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Minaccia globale
di Pasquale Borgomeo S.I
One-O-Five Live Radio Vaticana in diretta - 20 maggio 2003

Settimana di sangue, attentati suicidi: dalla Cecenia a Ryad, a Casablanca, a Hebron a Gerusalemme, a Gaza. Si allunga la lista delle vittime innocenti di una ormai collaudata ma sempre più intollerabile e inumana tecnica di terrore e di morte. Lascia inoltre allibiti il numero di assassini suicidi: una trentina in una settimana, a riprova del moltiplicarsi di un orrendo flagello.
Su questa accelerazione del terrorismo e sul suo espandersi geografico, si sono date varie spiegazioni. Per alcuni sarebbero provocati dall'attacco all'Iraq conclusosi vittoriosamente; per altri, invece, sarebbero la conseguenza di una guerra andata male. Non pochi, anche negli Stati Uniti, prescindendo dall'esito della guerra, pensano che aver fatto dell'attacco all'Iraq una priorità, abbia portato la Casa Bianca a concentrarvi tutte le sue energie allentando l'impegno sui veri fronti della lotta al terrorismo.
Quali che siano le interpretazioni, non sempre serene, che si vogliono dare alle tremende stragi di questa settimana, alcuni dati appaiono evidenti.
Il terrorismo è tutt'altro che indebolito e dimostra di poter attaccare, distruggere e uccidere scegliendo i suoi obiettivi per trasmettere attraverso di loro i suoi messaggi, senza curarsi minimamente degli effetti collaterali.
I bersagli sono ovviamente nell'ordine: Stati Uniti, Israele, Paesi occidentali, ma negli attentati di Ryad e Casablanca è stato prioritario l'intento di colpire i rispettivi governi arabi, colpevoli di connivenza con l'odiato Occidente, mentre a Hebron, Gerusalemme e Gaza è apparso puntualmente il terrorismo suicida che entra in azione tutte le volte che in Terrasanta si profila una qualche possibilità di negoziato tra le parti in conflitto.

Cosa fare?
Prima di tutto - e non è certo una questione nominalistica - smettere di parlare di guerra e, come suggerisce il generale Arpino che di guerra ha certamente qualche nozione, parlare piuttosto di lotta al terrorismo, per ribadire che a questa sfida epocale la risposta deve essere multiforme e che quindi l'intervento militare contro Stati non è la sola e nemmeno la più efficace delle misure.
Da quando non ha più una base territoriale in Afganistan, Al Qaeda è diventata una organizzazione dispersa, con cellule locali che sono andate accrescendo il loro grado di autonomia. L'azione di contrasto diventa così più complicata: il legame tra le varie cellule può essere più o meno stretto sul piano operativo e diventa perciò sempre più difficile colpire centri nevralgici nell'intento di disarticolare l'organizzazione. Il vero legame che tiene unite le cellule di Al Qaeda e che consente di reclutare sempre nuovi Kamikaze, è un fanatismo politico-religioso, nato in seno all'Islam arabo, che sfrutta l'antimericanismo e l'odio per Israele per mobilitare le masse arabe e mussulmane.

Occorre, nella lotta al terrorismo, freddezza e onestà d'analisi. Non esiste un solo terrorismo, ve ne sono diversi, tutti condannabili per i loro metodi, ma non tutti ispirati e mossi dalle stesse motivazioni. Esiste oltre al terrorismo islamico un terrorismo basco, un terrorismo colombiano, un terrorismo tamil, un terrorismo ceceno, e l'elenco potrebbe continuare. Dichiarare quindi una lotta al terrorismo, mettendo, per interessi politici, tutto in un unico calderone, significa rinunciare a individuarne le cause specifiche e quindi combatterlo in maniera inadeguata. Se ci si riferisce al terrorismo islamico, esso è strutturato sempre più come una rete globale, alla quale si deve opporre un fronte globale, ma isolandolo, come obiettivo, da altri terrorismi più circoscritti.
Di fronte a tali scenari appare sempre più decisivo il ruolo dell'intelligence:bisogna potenziare l'efficienza dei metodi d'indagine che devono contare su una accresciuta unità non solo di intenti, ma anche di azione.
Bisogna inoltre ridare il suo ruolo alla politica, una politica di grande collaborazione tra tutti i Paesi civili, senza unilateralismi, nel rispetto della legalità internazionale, nel nome di un interesse comune. Una politica che miri a isolare i gruppi estremisti e terroristici dal grosso delle popolazioni di quei Paesi che con troppa precipitazione ci si è affrettati a definire "canaglia", regalandoli in blocco all'avversario e privandosi in partenza della possibilità di tentare una azione diplomatica. Ancor più necessaria una politica di isolamento del terrorismo nei confronti di Paesi arabi tradizionalmente alleati, come Giordania, Arabia Saudita, Egitto, Marocco, come gli ultimi attentati hanno purtroppo confermato.

