Settimana di sangue, attentati suicidi: dalla
Cecenia a Ryad, a Casablanca, a Hebron a Gerusalemme, a Gaza. Si
allunga la lista delle vittime innocenti di una ormai collaudata
ma sempre più intollerabile e inumana tecnica di terrore
e di morte. Lascia inoltre allibiti il numero di assassini suicidi:
una trentina in una settimana, a riprova del moltiplicarsi di un
orrendo flagello.
Su questa accelerazione del terrorismo e sul suo espandersi geografico,
si sono date varie spiegazioni. Per alcuni sarebbero provocati dall'attacco
all'Iraq conclusosi vittoriosamente; per altri, invece, sarebbero
la conseguenza di una guerra andata male. Non pochi, anche negli
Stati Uniti, prescindendo dall'esito della guerra, pensano che aver
fatto dell'attacco all'Iraq una priorità, abbia portato la
Casa Bianca a concentrarvi tutte le sue energie allentando l'impegno
sui veri fronti della lotta al terrorismo.
Quali che siano le interpretazioni, non sempre serene, che si vogliono
dare alle tremende stragi di questa settimana, alcuni dati appaiono
evidenti.
Il terrorismo è tutt'altro che indebolito e dimostra di poter
attaccare, distruggere e uccidere scegliendo i suoi obiettivi per
trasmettere attraverso di loro i suoi messaggi, senza curarsi minimamente
degli effetti collaterali.
I bersagli sono ovviamente nell'ordine: Stati Uniti, Israele, Paesi
occidentali, ma negli attentati di Ryad e Casablanca è stato
prioritario l'intento di colpire i rispettivi governi arabi, colpevoli
di connivenza con l'odiato Occidente, mentre a Hebron, Gerusalemme
e Gaza è apparso puntualmente il terrorismo suicida che entra
in azione tutte le volte che in Terrasanta si profila una qualche
possibilità di negoziato tra le parti in conflitto.
Cosa fare?
Prima di tutto - e non è certo una questione nominalistica
- smettere di parlare di guerra e, come suggerisce il generale Arpino
che di guerra ha certamente qualche nozione, parlare piuttosto di
lotta al terrorismo, per ribadire che a questa sfida epocale la
risposta deve essere multiforme e che quindi l'intervento militare
contro Stati non è la sola e nemmeno la più efficace
delle misure.
Da quando non ha più una base territoriale in Afganistan,
Al Qaeda è diventata una organizzazione dispersa, con cellule
locali che sono andate accrescendo il loro grado di autonomia. L'azione
di contrasto diventa così più complicata: il legame
tra le varie cellule può essere più o meno stretto
sul piano operativo e diventa perciò sempre più difficile
colpire centri nevralgici nell'intento di disarticolare l'organizzazione.
Il vero legame che tiene unite le cellule di Al Qaeda e che consente
di reclutare sempre nuovi Kamikaze, è un fanatismo politico-religioso,
nato in seno all'Islam arabo, che sfrutta l'antimericanismo e l'odio
per Israele per mobilitare le masse arabe e mussulmane.
Occorre, nella lotta al terrorismo, freddezza e onestà d'analisi.
Non esiste un solo terrorismo, ve ne sono diversi, tutti condannabili
per i loro metodi, ma non tutti ispirati e mossi dalle stesse motivazioni.
Esiste oltre al terrorismo islamico un terrorismo basco, un terrorismo
colombiano, un terrorismo tamil, un terrorismo ceceno, e l'elenco
potrebbe continuare. Dichiarare quindi una lotta al terrorismo,
mettendo, per interessi politici, tutto in un unico calderone, significa
rinunciare a individuarne le cause specifiche e quindi combatterlo
in maniera inadeguata. Se ci si riferisce al terrorismo islamico,
esso è strutturato sempre più come una rete globale,
alla quale si deve opporre un fronte globale, ma isolandolo, come
obiettivo, da altri terrorismi più circoscritti.
Di fronte a tali scenari appare sempre più decisivo il ruolo
dell'intelligence:bisogna potenziare l'efficienza dei metodi d'indagine
che devono contare su una accresciuta unità non solo di intenti,
ma anche di azione.
Bisogna inoltre ridare il suo ruolo alla politica, una politica
di grande collaborazione tra tutti i Paesi civili, senza unilateralismi,
nel rispetto della legalità internazionale, nel nome di un
interesse comune. Una politica che miri a isolare i gruppi estremisti
e terroristici dal grosso delle popolazioni di quei Paesi che con
troppa precipitazione ci si è affrettati a definire "canaglia",
regalandoli in blocco all'avversario e privandosi in partenza della
possibilità di tentare una azione diplomatica. Ancor più
necessaria una politica di isolamento del terrorismo nei confronti
di Paesi arabi tradizionalmente alleati, come Giordania, Arabia
Saudita, Egitto, Marocco, come gli ultimi attentati hanno purtroppo
confermato.
