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Riccardo Barile
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da l'Osservatore Romano del 11 gennaio
2003 |
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Il Rosario nella storia: dagli inizi al
consolidamento della sua attuale struttura
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È quasi impossibile
ripercorrere con esattezza i passaggi che portarono alla odierna struttura
del Rosario. Si può invece seguire la nascita e lo sviluppo
dei motivi di fondo, che interagirono dando origine a una sintesi
di senso e a un metodo di preghiera.
Anzitutto la preghiera continua spesso si condensò in una
formula breve. Al riguardo è noto il suggerimento di ripetere:
"O Dio vieni a salvarmi, Signore, vieni presto in mio aiuto"
(Sal 69, 2; Cassiano, Conferenza 10, 10), oppure l'esortazione:
"Respirate sempre Cristo" (S. Atanasio, Vita di Antonio
91, 3), da cui evolverà l'esicasmo.
La ripetizione portò alla preghiera numerica, poiché
ripetizione e tempi d'attesa indeterminati sono ansiogeni, mentre
un numero dà termine e compimento.
La preghiera numerica portò al senso del numero: quante formule
e in riferimento a che cosa? La risposta fu: in riferimento al Salterio.
Collegata a questa intuizione ne nacque un'altra, la sostituzione,
nel senso che un determinato numero di formule brevi sostituì
i Salmi. La prassi si rafforzò soprattutto quando un numero
crescente di soggetti non erano più in grado di accedere
al Salterio. Si ebbe così la sostituzione del Salterio con
150 formule, o la sostituzione delle ore canoniche attraverso un
numero variante di Pater e Ave per ognuna. In un latino maccheronico
si disse: "Qui non potest psallere debet patere / chi non può
recitare i Salmi deve recitare dei Pater" (cfr Meersseman,
Ordo fraternitatis III, pp. 1444-1445).
Con la tendenza numerica, si affermò nella preghiera l'attenzione
ai "misteri" di Cristo. Già presente nei Padri,
la devozione all'umanità di Cristo per alcuni deriverebbe
dall'adorazione della Croce al Venerdì Santo, caricata sempre
più di risonanze affettive e mariane. Di questa triplice
tendenza - misteri di Cristo, dimensione mariana, risonanze affettive
-, in vista del Rosario interessano due realizzazioni: i Salteri
mariani e le meditazioni sulla vita di Cristo.
I Salteri mariani iniziarono nel secolo XII in alcune comunità
cistercensi con l'uso di aggiungere ai Salmi un'antifona mariana.
Da qui la tendenza a editare le sole antifone e a comporre direttamente
dei Salteri mariani, come quello attribuito a S. Anselmo d'Aosta
( 1213), con 150 antifone ritmiche derivate dal versetto di
un salmo.
Quanto alle meditazioni, un qualche anticipo della struttura rosariana
si trova nelle Meditazioni sulle gioie della Santa Vergine del cistercense
Stefano di Sallay ( 1252), che propone un esercizio di preghiera
di 15 "gioie" mariane divise in tre sezioni. Se il numero
15 e le gioie collegano lo scritto al Rosario, la complessità
e la lunghezza ne segnano la differenza. Più decisive quanto
allo spirito del Rosario furono le Meditaciones vite Christi, degli
inizi del 1300, attribuite a S. Bonaventura e ora a Giovanni de
Caulibus e disponibili in edizione critica al volume 153 del CCCM.
Le meditazioni sulla vita pubblica di Gesù iniziano con il
battesimo e si concludono con l'ultima cena (capp. 16-73) e c'è
attenzione alla presenza di Maria: a Lei Gesù chiede la benedizione
prima del ministero pubblico ricevendone la risposta: "Và,
con la benedizione del Padre e la mia" (p. 173, 9-10); a Lei
nella cena di Betania (cap. 72), anche se "la Scrittura non
ne parla" (p. 240, 2-3), Cristo rivela l'imminenza della passione
e a Lei appare risorto (cap. 82) salutandola: "Salve sancta
parens" (p. 301, 28-29). Più determinante per il Rosario
fu la Vita Jesu Christi e quattuor Evangeliis et scriptoribus ortodoxis
concinnata o Vita di Cristo di Ludolfo di Sassonia ( 1377),
pubblicata a Strasburgo 1474 e che raggiunse in poco tempo 88 edizioni
latine. L'autore, domenicano e poi certosino, con ampiezza di schema
(dalla generazione del Verbo alla parusia), con citazioni di Padri
e di autori medievali, con la conclusione orante di ogni capitolo,
contribuì a radicare stabilmente il riferimento ai misteri
di Cristo nella preghiera personale.
