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NOTES |
| Benedetto Croce e Jacques Maritain |
Giancarlo Galeazzi
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da l'Osservatore Romano del 9 gennaio
2003 |
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A cinquant'anni dalla morte
di Benedetto Croce (1952) e a quasi trent'anni da quella di Jacques
Maritain (1973) può tornare utile operare un confronto fra
questi due filosofi, per molteplici motivi, a cominciare dal fatto
che si tratta di due grandi pensatori, e che si sono misurati con
un ampio ventaglio di questioni filosofiche. Non solo: si può
aggiungere anche il fatto che essi sono rappresentativi di due fondamentali
concezioni, che da sempre, ma in particolare nell'età contemporanea,
hanno caratterizzato il panorama filosofico, vale a dire la impostazione
immanentistica (sostenuta da Croce) e quella trascendentistica (difesa
da Maritain). Si può, infine, aggiungere un ulteriore motivo,
e cioè che, per quanto su posizioni antitetiche, i due filosofi
hanno in comune l'attenzione per alcuni problemi - quelli relativi
alla storia, alla politica, all'etica, alla religione e all'estetica
- che sono tra i più dibattuti nell'odierno panorama filosofico.
Tutto ciò permette di vedere in questi pensatori due emblematici
modi di valutare la modernità; l'approccio "neomodernista"
di Croce e quello "ultramodernista" di Maritain. Il che
può offrire un contributo importante all'attuale dibattito
sulla cosiddetta tardomodernità, che alcuni tendono a configurare
in termini di postmodernità (di tipo nichilista o decostruzionista
o debolista), altri di neomodernità (di tipo dialettico o
comunicativo o funzionalistico) e altri ancora di antimodernità,
intesa come premodernità (di tipo arcaico o classico o medievale)
ovvero come ultramodernità (di tipo tomista o spiritualista
o dialogico).
Ebbene, la posizione di Croce è rappresentativa di una modernità
idealistico-dialettica, mentre quella di Maritain di una ultramodernità
tomistico-personalistica. Da queste diverse impostazioni conseguono
due concezioni della filosofia: di alcuni suoi problemi classici
(logico, etico, politico, estetico, ecc.) e di alcuni non meno classici
rapporti (con la scienza, la religione, la società, ecc.):
gli uni e gli altri rivisitati con cultura e sensibilità
moderne, per cui il sistema crociano e il pensiero maritainiano
possono ben essere assunti come due paradigmatiche tendenze della
contemporaneità.
Sotto questo profilo aiutano a comprendere il nostro tempo e il
"disagio" che lo contraddistingue, e su cui da più
parti si è insistito da Freud (Il disagio della civiltà)
a Taylor (Il disagio della modernità) a Baumann (Il disagio
della postmodernità); in ogni caso, per denunciare il malessere
che connota la modernità novecentesca, sia quando ha rinnovato
precedenti orientamenti sia quando ne ha inaugurati di nuovi.
La ripresa crociana dell'idealismo e quella maritainiana del tomismo
costituiscono due espressioni significative della necessità
di misurarsi originalmente con la modernità; o riconfigurandola
nell'ottica del neoidealismo o superandola nell'ottica del neotomismo.
Così, da una parte, assistiamo alla revisione dell'idealismo
operata da Croce, che concepisce la filosofia come metodologia della
storia, e, dall'altra parte, alla riproposta di una filosofia cristiana
operata da Maritain, che, alla luce del tomismo, separa nella modernità
i guadagni storici dalle verità impazzite.
Certamente, quelle di Croce e di Maritain sono operazioni diverse,
motivate e finalizzate diversamente; eppure si può dire che,
nell'uno e nell'altro caso, si tratta di filosofie fondate sulla
logica del "distinguere per unire". Questa espressione
può ben sintetizzare tanto la "filosofia dello spirito"
di Croce quanto la "filosofia dell'essere" di Maritain,
e indicarne l'esigenza più vitale, soddisfatta però
- occorre subito aggiungere - in modo antitetico, essendo all'insegna
dell'idealismo uno, e del realismo l'altro. Infatti, in Croce il
sistema dello storicismo assoluto si articola nella distinzione
di arte, logica, economia ed etica nell'unità dello Spirito,
che è storia, mentre in Maritain il tomismo aiuta a distinguere
le articolazioni ontologiche, i gradi epistemologici e i piani etici
nell'unità, rispettivamente dell'essere, del sapere e dell'agire.
