - Assiri / - Cattolici

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ASIA/IRAQ - “Gli estremisti non riusciranno cambiare rapporti fra le religioni in Iraq”, dice p. Nizar Semaan all’Agenzia Fides

Città del Vaticano (Agenzia Fides) – “La situazione delle religioni in Iraq, a un anno dalla fine della guerra, in sostanza non è cambiata. C’è stato il sorgere di gruppi radicali e bande violente, formate da estremisti sia nella comunità sunnita che in quella sciita ma a, livello ufficiale, fra i leader religiosi i rapporti sono buoni e non hanno risentito del clima di confusione e di guerra esistente”. Così padre Nizar Semaan, sacerdote siriaco iracheno di Mosul, descrive all’Agenzia Fides la situazione delle comunità religiose in Iraq, a un anno dalla caduta di Saddam Hussein e dalla fine ufficiale del conflitto iracheno.
“Va detto – sottolinea – che questi gruppi violenti non rappresentano lo spirito autentico dei credenti iracheni, a qualsiasi fede appartengano. Nonostante la loro attività, non sono riusciti a toccare profondamente i rapporti fra le comunità religiose. Essi cercano di mettere l’accento sulla diversità, di infiammare gli animi per creare tensione fra comunità di fede diversa, ma anche fra gli stessi islamici, sciiti e sunniti, e all’interno della confessione sciita o sunnita. Ma i leader islamici e delle altre religioni presenti in Iraq non hanno pronunciato parole violente o offensive. A livello ufficiale si continua a mantenere un confronto pacifico e buone relazioni: questo è molto importante”.
P. Nizar spiega che “questi gruppi, anche infiltrati e sostenuti dall’estero, vogliono destabilizzare la situazione, creare un caos per poi perseguire i proprio interessi politici, puntando anche sulla carta religiosa”.
“Ma anche i capi religiosi islamici – afferma – non hanno il coraggio di una condanna esplicita degli attentati, dei rapimenti, delle stragi. Questo rientra nella logica islamica di non condannare l’islam stesso, quando si confronta con lo straniero. Abbiamo visto nei giorni scorsi un bel gesto di alcuni leader sunniti che hanno scritto una lettera aperta affermando che il metodo del rapimento non è accettabile, ma è solo un piccolo passo avanti. Se l’islam non condanna chiaramente questi gesti violenti e i rapimenti, perde credibilità di fronte al mondo occidentale. Il silenzio incoraggia i gruppi radicali a farsi avanti e a credersi depositari della vero islam”.
E se i grandi leader islamici tacciono, sottolinea p. Nizar, va notato che “intanto nelle moschee alcuni predicatori sciiti e sunniti incitano all’odio e alla violenza. In questo contesto parole che infiammano gli animi, definire i non islamici ‘infedeli’ (anche se questo è un termine interno alla stessa teologia islamica) non fa che peggiorare la situazione e creare un contesto di cui approfittano i movimenti radicali”.
Parlando della comunità cristiana, il sacerdote spiega che “essi hanno continuato a intrattenere buoni rapporti con la gente. Hanno ricevuto minacce isolate, ma non hanno ceduto alla violenza. Bisogna ricordare che i cristiani condividono con il popolo iracheno un storia comune, che è sempre stata all’insegna del convivenza. La situazione varia a seconda delle città: A Mosul, ad esempio, vi sono state molte minacce alle chiese cristiane, ma lo stesso governatore musulmano e altri musulmani di buona volontà hanno rassicurato fedeli, garantendo la loro protezione. A Baghdad c’è grande paura, ma la comunità sopravvive nel nascondimento. Nei quartieri dove le diverse comunità religiose sono mescolate, si vi ve meglio, in quelli monolitici invece (ad esempio la zona tutta sciita) c’è maggiore pericolo di esplosioni volente. A Bassora, nel Sud, città totalmente sciita, la situazione è oggi calma (sebbene anche qui la comunità cristiana è stata minacciata), anche per la politica moderata adottata dagli inglesi”.
P. Nizar conclude: “Sono convinto che le religioni potranno continuare a dare il loro apporto in un Iraq libero e pacifico. Ho fiducia nel futuro dell’Iraq, che potrà esser costruito seguendo un percorso un atteggiamento di armonia interreligiosa. Noi cristiani faremo di tutto perchè la situazione si evolva in questo modo. Abbiamo alle spalle 1600 anni di convivenza che certo potrà continuare negli anni a venire”. (PA) (Agenzia Fides 24/4/2004 lines 56 words 643)

ASIA/IRAQ - Truppe islamiche in Iraq, sotto l’egida delle Nazioni Unite: trova consensi proposta dell’Organizzazione della Conferenza Islamica per stabilizzare il paese