Mutarono anche le formule. All'inizio la più usata fu il
Padre nostro, tanto che Paternoster designava lo strumento per contare
le preghiere. Poi per vari fattori - compresa la traduzione dell'Akáthistos
in latino verso il secolo IX - cominciò a prevalere l'uso
dell'Ave, come testimoniano S. Pier Damiani ( 1072) e un sinodo
parigino del 1200 circa, che al Pater e al Credo aggiunse l'Ave
quale preghiera quotidiana da insegnare al popolo (PL 145, 564;
Mansi 22, 681). Si formò così un "Rosario"
di 50 Ave e un "Salterio" di 150 Ave, che già nel
secolo XIII era recitato da singoli o da gruppi devoti come il Beghinaggio
di Gand.
Quanto allo strumento, in antico Palladio narra di un certo Paolo
che recitava 300 formule al giorno raccogliendo "altrettante
pietruzze che teneva in seno e gettandone fuori una per ogni preghiera"
(Storia lausiaca 20, 1). Poi ci si servì di una corda a nodi,
che alcuni ipotizzano si sia affermata, tramite la Spagna, per influsso
della corda annodata - la subha o tashbì - che nell'islam
serviva e serve per contare i 99 Nomi divini e per sostenere il
dikr, cioè il ricordo del Nome: non è possibile dimostrare
tale derivazione ma è bello pensare che sia vera. Tra i cristiani
d'Oriente si affermò un'analoga corona di corda o lana denominata
kombológion o komboskoínon (kómbos in greco
significa nodo).
In ultimo l'influsso del teatro come animazione liturgica e poi
come rappresentazione dei misteri fuori della liturgia fondò
l'aspetto immaginifico della meditazione e il riferimento visivo
del Rosario: il quadro o le immagini di un libro.
Il convergere di tutti questi fattori postulava un metodo di preghiera
che li semplificasse e li armonizzasse. Ciò avvenne con tre
interventi decisivi anche se non coordinati.
Il primo fu la divisione del Salterio delle 150 Ave in 15 decadi,
precedute ognuna da un Pater (all'epoca l'Ave non comportava l'attuale
seconda parte né argomenti da meditare). L'operazione è
attribuita al certosino Enrico Egher di Kalcar ( 1408), che
altri e non lui fanno risalire a un suggerimento della Madonna.
La divisione era felice perché conservava il 150 - il Salterio
- e ne spezzava la lunghezza adottando lo schema decimale, il più
ovvio perché basato sulle dita delle mani.
Il secondo intervento risale al certosino Domenico di Prussia (
1460), che, partendo dal rosario delle 50 Ave, unì una clausola
al nome di Gesù variante per ognuna, componendo un rosario
ininterrotto di 50 Ave e 50 clausole e ispirandosi a un opuscolo
che riassumeva la Vita di Cristo di Ludolfo. Tale rosario era lo
specchio e l'equilibrio perfetto del suo tempo e forse un equilibrio
assoluto. Infatti non sostituiva né la liturgia né
la Scrittura; univa l'ispirazione della preghiera numerica con la
meditazione dei misteri di Cristo; concedeva spazio a ciò
che, commovendo, poteva suscitare devozione (14 clausole all'infanzia,
23 alla passione, solo 7 alla gloria); restava aperto a tutta la
vita di Cristo con 6 clausole sulla vita pubblica: Gesù,
"che Giovanni battezzò nel Giordano, mostrandolo a dito
come l'agnello di Dio / che digiunò per quaranta giorni nel
deserto e che Satana tentò per tre volte / che, radunati
i discepoli, predicò al mondo il regno dei cieli / che rese
la vista ai ciechi, risanò i lebbrosi, curò i paralitici
e liberò quanti erano oppressi dal diavolo / i cui piedi
Maria Maddalena lavò con le lacrime, asciugò con i
capelli, baciò e cosparse di unguento / che risuscitò
Lazzaro morto già da quattro giorni e anche altri morti".
L'intervento decisivo fu però del domenicano bretone Alano
de la Roche ( 1475), che stabilizzò il Rosario assumendolo
anche come strumento pastorale. Allo scopo istituì la prima
confraternita tra il 1464 e il 1468, approvata dall'ordine domenicano
il 16.5.1470: si trattava di antiche confraternite che Alano rivitalizzò
dando loro la preghiera del Salterio mariano, rinvigorendole con
la predicazione e un nuovo impulso. Tutto ciò rese continua
nel tempo una preghiera che forse, da sola, sarebbe morta con i
suoi ispiratori. Alano conosceva e raccomandava molti rosari o salteri,
con Pater o con Ave, solo cristologici o solo mariani, con clausole
o senza. Preferiva però le 15 decadi in funzione dei 15 Pater
che, secondo una credenza, in un anno onoravano le ferite della
passione del Signore, che sarebbero state 5.475, cioè 365
(i giorni dell'anno) per 15. Alano insisteva sul Salterio: ogni
giorno i confratelli dovevano pregare con 150 formule ed evitare
il più possibile il termine rosario che allora sapeva di
mondanità. Tra le tante proposte di Alano c'è anche
il nostro attuale Rosario, come un "Pregare direttamente rivolti
a Cristo. E così la prima cinquantina si preghi ad onore
di Cristo incarnato. La seconda di Cristo che sostiene la passione.
