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NOTES |
PAOLO RISSO
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da l'Osservatore Romano |
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Il
Cardinale Newman tenne questo breve sermone a braccio: quello che
segue è il resoconto pubblicato da un giornale e tratto da
note prese durante la predicazione. Newman tenne il sermone domenica
5 ottobre 1879. Il Cardinale aveva allora 78 anni e parlava "dal
cuore" agli studenti dello "Oscott College", a nord
di Birmingham.
Era la Festa del Santo Rosario ed egli basò la sua predicazione
sul testo: "Trovarono Maria, Giuseppe e il bambino, che giaceva
nella mangiatoia" (Lc 2, 16). Cinque mesi prima, Newman era stato
creato Cardinale a Roma da Papa Leone XIII.
Newman aveva molto a cuore il Rosario. Diceva: "Secondo me nulla
è più delizioso" (The Letters and Diaries, XII,
217).
Per lui la recita del Rosario non era una ripetizione meccanica, ma
una meditazione e una contemplazione dei misteri della vita di Nostro
Signore in compagnia di Sua Madre. Non ci ha detto espressamente che
cosa diceva nel Rosario, ma il seguente suggerimento che diede a un
nuovo convertito da lui diretto riflette probabilmente il suo metodo:
"Prova quindi; forse non lo usi così ora o forse sì;
davanti a ogni mistero, poni di fronte a te una sua immagine e concentra
la tua mente su quella figura (per esempio, l'Annunciazione, l'Agonia,
ecc.) mentre reciti il Padre Nostro e dieci Ave Maria, non pensando
alle parole, solo pronunciandole correttamente. Fa' sì che
questo esercizio sia poco più che una meditazione. In tal modo,
supererai forse la sensazione di tedio" (Letters and Diaries,
XII, 263).
Inutile dire che la ripetizione del Padre Nostro e dell'Ave Maria
ha dunque raggiunto il suo scopo e diviene preghiera autentica (cfr
Philip Boyce, OCD, "At Prayer with Newman" in Search of
Light. Life Development Prayer. Tre saggi su Henry Newman. Roma, Centro
Internazionale degli Amici di Newman, 1985, p. 82).
Il mio non sarà un discorso lungo, miei cari ragazzi, e non
dirò nulla che non abbiate già spesso udito dai vostri
Superiori perché so bene in quali buone mani siete e so che
le loro istruzioni giungono a voi con una forza maggiore di quella
di qualsiasi altra direttiva impartita da estranei.
Se vi parlo è perché sono di ritorno dal Santo Padre
e sono, in un certo qual modo, il suo rappresentante. In tal modo,
negli anni a venire potrete ricordare di avermi visto oggi e di avermi
ascoltato parlare a suo nome e da questo ricordo trarrete beneficio.
Sapete che oggi celebriamo la Festa del Santo Rosario e vi racconterò
quanto mi è successo a proposito di questo importante tema.
Sapete come è nata questa devozione, in che modo in un periodo
storico in cui l'eresia era molto diffusa e aveva invocato sofismi
che tanto possono contribuire all'infedeltà alla religione,
san Domenico ricevette da Dio l'ispirazione a istituire e a diffondere
questa devozione. Sembra tanto semplice e facile, ma sapete che Dio
sceglie le piccole cose del mondo per umiliare quelle grandi (cfr
1 Cor 1, 27-28).
Di certo era una devozione rivolta soprattutto ai poveri e ai semplici,
ma non solo a loro, anche a chiunque sapesse dell'esistenza nel Rosario
di una dolcezza lenitiva e introvabile in altre cose. È
difficile conoscere Dio da soli. Egli è incomprensibile.
È invisibile e quindi incomprensibile. In qualche modo, però,
possiamo conoscerlo perché persino fra i pagani c'erano alcuni
che avevano appreso molte verità su di Lui.
Tuttavia, anch'essi trovarono difficile conformare la propria vita
alla conoscenza che avevano di Lui.
Nella Sua misericordia si è rivelato a noi, per essere uno
di noi, con tutti i rapporti e le qualità dell'umanità,
per conquistarci. È disceso dai Cieli, ha dimorato in
mezzo a noi ed è morto per noi.
Tutte queste cose sono elencate nel Credo che contiene le cose principali
che Egli ci ha rivelato su Se Stesso. Dunque la grande forza del Rosario
consiste nel trasformare il Credo in preghiera. È vero
che il Credo è in un certo senso già una preghiera e
un grande atto di lode a Dio, ma il Rosario ci offre le grandi verità
della Sua vita e della Sua morte sulle quali meditare e le avvicina
al nostro cuore.
Noi tutti contempliamo i grandi misteri della Sua vita e della sua
nascita nella mangiatoia e quelli della Sua sofferenza e della Sua
vita glorificata.
Tuttavia perfino i cristiani, con tutta la loro conoscenza di Dio,
provano generalmente più timore che amore verso di Lui e la
virtù speciale del Rosario è il modo particolare in
cui guarda ai misteri, perché tutti i nostri pensieri su di
Lui sono pensieri fusi con quelli di Sua Madre e nel rapporto fra
Madre e Figlio troviamo la Santa Famiglia, il focolare in cui Dio
ha dimorato.