Putrajaya (Agenzia Fides) – Un ruolo centrale alle nazioni Unite per stabilizzare l’Iraq, e la presenza di truppe che provengano da paesi islamici: è questa la proposta emersa da una recente incontro dei 57 delegati dell’Organizzazione della Conferenza Islamica, tenutasi in Malaysia. L’Organizzazione ha chiesto all’Onu di adottare una risoluzione per un nuovo mandato a riportare la pace in Iraq, appoggiato da tutta la comunità internazionale.
Secondo gli osservatori, la proposta ha trovato consensi negli ambienti islamici iracheni, e potrebbe costituire una via d’uscita nell’attuale drammatica situazione di caos e instabilità in cui versa il paese.
Accoglienza favorevole si registra anche presso le diverse comunità religiose in Iraq. P. Nizar Semaan ha sottolineato all’Agenzia Fides che la proposta “di coinvolgere l’intera comunità internazionale, attraverso le Nazioni Unite, potrebbe aiutare a stabilizzare la situazione. Va notato che oggi il terrorismo vuole far sprofondare l’Iraq nel caos: per questo una presenza militare, che assicuri l’ordine e la crescita del paese sul cammino dei diritti umani e della democrazia, appare attualmente indispensabile. La presenza dell’Onu, anche con l’ausilio di contingenti militari di paesi islamici, sarebbe importante anche perchè verrebbe percepita in modo diverso, con occhio più favorevole, dalla popolazione irachena. Una delle strade percorribili può essere quella di coinvolgere maggiormente personale iracheno nelle forze di controllo e sicurezza. Essi conoscono il territorio e i vari dialetti, dunque hanno un rapporto più diretto e potenzialmente pacifico con la popolazione”.
La novità rilevante del nuovo mandato Onu, secondo l’Organizzazione della Conferenza islamica, dovrebbe essere quella di prevedere la presenza di soldati provenienti da paesi islamici, per garantire l’ordine e la sicurezza interna del paese. Importanti paesi a larga maggioranza islamica come il Pakistan, Indonesia e Malaysia hanno già offerto la propria disponibilità a inviare un contingente militare in Iraq, se l’Onu decide di ritornare a Baghdad.
Durante i lavori della Conferenza, il Primo Ministro Abdullah Ahmad Badawi ha sottolineato che il deteriorarsi della situazione in Iraq e in Palestina minaccia la stabilità di tutto il Medio Oriente. Diversi delegati hanno sottolineato la necessità di unità e coesione fra le nazioni islamiche, approvando due mozioni, una su Israele e Palestina, una sull’Iraq.
Il testo diffuso alla fine dei lavori afferma che l’Organizzazione “riconosce e sottolinea l’importanza delle Nazioni Unite nel giocare un ruolo centrale per pace, sicurezza e stabilità in Iraq” e chiede al Consiglio di Sicurezza di adottare una nuova risoluzione per raggiungere tali obiettivi. Il documento chiede alla Coalizione di rispettare il termine del 30 giugno per trasferire la sovranità agli iracheni. “La stabilità in Iraq – afferma il documento – potrà essere garantita consentendo al popolo iracheno di esprimere i suoi legittimi diritti, incluso quello a tenere libere e elezioni”.
(PA) (Agenzia Fides 24/4/2004 lines 56 words 643)

ASIA/IRAQ - Buone relazioni fra comunità religiose, aiuti umanitari da chiese e moschee, senza discriminazioni: l’azione del Consiglio Interreligioso dell’Iraq per la pace

Baghdad (Agenzia Fides) – Che il ruolo autentico della religione sia quello di contribuire al dialogo, alla riconciliazione e alla pace è stato più volte affermato da Giovani Paolo II. Nonostante le difficoltà, le strumentalizzazioni avvenute, e la presenza di alcuni “predicatori dell’odio” nelle moschee irachene, una testimonianza di come tutte le comunità religiose intendano impegnarsi nel costruire buone relazioni nel nuovo Iraq è stata la creazione del “Consiglio Interreligioso dell’Iraq per la Pace”, formato nell’agosto 2003, che da circa un anno promuove incontri e attività per sottolineare il ruolo dell’autentica religione nello scenario iracheno.
Organizzato dalla “Conferenza Mondiale delle Religioni per la Pace”, il Consiglio comprende alti leader religiosi iracheni, musulmani sciiti e sunniti, cristiani, fra i quali alcuni membri del governo transitorio iracheno.
Il Consiglio si è subito pronunciato contro la violenza religiosa e l’azione di gruppi settari, sottolineando invece che è compito delle diverse comunità di fedeli aiutare molta della popolazione irachena che vive ancora problemi di sostentamento quotidiano. Il Consiglio ha anche affermato che l’apporto delle religioni e lo sviluppo di buone relazioni fra le diverse comunità religiose resta fondamentale nella costruzione di un nuovo Iraq pacifico, democratico e tollerante.
In accordo con il Consiglio, aiuti umanitari sono stati promossi attraverso l’opera di moschee e chiese, offrendo alimenti, acqua e medicine, a seconda delle necessità, senza discriminazione religiosa. “Nelle nostre moschee distribuiamo cibo che spesso ci viene fornito da organizzazioni cristiane. Insieme sopravviviamo”, ha detto lo sceicco Ali Houssein al Jabbouri della moschea Shakir al-Adoud di Baghdad.
Esempio concreto di solidarietà interreligiosa è stato un episodio accaduto di recente: i cristiani, di fronte all’assedio della città sunnita di Falluja, circondata dalle truppe americane per stanare gruppi violenti di estremisti, si sono posti il problema di come poter aiutare i civili all’interneo della città. Le diverse chiese di Baghdad hanno pensato di intervenire con aiuti umanitari, raccogliendo viveri, alimenti e medicinali e li hanno trasportati a Falluja. Insieme al Vescovo Caldeo mons. Sholomon Warduni, vi era un imam sciita e un capo religioso sunnita che hanno guidato la delegazione, dando dimostrazione di condividere finalità e azioni concrete di solidarietà. La gente della città è stata molto contenta di non essere stata abbandonata a se stessa.
Secondo numerosi osservatori, infatti, le comunità religiose, data la loro organizzazione capillare sono insostituibili per aiutare una generale ripresa della società irachena. Fra e finalità precipue del Consiglio Interreligioso, vi sono:
- rispondere alle esigenze delle diverse comunità religiose e operare nell’immediato;
- sostenere le tradizioni di tolleranza e libertà religiosa in Iraq;
- sostenere i leader religiosi iracheni nel loro sforzo di costruire un Iraq multireligioso; Le finalità saranno perseguite in collaborazione con la Conferenza Mondiale delle Religioni per la Pace, che sostiene on attività del Consiglio iracheno.
(PA) (Agenzia Fides 24/4/2004 lines 46 words 487)

