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NOTES |
| Daniele Comboni e la profezia della pace |
Antonio Furioli
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da l'Osservatore Romano del 1°
gennaio 2003 |
È ormai tradizione consolidata (iniziò Paolo VI nel
lontano 1967) dedicare il primo giorno del nuovo anno alla riflessione
sulla pace, un problema di drammatica attualità, cui bisogna
dare una soluzione che tenga conto del bene comune. L'umanità
{l-ccaron} giunta ad un difficilissimo punto di svolta in quest'inizio
di terzo millennio (cfr Gaudium et spes, 77; 84).
Noi Comboniani vogliamo celebrare questa 36° Giornata Mondiale
per la Pace alla luce del magistero del beato Daniele Comboni, che
ci offrirà indicazioni utili di qualche chiave di lettura dei
gravi avvenimenti che stiamo vivendo. Ciò assume una rilevanza
ecclesiale più ampia, dato che Giovanni Paolo II canonizzerà
Comboni nel corso del 2003.
Nel passato, in Occidente, si è ridotto la teologia a conoscenza
speculativa, che nel corso dei secoli è andata notevolmente
impoverendosi. La teologia ha perso i suoi profondi contatti con la
viva esperienza e con l'insegnamento dei santi. Il parlare di Dio
non può limitarsi alla sola iniziativa umana d'una ricerca
intellettuale. La riflessione teologica su Dio è possibile
solo se rientra in quel misterioso dialogo tra Dio e la sua umile
creatura, che costruisce e fonda il solido rapporto di Dio con l'uomo.
Oggi la teologia è sempre più attenta al magistero dei
santi, perché là dove c'è la santità c'è
anche una conoscenza profonda e personale di Dio. La teologia, quindi,
deve essere corroborata dall'esperienza e dall'insegnamento dei santi,
perché il loro strumento di conoscenza e di misura della realtà
è la fede. Nel lungo corso della storia della Chiesa, i santi
hanno tenuto sempre vigile lo spirito della profezia nell'attualizzare
il "discorso della montagna" di Gesù (cfr Mt 5, 1-12;
Lc 6, 20-23), nelle circostanze le più disparate e le più
difficili (basti pensare a s. Francesco d'Assisi, a Bartolomeo de
Las Casas per la difesa degli indios ed allo stesso Comboni per la
sua impari lotta contro l'abolizione della schiavitù).
Durante la vita di Comboni (1831-1881) in Italia si combatterono tre
guerre d'indipendenza e nell'Europa delle Nazioni, ancora alla ricerca
d'un assetto territoriale definitivo, ci furono ben quattro guerre.
Comboni nacque sotto la dominazione austriaca, per diventare in seguito
suddito di Carlo Alberto, Re di Sardegna e di Vittorio Emmanuele II,
dal 1861 Re d'Italia; fu convinto assertore del potere temporale pontificio
(1), la cui fine definitiva vide con la Breccia di Porta Pia nel 1870.
Anche se Comboni, in vita (2), non subì direttamente nessun
danno personale dalle guerre che si combatterono nel suo tempo, tuttavia,
il suo lavoro di sensibilizzazione missionaria in Europa fu più
volte costretto a limitazioni penalizzanti. È molto verosimile
che quest'esperienza sofferta di "mancanza di pace" lo facesse
riflettere sul valore inestimabile della pace, anche se la sua lettura
di quella realtà è teologale: "Noi siamo venuti
in Africa con il bacio della pace, allo scopo di portare agli Africani
il più gran bene che vi sia: la Fede. Gli Africani non ci hanno
mai dato occasione di disgusto (...). Non temete, carissimi genitori,
col crocifisso sul petto e con la parola di pace si superano tutte
le difficoltà; è vero che ci vuole la grazia di Dio,
ma questa non manca mai. Dovremo faticare, sudare, morire, ma il pensiero
che si suda e si muore per amore di Cristo e per la salute delle anime
le più abbandonate del mondo, è troppo dolce per spaventarci
alla grande impresa" (Scritti, 297).
La teologia qui brevemente delineata da Comboni ci presenta la centralità
del Cristo, che crea l'uomo nuovo e gli apre capacità inedite
di bene e di sapere osare l'infattibile per amor suo. All'interno
di questo testo mi pare ci sia un'antropologia da cui scaturisce uno
stile di vita fondato sulla condivisione, sulla parità dei
diritti, sul dono gratuito, sulla dedizione appassionata di chi nel
fratello vede il sacramento vivo di Dio. Per Comboni la pace non è
solo una realtà interiore; l'uomo di pace è colui che
vive il clima dell'alleanza, quindi anche d'armonia con gli altri.
Dono inestimabile di Dio, dunque, ma anche impegno fattivo dell'uomo.
