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Egidio Picucci
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da l'Osservatore Romano del 24 ottobre
2003 |
Al termine di una memorabile udienza concessa alla vigilia dell'Epifania
del 1959 alla comunità dell'allora «Propaganda Fide»,
il beato Giovanni XXIII, rievocando i suoi primi passi come Presidente
delle Pontificie Opere Missionarie in Italia, confidò quale
fosse il metodo da lui usato nella recita del Santo Rosario. «Quando
ero Delegato Apostolico in Bulgaria, Turchia e Grecia — disse
— pregavo molto per quelle nazioni. Quando fui nominato Nunzio
in Francia, dovevo ricordare naturalmente la “figlia primogenita”
della Chiesa. Eletto Patriarca di Venezia, era obbligo ricordare tutta
la diocesi, senza però dimenticare le precedenti nazioni. Ora
che sono Papa... debbo pregare per tutte le nazioni del mondo, ma
le preghiere sono sempre le stesse: il Breviario e il santo Rosario.
Non posso moltiplicare le preghiere col moltiplicarsi delle responsabilità,
quindi ora faccio così: recito il Rosario missionario, ricordando
nelle varie decine l'Europa, l'Asia, l'Africa, l'America e l'Oceania».
Un Rosario del genere non era una realtà nuova, dato che il
Cardinale Fumasoni Biondi, Prefetto di «Propaganda Fide»,
aveva benedetto e approvato il Rosario missionario qualche tempo prima,
dicendo di ammirare «l'ingegnosa maniera di dare alle persone
una coscienza missionaria attraverso la crociata mondiale del Santo
Rosario missionario», usato anche da lui.
Com'è noto, il Rosario missionario, nato da un'idea del noto
Vescovo americano Fulton Sheen, che inizialmente lo pensò come
una preghiera per i vari continenti, si compone di una corona che
ha le cinque decine di colore diverso, legato a situazioni antropologiche
o geografiche: bianco per l'Europa, dove risiede il Papa; giallo per
l'Asia, Paese abitato dalla razza di questo colore; verde per l'Africa,
a motivo delle sue foreste; rosso per l'America, in ricordo dei pellirosse;
azzurro per l'Oceania, dispersa nell'immenso Oceano Pacifico. Così
visto e così recitato, il Rosario è uno splendido arcobaleno
di pace che avvolge il mondo e gli garantisce la protezione della
Madonna. Anche perché, visto che nel mondo «civilizzato»
la sua recita sembra in crisi — non per nulla Giovanni Paolo
II ha invitato alla sua riscoperta in questo Anno del Rosario —
nel mondo in via di sviluppo esso è da sempre il famoso Breviario
del popolo, recitato con frequenza e devozione.
In India lo si recita la domenica nei luoghi in cui il sacerdote non
può recarsi regolarmente per celebrare la Santa Messa; nello
Sri Lanka da oltre trent'anni è recitato giorno e notte a braccia
alte dai religiosi Rosariani (maschili e femminili), fondati da P.
Thomas, oblato srilankese. Nel Viêt Nam è tuttora facile
incontrare donne che portano il Rosario al collo, così come
era facile anni fa vedere sui canali barche di pescatori su cui, mentre
una donna anziana recitava il Rosario ad alta voce, i figli manovravano
i remi o tiravano le reti. Nelle Filippine il Rosario è la
«devozione nazionale».
Anni fa un re delle isole Samoa, invitato a posare per una foto destinata
a una rivista americana, volle tenere il Rosario in mano come uno
scettro, «perché — disse — si deve vedere
che io sono cattolico». Nella missione di Larantoeca, nella
parte orientale delle isole Flores, il Rosario — divulgato dai
Domenicani — fu recitato per 250 anni dalla Confraternita presieduta
da una donna (toekans) mentre i missionari erano assenti. L'ultima
toekans morì nel 1929.
In Giappone il Rosario è entrato prima dell'arrivo dei missionari,
introdotto da un mercante portoghese sbarcato nell'isoletta di Tanehashima.
Egli lo recitava, meravigliando così profondamente il nobile
Otomo Yoshishige che gli chiese informazioni sul cattolicesimo e,
all'arrivo del Saverio, si fece battezzare, divenendo un appassionato
propagatore di questa preghiera. Durante la lunga assenza dei missionari,
il Rosario mantenne viva la fede, come essi constatarono al loro ritorno
dopo due secoli. Buona parte dei martiri locali canonizzati apparteneva
alla Confraternita dei Rosario, le cui «corone» sono conservate
nel Museo Atomico «Dottor Nagai» in Nagasaki. Tra questi
c'è anche la corona della signora Maria Midori, sposa di Takashi
Nagai, autore del libro La corona del Rosario, nel quale è
riportata una sua frase abituale: «Il Rosario in ogni luogo,
in tutti i tempi, in tutte le necessità».
