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I cristiani, la democrazia e l'etica naturale
FRANCESCO D'AGOSTINO
da l'Osservatore Romano del 28 gennaio 2003
  Non c'è alcun dubbio che nella modernità solo i governanti democraticamente eletti siano quelli che possono rivendicare la piena legittimità del loro potere e questo per il fatto che la democrazia è ormai universalmente considerata come l'unica forma di governo naturalmente giustificabile.
Questa osservazione, in sé e per sé assolutamente scontata, racchiude però un paradosso, dato che nessun'epoca, come la nostra, ha eroso l'idea che esista un'unica etica naturale, obiettivamente condivisibile da tutti gli uomini, indipendentemente da quanto li si possa differenziare sul piano religioso, politico, culturale.
Il paradosso si può sciogliere in un solo modo, interpretando in modo rigidamente procedurale la logica della democrazia; il suo primato naturale dipenderebbe pertanto dal fatto che essa costituirebbe l'unico regime politico eticamente neutrale, e quindi capace di far convivere al proprio interno visioni del mondo dal punto di vista dei valori non solo diverse, ma addirittura contrapposte.
Ma in tal modo se si riesce (e per la verità in modo brillante) a giustificare la valenza universale che per molti possiede il modello democratico, gli si toglie nello stesso tempo però sangue e linfa. È che ogni regime politico (e quello democratico non fa eccezione) ha bisogno di una animazione valoriale (Montesquieu parlava esplicitamente di animazione religiosa); ma una democrazia meramente procedurale, volta formalmente a neutralizzare i valori conflittuali presenti nel tessuto sociale, convinta di avere il potere di conferire loro l'unico, possibile, legittimo fondamento, non può, pena la contraddizione, rinviare a sua volta a previi valori fondanti.
Di qui una delle forme più sottili del malessere che pervade le coscienze democratiche in questi primi anni del nuovo millennio, nel momento in cui esse prendono atto della tragica fragilità di quel modello democratico che hanno contribuito con tanto entusiasmo a costruire e a diffondere.
Esiste un modo, profondamente sbagliato, di uscire da queste difficoltà: è la via del fondamentalismo: Contrariamente a quanto molti tuttora credono, il fondamentalista non è anti-democratico, ma post-democratico, così come il fondamentalismo non è affatto un paradigma regressivo, che guarda al passato, ma a suo modo (un modo aberrante, beninteso) progressivo, volto cioè a costruire un futuro.
Per il fondamentalista, infatti, la verità etico-politica possiede un fascino talmente accecante, da non consentire che da essa ci si allontani, nemmeno in piccolissima parte; ma, nello stesso tempo, questa verità possiede un carattere universale cui ripugna ogni discriminazione: è una verità di tutti e per tutti. Un regime su di essa fondato non potrà che essere democratico, perché di principio ostile a ogni indebito privilegio, a ogni cristallizzazione di casta, di ceto, di classe, di etnia.
Le grandi esperienze totalitarie novecentesche hanno avuto tutte connotati fondamentalistici, non da tutti però esattamente percepiti, a causa dello statualismo che a diverso titolo le hanno contrassegnate e che le hanno fatte percepire come processi essenzialmente ideologici. Il fondamentalismo dei nostri giorni non attribuisce invece alcuna particolare valenza al ruolo dello Stato nel processo storico, né quindi a quello dei movimenti collettivi.
È il singolo che da esso viene interpellato e posto come assoluto protagonista della dinamica politica.
All'interno di questa dialettica, il cristianesimo soffre evidenti disagi. Corre il rischio, a causa del suo richiamo costante al primato della verità, di essere assimilato a un movimento fondamentalista.
Se questa assimilazione non viene portata alle ultime conseguenze, ciò si deve al fatto che materialmente l'atteggiamento delle Chiese cristiane e dei loro fedeli è lontanissimo dall'essere assimilato a quello dei fondamentalisti.
Ma per chi cristiano non è - e soprattutto per chi ha del cristianesimo una visione stereotipata, cosa al giorno d'oggi sempre più frequente - la lontananza materiale del cristianesimo dal fondamentalismo non esclude che tra di loro si possa riscontrare una preoccupante vicinanza formale: è pur sempre il medesimo Dio quello che viene invocato dai fondamentalisti islamici e dai cristiani! Peraltro, non manca mai chi - fornito di una qualche cultura storico-religiosa - non ricordi che la stessa espressione fondamentalismo ha un'origine tutta interna alla tradizione cristiana (e per l'esattezza protestante).
Dato che la loro assimilazione al fondamentalismo è indebita e sgradevole, i cristiani cedono spesso alla tentazione di trasformarsi, contro ogni loro migliore intenzione, in pallidi, attardati e un pò passivi apologeti della democrazia procedurale; ma portando così acqua ad un mulino altrui, non riscuotono né particolari simpatie né particolari ringraziamenti.
Riescono sì, in tal modo, a restare all'interno di quel gioco tipicamente moderno che è il gioco democratico, ma senza rendersi conto che questo - come peraltro qualsiasi altro gioco politico - non è gioco che loro appartenga costitutivamente, dato che nella sua essenza escatologica il cristianesimo non può essere integralmente iscritto nella cornice di qualsivoglia paradigma politico - e questa è la ragione per cui è assolutamente impossibile ogni riduzione del cristianesimo al fondamentalismo.