La teologia biblica, attualmente, si sta preoccupando d'illustrare
i collegamenti della pace con altri valori importanti, come la giustizia
(cfr Is 32, 7), la carità (cfr Ef 4, 15), l'equa ripartizione
dei beni (cfr At 2, 45)... "Lo sviluppo è il nuovo nome
della pace" (Paolo VI, Populorum progressio, 76). Il Concilio
Ecumenico Vaticano II ci ricorda che "la pace non è la
semplice assenza della guerra (...), ma essa viene con tutta esattezza
definita opera della giustizia" (Gaudium et spes, 78). In un
discorso pronunciato in occasione dell'anno giacobeo, Juan Carlos
di Borbone, Re di Spagna, affermò: "Una pace senza giustizia
è una violenza silenziosa".
La giustizia ha una valenza assai più ricca di quella che noi
intendiamo come rapporto interpersonale, perché è il
compimento dell'alleanza. L'agape supera le dimensioni anguste e codificate
della giustizia, configurandosi come amore di dedizione per gli altri,
ad imitazione di Gesù Cristo: "...io sto in mezzo a voi
come colui che serve" (Lc 22, 27). La pace è quindi un'opera
di giustizia e d'amore, perciò nulla può distoglierci
dal compiere il bene, neppure le più grandi difficoltà.
Così continua Comboni: "L'umana miseria s'adopera a toglierci
la pace del cuore e la speranza d'un mondo migliore; ma noi al fianco
di Gesù crocifisso che patisce per noi, tripudiamo in mezzo
all'avversa fortuna, mantenendo intatta quella pace preziosa, che
solo ai piedi della croce e nel pianto può trovare il vero
servo di Dio. Siamo sul campo di battaglia e bisogna combattere da
forti. A grandi premi e trionfi non si può arrivare se non
per mezzo di grandi fatiche, travagli e patimenti. Ci sia dunque di
sprone e ci consoli la grandezza del premio che ci aspetta in cielo;
ma non ci sgomenti e non ci spaventi la grandezza e la difficoltà
della battaglia" (Scritti, 424).
La pace è l'essenza stessa del Vangelo, è il crocevia
dove si danno appuntamento il Dio della Pace e l'uomo come artefice
di pace. Pace che si fonda in Cristo, Principe, Amico ed Autore della
Pace, che è venuto per riconciliare a sé tutte le cose
ed abbattere i muri di separazione. Nel suo morire Cristo dà
all'uomo la possibilità di scrivere una storia nuova, fondata
sull'impegno per la giustizia, nell'eliminazione di tutte quelle realtà
da cui emergono le inimicizie, le ineguaglianze... nell'attesa escatologica
della pace finale. La profezia cristiana ci spinge ad un modo nuovo
di affrontare le gravi e improcrastinabili problematiche della pace.
L'impegno di Comboni per gli ultimi della terra ci provoca a trovare
e ad osare nuove vie di pace e di giustizia, riattualizzando nell'oggi
le salutari provocazioni del Discorso della montagna del Profeta di
tutte le giuste cause. Noi cristiani non abbiamo messo nel conto la
Sua voce, che attraversa la nostra storia e l'amore appassionato di
un Dio, che ha dimostrato infinite volte d'avere un debole per gli
uomini-fratelli. Dobbiamo aprirci a tutti coloro che "amati da
Dio", amano la pace e sanno coniugare insieme la tensione profetica
verso la pace e il discorso sapienziale dei Santi nei confronti dei
poveri, con i quali Gesù è venuto a fare causa comune
e definitiva.
ANTONIO FURIOLI
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1) A commento delle travagliate e notorie vicende storiche alle quali
Pio IX dovette far fronte, così scrisse Comboni: "Quando
soffre il Papa, tutte le membra soffrono" (cfr Lettera a Mons.
A. Bazanella, El-Obeid 24 giugno 1873, in La voce cattolica, IX (1873)
nn. 5-8.
2) Quello che Comboni non soffrì in vita per le guerre, dovette
subirlo dopo la morte. La rivoluzione mahdista, iniziata nel 1881
terminò con la battaglia di Kèreri (presso Omdurman)
nel settembre 1898, che vide la vittoria degli Inglesi su Khalifa
Abdullahi (1846-1898), successore del nuovo profeta dell'Islam: Muhammad
Ahmed el Mahdi (1848-1885). La mahdya pose fine, anche se non definitivamente,
alla piccola ma promettente comunità cristiana alla quale Comboni
e i suoi missionari avevano dato tutti loro stessi. La tomba del Mutràn
es Sudan (Padre degli Africani) fu violata e i suoi resti mortali
dispersi, per essere un tutt'uno con quella terra che aveva tanto
amata. |
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