ASIA/IRAQ - “Gli iracheni di tutte le comunità religiose sono un popolo unito. E’ un errore colpire le moschee”, dice a Fides il prof. Justo Lacunza, Preside del Pontificio Istituto di Studi Arabi e di Islamistica

Città del Vaticano (Agenzia Fides) – “Il denominatore comune che oggi unisce tutti i credenti iracheni, che siano musulmani sciiti o sunniti, cristiani o curdi, è quello di un forte sentimento nazionalista. Gli iracheni, liberati da Saddam Hussein, oggi ricercano la dignità e i legittimi diritti di sovranità”. Lo ha spiegato in un colloquio con l’Agenzia Fides il prof. Justo Lacunza Balda, Preside del Pontificio Istituto di Studi Arabi e di Islamistica. “Le forze in gioco sono numerose e di varia natura – ha notato il prof. Lacunza – ma la cornice per la convivenza è stata delineata con la nuova Costituzione che non riconosce la legge islamica come fonte di ispirazione del diritto. Questa è una garanzia, ma va riempita di contenuti”.
Il prof. Lacunza afferma che “la situazione attuale è complessa, in quanto l’Iraq si trova al centro di un’area strategicamente molto importante, confina con stati di diversa connotazione politica, culturale e religiosa, è nel cuore di un’area di grande intensità politico-religiosa e ne subisce le spinte e le forti influenze”.
In questo momento le forze politiche e religiose in Iraq, dice il prof. Lacunza “entrano in campo per ricavare uno spazio politico per il futuro Iraq. L’insorgenza di gruppi estremisti si spiega con lo stato di guerra generalizzata, che oggi si registra in Iraq: quanti un anno fa hanno imboccato la via della guerra devono oggi far fronte alle conseguenze di questa scelta, che innesca altra violenza, odi, vendette. La condizione attuale è conseguenza della mancanza di dialogo e dell’aver scelto in modo unilaterale la via della violenza. La guerra ha convogliato in Iraq anche spinte terroristiche provenienti dall’esterno, a complicare una già difficile situazione”.
Il prof. Lacunza conclude parlando a Fides: “I leader religiosi oggi hanno ruolo difficilissimo e molto delicato: da un lato essi devono rispondere nell’immediato alle pressanti richieste del popolo iracheno, delle famiglie impoverite, della gente ridotta in miseria; dall’altro hanno una funzione di responsabilità importante nel delineare un futuro e nell’impostare un clima di buone relazioni con le autorità civili, militari e con le altre comunità religiose. Bombardare le moschee è stato un atto grave e irresponsabile per la valenza simboliche che esso ha avuto e per il potere di innescare odio anti-occidentale, in un popolo che sente minacciata la sua identità”.
(PA) (Agenzia Fides 24/4/2004 lines 39 words 420)

ASIA/IRAQ - A un anno dalla caduta di Saddam: le diverse comunità religiose fra leader tradizionali e spinte dei nuovi gruppi radicali