Sempre sul piano della politica, appare necessario un rafforzamento
delle Nazioni Unite, per salvaguardare la legalità internazionale,
per evitare che la superpotenza diventi di fatto garante di un nuovo
ordine internazionale fondato sulla forza, per evitare una ulteriore
divisione tra i Paesi europei che vanno schierandosi pro o contro
gli Stati Uniti sulla base non dell'obiettivo da raggiungere - che
è la sconfitta del terrorismo - ma delle priorità
da perseguire e dei metodi da adottare, indebolendo così
la propria forza di contrasto.
Indispensabile, decisiva per combattere il terrorismo è,
infine, la lotta contro le ingiustizie, le inique disparità
delle condizioni di vita che affliggono il pianeta, le discriminazioni,
il razzismo, la violazione dei diritti umani: terreno di coltura
ideale, tutto questo, di ogni terrorismo presente e futuro.
La questione palestinese
Una efficace lotta contro il terrorismo postula con urgenza
la soluzione del conflitto israelo-palestinese, quello che l'arcivescovo
Tauran, Ministro degli Esteri della Santa Sede, definì: "la
madre di tutti i conflitti". Quasi incredibile appare la sottovalutazione
dell'importanza di questo scacchiere, ai fini della lotta al terrorismo.
Arafat e Sharon lasciati soli a combattersi per anni in una guerra
senza regole e senza quartiere in una spirale infernale di attentati
e di rappresaglie, nella quale i soli ad aver conseguito dei risultati
sono gli estremisti delle due parti.
Né gli ultimi avvenimenti inducono purtroppo a speranza.
L'itinerario che dovrebbe incamminare i due popoli verso la pace,
la cosiddetta "road map" è, per ora, lettera morta.
Abu Mazen chiede lo sgombero dei territori e libertà di movimento
per Arafat al quale Sharon continua ad attribuire le responsabilità
degli attentati terroristici, compresi gli ultimi, dopo aver però
annientata la struttura - sedi, uomini e mezzi - con la quale l'Autorità
Palestinese avrebbe dovuto contrastare i gruppi terroristici. Sharon,
da parte sua, chiede, per trattare, che prima cessino gli atti terroristici,
il che significa voler raccogliere prima di seminare e mettere nelle
mani dei terroristi le sorti del negoziato. Intanto, in seguito
agli attentati dei giorni scorsi, è stato rimandato il suo
viaggio a Washington che era previsto per oggi. Un incontro molto
atteso, quello con il Presidente Bush, dal quale l'opinione pubblica
internazionale, spera di veder confermata da fatti concreti, la
dichiarata volontà statunitense di avviare a soluzione la
questione palestinese.
Terrorismo: minaccia globale
Anche questa volta, provocate dall'emozione per gli attentati
terroristici, si sono ripetute le polemiche nei confronti dei pacifisti,dei
quali si sospetta addirittura una qualche comprensione per i terroristi.
Di fronte alla realtà dei fatti, una tale accusa è
priva di senso, in quanto la minaccia terroristica riguarda tutti
indistintamente. L'azione terroristica per sua natura - proprio
perché deve terrorizzare - non fa distinzione tra bersagli
mirati e vittime innocenti, e ancor meno colpisce in base alle opinioni
delle vittime. Gli ultimi attentati che a Ryad e a Casablanca avevano
di mira americani e occidentali, non hanno fatto distinzione tra
quelli che approvano la politica della Casa Bianca e quelli che
da essa dissentono. Siamo tutti, di qua e di là dell'Atlantico,
e quali che siano le nostre opinioni, nella stessa barca. Ed è
questa constatazione elementare che conferisce il diritto e in alcuni
casi il dovere di obiettare contro strategie di lotta al terrorismo
che appaiono controproducenti.
Ricorrendo a una immagine, direi che il terrorismo è percepito
da tutti senza distinzione come un cancro che minaccia l'organismo
e che è necessario estirpare. Su questo sono tutti d'accordo.
Ma sul chirurgo e sulla sua tecnica d'intervento molti hanno delle
perplessità. Sarebbero più tranquilli se a intraprendere
e portare a termine l'operazione fosse, dopo un meditato e concorde
consulto, tutta una équipe di riconosciuta competenza e molto
affiatata.
Quello che molti in definitiva temono è che un'operazione
mal riuscita possa dar luogo a una metastasi.
Considerando quello che è accaduto nell'ultima settimana,
come dar loro torto?... |