Se infatti da una parte il cristianesimo, consapevole che l'uomo è "animale politico", ha sempre predicato l'origine divina dell'autorità e ha sempre esortato gli uomini alla doverosa, anche se non illimitata obbedienza nei suoi confronti, dall'altra ha sempre nutrito e alimentato la consapevolezza della innecessarietà, per la salvezza, delle strutture politico-sociali. Quid interest sub cuius imperio vivat homo moriturus? si domandava s. Agostino.
Ecco perché la fede cristiana non ha mai vincolato i credenti all'adesione a una specifica ideologia politica ed ecco perché le ha sempre tutte demitizzate, quando volessero porsi come vie esclusive di salvezza. La stessa democrazia esige una simile demitizzazione, quando pretenda - come oggi appunto in molti casi pretende - di porsi come superiore mediazione non solo dei conflitti politici, ma altresì dei conflitti etici.
Se è vero - come scriveva Maritain - che la democrazia, come movimento promotore della libertà e della dignità delle persone, "è sorta nella storia umana come una manifestazione temporale dell'ispirazione evangelica" e che sotto questo profilo essa è strettamente "legata al cristianesimo", è peraltro vero che tra essa e il cristianesimo il rapporto è storico e non dogmatico.
E che oggi anche il rapporto storico tende ad incrinarsi, nei limiti in cui la democrazia del nostro tempo sembra mettere tra parentesi il suo fondamento personalistico, per accentuare il suo fondamento formalistico.
Possiamo a questo punto tornare a ripensare il rapporto tra l'etica naturale e la democrazia. Lungi dal farci correre rischi fondamentalistici, il rispetto per l'etica naturale può senza pericolo essere assunto come l'apriori del paradigma democratico, perché il portato di questa etica non ha per oggetto, per usare un'espressione cara a Bonhoeffer, le cose ultime, bensì le cose penultime.
Il perseguimento delle cose ultime - cioè in definitiva della logica del senso e della fede, che sfonda i limiti del tempo e dello spazio - non può essere vincolativamente mediato dalla comunità politica con le sue leggi e attraverso le sue istituzioni: il non aver compreso questo punto costituisce il drammatico e a volte criminale errore del fondamentalismo. Ma il perseguimento delle cose penultime - cioè del bene temporale degli uomini - ben si addice alla politica e in particolare a quella forma di esperienza politica che è la democrazia, che affida per l'appunto alla libera responsabilità delle persone l'individuazione - sempre in qualche modo occasionale - degli obiettivi politici volta per volta preferibili.
In questo contesto, sia l'universalismo fondamentalistico che il relativismo democratico appaiono per diverse ragioni ai cristiani aberranti e violenti: il primo perché cerca di ridurre a monofonia la ricchezza polifonica del bene, sacralizzando le cose profane; il secondo quando pretende di sottoporre a controlli procedurali opzioni radicali di vita, manifestandosi così ottusamente cieco di fronte a quell'obiettiva dimensione di bene e di valore che le cose profane portano con sé e che l'etica naturale consente a tutti di percepire perfettamente (come ben sapeva Rousseau, quando definiva l'etica la scienza sublime delle anime semplici).
Possiamo, per concludere, tornare all'accenno già sopra fatto concernente l'animazione religiosa che è essenziale stia a fondamento di ogni regime politico (e non solo della democrazia!). Sbaglia (e ben lo sapeva Tocqueville) chi ritiene, nel nome di un male inteso laicismo, che tale animazione debba essere marginalizzata o addirittura soffocata.
Se bene intesa, in essa non si manifesta nessuna tentazione fondamentalistica, ma una semplice e profonda istanza: quella di dare alla ricerca democratica del bene comune, che sta alla base di ogni autentica pratica politica (dato che una politica che non sia ricerca del bene comune è semplicemente violenza e sopraffazione) una garanzia non fragile, come non può non essere quella di chi riduce la democrazia a mera convenzione.
Lo dimostra l'esito nichilistico e nello stesso tempo democraticamente impeccabile (da un punto di vista strettamente formale) di tante legislazioni contemporanee in materie che non implicano valutazioni di mera opportunità, ma la vita stessa: penso alle legislazioni che legalizzano l'aborto, l'eutanasia, le manipolazioni genetiche.
Quando le decisioni che hanno per oggetto la vita vengono affidate al calcolo dei voti, l'obbligatorietà delle leggi si incrina: nessuna coscienza sente il dovere di inchinarsi di fronte a semplici numeri, né la cabina elettorale può essere scambiata per un sacrario. La violenza del fondamentalismo è giunta a svegliare dai loro sonni dogmatici i teorici della democrazia che hanno dimenticato questa semplice verità e, insieme ad essi, tutti quei cristiani che si erano illusi che l'imporsi planetario del modello democratico avesse una volta per tutte reso superfluo il loro impegno sociale come cristiani, laicizzando definitivamente la politica.
Tutti i testi proposti in questa sezione possono essere utilizzati liberamente. Si richiede solamente di citare l'Agenzia Fides come fonte.
 
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