Baghdad (Agenzia Fides) – E’ uno scenario composito quello che si registra in Iraq a un anno dalla caduta di Saddam Hussein: l’emergere di nuovi gruppi politici, il risveglio di movimenti religiosi tradizionali e la nascita di nuove formazioni, il ritorno in patria di leader religiosi esiliati, le influenze dei paesi confinanti determinano un quadro in cui spesso istanze politiche e religiose si incrociano e all’interno del quale ogni gruppo opera per guadagnare un proprio spazio nell’Iraq del futuro.
Una delle dinamiche più evidenti è stata quella relativa ai musulmani sciiti: attraverso manifestazioni di massa e organizzazioni capillari di base, i musulmani sciiti iracheni stano riaffermando la loro identità, dopo anni di brutale repressione subita negli anni della dittatura di Saddam Hussein. Come confessione maggioritaria (circa 63% della popolazione irachena) gli sciiti hanno manifestato la volontà di dire la propria nel disegnare il futuro del nuovo Iraq. Non senza alcuni nodi di difficile soluzione.
Uno dei problemi che si pone è quello del modello di nazione teocratica che la comunità sciita porta avanti, richiamando la necessità di uno stato islamico, mentre alcuni leader chiedono un repentino abbandono delle truppe della coalizione dal suolo iracheno. All’interno della comunità sciita sono emersi nell’ultimo anno alcuni giovani leader radicali che hanno sfidato il clero tradizionale, più moderato, composto da capi islamici spesso da poco rientrati dall’esilio. Altra sfida da considerare è quanto sarà determinante l’influenza del vicino Iran, nazione totalmente sciita, e degli Hezbollah libanesi.
Dall’altra parte, la comunità irachena sunnita, che raccoglie il 34% della popolazione islamica, è stata penalizzata nel dopo-Saddam, dato che ai tempi del partito Baath era identificata come gruppo deteneva il potere politico. Riorganizzatasi a fatica, alla fine delle ostilità militari un anno fa, si è trovata a dover fronteggiare la grande ascesa dell’islam sciita, risvegliatosi dopo aver subito al dura repressione negli anni della dittatura di Saddam. In questo processo di riorganizzazione, ha subito infiltrazioni di elementi e gruppi wahabiti che vi hanno portato l’ideologia antioccidentale di Al Qaeda.
Secondo alcuni analisti, proprio sulle basi di un’ideologia anti-occidentale e contraria alla presenza dei militari stranieri sul suolo iracheno, in Iraq si è registrata una progressiva saldatura fra la comunità musulmana sciita e quella sunnita, storicamnte divise e in contrasto fra loro. Ipotesi più accreditate parlano invece di una “temporanea alleanza” fra i due rami dei seguaci del Profeta o, meglio, fra alcuni gruppi sciiti e sunniti, per il conseguimento di obiettivi comuni, soprattutto quello di riguadagnare la diretta sovranità politica nel paese.
Divisi fondamentalmente in due fazioni, i curdi, in maggioranza musulmani sunniti, si aspettano di poter partecipare al governo del paese, nonostante la rivalità esistente al loro interno fra i due gruppi. Le formazioni in cui sono divisi sono il Partito Democratico del Kurdistan (PDK), guidato da Massoud Barzani, e l’Unione Patriottica del Kurdistan (PUK), con a capo Jalal Talabani. Entrambi i leader sono presenti nel Consiglio governativo iracheno e dispongono di una forza militare autonoma, formata dai guerriglieri peshmerga.
In questo scenario la comunità cristiana, nelle sue diverse articolazioni, ha ribadito il suo ruolo di piena condivisione piena delle sorti del popolo iracheni, di volontà di costruire relazioni di fratellanza con le altre comunità religiose, di vole offrire un contributo nella costruzione del nuovo Iraq. Va notato anche il grande impegno dei cristiani in opere di solidarietà verso le fasce di popolazione più povera, compiuto attraverso la Caritas Iraq, che raggiunge speso i non cristiani.


Sciiti

Fra le formazioni sciite più in vista c’è il movimento Daawa, fondato nel 1950, il più antico movimento islamico dell’Iraq. Dopo aver subito una serie di brutali uccisioni dei suoi capi nell’era di Saddam, è stato sciolto e soppresso, con molti sciiti sono divenuti clandestini. Guidato dallo sceicco Mohaammed Nasseri, tornato dall’esilio in Iran dopo la guerra, il Daawa ha due membri all’interno del Consiglio governativo iracheno. Nasseri ha sempre sostenuto che “il periodo di occupazione delle forze della coalizione non dev’essere più lungo di sei mesi”.

Altro movimento sciita che si è messo in luce nell’ultimo anno è il Consiglio Supremo della Rivoluzione in Iraq (Sciri), con il suo leader Muhammad Baqr al-Hakim, ucciso in un attentato a Najaf nell’agosto 2003. Acclamato da migliaia di fedeli, Hakim era anch’egli rientrato dall’esilio a cui lo aveva costretto Saddam. Prima della sua morte aveva offerto appoggio al Consiglio governativo iracheno, legittimandolo agli occhi della comunità sciita. A prender il suo posto nella leadership è stato suo fratello Abdel Aziz, che intrattiene legami molto stretti con l’Iran, e che ha ottenuto per il suo movimento un seggio nel Consiglio governativo. Lo Sciri può contare su un braccio armato noto come Brigate Badr, composto da circa 10.000 uomini.

Uno dei gruppi sciiti radicali è invece quello che fa capo a Moqtada al Sadr, 32 anni, figlio di un leader sciita ucciso dal partito Baath negli anni della dittatura. Sadr, che si oppone alla leadership sciita tradizionale, ha stabilito la sua base nella città di Najaf e si oppone con decisione a quella che definisce “l’occupazione americana”. Sadr, oggi ricercato dalle autorità della coalizione, nei suo discorsi ha sempre invocatola legge islamica e fatto appello all’orgoglio nazionale iracheno, ponendosi in contrasto con il Grande Ayatollah Ali Al-Sistani, la maggiore autorità sciita presente in Iraq. Sadr ha anche reclutato una milizia di circa 10.000 uomini e le sue posizioni hanno avuto ampia risonanza e popolarità nel quartiere sciita di Bagdhad, rinominato “Sadr City”. Di recente è giunto a minacciare le forze della coalizione di utilizzare kamikaze se i militari entreranno nelle città sante sciite di Najaf e Kerbala Oggi, secondo gli osservatori, è isolato dal resto della comunità sciita.