Sempre sul piano della politica, appare necessario un rafforzamento delle Nazioni Unite, per salvaguardare la legalità internazionale, per evitare che la superpotenza diventi di fatto garante di un nuovo ordine internazionale fondato sulla forza, per evitare una ulteriore divisione tra i Paesi europei che vanno schierandosi pro o contro gli Stati Uniti sulla base non dell'obiettivo da raggiungere - che è la sconfitta del terrorismo - ma delle priorità da perseguire e dei metodi da adottare, indebolendo così la propria forza di contrasto.
Indispensabile, decisiva per combattere il terrorismo è, infine, la lotta contro le ingiustizie, le inique disparità delle condizioni di vita che affliggono il pianeta, le discriminazioni, il razzismo, la violazione dei diritti umani: terreno di coltura ideale, tutto questo, di ogni terrorismo presente e futuro.

La questione palestinese
Una efficace lotta contro il terrorismo postula con urgenza la soluzione del conflitto israelo-palestinese, quello che l'arcivescovo Tauran, Ministro degli Esteri della Santa Sede, definì: "la madre di tutti i conflitti". Quasi incredibile appare la sottovalutazione dell'importanza di questo scacchiere, ai fini della lotta al terrorismo. Arafat e Sharon lasciati soli a combattersi per anni in una guerra senza regole e senza quartiere in una spirale infernale di attentati e di rappresaglie, nella quale i soli ad aver conseguito dei risultati sono gli estremisti delle due parti.
Né gli ultimi avvenimenti inducono purtroppo a speranza. L'itinerario che dovrebbe incamminare i due popoli verso la pace, la cosiddetta "road map" è, per ora, lettera morta. Abu Mazen chiede lo sgombero dei territori e libertà di movimento per Arafat al quale Sharon continua ad attribuire le responsabilità degli attentati terroristici, compresi gli ultimi, dopo aver però annientata la struttura - sedi, uomini e mezzi - con la quale l'Autorità Palestinese avrebbe dovuto contrastare i gruppi terroristici. Sharon, da parte sua, chiede, per trattare, che prima cessino gli atti terroristici, il che significa voler raccogliere prima di seminare e mettere nelle mani dei terroristi le sorti del negoziato. Intanto, in seguito agli attentati dei giorni scorsi, è stato rimandato il suo viaggio a Washington che era previsto per oggi. Un incontro molto atteso, quello con il Presidente Bush, dal quale l'opinione pubblica internazionale, spera di veder confermata da fatti concreti, la dichiarata volontà statunitense di avviare a soluzione la questione palestinese.

Terrorismo: minaccia globale
Anche questa volta, provocate dall'emozione per gli attentati terroristici, si sono ripetute le polemiche nei confronti dei pacifisti,dei quali si sospetta addirittura una qualche comprensione per i terroristi. Di fronte alla realtà dei fatti, una tale accusa è priva di senso, in quanto la minaccia terroristica riguarda tutti indistintamente. L'azione terroristica per sua natura - proprio perché deve terrorizzare - non fa distinzione tra bersagli mirati e vittime innocenti, e ancor meno colpisce in base alle opinioni delle vittime. Gli ultimi attentati che a Ryad e a Casablanca avevano di mira americani e occidentali, non hanno fatto distinzione tra quelli che approvano la politica della Casa Bianca e quelli che da essa dissentono. Siamo tutti, di qua e di là dell'Atlantico, e quali che siano le nostre opinioni, nella stessa barca. Ed è questa constatazione elementare che conferisce il diritto e in alcuni casi il dovere di obiettare contro strategie di lotta al terrorismo che appaiono controproducenti.
Ricorrendo a una immagine, direi che il terrorismo è percepito da tutti senza distinzione come un cancro che minaccia l'organismo e che è necessario estirpare. Su questo sono tutti d'accordo. Ma sul chirurgo e sulla sua tecnica d'intervento molti hanno delle perplessità. Sarebbero più tranquilli se a intraprendere e portare a termine l'operazione fosse, dopo un meditato e concorde consulto, tutta una équipe di riconosciuta competenza e molto affiatata.
Quello che molti in definitiva temono è che un'operazione mal riuscita possa dar luogo a una metastasi.

Considerando quello che è accaduto nell'ultima settimana, come dar loro torto?...

 
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