|
|
 |
BLOCK
NOTES |
| Globalizzare la solidarietà |
STEPHEN FUMIO HAMAO
|
da l'Osservatore Romano del 22 maggio
2003 |
Rilevare
l'impatto della globalizzazione sul fenomeno migratorio e sul diritto
di asilo nel continente americano, affinché la Chiesa, coordinandosi
con gli organismi della società civile, possa dare le risposte
più adeguate per migliorare la qualità della vita dei
migranti e dei rifugiati: questo è stato l'obiettivo del Primo
Incontro Continentale di Pastorale migratoria, dal 7 al 9 maggio scorso
a Bogotá (Colombia).
Come io stesso ho avuto modo di sottolineare nella Prolusione al Convegno,
la globalizzazione ha spalancato i mercati ma non le frontiere: essa
ha abbattuto i confini dell'informazione, della cultura, dei capitali
e della proprietà, ma non quelli dei popoli, ponendo all'attenzione
della Chiesa nuovi problemi pastorali. Migranti e rifugiati vengono
mantenuti a debita distanza: si emanano misure sempre più dure
per l'ottenimento del visto, norme sempre più severe per l'accoglienza
dei migranti, misure più sofisticate, insomma, per tenerli
il più lontano possibile o per emarginarli una volta approdati
nei Paesi di destinazione.
Nella Centesimus Annus il Santo Padre afferma che "l'amore per
l'uomo, soprattutto per il povero in cui la Chiesa vede Cristo, si
concretizza nella promozione della giustizia". Ciò significa
aiutare interi popoli, che rimangono esclusi o emarginati dallo sviluppo
economico e umano in atto nel mondo di oggi. Questo sarà possibile
non solo utilizzando il superfluo che il mondo industrializzato produce
in abbondanza, ma soprattutto cambiando gli stili di vita e i modelli
di produzione e di consumo. È una profonda ingiustizia il fatto
che oggi, i ricchi diventino sempre più ricchi e i poveri sempre
più poveri, sia a livello individuale che a livello di nazioni:
è, questo, uno degli effetti della globalizzazione, come afferma
il documento Ecclesia in America, se tale processo non sarà
adeguatamente governato e diretto. L'economia globalizzata, afferma
il documento, deve essere analizzata alla luce dei principi della
giustizia sociale, privilegiando l'opzione preferenziale per i poveri.
Su queste linee si è snodato il Convegno - che aveva per tema
"Globalizzare la solidarietà con i migranti, i rifugiati
e gli sfollati" - organizzato dalla Segreteria per la Pastorale
della mobilità umana (SEPMOV) del Consiglio Episcopale Latino-americano
(CELAM), e che ha visto la presenza di dodici Vescovi e di una cinquantina
di delegati, tra cui i Direttori nazionali delle Commissioni episcopali
di pastorale migratoria di ventidue Paesi e di una Delegazione degli
Stati Uniti.
Particolarmente apprezzata è stata la presenza della delegazione
del Pontificio Consiglio per la Pastorale dei migranti, la cui partecipazione
è stata interpretata come una speciale attenzione del Santo
Padre verso i problemi sociali e pastorali dell'America Latina.
L'assise ha radunato la Chiesa Latino-americana per analizzare, alla
luce della dottrina sociale della Chiesa, la delicata questione dell'impatto
della globalizzazione sul fenomeno migratorio, e per concordare orientamenti
pastorali nell'ambito della Nuova Evangelizzazione. L'incontro è
stato arricchito dalla presentazione di testimonianze ed esperienze
realizzate in questo specifico ambito pastorale, che - secondo i partecipanti
al Convegno - permetteranno di individuare a breve termine, alcune
linee comuni di lavoro.
Numerosi e qualificati i relatori, che hanno esaminato gli aspetti
sociali, politici, giuridici, culturali e pastorali della globalizzazione
connessi con le migrazioni odierne.
In questi ultimi anni - ha affermato il sociologo argentino Lelio
Màrmora, nella relazione ufficiale del Convegno - si è
via via formato un unico mercato mondiale delle merci e delle idee.
