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Riflessioni sulla povertà

L'Osservatore Romano del 14 giugno 2002
Chi è veramente povero? Al tempo in cui ero ragazzo - e c'era la guerra - poveri eravamo veramente tutti.
La guerra, fra le tante sue nefaste conseguenze, porta anche quella di togliere alla stragrande maggioranza degli uomini la possibilità di disporre liberamente dei propri beni, molti o pochi che siano.
E povero è - secondo il Devoto-Oli - chi è "scarso o privo di beni personali". Figuriamoci chi è privo, come nella guerra sempre accade, dei beni essenziali alla vita, dal pane quotidiano ai panni per vestirsi in modo appena decoroso.
Chi ha vissuto o vive, perciò, la tragica esperienza della guerra ha vissuto e vive contemporaneamente l'esperienza della povertà. Fino alle sue estreme conseguenze, cioè fino alla miseria, alla disperazione e alla fame. Chi fa la guerra dovrebbe sentirsi mordere le budella dalla fame dei poveri. Chi ama la pace, ama i più poveri e pensa alla sofferenze anche fisiche ch'essi patirebbero nel caso di una guerra.
Dire che i poveri sono per la pace è, perciò, quasi un pleonasmo. Essi sanno che, con la guerra, la loro condizione di poveri diventerà permanente, come un abito da portare addosso tra la commiserazione, il riso e lo schermo di quanti stanno dall'altra parte della barricata.
Nel gran libro di Collodi, Mangiafuoco chiede a Pinocchio che cosa faccia il padre e Pinocchio risponde: il povero. Chi lo è ne porta il peso non solo nel sacrificio quotidiano ma perfino nel portamento, nel modo di parlare, di atteggiarsi e, insomma, di vivere la sua condizione di povero.
Certo, non tutti la vivono allo stesso modo. Tant'è che molti connettono alla povertà le maggiori virtù, fino a dire, con Bukowski, che "solo i poveri conoscono il significato della vita" e se ne potrebbero citare tant'altri che sono stati dello stesso avviso, aumentando anzi la dose dei consensi e dei riconoscimenti.
E tuttavia le virtù che emergono dalla povertà sono tutt'altro che care al mondo, che spesso le disprezza e non le tiene in nessun conto. Si ricordino le parole dell'Ecclesiaste: "È meglio la sapienza della forza / ma la sapienza del povero è disprezzata / e le sue parole non sono ascoltate".
Sembra se ne sia ricordato Cervantes quando ha scritto: "La saggezza del povero è condannata a restare sempre in ombra, e le nebbie e le nuvole che la ottenebrano sono la miseria e il bisogno".
Certo è che la povertà non dà forza alle parole e sembra, anzi, sminuirle per la fonte da cui provengono. Perché il mondo tende a lodare la ricchezza e ha paura, in fondo, della povertà come di qualcosa che possa contagiare ed espandersi come la peste. Non vi sono dubbi che la povertà contenga in sé una carica rivoluzionaria, uno "scandalo", da cui è più facile guardarsi che accettarne il senso e la portata.
"Povertate poco amata, / pochi t'hanno desponsata", scriveva Jacopone da Todi nelle sue Laudi. E siamo entrati così, quasi senza accorgecene, nel significato spirituale della povertà, ossia in quella condizione dello spirito che alla mancanza di beni materiali riesce ad enucleare una grande abbondanza di beni spirituali.
Siamo allo "scandalo" di Francesco, che getta alle ortiche tutti i suoi beni materiali e si offre al mondo - alla sua missione nel mondo - nella povertà più nuda. E dopo di lui, come scrive Dante, "scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro / dietro a lo sposo, sì la sposa piace". Ma qui la povertà viene esibita al mondo come una condizione privilegiata.
Per converso accade che, nella norma, chi è povero si vergogna di esserlo e se ne sta nell'ombra. Sa che gli altri possono ridere di lui e disprezzarlo solo perché è povero. "La miseria si nasconde, e noi crediamo che non esista", scrive Melville.
Nel mondo di oggi i poveri non possono più fare neppure questo, non possono più nascondersi, perché l'occhio impietoso delle telecamere li riprendono mentre i loro corpi assai più che le loro voci o parole gridano la loro fame, la loro sofferenza. Eppure, certo, tra quei poveri c'è tanta forza dello spirito, tanta sapienza del vivere che ce ne viene come un rimprovero e un ammonimento insieme.
La povertà ha in sé la sua virtù. Vi si accompagna un sentimento del mondo e degli uomini purificato dalla sofferenza della carne, quasi una buona coscienza contro la cattiva coscienza del mondo. E la nostra consapevolezza che quel sentimento può elevarsi a Dio come una preghiera permanente che in qualche modo tocca tutte le anime, per non dire più semplicemente che tocca l'anima del mondo.
Noi sentiamo che il povero è questa preghiera e, per quanto sembri paradossale, ce ne sentiamo arricchiti. Ci sono poveri che non si sentono affatto poveri. Hanno quanto basta ai loro elementari bisogni, alle necessità quotidiane e condiscono questo poco con un senso di naturale appagamento, di serena accettazione. Sanno che un passo più su o un passo più giù della loro condizione potrebbe snaturare questo mirabile equilibrio dello stare al mondo. Desiderano ciò che hanno e vivono nella pace interiore, che è uno dei sentimenti più alti.
Chi potrebbe dirli poveri? In realtà, mi è capitato di conoscere nella vita persone ricchissime a cui mancava tutto o quasi tutto e non facevano mistero di questa loro "povertà". È un concetto fin troppo noto: nella ricchezza non è facile trovare ricchezza; più spesso si annida nel cuore della povertà.
Chi vive per accumulare ricchezza non ha molto tempo per guardarsi dentro e per scoprirvi ciò che illumina l'esistenza come una fiaccola perenne. Sembrerebbe un'affermazione apodittica e forse lo è, ma è comunque fondata su un'osservazione puntuale di facile e assai diffusa verifica.
Al tempo in cui "le mosche stavano meglio di noi", per dirla col poeta, ossia al tempo della guerra, ho incontrato e conosciuto tanti ragazzi come me che la guerra, appunto aveva reso poveri, sebbene normalmente non lo fossero, che, maturati presto alle difficoltà, erano diventati "grandi" senza neppure rendersene conto. Mai li ho visti né piangere né lamentarsi. E i loro genitori li trattavano non per quello che erano ma per quello che erano diventati affrontando con tanta dignità le più dure prove della vita, senza perdersi nei facili trabocchetti della vita stessa di allora.
Mi sarebbe difficile chiamare povertà la loro esistenza così sofferta, così consapevole, così ricca di impulsi generosi, di slanci vitali. E sempre più, anzi, mi persuado che la parola "povertà" comprende in sé tante cose che non possono essere divise e che vanno considerate tutte insieme, per dirla in due parole: corpo e anima. Del resto, ogni condizione dell'uomo non può che essere indagata nella sua totalità, nella sua naturale integrità.
E in questa condizione vi sono, certo, il povero e il ricco, ma a patto di verificarne, ogni volta, il vero, sostanziale significato ed essere pronti a invertirlo secondo i valori propri dell'uomo e della nostra civiltà cristiana e cattolica.
 
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