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Pastorale per la promozione degli zingari
M.P.
da l'Osservatore Romano del 3 luglio 2003
  Tutte le Chiese particolari e i governi, specialmente in Europa, «facciano quanto è possibile perché gli Zingari siano accolti e assistiti»; dal canto loro gli Zingari «consapevoli che il loro destino è nelle loro mani... difendano i propri diritti ricordando al tempo stesso che hanno dei doveri nei confronti della società in cui vivono». Più che un auspicio è una speranzosa preghiera quella formulata dall'Arcivescovo Stephen Fumio Hamao, Presidente del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti nell'inaugurare il V Congresso Mondiale della Pastorale degli Zingari che, iniziatosi a Budapest lunedì pomeriggio 30 giugno, si concluderà il prossimo 7 luglio.
Una preghiera, quella dell'Arcivescovo Presidente, che ben esprime le preoccupazioni per la cura pastorale, per la promozione umana ed integrale dell'amato popolo nomade la cui accoglienza, per la Chiesa, rappresenta una sfida costante.
«Chiesa e Zingari: per una spiritualità di comunione» è il tema estremamente significativo, in questo senso, proposto per la riflessione del Congresso internazionale promosso dal Pontificio Consiglio della Pastorale dei Migranti e gli Itineranti, organizzato quest'anno in collaborazione con la Conferenza Episcopale Ungherese e che si svolge eccezionalmente fuori della sede istituzionale, a Budapest appunto, proprio per dare un segnale forte: «Se il nostro Pontificio Consiglio — ha spiegato l'Arcivescovo Presidente nel suo intervento inaugurale — ha preso la decisone, inconsueta ma felice, di organizzare questo Congresso Mondiale per la prima volta fuori della città di Roma, lo ha fatto in segno di riconoscenza per il grande lavoro compiuto, nel trascorso decennio, dalla Chiesa che è in Ungheria per la promozione degli Zingari». «Negli anni passati — ha aggiunto il Presidente — nessun'altra Chiesa particolare ha fatto tanto per promuovere gli Zingari quanto quella di questo Paese».
Ecco dunque delinearsi un altro degli obiettivi di fondo di questo Incontro, spronare le Chiese locali ad un rinnovato impegno nei confronti delle popolazioni nomadi. Significativa in questo senso, come ha notato Monsignor Presidente, la presenza dei rappresentanti delle 25 Conferenze Episcopali che hanno aperto nel loro seno uffici appositi per la Pastorale degli Zingari, così come significativa è la presenza degli inviati di tutte le organizzazioni cattoliche caritatevoli e sociali che sostengono il grande lavoro che fa la Chiesa proprio accanto agli Zingari. Ciò sta a testimoniare l'espandersi, nella comunità ecclesiale, di questa amorosa forma di accoglienza nei confronti di una popolazione storicamente costretta a vivere tra rifiuto e persecuzione. «All'inizio — ha ricordato infatti l'Arcivescovo — la pastorale degli Zingari riguardava soltanto l'Europa occidentale; più tardi si estese a quella centrale e orientale. Oggi a questo Congresso mondiale sono presenti diversi delegati giunti dall'india, dal Bangladesh, dal Brasile e dal Messico. Si tratta di una cosa nuova e certamente felice».
Passando poi ad illustrare il tema scelto per il Congresso l'Arcivescovo ha ricordato che l'ispirazione è venuta dalla Lettera Apostolica «Novo Millennio ineunte» di Giovanni Paolo II il quale tra l'altro invita «a promuovere — ha detto — una spiritualità di comunione che significa capacità di “sentire il fratello... come uno che mi appartiene”. La spiritualità della comunione è anche saper “far spazio al fratello” portando “i pesi gli uni degli altri”... “e respingendo le tentazioni egoistiche che continuamente ci insidiano e generano competizione,... diffidenze, gelosie”». La presenza degli Zingari nelle nostre città «è un appello incessante a vivere la carità e la comunione cristiana, superando ogni indifferenza». Del resto il popolo gitano sta molto a cuore al Santo Padre. Nell'ultimo Congresso organizzato a Roma nel 1955 il Papa ebbe a dire: «Nessun gruppo etnico e linguistico deve sentirsi estraneo: tutti devono essere accolti e pienamente valorizzati; la Chiesa... deve continuare ad interessarsi attivamente degli zingari...».
La Chiesa, come ha ricordato l'Arcivescovo, evidentemente da sola non può compiere un lavoro così vasto; essa ha bisogno del «generoso sostegno», della «cooperazione» e dell'«incoraggiamento del Governo centrale e di quelli locali»; ma è anche vero che «nessun aiuto esterno — ha aggiunto — può migliorare le condizioni di una comunità se le persone a cui i progetti sono diretti non sono preparate a cooperare insieme». Confortante in questo senso la presenza al Congresso di Budapest di numerosi Zingari, tra i quali diversi sacerdoti e suore.
È importante ed urgente questa corale presa di coscienza perché oggi la sopravvivenza degli Zingari è seriamente minacciata da diversi fattori. L'Arcivescovo Fumio Hamao ne ha elencati alcuni: «la rapida trasformazione della società moderna che rende le loro attività tradizionali non più utili; la discriminazione serpeggiante nei loro confronti, le condizioni precarie dei loro habitat e il basso livello di educazione».
