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Stati Uniti, Europa, ONU
di Pasquale Borgomeo S.I
One-O-Five Live Radio Vaticana in diretta - 18 febbraio 2003

L'accordo di compromesso tra i Quindici è un passo rassicurante, così come il riavvicinamento tra Unione Europea e Stati Uniti dopo i contrasti, l'irritazione, gli insulti e perfino le ritorsioni come quelle minacciate dalla Amministrazione Bush nei confronti della Germania. Il riavvicinamento è importante soprattutto perché avviene passando attraverso una condizione decisiva: quella del riconoscimento della centralità dell'ONU nella gestione della crisi che stiamo attraversando.
Contrastando l'unilateralismo e la disinvoltura mostrata negli scorsi mesi dagli Stati Uniti nei confronti delle Nazioni Unite, l'Unione Europea, composta da alleati e non da vassalli, ha agito in nome dell'interesse generale e anche della stessa superpotenza che dovrebbe essere la prima a capire quanto le sia conveniente il rafforzamento di una istituzione garante della legalità internazionale.

Manifestazione mondiale per la pace
110 milioni di persone di ogni razza e colore che manifestano attraverso il pianeta contro la guerra sono uno degli eventi più eccezionali e uno dei segni più positivi della globalizzazione. Nonostante le limitazioni e gli ostacoli qua e là frapposti dalle autorità come il contingentamento del numero dei manifestanti a New York, nonostante la censura autolesionista praticata dal servizio pubblico televisivo in Italia, nonostante le strumentalizzazioni politiche che non solo in Italia hanno tentato di immeschinire l'evento, questo rimane un incancellabile, inequivocabile messaggio lanciato ai responsabili politici che decidono della sorte dei popoli e hanno nelle loro mani la vita di un incalcolabile numero di esseri umani.
Certo, si può sempre chiudere gli occhi per non vedere e adoperare squallidi stratagemmi perché altri non vedano, ma non si può sopprimere il grido che sale da una marea umana per esprimere la sua incontenibile aspirazione alla pace. Una marea nella quale non mancavano certo i pacifisti ideologici o i politici militanti, ma che nella stragrande maggioranza era formata da un popolo di ogni età, ogni classe sociale, unito nel dire no alla guerra come mezzo di soluzione dei conflitti, certo, ma in particolare a questa guerra preparata contro l'Iraq che appare ogni giorno più ingiustificata nonostante le cosiddette prove portate per legittimarne la necessità.
Una manifestazione che è stata anche una grande risposta alla paura che in particolare alcuni governi seminano a piene mani tra le loro popolazioni nell'intento di condizionare l'opinione pubblica. Questa, a dispetto dell'indottrinamento cui è sottoposta non riesce a trovare convincente l'argomentazione con la quale si tenta di dimostrare che una guerra contro Saddam è una priorità della lotta al terrorismo.
Intanto tutto questo incessante uso di messaggi terrorizzanti, soprattutto negli Stati Uniti, sembra contribuire a dare efficacia ai puntuali messaggi terroristici attribuiti a Bin Laden, il quale aveva minacciato - non lo si dimentichi - di togliere il sonno agli americani.
Infine, il planetario fenomeno di rifiuto della guerra non può lasciare indifferente nessuno e ancor meno quei responsabili politici più inclini a una soluzione militare della crisi che prima di questa straordinaria manifestazione avevano fatto orecchi da mercante ai risultati di ripetuti sondaggi che questo evento clamorosamente conferma.
Evento che per il cristiano, politico o meno, è certamente un segno dei tempi da leggere e da interpretare, un segno maggiore che fa presentire l'azione dello Spirito che spinge l'umanità verso la costruzione d'un mondo più degno del suo destino.

Missione della Santa Sede
Su questo sfondo si legge con più chiarezza la missione di pace della Santa Sede. Non di un pacifismo astratto o generico, ma di una iniziativa di pace calata nella realtà presente, di forte carica ideale ma anche piena di realismo e di concretezza: concreto è l'aggettivo che ricorre nel comunicato della Sala Stampa vaticana, dopo l'incontro del Papa con Tarek Aziz, concreto è l'aggettivo che usa il Card. Etchegaray dopo il suo incontro con Saddam Hussein. Nell'uno e nell'altro colloquio è apparsa chiara la posizione della Santa Sede: Saddam Hussein deve scrupolosamente e rigorosamente attuare le prescrizioni dell'ONU, ONU che è "garante - e qui il messaggio non si ferma all'Iraq - della legalità internazionale".
In un momento così critico della storia del mondo, il Papa mostra sollecitudine ma anche saggezza e lungimiranza. Vede tutti i danni che a livello mondiale deriverebbero da una guerra all'Iraq: non solo le distruzioni e le stragi di vittime innocenti, ma anche l'esasperazione degli odi e dello spirito di vendetta, la frattura tra i Paesi occidentali, l'estensione del risentimento anti-occidentale del mondo arabo e musulmano.
E qui, a un osservatore attento, non può non sfuggire un paradosso. Mentre una istituzione religiosa come la Chiesa, guidata da un figura profetica di alta autorità morale, interprete della profonda aspirazione dell'umanità alla pace, qual è Giovanni Paolo II, promuove l'uso della ragione, incoraggia l'azione della diplomazia, difende il diritto internazionale, ispira e insieme ascolta la voce dell'opinione pubblica mondiale, cerca di propiziare con ogni sforzo una soluzione politica della crisi sotto l'egida dell'ONU, porta avanti con coerenza il suo messaggio proponendo a ogni uomo di buona volontà la costruzione di un nuovo ordine mondiale fondato su valori etici, di giustizia e solidarietà, sul rispetto e sul dialogo fra popoli, religioni e culture, governato da una istituzione che rappresenti la comunità delle Nazioni e persegua il bene comune e la pace di tutti i popoli della terra, mentre questa istituzione mobilita a tal fine le coscienze di milioni e milioni di uomini e di donne, vediamo una superpotenza retta da una Amministrazione che dà a sé stessa una missione salvatrice, con accenti e atteggiamenti da crociata, che sembra considerare la politica e la diplomazia come fastidiose perdite di tempo, e il diritto internazionale come un irritante bastone tra le ruote, e le Nazioni Unite come un club di sofisti, e l'opinione pubblica mondiale come un fattore da influenzare fin quando è possibile o semplicemente da ignorare quando non vi si riesce.
Proprio questa opinione pubblica mondiale, che ha dato in questi giorni una tale prova della sua esistenza, e della sua consistenza dovrebbe essere considerata seriamente dall'Amministrazione di una superpotenza che è ben conscia della sua forza e dei suoi diritti, ma alla quale la saggezza suggerirebbe di essere altrettanto conscia dei suoi doveri e delle sue responsabilità...

 
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