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Marco Impagliazzo
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da l'Osservatore Romano del 17 gennaio
2003 |
L'udienza del Papa al Corpo Diplomatico all'inizio del nuovo anno
si è svolta all'insegna della fiducia nel futuro e nell'uomo.
Di fronte ai preoccupanti scenari internazionali e ai gravi problemi
che affliggono tante popolazioni del mondo, Giovanni Paolo II ha nuovamente
voluto dare voce all'invito che, dal 22 ottobre 1978 fino a oggi,
risuona con straordinaria continuità nelle sue parole, anche
se in situazioni diverse: "Non abbiate paura!".
A un mondo preso dal "sentimento di paura che dimora sovente
nel cuore dei nostri contemporanei", il Papa lancia quindi
un messaggio preciso, caratterizzato dalla speranza e sostenuto
dalla forza della fede: "Tutto può cambiare". Tale
speranza è fondata sull'uomo: "Dipende da ciascuno di
noi". È un appello rivolto a tutti gli uomini di buona
volontà. Ed è un richiamo alla responsabilità
delle persone e degli Stati. Molti, infatti, innanzi a situazioni
di insicurezza e di angoscia, reagiscono chiudendosi in se stessi
o abbandonandosi alla rassegnazione. Ma per il Papa la persona si
realizza mediante l'amore, "l'uomo afferma se stesso nel modo
più completo donandosi" (Varcare la soglia della speranza,
p. 219). Siamo dunque chiamati a non sfuggire le nostre responsabilità
e, come afferma la Gaudium et Spes, a trasmettere "ragioni
di vita e di speranza". Ribadendo questa convinzione, Giovanni
Paolo II vuole comunicare a tutti che il futuro dell'umanità
non è già scritto, frutto di un presunto destino,
immodificabile e ineluttabile, ma dipende da ogni uomo e da ogni
donna. E così, tutto può cambiare! Si tratta di un
messaggio controcorrente rispetto alla rassegnazione e al senso
di impotenza che attraversa spesso larghi strati della popolazione
oltre a costituire un forte invito alle comunità cristiane.
Un appello che non dimentica i problemi esistenti.
Le parole del Papa ai diplomatici accreditati presso la Santa Sede
appaiono infatti cariche di preoccupazione per un mondo non ancora
pacificato in tante sue parti. Una pressante domanda di pace sale
da tanti popoli in questo anno che inizia. La Chiesa ne ha consapevolezza
da tempo. Sarebbe arduo tentare di contare i discorsi, gli interventi,
le prese di posizione dei Pontefici e della Chiesa in favore della
pace lungo tutto il Novecento, specie nei passaggi più tragici
del secolo appena concluso. La Chiesa si è fatta promotrice
instancabile di una cultura di pace. Lo ha fatto durante le due
guerre mondiali e a fronte di tanti conflitti etnici, razziali,
ideologici, religiosi che hanno colpito il mondo nel XX secolo.
Alcune espressioni sono divenute celebri, come quella di Benedetto
XV sulla guerra definita "inutile strage", o quella di
Pio XII dell'agosto del 1939: "Nulla è perduto con la
pace, tutto può essere perduto con la guerra!". Fino
a Paolo VI quando, all'Assemblea dell'ONU, rivolto ai rappresentanti
di tutte le nazioni, gridò: "Mai più la guerra".
L'impegno a costruire la pace e la giustizia non è mai secondario
per i cristiani. Diviene solidarietà verso i più poveri;
si fa determinazione quotidiana nella difesa della dignità
umana; significa operare per la prevenzione e la risoluzione dei
conflitti. Inoltre, come Giovanni Paolo II ha ricordato nel suo
tradizionale discorso al Corpo Diplomatico, tale impegno deve concretarsi
nel dialogo con tutti i credenti per affermare le ragioni dell'amore:
"Il dialogo ecumenico fra cristiani, e i contatti rispettosi
con le altre religioni, in particolare con l'Islam, costituiscono
il miglior antidoto alle derive settarie, al fanatismo o al terrorismo
religioso".
Ma i cristiani sanno che la pace è anzitutto un dono. È
dono del Signore. Gesù "è la nostra pace",
scrive Paolo agli Efesini. Egli è dono di pace per tutti
gli uomini, come ripetono i cristiani all'inizio di ogni anno. Le
prime parole di Gesù ai discepoli dopo la Resurrezione sono
state: "Pace a voi!". Sì, la pace è dono
di Dio, ma allo stesso tempo essa va costruita giorno per giorno
attraverso le opere della giustizia e dell'amore. Coloro che "fanno
la pace", sono chiamati "figli di Dio". Per questo
anche la preghiera è un aspetto dell'impegno cristiano per
la pace. Proprio un anno fa Giovanni Paolo II invitava ad Assisi
i rappresentanti delle grandi religioni a pregare per la pace.
Il mondo ha nuovamente ascoltato dal Papa un messaggio di pace e
di speranza. Una speranza che non è solo parola chiave della
fede cristiana, ma virtù preziosa che accompagna i credenti
sempre, e, in un certo senso, un profondo motore della vita sociale.
Non sono pochi, tuttavia, coloro che si domandano se oggi sia ancora
possibile nutrire la speranza, mentre altri affermano che la speranza
è una virtù ingenua. Per il cristiano però,
la speranza ha per fonte e per oggetto Dio stesso. Eppure sovente,
nel nostro mondo, si fa fatica a parlare di speranza, e molti sembrano
i motivi per disperare o per vivere rassegnati. La paura, di cui
si parlava sopra, logora la speranza, ogni speranza. Molti si chiedono
come continuare ad avere fiducia nel futuro, quando nel mondo si
assiste a tanta violenza e a tanta guerra, triste compagna della
vita dell'uomo da tempi remoti fino ad oggi. Le considerazioni intrise
di pessimismo sul futuro dell'umanità, spingono molti a guardare
il nuovo anno con rassegnazione, come se niente potesse cambiare.
Ma a costoro il Papa ripete con forza: "Tutto può cambiare".
La speranza cristiana, infatti, non è un'utopia. È
molto di più e tanto diversa: è l'attesa del Regno
di Dio.
Nel suo discorso il Papa ha affermato: "È dunque possibile
cambiare il corso degli eventi", e ha indicato alcuni segni di
cambiamento e di speranza. Quando guarda all'Africa che "offre
oggi l'occasione di rallegrarci" per "l'opera di ricostruzione"
di alcuni Paesi come l'Angola e per "il cammino che potrebbe
portare alla pace" in Burundi. Ma anche quando si rivolge all'Europa:
"Essa ha saputo abbattere i muri che la sfiguravano e si è
impegnata nell'elaborazione e nella costruzione di una realtà
capace di coniugare unità e diversità". Segni diversi
che invitano ad un rinnovato impegno per la pace e per un mondo più
giusto. E che richiamano al "dovere della solidarietà"
che Giovanni Paolo II indica tra le priorità dell'anno appena
iniziato. |
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