Il leader spirituale sciita di maggiore spessore presente in Iraq è Fra gli altri leader Ali Al Sistani, 78 anni, dimostratosi fra i più concilianti nei confronti delle forze di coalizione, memore delle persecuzioni subite dalla sua comunità sotto il vecchio regime. Al Sistani ha passato molti anni agli arresti, per aver rifiutato l’esilio. Durante la guerra è stato favorevole all’intervento della coalizione, oggi viene sfidato da molti giovani leader radicali che cercano il loro spazio nella comunità sciita. Pur non risparmiando le riserve sul progetto di Costituzione irachena elaborato di recente, ha evitato di criticare l’operato del Consiglio governativo in cui siedono alcuni suoi simpatizzanti. Sistani rispetta la separazione fra religione e stato e rifiuta il ricorso alle armi, ma chiede il rispetto della scadenza fissata per il passaggio dei poteri agli iracheni. Anche perchè nella comunità sciita cresce il malcontento nei riguardi della politica della coalizione. Secondo numerosi osservatori, la sua è una posizione “attendista”: non vuole entrare in conflitto con l’amministrazione americana, che pure ha liberato il paese dalla dittatura di Saddam, ma attende il passaggio di poteri per far pesare in modo determinante la consistenza numerica della comunità sciita nel nuovo scenario iracheno, attarverso un governo nazionale legittimamene eletto.


Sunniti

Fra i sunniti è emerso il gruppo legato a Mohsen Abdel Hamid, teologo islamico, membro del Consiglio governativo iracheno. Hamid guida il Partito Islamico dell’Iraq, che appartiene alla filiera dei Fratelli Musulmani. La sua posizione moderata si è scontrata con quella di Ahmad el Kebeisey, professore di Studi Islamici all’Univesità di Baghdad, uno dei leader della preghiera del Venerdì nella moschea Abi Hanifa, nel distretto sunnita di Baghdad. L’imam ha più volte incitato all’odio antiamericano e istigato manifestazioni di protesta contro le forze della coalizione.

Il perdurare dei combattimenti e i rapimenti ha generato l’emergere di nuovi attori sulla scena irachena. Fra questi vi è l’Associazione del Clero Sunnita, messo si in luce per aver aiutato a realizzare la fragile tregua fra i ribelli sunniti nella città di Falluja e le truppe americane, ed aver contribuito al rilascio dei sette cinesi rapiti e tenuti in ostaggio per alcuni giorni.
Lo sceicco Harith al Dhari, uno dei leder del movimento ha spiegato che “l’organizzazione è religiosa ama anche politica e sociale, e agisce nell’interesse del paese”. L’Associazione è venuta alla ribalta per il vuoto creatosi nella comunità sunnita , dopo la fine della guerra. La sua azione rispecchia anche un comportamento nazionalistico e si estende a comprendere alcuni importanti ulama, come quelli delle moschee Abi Haanifa e Abd al Kadr a Baghdad, divenendo così un’istituzione molto influente. Pur non essendo rappresentata all’interno del Consiglio governativo, l’organizzazione lo ha legittimato, dichiarandosi vicina alle posizioni del Partito Islamico dell’Iraq. Mantiene rapporti anche con la comunità curda e afferma di ricercare buone relazioni con gli sciiti.


Curdi

Divisi fondamentalmente in due fazioni, i curdi, in maggioranza musulmani sunniti, si aspettano di poter partecipare al governo del paese, nonostante la rivalità esistente al loro interno fra i due gruppi. Le formazioni in cui sono divisi sono il Partito Democratico del Kurdistan (PDK), guidato da Massoud Barzani, e l’Unione Patriottica del Kurdistan (PUK), con a capo Jalal Talabani. Entrambi i leader sono presenti nel Consiglio governativo iracheno e dispongono di una forza militare autonoma, formata dai guerriglieri peshmerga.
Le popolazioni curde, stanziate nel Nordest dell’Iraq, circa 4 milioni di persone, si convertirono all’islam sunnita dopo l’occupazione del Kurdistan da parte dell’esercito islamico nella prima metà del VII secolo. Prima dell’islam, la religione più diffusa era lo zoroastrismo, ma i curdi conoscevano anche le altre religioni monoteiste ed avevano fra loro comunità ebraiche (dal VI sec.) e cristiane (dal II secolo). Oggi fra i curdi si trovano ancora pochissimi ebrei ma la comunità cristiana è tuttora presente, come è diffuso lo yazidismo.
La conversione del popolo curdo all’islam non derivò tanto dall’attrazione per l’insegnamento spirituale arabo, quanto dal desiderio di sfuggire all’ingiustizia di una società feudale e dall’aspirazione a una società basata su equità, fratellanza e solidarietà. Nel XII secolo i curdi vennero inglobati nell’Impero Ottomano. La fine dell’impero, nel 1918, diede origine alla questione curda. Ai confini labili dell’Impero, infatti, si sostituì prima un mandato britannico e poi frontiere statali fisse e impenetrabili (Turchia, Siria, Iraq, Iran,) che impedirono il funzionamento del gruppo etnico curdo come entità unica. Così, mentre sotto l’impero i curdi godevano di privilegi in quanto “guardiani dei confini”, in seguito furono percepiti come ostacolo all’omogeneizzazione dei territori nazionali.
Oggi l’islam costituisce la sostanza della civiltà curda: organizza la sua vita sociale, culturale e politica, determina la scala di valori morali e sociali, nell’educazione e nella formazione delle famiglie. Gli uomini di religione hanno una posizione sociale rilevante nella società curda. Spesso il Mullah è la persona istruita del villaggio. I capi religiosi hanno avuto un ruolo importante anche nel movimento di liberazione nazionale curdo moderno, com’è stato per il Mullah Mustafà Barzani (1931-1978). Questo fenomeno ha consolidato le fondamenta del movimento nazionale, delineando le dimensioni ideologiche e politiche della lotta dei curdi per uno stato nazionale, per far riconoscere l’etnia curda da paesi musulmani come Turchia, Siria, Iraq e Iran. Con la morte di Barzani, finì la fase della dirigenza religiosa e civile ed ebbe inizio una fase si dirigenza laica.
Per le loro aspirazioni di autonomia (o a volte di secessione) i curdi sono stati perseguitati dal regime di Saddam Hussein. In seguito all’istituzione della no fly zone, la zona interdetta al volo stabilita dall’Onu nel 1991, il Kurdistan iracheno è sotto protezione internazionale e i curdi sono riusciti a ottenere una certa autonomia.