La famiglia umana è considerata una cosa sacra.
Lo è ancor di più la famiglia unita da vincoli soprannaturali
e soprattutto quella in cui Dio ha dimorato con la Sua Madre Beata.
Questo è quanto desidero che ricordiate negli anni a venire.
Infatti, tutti voi dovrete andare per il mondo e andare per il mondo
significa lasciare il proprio focolare.
Miei cari ragazzi, non sapete ancora cos'è il mondo.
Non vedete l'ora di andare per il mondo che vi sembra luminoso e pieno
di promesse.
Questo non è sbagliato, ma chi conosce il mondo lo trova per
lo più pieno di problemi e delusioni e anche di miseria.
Se succederà anche a voi, cercate un focolare in quella Santa
Famiglia alla quale rivolgete i vostri pensieri nei misteri del Rosario.
Gli scolari conoscono la differenza fra scuola e casa. Spesso udite
gli adulti parlare degli anni di scuola come dei migliori della loro
vita, ma voi sapete bene che quando andavano a scuola il tempo più
felice era quello trascorso a casa.
Questo dimostra che in casa c'è un bene introvabile altrove.
Quindi, anche se il mondo dovesse veramente rivelarsi come ve lo immaginate
ora, se dovesse veramente donarvi tutto ciò che desiderate,
dovreste considerare in ogni caso la Santa Famiglia un focolare con
una santità e una dolcezza introvabili altrove.
Miei cari ragazzi, ecco quello che vi chiedo più seriamente:
quando andrete nel mondo, cosa che presto dovrà accadere, fate
della Santa Famiglia il focolare in cui rifugiarvi nei momenti di
dolore e in cui trovare conforto, sollievo e rifugio.
Ve lo dico, non come se dovessi parlarvi di nuovo, non come se avessi
qualche pretesa su di voi, ma come un'esortazione del Santo Padre,
che rappresento, e nella speranza che in futuro ricorderete che sono
stato fra voi e vi ho parlato.
Quando parlo della Santa Famiglia non intendo soltanto Nostro Signore
o Nostra Signora, ma anche san Giuseppe.
Infatti, così come non possiamo separare Nostro Signore da
Sua Madre, non possiamo neanche separare san Giuseppe da loro perché
chi se non lui li ha protetti per tutta la prima fase della vita di
Nostro Signore?
Oltre a Giuseppe dobbiamo ricordare sant'Elisabetta e san Giovanni
che consideriamo naturalmente membri della Santa Famiglia. Li vediamo
raffigurati insieme e li ritroviamo insieme nelle letture.
Che voi, cari ragazzi, troviate una casa nella Santa Famiglia, la
casa di Nostro Signore e della sua Madre Beata, di san Giuseppe, sant'Elisabetta
e san Giovanni!
La semplice e straordinaria storia del piccolo Silvio Dissegna morto
nel 1979
Una Corona di orazione lunga dodici anni
La sua storia è presto raccontata, breve com'è
e luminosa come un raggio di sole. Nato a Moncalieri (Torino)
il 1° luglio 1967, Silvio Dissegna vive la sua fanciullezza
cristiana, nella sua bella casa, con i suoi genitori e il fratello
minore Carlo, a Poirino, nell'ondulata pianura di Torino. Dal
giorno della sua prima Comunione, il 7 settembre 1975, vive un
intenso rapporto con Gesù nella preghiera personale, nella
partecipazione alla Messa con la Comunione ogni settimana, con
la fedeltà ai suoi piccoli doveri di ragazzo, con una bontà
dolce e splendente verso tutti.
A undici anni, nella primavera del 1978, si ammala: cancro alle
ossa. Non dispera né si arrende, ma vive la sua lunga,
dolorosa Via Crucis in unione con Gesù carico della croce
e crocifisso, alimentato dalla Comunione eucaristica quotidiana,
in continua offerta del suo dolore e della sua vita a Dio Padre,
per la salvezza del mondo. Nelle interminabili ore del dolore,
di giorno e di notte, prega, senza stancarsi mai, con il Rosario
tra le mani, invocando l'intercessione di Maria SS.ma per sé,
per i suoi cari, per il mondo intero.
Preparato da questo lungo Rosario a Maria, Silvio Dissegna va
incontro a Gesù, Amico e Signore, il 24 settembre 1979.
La sua fama di santità dilaga in molti paesi del mondo.
Anche L'Osservatore Romano ha illustrato la sua vita singolare,
una vera meraviglia di Dio nel nostro tempo. Dal 9 novembre 2001,
è in corso presso la Congregazione delle Cause dei Santi
a Roma, la sua causa di canonizzazione.