Più nel dettaglio è sceso il Vescovo indiano di Khandwa, Monsignor Leo Cornelio la cui relazione ha inaugurato gli interventi della seconda giornata di lavoro, martedì 1 luglio. Il relatore ha ricordato come l'esperienza vissuta dagli zingari in tutti i Paesi, anche in quelli di origine, sia contrassegnata dal sospetto, dal rifiuto dei gadje, cioè i non zingari. «Possiamo dire — ha affermato il Presule — che la loro stessa identità è profondamente segnata dall'esperienza del rifiuto. Gli zingari si vedono esclusi dalla comunione e dalla comunità dei gadje. La forma più dolorosa di questa esclusione nasce dal vedersi considerati dei criminali, antisociali e pericolosi, dall'essere sottoposti di conseguenza ad una continua vigilanza ed al controllo da parte delle autorità, e dal vedersi infine segregati dalla società maggioritaria». E se è vero che tra le poche, pochissime voci che si sono levate a loro sostegno la maggior parte venissero dalla Chiesa, è anche vero che «gli zingari — ha sostenuto il Vescovo — non si sentono a loro agio nelle nostre Chiese e nelle assemblee cristiane. E non è raro poi trovare sacerdoti, religiosi o laici al servizio degli zingari che dicono di sentirsi soli e non compresi dal resto della comunità». Questo, secondo il Presule indiano, è il segnale di quanto ci sia ancora da lavorare in questo campo. «Non mancano voci profetiche — ha aggiunto — che hanno manifestato il loro pieno appoggio alla causa dei meno fortunati» ed ha citato gli esempi offerti negli anni più recenti dai Pontefici: il Papa Giovanni XXIII... il Papa Paolo VI ed infine il Papa Giovanni Paolo II. A loro, ha aggiunto il Vescovo indiano, si deve tutta quella serie di iniziative che hanno portato dapprima alla istituzione del Segretariato Internazionale per l'Apostolato dei Nomadi, passato poi a far parte dell'attuale Pontificio Consiglio per la Pastorale delle Migrazioni e degli Itineranti.
«Gli zingari — ha aggiunto il Vescovo — sono un popolo che ha bisogno dell'aiuto della Chiesa e dei suoi ministri», e la Chiesa da parte sua certamente «non può ignorare la situazione di pregiudizi, di oppressione, di rifiuto e di sofferenza» che i gitani sono costretti a sopportare, ma deve rispondere «in un modo che parli della bontà del Padre celeste in questo mondo» perché «una pastorale ecclesiale per gli affamati — ha detto come esempio — deve sì attendere alle loro necessità immediate di cibo. Tuttavia dar da mangiare non costituisce l'unico obiettivo di questa pastorale. A volte dovrà essere esercitata una certa pressione pubblica e politica contro le forze oppressive, di modo che l'affamato possa essere alimentato e possano crearsi le condizioni che continuano a assicurarne il sostentamento. Tali sforzi possono far parte della pastorale della Chiesa ma non possono rappresentarla per intero. I programmi socio-economici e politici possono aiutare i governi... però se il cuore delle persone non si converte, nulla cambia realmente». Cambiare il cuore degli uomini: questa resta la missione della Chiesa; essa deve in sostanza fare sì che «gadje e zingari siano capaci di considerare l'un l'altro come figli di Dio, degni del rispetto reciproco», devono in sostanza riconoscersi membri della stessa famiglia.
Paradossalmente però è proprio questo punto che può portare ad una serie di problemi; per evitarli è necessario capire che gli Zingari devono essere aiutati ad «integrarsi» nella società, e non essere «assimilati». Integrazione significa offrire loro l'opportunità di partecipare alla vita socio-economica su un piano di uguaglianza, senza fargli però perdere la propria identità distintiva. «Con troppa frequenza — ha lamentato in proposito Mons. Cornelio — le iniziative prese dai governi o da altre organizzazioni per aiutare questo popolo, hanno preteso di assimilarli alla società maggioritaria. Assimilazione significa inclusione sociale a spese dell'identità distintiva del gruppo. L'assimilazione delle minoranze, generalmente etniche, esige, in generale , il sacrificio della loro differenza etnoculturale per ricevere opportunità di partecipazione. Raramente l'assimilazione ha successo...» la pastorale della Chiesa, ha concluso il Vescovo, deve perciò mirare «non solo a scuotere l'opinione pubblica e fare pressione sul gruppo dominante, ma deve persuadere sempre “l'uno e l'altro” alla conversione del cuore», proclamando l'amore di Dio per tutti gli uomini.
E quanto la missione della Chiesa nei confronti degli zingari sia importante ed irrinunciabile in questo senso lo ha ribadito l'Arcivescovo Mons. Agostino Marchetto, Segretario del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, intervenuto a conclusione dei lavori del mattino. Dopo aver ribadito la pesante condizione in cui vivono gli zingari «perseguitati, esiliati, non accolti e discriminati», ha mostrato l'anima zingara forgiata da una certezza: anche se si sentono abbandonati dagli uomini sanno di non essere abbandonati da Dio. «La fiducia nella Provvidenza — ha spiegato l'Arcivescovo Marchetto — è diventata così una realtà impressa nel codice genetico della cultura zingara». «Come porzione prediletta del popolo pellegrinate di Dio — ha aggiunto — essi meritano un atteggiamento pastorale speciale ed un grande apprezzamento dei loro valori. Ma più ancora la pastorale della Chiesa è un'esigenza interna della cattolicità della Chiesa e della sua missione. Con Cristo, infatti, da cui essa procede scompare ogni discriminazione» e nella Chiesa «ogni persona deve trovare la sua giusta accoglienza».
Compito dunque della Chiesa particolare, ha concluso, è quello di valorizzare ogni esperienza umana. In questa prospettiva suo compito è «custodire l'unità e l'identità zingara, e l'unità fra questa esperienza e quella ecclesiale autoctona, integrando nel proprio tessuto originale l'identità religiosa degli zingari».
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