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La severa lezione dei doveri perché la pace vinca
GIORGIO RUMI
da l'Osservatore Romano del 21 dicembre 2002
Alcuni messaggi pontifici diretti ai fedeli e anche a tutti gli uomini di buona volontà, sono destinati a incidere in modo particolare sulla cultura dei contemporanei e addirittura a diventare pilastri del comune sentire. È il caso della Rerum Novarum che proclamò l'urgenza di una risposta cristianamente ispirata alla questione sociale indotta dall'industrializzazione. Ma anche della "Nota di pace" del 1 agosto 1917 ai capi delle nazioni belligeranti, a favore di una pace giusta e duratura, la sola capace di rimediare gli incredibili guasti provocati dalla Grande Guerra. E i "Radiomessaggi" di Papa Pacelli ebbero la ventura di segnare un'epoca, di indicare le vie di superamento dei conflitti ideologici e militari a metà del Novecento.
La Pacem in terris fu, a sua volta, qualcosa di più di un ammonimento per la pace e la fratellanza dei popoli. Oggi, a quarant'anni dalla sua proclamazione, risuona come un grido d'allarme e di speranza insieme: il mondo si trovò allora sull'orlo dell'autodistruzione nucleare, e ci voleva un gran coraggio per formulare e diffondere un'ipotesi di collaborazione, di amicizia e di pace fra i popoli e gli Stati. Oggi Papa Wojtyla la rilegge assieme a noi, come la Quadragesimo Anno fece appunto con la Rerum Novarum. Sono passate quasi due generazioni e c'è il rischio di dimenticare i contenuti dell'enciclica, o di lasciarli sfumare nell'indifferenza e nell'ovvietà. Chi, almeno a parole, rifiuta di proclamarsi pacifico, chi mantiene la guerra nel novero delle opzioni possibili, senza incorrere in una diffusissima riprovazione?
Giovanni Paolo II parla con la franchezza che gli è abituale. Allora due superpotenze si fronteggiavano, portabandiere di due ideologie contrapposte: i prezzi da pagare erano altissimi, le eventualità di crisi, per ragioni di potenza o anche solo per errore, effettive e senz'appello. La guerra era ancora "la continuazione della politica di pace con altri mezzi", come recitava la filosofia strategica delle grandi potenze. Ci voleva la straordinaria lungimiranza di Giovanni XXIII per vedere i segni concreti di un'ipotesi pacifica in una stagione di confronto, se non di guerra, "fredda" finché si vuole, in una sospensione sempre instabile e umanamente costosissima.
Ma Giovanni Paolo II non riduce il messaggio del suo predecessore a un grido di pace, alto quanto effimero. Come Benedetto XV entrava nel merito delle questioni (principio di nazionalità, sostituzione della forza col diritto, fraternità fra gli Stati), Papa Wojtyla ripropone con energia i requisiti formulati dal suo predecessore nel 1963 per un rinnovamento effettivo delle relazioni planetarie. La verità, la giustizia, l'amore e la libertà: non pace della disperazione, non tolleranza al male, allo sfruttamento, alla sopraffazione. La pace esige il rinnovamento, e la severa lezione dei doveri, dimensione quasi ostica se non addirittura inusitata alla svolta del Millennio.
Tutti sono chiamati alla costruzione della pace, non solo gli addetti ai lavori: politici, diplomatici, comunicatori. Ecco allora l'apprezzamento significativo dei movimenti per i diritti civili, che sono indicativi del livello raggiunto da una democrazia effettiva, non rinunciabile da parte di nessuno. Proprio su questo ampio consenso riposa l'edificio di una possibile "autorità pubblica a livello internazionale", di cui L'ONU è la prima speranza, rafforzata da intese e dichiarazioni parziali. Non si propone un "super-stato globale", ma "una nuova organizzazione dell'intera famiglia umana", fondata sul consenso, sulla percezione dei mutui doveri che ci legano, su una democrazia eticamente fondata e responsabile.
Niente e nessuno può sottrarsi a questa vigilanza della coscienza morale: noi individui, i gruppi, le classi, ma neppure gli Stati che anzi, proprio per i mezzi di cui dispongono e l'effettualità delle scelte su milioni di esseri umani, richiedono un particolare impegno di equità e di rispetto per le persone. Ne discende un ulteriore gravame per chi ricopre pubbliche funzioni, né è pensabile che l'impressionante intreccio di relazioni, impegni e incontri che ha sostituito l'antica rete delle corti e delle cancellerie, giri a vuoto ed eluda le aspettative che la democrazia dei tempi nostri suscita e legittima.
Sì: Giovanni XXIII "non temeva il futuro", non distorceva gli occhi dai fratelli in difficoltà, dai luoghi del conflitto e dell'abbandono. È questa la stessa lezione che, attraverso Giovanni Paolo II, la Pacem in terris ci imparte ancora dopo quattro decenni di sconvolgenti mutazioni. Essa muove dalla fede che si riconferma capace di "suscitare gesti di pace" e "suscitare condizioni di pace", in una fatica che non conosce riposo ma che è argomento di fattiva consolazione per tutti gli uomini immersi come sono nel fluire della storia.
Tutti i testi proposti in questa sezione possono essere utilizzati liberamente. Si richiede solamente di citare l'Agenzia Fides come fonte.
 
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