Luce nella notte
Chi durante la notte, nei mesi della malattia di Silvio, fosse
passato presso la sua casa, avrebbe notato la luce accesa alla
finestra della sua stanzetta: era Silvio che quasi ininterrottamente
nelle notti insonni sgranava la sua corona, un'Ave Maria dopo
l'altra, come in una veglia prolungata sul mondo. Incredibile,
ma vero, non voleva alcuno dei suoi cari vicino, nonostante il
dolore atroce, perché diceva: "Io devo pregare e soffrire
per guadagnarmi il Paradiso". "Gesù vuole da
me molte sofferenze e preghiere". "Io ho molte cose
da dire a Gesù e alla Madonna".
In questi giorni, ho potuto avere tra le mani il suo Rosario per
alcuni minuti: un'emozione fortissima a far scorrere tra le mie
mani quella corona di cinque colori diversi, "il Rosario
di Silvio", il Rosario missionario, con ogni decina per ciascun
continente della terra, un vero abbraccio di preghiera per tutti
gli uomini, per tutti i popoli, affinché per l'intercessione
di Maria SS.ma, abbiano tutti a trovare Gesù, unico Salvatore
dell'umanità.
Non ho conosciuto di persona Silvio, anche se avevo sentito parlare
di lui - del suo Calvario - quando era ancora in vita, ma con
il suo Rosario tra le mani, me lo son "visto" davanti:
diafano, sempre più trasparente per la croce pesante che
portava, reso un'Ostia, lui, del Sacrificio di Gesù che
adora Dio ed espia per i peccati di tutti.
Piccolo, umile, dolente, eppure sereno e forte, capace di guardare
in faccia il dolore e la morte e di vincerlo, in nome e con la
forza del Cristo Crocifisso che vince il mondo. Pare di vederlo,
ancor oggi questo "angelo" adorante davanti a Dio, credente
nel suo eterno amore per noi, vigilante sul mondo in agonia. Un
mondo allora - come purtroppo ancor oggi - carico di peccati e
di angoscia, "sfrenato nella carne e folle nello spirito",
come lo definì Papa Paolo VI (25 novembre 1970, udienza
generale)... E lui, Silvio, con il suo Rosario che prega nella
notte e intercede per tutti, con la sua corona tra le mani: nella
lode e nell'adorazione - "Ave Maria... benedetto il frutto
del tuo seno, Gesù" - nella supplica incessante: "Prega
per noi peccatori, adesso e nell'ora della nostra morte".
A ogni decina, il suo momento di silenzio, con la meditazione
del "mistero", con il suo sguardo limpido e penetrante,
cui era dato di contemplare, già su questa terra, Gesù
nella sua venuta, nella sua offerta, nella sua gloria. Quindi
"il Padre nostro", le "Ave", il "Gloria",
lentamente, dolcemente, ripetendo: "Gesù, io credo
che tu mi vuoi bene... Gesù, io soffro come quando Tu portavi
la croce ed eri picchiato... Ecco un'altra tappa della mia salita
al Calvario, ma poi verrà la crocifissione... Oh, io sarò
felice, quando sarò in Paradiso".
E ancora, con il cuore aperto al mondo intero, con la dimensione
del Cuore di Gesù: "Gesù, io ti offro per la
Chiesa e per i sacerdoti... Gesù, io ti offro per la conversione
degli uomini a Te... Gesù, io ti offro per i missionari
e per le missioni, perché tutti gli uomini siano fratelli".
A che serve la vita?
Lucido, consapevole, mai ingannato né illuso sulla sua
condizione, capace per la fede, per la presenza di Gesù
in lui, ricevuto ogni giorno nella Santissima Eucaristia, di guardare
in faccia la morte e di vincerla, nella certezza di andare incontro
a Dio, appassionatamente amato e atteso.
Ha soltanto tra le mani il Rosario, eppure non sembra un piccolo
"conquistatore" che va avanti nel mondo e apre la via
di Gesù a chissà quanti fratelli? Chi può
mai dire quante anime, lui così piccolo, ha condotto a
Dio con il suo Rosario?
Roberto Ardigò era un illustre filosofo, ma senza Dio e
negatore di Dio: a 92 anni si tagliò la gola gridando:
"A che serve mai la vita?". Silvio Dissegna, a 12 anni
appena, ma 12 anni colmi di verità e di amore, rosariante
nei suoi giorni brevi, sa dire a noi tutti a che cosa serve la
vita: a conoscere, ad amare ed a servire Dio in questa vita, a
goderlo nell'altra vita.
È tutto, è la Verità, è la Religione
assoluta, che evidenzia questa piccola vita vissuta come un Rosario
vivo, nel gaudio della sua fanciullezza, nel dolore della malattia,
nella gloria dell'incontro con Dio, sempre unita a Gesù.
È l'offerta di sé con Gesù immolato. È
il Paradiso che si apre già sulla terra. È la via
da seguire, l'unica perché altra e diversa non c'è:
Gesù Cristo!
Ho riconsegnato, con un bacio sul piccolo Crocifisso, il Rosario
di Silvio ai suoi genitori Ottavio e Gabriella Dissegna. Ma credo
di aver sentito la voce di Silvio, autorevole come l'innocenza che
quasi comanda davanti a Dio e agli uomini: "Ora continua tu
con il tuo Rosario. Salva la tua anima e migliaia di anime, con
il tuo Rosario. Va', io ti accompagno".
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