La terza ad onore di Cristo che risorge, che sale al cielo, che
manda il Paraclito, che siede alla destra del Padre, che verrà
a giudicare" (Apologia 14, 20). Infine Alano diede al Salterio
della Vergine una fondazione ideale, ritrovandolo nella preghiera
dei monaci, dei Padri, degli Apostoli e della stessa Vergine Maria,
che lo consegnò in modo particolare a S. Domenico. Quest'ultimo
è un clamoroso falso storico, ma va dato atto all'abilità
di Alano, che impose tale interpretazione a tutta l'iconografia
e non solo all'iconografia.
Come il Rosario passò dalla fluidità ancor presente
in Alano alla stabilità che ci è nota? Si trattò
di un processo insieme spontaneo e a spinte convergenti in cui agirono:
certe preferenze di Alano sui 3 gruppi e sulle 15 decine; l'impulso
unificativo derivante dalla confraternita; l'uso del quadro e l'esigenza
di un criterio unico di disporvi i misteri; la stabilizzazione che
succede agli inizi variegati di ogni esperienza; il riferimento
al modo di lucrare le indulgenze e, successivamente, il clima della
controriforma che tendeva all'esattezza nella preghiera.
I misteri sono quasi gli attuali nella xilografia di Francesco Domenech
del 1488 e nell'area spagnola. A Venezia nel 1521 Alberto da Castello
pubblicava il Rosario della gloriosissima Vergine Maria, mantenendo
150 clausole, ma legando la meditazione al Pater e denominandola
"mistero" e dunque favorendo l'attuale assetto. Da notare
che la pubblicazione considera ancora il rosario una preghiera visiva,
con 165 immagini, una per ogni Pater e Ave.
L'intervento di S. Pio V fu principalmente la Bolla Consueverunt
(17.9.1569), dove si legge che "il Rosario o Salterio della
Beata Vergine" è un "modo di orazione" attraverso
il quale Maria "viene venerata con la Salutazione Angelica
ripetuta centocinquanta volte secondo il numero dei Salmi di Davide,
interponendo ogni dieci Ave la preghiera del Signore con delle meditazioni
che illustrano tutta la vita dello stesso Signore nostro Gesù
Cristo". Per una corretta lettura notare che non risulta l'elenco
dei misteri; non si accenna alle clausole ma si menziona il Salterio;
la meditazione sembra legata al Pater (secondo la precedente formula
di Alberto da Castello) e si estende a "tutta" la vita
di Cristo.
Da Alano in seguito, Magistero compreso, va notato che per meditazione
si intende sempre di più l'orazione mentale - da cui lo schema
di ripetere le parole meditando - e meno il ripetere legato alla
bocca, secondo la sentenza: "os iusti meditabitur sapientiam
/ la bocca del giusto medita la sapienza" (Sal 36, 30). Inoltre
i documenti papali sino a Leone XIII escluso, descrivono il Rosario
prevalentemente in funzione di determinarne le indulgenze. Infine
il riferimento al Salterio fu sempre più debole e all'indomani
della morte di Alano la confraternita di Colonia riduceva da giornaliero
a settimanale l'obbligo delle 150 formule e autorizzava la divisione
in cinquantine.
La stabilizzazione di cui sopra accompagnerà il Rosario sino
ad oggi, con la persistenza delle clausole nell'area anglosassone.
Il resto appartiene a preziosismi destinati a non aver seguito - come
il Rosario mistico dei doni eccellenti e delle grazie che Dio donò
alla beatissima Maria Maddalena del certosino Lanspergio ( 1539)
-, o a variabili che non toccano la struttura del Rosario, o alla
storia del suo uso pastorale. Paolo VI nella MC 51 prevedeva "esercizi
di pietà che traggono forza del Rosario", ma che non ne
toccavano la struttura. La recente Lettera Apostolica RVM ripropone,
rifondandoli, alcuni elementi di metodo (le clausole, ma non solo)
e di contenuto (i misteri della luce). Anche questa è già
storia, ma noi la percepiamo ancora come attualità. |
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