Assiri

Anche i cristiani Assiri hanno ripreso a sperare di poter vivere la loro specificità religiosa e culturale dopo la caduta di Saddam. Un loro rappresentante, Younadem Kana, è l’unico cristiano presente all’interno del Consiglio governativo. Essi tendono ad essere seguaci della Chiesa Assira d’Oriente e sono molto vicini alla Chiesa Cattolica Caldea, essendo anch’essi nati dalla predicazione di San Tommaso, nel I sec. d. C. Perseguitati fortemente dal regime Baath, hanno ritrovato una certa libertà che si esprime nel culto, nei costumi, nella cultura.
La Chiesa Assira d’Oriente è una Chiesa autonoma, non in comunione con Roma ma neanche con le Chiese Ortodosse. Essa ha origine all’evangelizzazione dei due discepoli dell’Apostol Tommaso, Mar Addai e Mar Mari e, dal I al IV sec d.C, si diffuse con il sorgere di comunità e monasteri in tutto territorio orientale, nella zona che va dall’attuale Siria e si estende fino all’Iraq e all’Iran. Questa Chiesa, chiamata Chiesa Assira d’Oriente, ottenne l'autonomia con i concili di Seleucia nel 410 e di Markbata nel 424, con la possibilità di elezione del Patriarca avente titolo di “Catholicos”.
A metà del XV secolo, la Chiesa Assira visse un periodo di chiusura e decadenza. All’inizio del 1553 – quando il Papa Giulio III nominò il “Patriarca dei Caldei” con il nome di Simone VIII – risale la scissione fra Chiesa Assira e Chiesa Caldea, che permane ancor oggi.
Dopo le scissioni della storia, i rapporti fra le comunità Caldea e Assira, sono migliorati: la nuova era di dialogo e buone relazioni è sfociata nella firma della dichiarazione cristologica congiunta fra il Papa e il Patriarca Mar Dinkha IV a Roma nel novembre 1994. Nell’agosto 1997 il Santo Sinodo della chiesa Caldea e quello della Chiesa Assira hanno istituito una Commissione per il dialogo, per discutere la cooperazione pastorale a tutti i livelli.
Uno dei punti particolarmente sensibili della storia degli Assiri è la persecuzione che subirono nel 1933, all’indomani dell’indipendenza dell’Iraq (1932). Percepiti come ostili al potere, furono massacrati dall’esercito iracheno. Ricordando quell’evento, il 7 agosto gli assiri celebrano la giornata del “Martirio Assiro”. Attualmente una comunità di circa 70.000 Assiri vive nel Nord Iraq, conservando una propria identità culturale, linguistica e religiosa. Negli anni ’70 gli Assiri ottennero l’insegnamento della lingua siriaca (o aramaica) nelle scuole elementari assire, in seguito alla decisione del governo di Baghdad di concedere diritti culturali e amministrativi agli assiri e ai turcomanni.