È un grande vantaggio, ovviamente, ma questo processo comporta
anche dei rischi. Nell'attuale mercato mondiale infatti si stanno
formando enormi sistemi politici, economici, finanziari, tecnologici
e culturali, che formano spesso degli oligopoli agguerriti e invincibili.
A partire dagli anni Settanta molte economie nazionali hanno intensificato
l'integrazione economica a livello mondiale in seguito alla pressione
di alcuni fattori: una sempre più vasta liberalizzazione degli
scambi; una sempre più stretta interdipendenza delle economie
dei singoli; una sempre più larga uniformità, a livello
mondiale, dei gusti e delle preferenze dei consumatori, indotta dai
mezzi di comunicazione sociale.
Le migrazioni sono considerate ormai una componente strutturale della
storia, ha sottolineato il relatore. Le scienze sociali, la politica,
l'economia, le religioni, il mondo dei media non possono più
considerare questi spostamenti di persone un fatto marginale, quasi
un avvenimento di cronaca, ma un fenomeno planetario: non esiste al
mondo alcuna nazione che non ne sia toccata, in partenza o in arrivo.
Una precisa previsione delle future tendenze del fenomeno migratorio
è a tutt'oggi molto difficile, secondo il relatore, ma tutti
gli studiosi sono concordi nell'affermare che le migrazioni non faranno
che aumentare, che le medesime non riusciranno certo a risolvere i
gravi problemi dell'occupazione e dello sviluppo dei Paesi poveri,
e che un consistente aiuto per lo sviluppo economico e sociale dei
suddetti Paesi, unito alla stabilità politica e al rispetto
dei diritti umani, saranno i mezzi per ridurre, in qualche modo, la
pressione migratoria.
Non più di un secolo fa, l'Europa esportò negli altri
continenti un numero sterminato di suoi poveri. Oggi milioni di uomini
si spingono dall'America Latina, attraverso il Rio Grande, verso gli
USA e l'Europa. Questa planetarizzazione è accompagnata da
mutamenti rapidi e continui delle direttrici dei flussi. La facilità
dei viaggi e delle comunicazioni, l'influsso dei media, i rapidi cambiamenti
sociopolitici fanno spostare in continuazione i lavoratori, tanto
che l'immagine prevalente del futuro, secondo molti studiosi, sarà
quella del "lavoratore a contratto": un uomo senza fissa
dimora, prodotto tipico della cultura postmoderna, a cui sembra vietato
essere ancorato a strutture solide. Il lavoratore migrante - ha concluso
Màrmora - è considerato, oggi forse più di ieri,
come una macchina da lavoro da scartare o tenere in deposito, oppure
da utilizzare a pieno ritmo a seconda del mercato.
Cifre impressionanti sono state esposte da William Canny e Mariette
Grange, della Commissione Cattolica Internazionale delle Migrazioni
di Ginevra: 358 supermiliardari del pianeta possiedono una ricchezza
pari a quella della metà della popolazione mondiale, il 20%
della quale è in grado di far funzionare la grande macchina
dell'economia mondiale, mentre l'80% è costituito dalla massa
di disoccupati o comunque di emarginati in cerca di lavoro.
Molte centrali di smistamento di capitali - hanno aggiunto i due studiosi
- sono in mano di privati e sfuggono in pratica a ogni controllo di
qualsiasi governo o pubblica autorità, nazionale o internazionale.
Tali centrali operano in tempo reale in ogni parte del mondo: in pochi
istanti sono in grado di trasferire centinaia di miliardi di dollari
da New York a Hong Kong, o da Parigi a Francoforte.
E questo "livellamento globale" produce ovviamente i suoi
effetti. Se un Paese non può offrire che povertà e miseria,
molte persone partono per quelle Nazioni che possono garantire un
dignitoso livello di vita.
Il fenomeno migratorio - ha affermato, a sua volta, Fanny Polania
Molina, sociologa colombiana - è una esperienza umana che è
sempre esistita nella storia e ha dato un notevole contributo allo
sviluppo della civiltà e alla diffusione della cultura. La
novità delle migrazioni odierne è data dallo loro presenza
ormai in tutto il mondo, dalle direzioni sempre più imprevedibili
che esse imboccano, dalla relativa facilità dei viaggi intercontinentali.