Pertanto la metodologia del "distinguere per unire", comune
ai due pensatori, si colloca in orizzonti opposti: quello crociano
rifiuta qualsiasi apertura alla trascendenza, e quello maritainiano
rifiuta ogni chiusura nell'immanenza. Croce vede nell'idealismo
l'acquisizione più cospicua della modernità, proprio
in quanto lo storicismo assoluto perviene al più assoluto
immanentismo. Che è, invece, da Maritain considerato come
il peccato originale della modernità, ciò che ha inquinato
la modernità non solo nei suoi sostenitori ma anche in alcuni
contestatori; i quali hanno reso inefficaci le loro pur giuste critiche,
in quanto non hanno abbandonato la radice immanentistica moderna.
Contro questa si è invece appuntata la critica maritainiana,
che presenta una concezione alternativa alla modernità, di
cui vuole fare sue le conquiste umanistiche, disinquinandole dalle
ipoteche immanentistiche.
Dunque, centrale appare nel confronto Croce e Maritain la categoria
dell'immanentismo: accettato dal primo e rifiutato dal secondo.
Al riguardo è da osservare che, nel pensiero moderno, il
rifiuto della trascendenza è avvenuto in nome del trascendentalismo
moderno (diversamente connotato), ed è stato conservato anche
quando la modernità è stata contestata dal nichilismo
postmoderno (nelle sue diversificate versioni). Pertanto si potrebbe
dire che la crociana fedeltà alla storia e la nicciana fedeltà
alla terra sono, a ben vedere, facce della stessa medaglia: l'immanentismo
moderno e quello postmoderno, che differiscono per l'atteggiamento
nei confronti della realtà: all'insegna dell'intero per Croce,
e del frammento per Nietzsche.
Maritain è critico nei confronti di entrambe queste impostazioni
in nome di una filosofia della storia che riconosce sensatezza alla
storia, ma non la assolutizza, rifiutando quindi qualsiasi metafisica
della storia (come quella hegeliana) o religione della storia (come
quella crociata), non meno che la dissoluzione della storia nella
insensatezza del frammento, operata attraverso la morte di Dio di
Nietzsche e la morte dell'uomo di Foucault.
Di contro, la duplice esigenza espressa da Maritain: la fedeltà
assoluta all'eterno e la più vigile attenzione alle angosce
del tempo. Così, il riconoscimento della trascendenza non
porta a nessun sacralismo né l'accettazione dell'immanenza
a nessun secolarismo. Da una parte, la connotazione dell'assoluto
come trascendenza immunizza dalla tentazione di assolutizzare l'immanenza,
fabbricando falsi assoluti terrestri; d'altra parte, l'immanente,
relativizzato, gode di una sua autonomia, per cui la realtà
naturale ha valore in sé e non solo in funzione della realtà
soprannaturale, ha cioè un fine infravalente e non meramente
strumentale.
Sta qui la differenza di fondo tra Maritain (trascendentista) e
Croce (immanentista), e si tratta di un contrasto insanabile, per
cui i punti di convergenza, che pur non mancano, contano meno rispetto
ai punti di divergenza, che sono più profondi, come si può
esemplificare facendo cenno alla considerazione in cui i due pensatori
tengono la religione.
Croce la rifiuta nella sua dimensione più propria. Coerentemente
con la sua impostazione immanentistica, rifiuta la religione come
apertura alla trascendenza. La religione di cui Croce si fa sacerdote
è quella immanentistica della libertà. Così,
del cristianesimo, egli rifiuta la dimensione soprannaturale, accettandolo
solo quale forma culturale, e in questa ottica - in un saggio del
1942 - chiarì "perché non possiamo non dirci
cristiani".
Maritain, invece, considera la religione come dimensione che è
costitutiva dell'uomo, e che trova nel cristianesimo il suo inveramento,
per cui non esita a definire la sua idea di "umanesimo integrale"
come "umanesimo dell'Incarnazione", il cui avvento richiede
che i cristiani sappiano vivere il cristianesimo in modo religioso
e culturale. Per usare un linguaggio caro a Giovanni Paolo II, si
potrebbe dire che, per Maritain, l'inculturazione della fede e la
evangelizzazione delle culture non debbono far perdere la consapevolezza
del carattere metaculturale e metasociale della rivelazione cristiana.
Così il nesso che Maritain evidenzia, di volta in volta, tra
cristianesimo e civiltà (Religione e cultura), e sapere (I
gradi del sapere), e filosofia (Sulla filosofia cristiana), e morale
(Scienza e saggezza), e democrazia (Cristianesimo e democrazia), e
educazione (Per una filosofia dell'educazione), e arte (Responsabilità
dell'artista) porta a sottolineare quanto la visione cristiana possa
svolgere una funzione di ispirazione nei confronti delle diverse forme
di teoria e prassi, nel rispetto della loro legittima autonomia, e
insieme non possa esaurirsi in nessuna di esse: l'extraterritorialità,
per così dire, del cristianesimo impedisce la sua riduzione
ad una qualche forma culturale, e ne rivendica il carattere storico
e metastorico. |
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