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NOTES |
| Una grande lezione ai politici |
Andrea Riccardi
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da l'Osservatore Romano del 16 gennaio
2003 |
Gli
orizzonti del mondo contemporaneo sono cupi per le guerre aperte e
per i venti di guerra che fischiano minacciosi. Le parole del Papa,
nel suo tradizionale discorso al Corpo Diplomatico accreditato presso
la Santa Sede, sono un'indicazione rara, in questo contesto, per una
lettura meno rassegnata e pessimistica del presente. Infatti un senso
diffuso di irrilevanza spinge troppi a rassegnarsi, più o meno
silenziosamente, all'inevitabilità della guerra, all'ineluttabilità
di tanto acute disuguaglianze, all'impotenza a migliorare la condizione
di intere regioni del mondo abbandonate alla miseria e alla disperazione.
Sembra che sia naturale l'esistenza dell'abisso che divide in profondità
l'una parte del mondo dall'altra. Sembra che l'uso della guerra, come
strumento per regolare i conflitti, sia insostituibile. E i più
non possono farci niente: lo dicono e soprattutto lo sentono. Da qui
nasce, allora, quella rassegnazione che si insinua nei singoli, nelle
visioni del mondo, ma anche nella politica dei governi che pure, almeno
in parte, avrebbero la possibilità di agire in senso differente.
Rassegnazione, senso di impotenza, divengono irresponsabilità
verso un mondo che va verso un futuro pesante.
Da Giovanni Paolo II viene un richiamo alle possibilità dei
governi, dei popoli e dei singoli al fine di intervenire sulla scena
internazionale: "Ma tutto può cambiare. Dipende da ciascuno
di noi. Ognuno può sviluppare in se stesso il proprio potenziale
di fede, di probità, di rispetto altrui, di dedizione al
servizio degli altri". Proprio da un Maestro di fede viene
una grande lezione ai politici (anche se non solo a loro): "...tutto
può cambiare" - ha affermato il Papa. Ma quanti si pongono
il problema di cambiare? Certo in maniera graduale, ma tante situazioni
non sono graniticamente immutabili, non possono esserlo.
Il Papa esprime l'auspicio e la speranza di un cambiamento dopo
aver confidato una sua impressione personale ai diplomatici riuniti
per il nuovo anno: "Sono impressionato - ha detto - del sentimento
di paura che dimora sovente nel cuore dei nostri contemporanei".
Ed ha ragione: c'è tanta paura, ci sono differenti paure
che circolano attorno a noi e in noi. Indubbiamente il Papa allude
al "terrorismo subdolo" e alle minacce di guerra. Ma la
condizione di paura è più larga e si riflette nelle
scelte e nei comportamenti, tutti segnati da un profondo realismo.
È quel realismo che, tra sentimenti di paura e modestia di
visione, si sviluppa come se non si potesse cambiare niente, come
se non si dovessero cercare nuove vie di pace, come se si dovesse
accettare passivamente che intere popolazioni siano nella miseria,
senza le cure necessarie, senza la speranza del futuro.
Perché avviene questo? Spesso la politica non è illuminata
da quella speranza cristiana che fa essere audaci nella ricerca
del bene comune del proprio Paese che è, evidentemente, connesso
al bene comune del mondo intero. Infatti miserie troppo grandi saranno
- è certo - terreno di cultura per odi, per nuove violenze.
Se il terrorismo si sviluppa in paesi ricchi (spesso in quel terribile
connubio tra ricchezza e ignoranza), le terre della disperazione
sono già luogo di cultura di manovalanza del crimine e di
ribellione contro chi - spesso davvero a torto - viene imputato
come responsabile della propria esclusione. Il Papa dice chiaramente:
"In un mondo tanto inondato da informazioni, ma che paradossalmente
comunica con tanta difficoltà, e dove le condizioni di esistenza
sono scandalosamente ineguali, è importante non lasciare
nulla di intentato perché tutti si sentano responsabili della
crescita e della felicità di tutti".
Il presidente della Banca Mondiale, Jim Wolfenshon, ha affermato:
"Quando il 20% costituito dai più ricchi della popolazione
del pianeta si spartisce oltre l'80% del reddito mondiale, c'è
qualcosa che non funziona". Sì, c'è qualcosa
che non funziona! E questo qualcosa produce grandi sofferenze e
può generare anche pericolose conseguenze per l'assetto del
mondo contemporaneo. In questo senso bisogna pensare il futuro in
una prospettiva larga e costruttiva. Non possiamo passare da un'emergenza
all'altra senza considerare il meccanismo che produce tali conseguenze
e proiettarci logicamente in un'azione costruttiva. Non possiamo
lasciare l'iniziativa a gruppi di violenti che sfidano la legalità
o ad aggressive minoranze che sabotano la costruzione di un mondo
più equilibrato.
Il mondo contemporaneo, dove sembrano contare solo pochi, ha bisogno
di più attori responsabili: per questo il Papa dice che tanti,
tutti, debbono essere coinvolti per la crescita e la felicità
di tutti. Infatti la realtà dell'universo, dove sembra accentrarsi
in pochi il potere decisionale, consente invece a tanti di prendersi
la loro responsabilità nei più diversi campi. Inoltre
il nostro mondo, nonostante le disuguaglianze, vive di consenso:
tutti vedono tutto con la globalizzazione dei mezzi d'informazione.
In questo senso c'è bisogno di una nuova politica capace
di convogliare le energie del mondo in prospettive costruttive di
pace e di sviluppo. Le reazioni allo stabilizzarsi delle esclusioni
possono essere altamente pericolose e introdurci in un'epoca caratterizzata
da innumerevoli conflitti e da una violenza diffusa. Anche per questo
bisogna sempre più includere il mondo più povero in
una politica costruttiva che miri con decisione e speranza a un
futuro più giusto.
Le parole del Papa sono il succo dell'esperienza di umanità
della Chiesa di Roma, che vive tra il Sud e il Nord, tra l'Est e l'Ovest
del mondo, sensibile alla realtà di tutte le popolazioni, anche
di quelle che non hanno voce. Il discorso al Corpo Diplomatico è
il distillato di questa esperienza storica, che appare un disinteressato,
fraterno e avveduto messaggio ai responsabili del mondo su quelli
che sono i pericoli e le opportunità dell'attuale situazione.
Per la Santa Sede non c'è una politica o una dottrina internazionale
da difendere, non un interesse di parte o di gruppo da promuovere,
ma c'è un mondo da preservare da mali più grandi e da
avviare, con speranza, sulle vie di una situazione politica e economica
più equilibrata. Questa posizione è molto chiara nel
discorso di Giovanni Paolo II. Per questo sono da prendere con grande
attenzione le parole del Papa, quando afferma con convinto senso di
urgenza: "Si impongono pertanto alcune scelte affinché
l'uomo abbia ancora un avvenire: i popoli della terra e i loro dirigenti
devono avere talvolta il coraggio di dire "no"". |
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