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Il papiro egiziano "Bodmer VIII"
GIANFRANCO RAVASI
da l'Osservatore Romano del 25 ottobre 2003
Cologny è un delizioso sobborgo di Ginevra: chi vi accede ha di solito una meta ben precisa da raggiungere. Al numero civico 19-21 di route du Guignard si erge il palazzo della «Bibliotheca Bodmeriana» che custodisce, oltre a uno dei rarissimi esemplari della Bibbia di Gutenberg e a testimonianze autografe di grandi scrittori dell'Occidente, una straordinaria raccolta di papiri e codici greci e copti dei primi secoli cristiani.
Il 10 giugno 1969 il fondatore di quella biblioteca, lo svizzero Martin Bodmer, che era stato vicepresidente della Croce Rossa durante la Seconda Guerra Mondiale, scese a Ginevra e si presentò a Paolo VI, che allora era in visita a un organismo dell'Onu, e gli offrì un piccolo fascio di fogli di papiro che costituivano originariamente due quaderni di fogli doppi piegati in due per un totale di 36 pagine ciascuno recante da 17 a 19 linee scritte in greco.
Era il celebre Papiro Bodmer VIII, noto agli studiosi con la sigla P72. Paolo VI, ritornato a Roma, donò quel prezioso documento — il più antico esemplare delle due Lettere neotestamentarie di san Pietro — alla Biblioteca Vaticana. Era il 28 giugno 1969.
Ora c'è la possibilità veramente unica di poter conservare anche nella propria libreria una copia perfetta su papiro di quel testo, proprio come è accaduto ai Cardinali riuniti a Roma nei giorni scorsi a celebrare il XXV di Pontificato di Giovanni Paolo II: a ciascuno di loro, infatti, il Santo Padre ha voluto riservare questo dono.
L'edizione in 980 esemplari, curata dalla Biblioteca Apostolica Vaticana e dalla Testimónio Compañía Editorial di Madrid, comprende, oltre alla teca coi papiri, un importante volume-guida per l'analisi di questo gioiello, il tutto inserito in un sontuoso cofanetto solennemente siglato dalla titolatura latina Beati Petri Apostoli Epistulae (Papiro Bodmer VIII). C'è persino un cartoncino segnaletico che permette, anche a chi non è assuefatto alla paleografia greca, di ricomporre l'ordine dei bifogli o fogli di papiro qualora l'esame li avesse tra loro confusi.
Ma è soprattutto attraverso il volume-guida che è possibile riscoprire i segreti di questa antichissima testimonianza delle origini cristiane, fiorita nel III sec. (secondo l'ipotesi formulata nel 1959 dal primo editore di questo documento, Michel Testuz).
Dopo una breve premessa del Bibliotecario di Santa Romana Chiesa, il Card. Jorge Mejía, stesa in un latino raffinato ma limpido, è innanzitutto il Card. Joseph Ratzinger a sollevare il velo su questo «frammento del mondo della fede» dei primi tempi cristiani. Una fede allora minoritaria, in certi ambiti persino «catacombale», essendo ancora in vigore l'impero romano col suo apparato religioso ufficiale. Una fede, però, già vivace se si pensa che questi fogli sono contemporanei del celebre monaco Antonio, l'eremita delle aspre solitudini del deserto egiziano.
L'Egitto è, infatti, la patria di questo manoscritto, come attestano non solo certi errori del copista che rivela una conoscenza piuttosto incerta della lingua greca in cui sono state composte le due lettere ma anche lo stesso affiorare di una parola copta a margine del testo petrino e la presenza di imbarazzi ortografici causati dalla fonetica di quella lingua egizia.
Il Card. Ratzinger legge questo documento da una prospettiva molto originale, quella del suo possessore, un membro benestante della comunità cristiana di Egitto: «possiamo supporre che egli volesse ascoltare proprio la voce dell'Apostolo al quale il Signore aveva detto: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa», ritrovando così le radici e la sostanza della sua fede. Originariamente i papiri facevano parte di un codice più ampio, una sorta di antologia ove, accanto alle lettere di Pietro, a quella di Giuda e ai Salmi 33 e 34, s'allineavano altre testimonianze della letteratura cristiana dei primi secoli. Si ha, così, continua il Card. Ratzinger, la possibilità di «intuire qualcosa della pietà personale di un cristiano vissuto nell'Egitto del III secolo».
Ma è soprattutto il Card. Carlo M. Martini a ripercorrere l'intera vicenda testuale, storica e contenutistica del documento. È, questa, la sua prima ripresa dell'antica attività scientifica che in passato gli aveva assegnato una fama internazionale: dopo il lungo ministero pastorale a Milano, il Cardinale riprende infatti in queste pagine le vesti del critico testuale e delinea in modo nitido l'avventura vissuta da questi fogli apparentemente così fragili ma capaci di attraversare i secoli.
La sua analisi delle peculiarità testuali del Papiro Bodmer VIII segnala le non poche lezioni «singolari» offerte da questo manoscritto. Si pensi, ad esempio, alla sorprendente variante dell'autodefinizione che Pietro offre nella sua prima lettera come «testimone delle sofferenze di Dio» (5, 1), mentre negli altri codici si legge «testimone delle sofferenze di Cristo»: forse siamo in presenza di una traccia della cristologia dell'ambito in cui viveva il copista.
