L'accordo di compromesso tra i Quindici è
un passo rassicurante, così come il riavvicinamento tra Unione
Europea e Stati Uniti dopo i contrasti, l'irritazione, gli insulti
e perfino le ritorsioni come quelle minacciate dalla Amministrazione
Bush nei confronti della Germania. Il riavvicinamento è importante
soprattutto perché avviene passando attraverso una condizione
decisiva: quella del riconoscimento della centralità dell'ONU
nella gestione della crisi che stiamo attraversando.
Contrastando l'unilateralismo e la disinvoltura mostrata negli scorsi
mesi dagli Stati Uniti nei confronti delle Nazioni Unite, l'Unione
Europea, composta da alleati e non da vassalli, ha agito in nome
dell'interesse generale e anche della stessa superpotenza che dovrebbe
essere la prima a capire quanto le sia conveniente il rafforzamento
di una istituzione garante della legalità internazionale.
Manifestazione mondiale per la pace
110 milioni di persone di ogni razza e colore che manifestano
attraverso il pianeta contro la guerra sono uno degli eventi più
eccezionali e uno dei segni più positivi della globalizzazione.
Nonostante le limitazioni e gli ostacoli qua e là frapposti
dalle autorità come il contingentamento del numero dei manifestanti
a New York, nonostante la censura autolesionista praticata dal servizio
pubblico televisivo in Italia, nonostante le strumentalizzazioni
politiche che non solo in Italia hanno tentato di immeschinire l'evento,
questo rimane un incancellabile, inequivocabile messaggio lanciato
ai responsabili politici che decidono della sorte dei popoli e hanno
nelle loro mani la vita di un incalcolabile numero di esseri umani.
Certo, si può sempre chiudere gli occhi per non vedere e
adoperare squallidi stratagemmi perché altri non vedano,
ma non si può sopprimere il grido che sale da una marea umana
per esprimere la sua incontenibile aspirazione alla pace. Una marea
nella quale non mancavano certo i pacifisti ideologici o i politici
militanti, ma che nella stragrande maggioranza era formata da un
popolo di ogni età, ogni classe sociale, unito nel dire no
alla guerra come mezzo di soluzione dei conflitti, certo, ma in
particolare a questa guerra preparata contro l'Iraq che appare ogni
giorno più ingiustificata nonostante le cosiddette prove
portate per legittimarne la necessità.
Una manifestazione che è stata anche una grande risposta
alla paura che in particolare alcuni governi seminano a piene mani
tra le loro popolazioni nell'intento di condizionare l'opinione
pubblica. Questa, a dispetto dell'indottrinamento cui è sottoposta
non riesce a trovare convincente l'argomentazione con la quale si
tenta di dimostrare che una guerra contro Saddam è una priorità
della lotta al terrorismo.
Intanto tutto questo incessante uso di messaggi terrorizzanti, soprattutto
negli Stati Uniti, sembra contribuire a dare efficacia ai puntuali
messaggi terroristici attribuiti a Bin Laden, il quale aveva minacciato
- non lo si dimentichi - di togliere il sonno agli americani.
Infine, il planetario fenomeno di rifiuto della guerra non può
lasciare indifferente nessuno e ancor meno quei responsabili politici
più inclini a una soluzione militare della crisi che prima
di questa straordinaria manifestazione avevano fatto orecchi da
mercante ai risultati di ripetuti sondaggi che questo evento clamorosamente
conferma.
Evento che per il cristiano, politico o meno, è certamente
un segno dei tempi da leggere e da interpretare, un segno maggiore
che fa presentire l'azione dello Spirito che spinge l'umanità
verso la costruzione d'un mondo più degno del suo destino.
Missione della Santa Sede
Su questo sfondo si legge con più chiarezza la missione
di pace della Santa Sede. Non di un pacifismo astratto o generico,
ma di una iniziativa di pace calata nella realtà presente,
di forte carica ideale ma anche piena di realismo e di concretezza:
concreto è l'aggettivo che ricorre nel comunicato della Sala
Stampa vaticana, dopo l'incontro del Papa con Tarek Aziz, concreto
è l'aggettivo che usa il Card. Etchegaray dopo il suo incontro
con Saddam Hussein. Nell'uno e nell'altro colloquio è apparsa
chiara la posizione della Santa Sede: Saddam Hussein deve scrupolosamente
e rigorosamente attuare le prescrizioni dell'ONU, ONU che è
"garante - e qui il messaggio non si ferma all'Iraq - della
legalità internazionale".
In un momento così critico della storia del mondo, il Papa
mostra sollecitudine ma anche saggezza e lungimiranza. Vede tutti
i danni che a livello mondiale deriverebbero da una guerra all'Iraq:
non solo le distruzioni e le stragi di vittime innocenti, ma anche
l'esasperazione degli odi e dello spirito di vendetta, la frattura
tra i Paesi occidentali, l'estensione del risentimento anti-occidentale
del mondo arabo e musulmano.
E qui, a un osservatore attento, non può non sfuggire un
paradosso. Mentre una istituzione religiosa come la Chiesa, guidata
da un figura profetica di alta autorità morale, interprete
della profonda aspirazione dell'umanità alla pace, qual è
Giovanni Paolo II, promuove l'uso della ragione, incoraggia l'azione
della diplomazia, difende il diritto internazionale, ispira e insieme
ascolta la voce dell'opinione pubblica mondiale, cerca di propiziare
con ogni sforzo una soluzione politica della crisi sotto l'egida
dell'ONU, porta avanti con coerenza il suo messaggio proponendo
a ogni uomo di buona volontà la costruzione di un nuovo ordine
mondiale fondato su valori etici, di giustizia e solidarietà,
sul rispetto e sul dialogo fra popoli, religioni e culture, governato
da una istituzione che rappresenti la comunità delle Nazioni
e persegua il bene comune e la pace di tutti i popoli della terra,
mentre questa istituzione mobilita a tal fine le coscienze di milioni
e milioni di uomini e di donne, vediamo una superpotenza retta da
una Amministrazione che dà a sé stessa una missione
salvatrice, con accenti e atteggiamenti da crociata, che sembra
considerare la politica e la diplomazia come fastidiose perdite
di tempo, e il diritto internazionale come un irritante bastone
tra le ruote, e le Nazioni Unite come un club di sofisti, e l'opinione
pubblica mondiale come un fattore da influenzare fin quando è
possibile o semplicemente da ignorare quando non vi si riesce.
Proprio questa opinione pubblica mondiale, che ha dato in questi
giorni una tale prova della sua esistenza, e della sua consistenza
dovrebbe essere considerata seriamente dall'Amministrazione di una
superpotenza che è ben conscia della sua forza e dei suoi
diritti, ma alla quale la saggezza suggerirebbe di essere altrettanto
conscia dei suoi doveri e delle sue responsabilità...
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