Per il resto esse sono causate, come sempre, dalla crescente disparità
economica tra paesi ricchi e paesi poveri: cresce il numero di quanti
non trovano più nel proprio ambiente le possibilità
di sopravvivenza, di quanti emigrano per motivi politici e/o economici
e cercano nei campi profughi un rifugio precario, affrontando fame,
sofferenza e spesso ostilità da parte delle popolazioni locali.
Le varie correnti migratorie - ha aggiunto Gabriela Rodriguez Pizarro,
dell'Alto Commissariato dei diritti umani, delle Nazioni Unite - rivelano
tutta la complessità della situazione. L'Organizzazione mondiale
del Lavoro stima che il numero dei migranti per motivi di lavoro superi,
in tutto il mondo i cento milioni di persone. A questi si aggiungono
circa venti milioni di rifugiati politici e di profughi di guerra,
più di venti milioni di profughi interni e un numero pressoché
incalcolabile di profughi per motivi ambientali: per alcuni studiosi
infatti la problematica ambientale a livello globale potrebbe costituire
in futuro la maggiore spinta all'emigrazione.
I conflitti etnici continueranno a produrre profughi - hanno sottolineato,
a loro volta, Fanny Polania e Maria Virginia Trimarco, dell'AKNUR
-
La guerra nei Balcani ha provocato l'espulsione di più di due
milioni di persone. I sei milioni di profughi che vagano per l'Africa
sono la conseguenza di carestie e di guerre tribali o di religione.
La rivolta dei Tamil nello Sri Lanka ha le sue radici in un conflitto
etnico. Il divario che si sta allargando tra Paesi sviluppati e quelli
in via di sviluppo continua a mantenere la pressione migratoria dal
Terzo Mondo e dall'Europa Orientale. Le migrazioni sono dunque un
aspetto inevitabile delle società moderne e un segno dell'interdipendenza
che caratterizza oggi l'economia mondiale, fortemente accelerata dai
progressi tecnologici nel settore dei mezzi di trasporto e delle comunicazioni
sociali.
I motivi degli attuali flussi migratori e dei rifugiati, secondo i
relatori intervenuti al Convegno, devono dunque essere ricercati nell'attuale
sistema mondiale: essi sono, in misura sempre maggiore, la conseguenza
degli squilibri economici, sociali, demografici e politici a livello
planetario. Nello stesso tempo essi sono l'espressione della profonda
frattura dell'attuale ordine internazionale, caratterizzato da ingiusti
rapporti di dipendenza dettati dalle esigenze economiche dei Paesi
capitalistici. I Paesi industriali infatti, sorretti dal loro egoismo
nazionale, continuano a mantenere un ordine economico che danneggia
i Paesi del Terzo Mondo e dei poveri che vi risiedono, come dimostra,
ad esempio, la loro rigorosa politica dei debiti. L'emigrazione dunque
è uno degli effetti più macroscopici dell'attuale processo
di globalizzazione del pianeta.
La dimensione planetaria e la straordinaria complessità degli
odierni flussi migratori fanno prevedere che, con tutta probabilità,
i problemi ad essi connessi persisteranno ancora a lungo, e la dimensione
di questo problema esigerà, sempre più, una "politica
interna mondiale" sul terreno della collaborazione e della solidarietà.
Da questi presupposti ha preso l'avvio l'intensa relazione di Mons.
Alvaro Leonel Ramazzini, Vescovo di San Marcos in Guatemala, che ci
ha intrattenuto sugli aspetti pastorali del fenomeno migratorio, con
una precisa lettura dei documenti della dottrina sociale della Chiesa.