La minuziosa recensione testuale del papiro, che comunque non rivela segni di diversità notevoli rispetto alla successiva documentazione a noi giunta, approda all'edizione critica vera e propria delle due lettere petrine coi relativi apparati e con la versione latina della Nova Vulgata (1986) a fronte.
Tuttavia Martini vuole anche condurre il lettore all'interno del messaggio che sboccia da quelle righe riferite dalla tradizione a Pietro, la figura più citata nel Nuovo Testamento dopo Gesù (154 volte appare come Pietro, 27 come Simone e 9 come Kefa). In realtà gli studiosi hanno fatto notare che la prima lettera — da collocare forse verso la fine del I sec. («già si guarda indietro ai tempi delle origini ormai un po' lontani») — è composta in un greco elegante e raffinato (62 parole sono del tutto inedite rispetto al resto del Nuovo Testamento) e si rivela convergente su alcuni temi paolini come la grazia, l'elezione, la libertà cristiana, il culto spirituale, la concordia comunitaria, i carismi, la sottomissione alle autorità civili.
Certo, il titolo non esita a introdurre Pietro, «apostolo di Gesù Cristo», il quale però scrive per mezzo di un segretario, Silvano, forse quel Sila che fu anche collaboratore di Paolo (5, 12): a lui sarebbe forse da ricondurre la redazione finale di questo scritto che è «un messaggio di incoraggiamento evangelico e di esortazione» a una comunità ecclesiale emarginata nel contesto sociale pagano.
Esso è, però, anche «una sintesi creativa di molti strati del pensiero cristiano primitivo». La stella polare è sempre Cristo celebrato come l'agnello sacrificale, la pietra vivente, il servo sofferente del Signore cantato da Isaia, il pastore e custode delle nostre anime.
Sulla sua scia si muove la Chiesa raffigurata attraverso due simboli apparentemente antitetici, quello sedentario della casa (óikos) fatta di pietre viventi, e quello nomadico dell'essere «fuori casa» (paroikía), ossia in marcia, in pellegrinaggio sui sentieri della storia, sentendo spesso su di sé l'alito caldo del male: «Il vostro avversario, il diavolo, s'aggira come un leone ruggente, famelico di preda da divorare» (5, 8). Eppure essa tiene sempre accesa la fiaccola della fiducia, pronta com'è — anche in situazioni di isolamento — a «rispondere a chiunque domandi ragione della sua speranza, con dolcezza, rispetto e coscienza limpida» (3, 15-16).
Profondamente differente per linguaggio, stile e temi è la Seconda Lettera di Pietro, più affine a quella di Giuda, che pure è conservata nel codice completo bodmeriano ove sono collocate le due lettere petrine. In queste pagine, composte verso la fine del I sec. o poco oltre, simili a un testamento, si ha la consapevolezza dell'esistenza ormai codificata dell'epistolario paolino (3, 15-16) e si conosce pure la Prima Lettera di Pietro (3, 1).
Siamo, quindi, in una fase storica successiva rispetto ai primi tempi apostolici. In filigrana emerge un ritratto di Chiesa in crisi interna a causa dell'irrompere di falsi maestri che generano smarrimento e disorientamento tra i fedeli coi loro «miti sofisticati» (2, 16) di taglio esoterico, con le loro «eresie rovinose» (2, 1), forse di impronta gnostica (per sette volte ricorrono i vari vocaboli della gnosis, la «conoscenza» riservata solo agli eletti) e con la loro prassi libertina che intreccia «discorsi roboanti» a «passioni licenziose» (2, 18-22).
L'autore sacro per bollare questi corruttori ricorre a immagini bibliche corpose e veementi come quelle del cane che torna al suo vomito e della scrofa appena lavata che ancora si avvoltola nel brago.
Ma su questo panorama cupo si leva alta la luce della speranza nella parousía, la venuta definitiva di Cristo a suggello della storia. La Chiesa, allora, «rivolge la sua attenzione alla parola profetica come a lampada che brilla in luogo tenebroso, finché non spunti il giorno e la stella dell'aurora si levi nei nostri cuori» (1, 18-19).
Il Card. Martini conclude la sua introduzione trasferendo il messaggio delle due lettere all'oggi in cui spesso «la Chiesa non ha più un riconoscimento ufficiale pubblico di indiscussa autorità ed è immersa in un mondo segnato dal paganesimo». Si può, così, ramificare nel cristiano non solo l'illusorietà di nuove dottrine simili a un eccitante spirituale ma anche il gelo dello scoraggiamento.
È per questo che i due scritti petrini ripropongono con vigore «tutti i temi centrali della predicazione cristiana e soprattutto quel centro che è il Cristo crocifisso e risorto».
Così, questi fogli bruniti dai secoli, affidati a un materiale così remoto e diverso dalle nostre pagine elettroniche, sembrano ancora fremere di vita. È la vita della Parola sacra che sempre ci interpella, ci consola ma anche di stimola e ci inquieta, proprio come suggeriva il filosofo cristiano ottocentesco Soeren Kierkegaard quando nell'opera Malattia mortale scriveva: «Non sapete che l'essere cristiani è l'inquietudine più alta dello spirito? È l'impazienza dell'eternità, un continuo timore e tremore acuito dal trovarsi in un mondo perverso che crocifigge l'Amore».
Tutti i testi proposti in questa sezione possono essere utilizzati liberamente. Si richiede solamente di citare l'Agenzia Fides come fonte.
 
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