Cattolici

“Tutti i cristiani iracheni pregano e sono impegnati perché la convivenza tra tutte le fedi irachene che dura da 1600 anni, non venga meno”, ha detto all’Agenzia Fides mons. Athanase Matti Shaba Mattoka, Arcivescovo della Chiesa siriaca di Baghdad, spiegando la situazione delal comunità cristiana nel nuovo scenario iracheno. “Siamo convinti che il dialogo è la strada per uscire dalla violenza ”, ha aggiunto.
Nell’era post-Saddam la comunità cristiana ha ricercato il suo spazio sociale e politico, battendosi per la costruzione di uno stato laico e pluralista, rispettoso delle minoranze religiose. I cristiani hanno accolto con favore l’approvazione della nuova Costituzione dell’Iraq, avvenuta nel marzo scorso, definendola “un passo positivo sia per l’unità del paese sia per la nascita di un nuovo Iraq, un Iraq civile che rispetti tutte le minoranze”, come ha sottolineato all’Agenzia Fides padre Nizar Semaan,
“Quella che ha prevalso è la visione di un Iraq laico ma con valori religiosi, perché la laicità non è contro la religione”, ha spiegato p. Nizar. “Questa costituzione può essere una solida base per un futuro di democrazia del paese, in cui prevalga il rispetto per ogni uomo al di là della sua appartenenza religiosa o etica”, ha aggiunto, notando come per i cristiani “il fatto più importante è che il testo della Costituzione non è basato sulla legge islamica”.
Il sacerdote ha commentato: “Penso che questa Costituzione sarà un esempio per tutto il Medio Oriente. Gli iracheni devono sentirsi orgogliosi di avere una costituzione come questa che pone le basi per la convivenza civile nonostante le diversità di etnia e religione. Oggi nel nuovo Iraq non ci sono più cittadini di primo e di secondo grado, ma tutti sono uguali nei diritti e nei doveri. La speranza per noi cristiani è quella di sentirsi più sicuri e più liberi di vivere la nostra fede. Desideriamo essere parte attiva nel costruire il nuovo Iraq”.
La Carta costituzionale sembra aver accolto in sostanza le richieste della comunità cristiana, espresse con chiarezza nell’autunno scorso dai Vescovi appartenenti al rito Caldeo (maggioritario fra i cattolici iracheni). In una lettera inviata al Consiglio governativo, essi chiedevano che fossero garantiti tutti i diritti per i cristiani in Iraq, a livello religioso, sociale, civile e politico. La popolazione Caldea – ricordavano i Vescovi – rappresenta il terzo gruppo etnico in Iraq, dopo arabi e curdi: la presenza in campo professionale, sociale e amministrativo è sempre stata importante in Iraq. Per questo i Vescovi chiedevano che fosse riconosciuta l’importanza che la comunità Caldea può avere nella costruzione del nuovo Iraq. “Esprimiamo la nostra solidarietà – scrivevano – a tutti i cittadini iracheni, arabi, curdi, turkmeni e di tutte le etnie e gruppi religiosi, vivendo in pacifica fraternità, specialmente con gli atri gruppi cristiani assiri, siriaci, armeni e latini nell’impegno di costruire un nuovo Iraq democratico, libero e prospero”.
Nonostante queste acquisizioni positive, nelle recenti tensioni scatenatesi nel paese hanno creato timori nella comunità cristiana, che è stata più volte minacciata da gruppi estremisti, in diverse città irachene, specialmente a Mosul. La lotta politica fra sunniti e sciiti – notano fonti di Fides – non offre prospettive rassicuranti ai cristiani. Alcune famiglie cristiane stanno lasciando da Baghdad per trasferirsi a Nord, nella zona di Mosul, dove si sentono più al sicuro.
I cristiani insistono molto sul considerarsi pienamente iracheni: infatti la presenza cristiana in questa parte del mondo, che va dall’Iraq fino all’India, è molto antica e risale alla predicazione dell’Apostolo Tommaso che, dopo la morte e Risurrezione di Gesù, partì da Gerusalemme nel 40 d.C. ed evangelizzò negli anni 42-49 tutte le popolazioni del Medio Oriente .
I cristiani di oggi sono discendenti di quelle popolazioni che non si convertirono all’Islam nel VII secolo, ai tempi della conquista araba. Il 70% dei cristiani iracheni appartiene alla chiesa Caldea. In tutto i cristiani sono circa 800.000, pari a circa il 3 % della popolazione, suddivisi in cattolici e ortodossi. I protestanti sono giunti in Iraq da pochi anni.
Le comunità cattoliche presenti in Iraq sono di quattro riti:

- Caldei
Costituiscono la larga maggioranza dei cristiani locali. A Baghdad c’è la sede del Patriarcato. Dopo la scomparsa di Sua Beatitudine Raphael I Bidawid, il nuovo Patriarca di Babilonia dei Caldei è Sua Beatitudine. Mons. Emmanuel Karim Delly, 76 anni. Appena nominato, il 3 dicembre 2003, il Patriarca disse a Fides: “Tutti noi ci ritroviamo a vivere una condizione difficile e chiediamo pace e tranquillità. E per questo occorre subito ristabilire le condizioni di sicurezza, che sono il prerequisito per il ritorno ad una vita normale” “La violenza che insanguina l’Iraq – continua Mons. Delly – va condannata senza mezzi termini”. In un contesto di maggioranza islamica, la Chiesa Caldea vive e celebra la sua fede con grande vitalità, dedicandosi soprattutto alla catechesi e all’educazione: a Baghdad esiste un Seminario Patriarcale e da poco è stato fondato il Collegio di Babilonia, un Collegio Patriarcale, affiliato alla Pontificia Università Urbaniana, che fa capo alla Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, nel quale con gli studi teologici e filosofici si formano seminaristi e laici che operano in quei territori.
La parrocchia gioca un ruolo importantissimo per i cristiani Caldei: essa è la realtà in cui esercitano e vivono in pienezza la propria fede. Per questo il lavoro pastorale è prezioso: oggi è fiorente, anche se vi sono difficoltà economiche. Le parrocchie, infatti, sono state costruite secondo le possibilità della Chiesa, ma oggi, con la crescita numerica delle comunità, le necessità sono aumentate.
La comunità Caldea, fervente nella carità, assiste numerose famiglie povere, cristiane e musulmane, nella sopravvivenza, distribuendo ogni mese cibo, vestiario e aiuti di vario genere. Nella liturgia Caldea la lingua ufficiale è l’aramaico, in quanto già lingua liturgica, teologica e classica del Cristianesimo di tradizione semitica. Ma poichè l’arabo è parlato correntemente dai fedeli e dai giovani e perchè la lingua aramaica non è completa nei sinonimi e nella terminologia, la celebrazione della Santa Messa è bilingue. Il catechismo si fa in arabo, tranne che sui villaggi montuosi del Nord, dove si usa la lingua parlata sul posto, l’aramaico.
In Iraq vi sono pure due comunità di religiose Caldee: una delle Suore del Sacro Cuore e l’altra delle Suore Caldee Figlie di Maria Immacolata. La Chiesa Caldea ha anche un’istituzione monastica-missionaria: i monaci caldei iniziarono aprendo conventi e si occuparono l’evangelizzazione nelle zone montuosa nel Nord dell’Iraq, come ancora accade oggi, facendo apostolato nei villaggi curdi, insegnando nelle scuole e facendo catechismo. Poi sono scesi a Mossul e infine a Baghdad, dove oggi c’è la sede del Superiore Generale. La congregazioni ha oggi quattro conventi in Iraq e uno a Roma, una missione in America.
I cristiani di rito caldeo in Iraq sono oltre 700mila, altrettanti sono disseminati nel mondo.

