il portale congregazione pp.oo.mm. collegio urbano urbaniana fides santa sede
testata banner mongolia
 
 HOME ITALIANO ESPAÑOL ENGLISH FRANÇAIS PORTUGUÉS DEUTSCH CHINESE
Attualità
360° News
Approfondimenti
Dossier
Vita della Chiesa
Statistiche
 
Opinioni
Block Notes
Interviste
Recensioni
 
Multimedia
RadioFides
Fotografie
 
In primo piano
Da non perdere
Le sfide della missione
 
 
Comunicati
Bollettino
 
BLOCK NOTES
La guerra? un arnese del passato
Giorgio Rumi
da l'Osservatore Romano del 15 gennaio 2003
Nessun commentatore, fosse il più critico o distaccato, potrà rinvenire nelle parole del Santo Padre al corpo diplomatico in occasione del consueto scambio di auguri per il 2003, toni di circostanza o accenti accomodanti, di quelli che lasciano il tempo che trovano. Al contrario, il Papa rivolge ai rappresentanti degli Stati un discorso forte ed impegnativo che riguarda la diplomazia come tale, certo, ma anche le classi dirigenti responsabili delle scelte come degli orientamenti complessivi delle politiche nazionali. Addirittura Giovanni Paolo II propone, sul piano metodologico alcuni "imperativi" atti a fronteggiare, anzi a contrastare decisamente la precarietà dell'edificio planetario eretto nella seconda metà del Novecento. Ci sono dei valori irrinunciabili la cui eclissi fomenta le più gravi crisi del nostro tempo, evidenti nel Medio Oriente (Terra Santa e Iraq), le convulsioni sudamericane, i conflitti africani che vanificano tante speranze di sviluppo e di salvaguardia delle persone e dei gruppi sociali.
"Imperativi" dunque, e perciò evidenti di per sé e sottratti ad ogni maldestro tentativo di relativizzazione storica. Sì alla vita e no alla morte: il grido di Papa Wojtyla si sostanzia di indicazioni preziose. La vita è bene fondamentale e presupposto della convivenza. Ciò implica rispetto della persona, integrità delle relazioni familiari, protezione dell'uomo dal concepimento alla morte naturale, con esclusione delle scorciatoie del divorzio, dell'aborto e dell'eutanasia, oltreché del tecnicismo avventuristico della biologia. È su questo radicale fondamento che si situa la condanna della guerra, nemica primaria della vita. No all'egoismo e rispetto del diritto corroborano il rifiuto della guerra, che in nessun modo può essere confuso come acquiescenza al male, come rassegnato approdo ad un soggettivismo dei valori e dei comportamenti. La pace è la premessa per un rinnovamento delle relazioni sociali e statuali. Essa risulta assai esigente richiedendo un tenace esercizio della ragione. Ecco allora che la guerra, ben lungi dal tristo aforisma che la vorrebbe continuazione della politica di pace con altri mezzi, si fa irreparabile lacerazione dei rapporti umani, attentato quasi incontenibile alle persone, magari suddite incolpevoli di regimi bellicosi, di ambizioni ideologico settarie. Proprio i costi pagati per l'abbattimento dei totalitarismi del Novecento - che nessuno certo rimpiange - ci fa avvertiti della necessità di comporre preventivamente un ordine mondiale che emargini il ricorso alle armi dall'orizzonte praticabile della politica. La guerra va riposta fra gli arnesi del passato, proprio come è toccato a tante altre esperienze umane che nessuno possa o voglia riproporre.
Ma non è questa la sola sfida che la contemporaneità rivolge alla politica. L'Europa, felicemente più stabile ed aperta al contributo delle nazioni sorelle di un Est libero e democratico, non può dimenticare le sue radici. La storia ci insegna quanto esse siano varie e complesse, ma non si può dimenticare che il "cristianesimo occupa un posto privilegiato avendo dato origine ad un umanesimo" caratterizzante tutta la sua fisionomia. Papa Wojtyla ne rispetta la laicità istituzionale, ma chiede che la sua carta costituzionale riconosca "la libertà religiosa nella sua dimensione non solo individuale e cultuale ma pure sociale e comunitaria", la consultazione e il dialogo tra i governi e le comunità dei credenti, il rispetto dello statuto giuridico delle chiese e delle istituzioni religiose. Solo a queste condizioni si può giungere davvero a "un'Europa di tutti!".
Agli Stati, come ai singoli e ai gruppi sociali, compete questo rinnovamento, che richiede anche creatività ed impegno. L'indipendenza degli Stati esige, ai giorni nostri, di elevarsi in interdipendenza, per cui il vicino non è un potenziale nemico, ma un amico ed un fratello. È questo, in certe aree, come il Medio Oriente, ancora un traguardo, ma quei "due popoli, quello israeliano e quello palestinese, sono chiamati a vivere fianco a fianco, ugualmente liberi e sovrani, rispettosi l'uno dell'altro".
Torna, nelle parole di Giovanni Paolo II, il richiamo alla legge naturale. Il Papa è ben consapevole che questa espressione è dibattuta in ambito accademico, ma la sua non è una prescrizione, quanto l'appello a una grande tradizione culturale, da cui sono pur sortiti sia lo Ius gentium che i primordi del diritto internazionale dell'età moderna. È dunque una lezione imprescindibile, uno stile relazionale che troppo in fretta è stato accantonato ma che conserva efficacia comunicativa e nobiltà culturale. Essa ci insegna tuttora che anche le relazioni internazionali non possono essere esenti dal vaglio di una rigorosa etica comunitaria e sottratte - possiamo ben sperarlo - alle solitudini dell'isolamento e della forza.
Tutti i testi proposti in questa sezione possono essere utilizzati liberamente. Si richiede solamente di citare l'Agenzia Fides come fonte.
 
Index
Palazzo "de Propaganda Fide" - 00120 - Città del Vaticano Tel. +39-06-69880115 - Fax. +39-06-69880107 - e-mail: fides@fides.va © AGENZIA FIDES