Per quanto le migrazioni possano risultare utili o addirittura necessarie,
è incontestabile che occorra una politica di prevenzione riguardo
a questo fenomeno: bisogna scongiurare, possibilmente già sul
nascere, i flussi di profughi e gli esodi dettati dalla povertà,
mediante la promozione a livello mondiale dei diritti umani della
persona, una attiva politica di pace che abbatta le tensioni internazionali
e una politica di sviluppo in favore dei poveri. È questo,
ha concluso il relatore, il grandioso scenario che Giovanni Paolo
II ci prospetta, in una dimensione davvero globale, nell'enciclica
Sollicitudo Rei Socialis: "Alla fine del secondo millennio dell'era
cristiana, la Chiesa si rivolge a tutti coloro che hanno a cuore le
sorti dell'umanità perché si uniscano in un comune impegno
per la sua elevazione materiale e spirituale. Tale sollecitudine per
l'uomo può portare non solo al superamento delle tensioni internazionali
e alla fine del confronto fra i blocchi, ma può anche favorire
il nascere di una solidarietà universale soprattutto nei riguardi
dei Paesi in via di sviluppo. Infatti la solidarietà ci invita
a vedere l'altro - persona, popolo o nazione - non come uno strumento
qualsiasi, ma come un nostro simile, un aiuto, da rendere partecipe,
al pari di noi, al banchetto della vita, a cui tutti gli uomini sono
ugualmente invitati da Dio".
Le dodici sessioni del Convegno erano strutturate in maniera tale
da favorire l'attivo coinvolgimento dei partecipanti: alle riflessioni
dei relatori, sono seguiti momenti di dialogo, riflessione personale
e lavoro di gruppi, divisi per Regione geografica e anche in gruppi
misti.
Particolarmente importanti sono stati gli argomenti di riflessione
esaminati nei gruppi di studio, come: "Impatto della globalizzazione
sul fenomeno migratorio: tendenze e sfide"; "Traffico di
migranti e rifugiati"; "Criteri pastorali alla luce della
Dottrina sociale della Chiesa"; "Esperienze nel campo della
pastorale migratoria"; "Criteri-guida alla luce dei Diritti
umani"; "Prospettive di pastorale migratoria nel contesto
della globalizzazione".
Le riflessioni emerse dal Convegno sono state sintetizzate e rilanciate
in un Messaggio finale che i partecipanti hanno voluto indirizzare
ai migranti e alle loro famiglie, per le quali riaffermano l'impegno
di lottare per i loro diritti; alle Chiese particolari, alle quali
chiedono di sviluppare una cultura dell'accoglienza e dell'integrazione
ecclesiale dei migranti; e alle istituzioni governative, alle quali
raccomandano di ratificare, quanto prima, la Convenzione internazionale
per la protezione dei diritti di tutti i lavoratori migranti e delle
loro famiglie, e a proteggere gli sfollati interni, i rifugiati e
quanti chiedono l'asilo politico.
Sono invece in via di elaborazione le acquisizioni dei Gruppi di studio
che riguardano le proposte circa la sensibilizzazione, la solidarietà
e l'integrazione dei migranti, che i convegnisti intendono rivolgere
alla società civile, ai Governi, alla Chiesa e agli stessi
migranti.
Esse riguardano soprattutto le tendenze in atto in fatto di emigrazione
(dal modello di sviluppo economico, alle politiche migratorie, alla
frequente violazione dei diritti umani dei migranti, e all'impatto
socio-culturale delle migrazione), nonché le sfide che il fenomeno
migratorio ci pone: la solidarietà con i migranti, i rifugiati
e gli sfollati, la formazione e l'informazione, la promozione umana
e culturale. È stato un Convegno particolarmente ricco
di riflessioni, con un esame attento degli attuali problemi sociali
dell'America Latina, e con intelligenti prospettive di pastorale migratoria
nel continente americano.
Viviamo, ormai irreversibilmente, in un villaggio globale. L'idea
di mondializzazione fa paura a molte persone, perché destinata
a mettere in questione l'identità e la dignità di formazioni
intermedie, dalla famiglia allo Stato, alla Chiesa stessa e alle diverse
aree culturali, con la loro storia e i loro modelli di vita. È
anche vero però che la globalizzazione rende possibile la realizzazione
di una vera "famiglia umana", di un "bene comune del
genere umano" e la realizzazione di un sistema di relazioni,
in cui la solidarietà e la corresponsabilità acquistano
dimensioni universali. È questo il grande tema e la grande
aspirazione di una Chiesa che vuole essere compagna di viaggio dell'intera
famiglia umana e testimone del Vangelo di fronte a tutti gli uomini.
|
 |
| Tutti i testi proposti in
questa sezione possono essere utilizzati liberamente. Si richiede
solamente di citare l'Agenzia Fides come fonte. |
|
|
|