Gli africani non sono da meno degli orientali, giacché molti
di loro portano la corona al collo e sono numerosi i luoghi in cui
essa si recita quotidianamente. Quando le corone erano rare, nel Lesotho
i cattolici contavano le Ave Maria gettando cinquanta pietre in un
secchio, mentre le voci ne coprivano il rumore cupo e continuo.
Negli Stati Uniti un tempo fu in auge la Crociata del Rosario in famiglia,
mentre i Colombiani meritarono un elogio da Pio XII nel radiomessaggio
Entre los primeros, del 19 luglio 1946, in occasione del Congresso
Nazionale Missionario. In Nicaragua è molto conosciuto l'atabal
di Granata, un rito che si ripete durante la notte dei sabati di ottobre,
ritmati da un festoso rullio di tamburi che accompagnano un quadro
della Madonna in processione, interrotta di tanto in tanto perché
la gente possa recitare il Rosario o intonare canti mariani.
In Argentina le città di Rosario e di Nuova Pompeya sono sorte
attorno a una cappella dedicata alla Madonna del Rosario, mentre in
Brasile è ancora molto diffuso «o canto do terço»,
il canto dei Rosario, la cui composizione sembra risalire ai primi
tempi dell'evangelizzazione del Paese.
Padre Servanto, missionario a Futuna (Oceania) verso la metà
dell'800 scrisse che «gli isolani stimano il rosario come, nel
mondo, si stima una fortuna». Allorché Leone XIII regalò
una corona alla regina, per la cui consegna venne convocata tutta
la corte, molti si convertirono al cristianesimo.
Il gruppo delle Isole Caroline (Oceania occidentale), grazie ai missionari
cappuccini divenne (e in parte resta) il prototipo della «missione
del Rosario», tanto che uno di loro scrisse: «La recita
della corona costituisce la preghiera giornaliera, e le famiglie si
riuniscono in una casa per recitarla in comune». «Vicino
alla scuola di Holy Cross al centro dell'Alaska — ha scritto
un missionario gesuita — vi è su una collina una grande
statua della Madonna, sotto il cui sguardo tutti i sabati si riuniscono
gli alunni per la recita del rosario. Nel mese di maggio, poi, ogni
sera si forma una processione che si dirige verso la statua della
Vergine cantando e pregando ad alta voce». Tra le popolazioni
bianche del sud, il famoso P. Patrick Peyton lanciò una crociata,
coinvolgendo quasi tutte le famiglie che si impegnarono per scritto
alla recita quotidiana del Rosario.
Al Congresso Mariologico di Lisbona (5 agosto 1967), Jean Guitton,
nella prolusione al tema Il mito e il mistero di Maria, premesso che
il mito è un prodotto umano, mentre il mistero è un
dono divino, disse che la Vergine è un luogo privilegiato dei
miti più puri. Nello stesso tempo è il legame dei misteri
più alti, in quanto in lei trova la sublimazione l'insieme
delle aspirazioni della esistenza a uno stato più perfetto.
Nella idea della Vergine i miti si sublimano in misteri. Lo stesso
Jean Guitton ha notato che, a differenza del mito che non ha profondità,
il mistero ci invita a un progresso incessante perché esso
sfocia in un altro mistero nel quale si compie. Ciò si applica
particolarmente al mistero di Maria, che è tutto relativo al
mistero di Cristo, il quale poi fa entrare nel mistero di Dio. In
questo senso la meditazione sul mistero di Maria è in se stessa
una evoluzione e al suo termine una trasfigurazione dove la Madre
si annienta davanti al Cristo solo, di cui è l'umile ancella
nella fede.
Anche per questo Ella è la Regina degli umili, dei dimenticati,
dei poveri, come generalmente sono i popoli evangelizzati dai missionari,
di cui è modello, e dai quali è invocata con la propria
gente con le parole di Padre Bissainthe, un sacerdote di Haiti: «Nostra
Signora del mondo nero, dei mondo giallo, del mondo bianco, del mondo
rosso, di tutti i mondi: Nostra Signora di tutti gli uomini, la nostra
terra vi canterà stasera». |
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