- Siri-antiocheni
Sono una comunità di circa 75.000 fedeli, divisi in due diocesi fra Baghdad e Mosul. Il Vescovo di Baghdad è Mons. Athanase Matti Shaba Matoka, mentre a guidare la comunità a Mosul è Mons. Basile Georges Casmoussa. In seguito alla missione di gesuiti e dei francescani cappuccini, cominciata ad Aleppo (Siria) nel 1626, una parte della chiesa siro-antiochena cosiddetta “Giacobita”, decise di unirsi con la chiesa di Roma, formando così la chiesa siro antiochena cattolica, conservando però tutta l'eredità patristica e liturgica. Nell'Iraq i siri cattolici sono sparsi dal sud al nord del paese: a Bassora si trova una piccola comunità; a Bagdad vi è una comunità di cerca 30.000 fedeli; a Kirkuk e Mosul quasi 45. 000 fedeli. Le lingue usata nella liturgia sono sia l'arabo, soprattutto nelle grandi città, che l'aramaico soprattutto nei villaggi intorno a Mosul, come il villaggio di Karakosh, dove si concentrano quasi 25,000 fedeli. Da ricordare che il Patriarcato dei siri cattolici è a Beirut, in Libano.

- Armeni
Le comunità armene presenti in Iraq provengono dall’emigrazione e dalle deportazioni forzate delle popolazioni armene avvenuta dopo il 1915, in seguito ai massacri subiti dal regime dei Giovani Turchi. La Chiesa armena si ispira alla figura di san Gregorio l'Illuminatore che ha cristianizzato l'Armenia nel III secolo. Si divide tra ortodossi (o Apostolici) e cattolici.
A Baghdad le suore armene gestiscono una scuola con oltre 800 alunni, per metà armeni, per metà musulmani. La piccola comunità cattolica armena presente in Iraq (2.000 unità) è guidata dall’Amministratore Patriarcale mons. Andon Atamian. Prima degli anni ’90 gli armeni (cattolici e apostolici) in Iraq erano fra 20 e 30 mila. Nell’ultimo decennio la comunità si è assottigliata per l’emigrazione dovuta alla povertà.
- Latini
Da circa tre secoli un nutrito gruppo di missionari latini lavora in Iraq: religiosi e religiose, che si trovano a Baghdad e nel nord del Paese, sono impegnati nella pastorale in parrocchie locali, operando per la catechesi di ragazzi e giovani, nella celebrazione dei Sacramenti, nelle attività di solidarietà con i poveri. I missionari di rito latino imparano a parlare la lingua araba e a conoscere la tradizione liturgica e rituale Caldea, immergendosi pienamente nella cultura locale.
Sono presenti in Iraq, i Padri Redentoristi, i Domenicani, Carmelitani, Salesiani, i monaci Antoniani Caldei provenienti dal Libano. Per le congregazioni religiose femminili, vi sono: le Suore Francescane Missionarie del Cuore Immacolato di Maria; le Suore Domenicane della Presentazione della Vergine di Tours, che fra l’altro gestiscono l’Ospedale di San Raffaele a Baghdad; le Suore Domenicane di S. Caterina da Siena; le Piccole Sorelle di Gesù; le Missionarie della Carità che, lavorando secondo il carisma di Madre Teresa di Calcutta, si occupano dei bambini portatori di handicap. A capo della piccola comunità cattolica di rito latino (2.500 persone), presente per la maggior parte a Baghdad, c’è l’Arcivescovo Mons. Jean Benjamin Sleiman.

I Numeri dei Cattolici: Caldei: oltre 700.000; Siro-antiocheni cattolici: 75.000; Armeni: 2.000; Latini: 2.500

(PA) (Agenzia Fides 24/4/2004 lines 353 words 3.850)

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