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| 150°
del Dogma dell'Immacolata Concezione |
| La genesi del dogma
nei primi secoli del Cristianesimo |
Pur nella difficoltà di reperire fonti documentarie
relative alla fede popolare poco incline a testimonianze scritte ma
ricca di atteggiamenti di fede, abbiamo testimonianze indirette di
alcuni teologi.
Una delle prime testimonianze sulla “straordinaria santità”
di Maria è reperibile nel Protovangelo di Giacomo, un apocrifo
del II secolo, il quale narra il concepimento verginale di Anna, madre
di Maria. Tale dato, non attendibile storicamente e rifiutato da Epifanio
e Bernardo, rivela, come sostiene Laurentin nel volume Maria nella
storia della salvezza, “una grande coscienza della santità
perfetta e originale di Maria nella sua stessa concezione”.
Altra connotazione tipica dei primi secoli del Cristianesimo nella
dottrina dell’Immacolata Concezione è il parallelismo
tra Eva e Maria, secondo una duplice relazione di somiglianza e di
opposizione. Sulla base della prima, come Eva fu plasmata senza macchia
dalle mani di Dio, similmente Maria doveva essere creata da Dio, Immacolata.
Per opposizione, Colei che doveva essere la restauratrice delle rovine
di Eva, non poteva essere travolta dal peccato.
Tale parallelo è ripreso in maniera molto pertinente ed efficace
anche dal concilio Vaticano II, nella costituzione Lumen Gentium,
56: “Il Padre delle misericordie ha voluto che l'accettazione
da parte della predestinata madre precedesse l'Incarnazione, perché
così, come una donna aveva contribuito a dare la morte, una
donna contribuisse a dare la vita. Ciò vale in modo straordinario
della madre di Gesù, la quale ha dato al mondo la vita stessa
che tutto rinnova e da Dio è stata arricchita di doni consoni
a tanto ufficio. Nessuna meraviglia quindi se presso i santi Padri
invalse l'uso di chiamare la madre di Dio la tutta santa e immune
da ogni macchia di peccato, quasi plasmata dallo Spirito Santo e resa
nuova creatura. Adornata fin dal primo istante della sua concezione
dagli splendori di una santità del tutto singolare, la Vergine
di Nazaret è salutata dall'angelo dell'Annunciazione, che parla
per ordine di Dio, quale « piena di grazia » (cfr. Lc
1,28) e al celeste messaggero essa risponde « Ecco l'ancella
del Signore: si faccia in me secondo la tua parola » (Lc 1,38).
Così Maria, figlia di Adamo, acconsentendo alla parola divina,
diventò madre di Gesù, e abbracciando con tutto l'animo,
senza che alcun peccato la trattenesse, la volontà divina di
salvezza, consacrò totalmente se stessa quale ancella del Signore
alla persona e all'opera del Figlio suo, servendo al mistero della
redenzione in dipendenza da Lui e con Lui, con la grazia di Dio onnipotente.
(…) Come dice Sant'Ireneo, essa «con la sua obbedienza
divenne causa di salvezza per sé e per tutto il genere umano
». Onde non pochi antichi Padri nella loro predicazione volentieri
affermano con Ireneo che « il nodo della disobbedienza di Eva
ha avuto la sua soluzione con l'obbedienza di Maria; ciò che
la vergine Eva legò con la sua incredulità, la vergine
Maria sciolse con la sua fede» e, fatto il paragone con Eva,
chiamano Maria «madre dei viventi e affermano spesso: «
la morte per mezzo di Eva, la vita per mezzo di Maria ».
Ippolito parlando del Salvatore lo definisce: “Un’arca
fatta con legni (la Vergine) non soggetti alla putrefazione della
colpa.”
Dal IV secolo la dottrina dell’Immacolata Concezione divenne
più esplicita.
Efrem il Siro pose sullo stesso piano la purezza di Maria a quella
di Cristo asserendo che tale purezza è privilegio unico tanto
dell’uno quanto dell’altra: “Tu soltanto, o Signore,
e la tua Madre siete belli sotto ogni aspetto; poiché non v’è
in te macchia alcuna, o Signore, né macchia alcuna v’è
nella Madre tua.”
Nel secolo V, Procolo sostenne un intervento speciale di Dio nella
creazione della futura Madre di Dio, perché fosse una creatura
nuova, formata “da un’argilla monda” come Adamo
prima del peccato.
Teodoto d’Ancira oppone Maria ad Eva dichiarando che sebbene
“la Vergine sia inclusa nel sesso muliebre, fu tuttavia esclusa
dalla nequizia di quel sesso; fu una Vergine innocente, senza macchia,
senza colpa, intemerata, santa di anima e di corpo, come un giglio
che sboccia tra le spine.”
Sant’Agostino interviene in due occasioni polemiche nel dibattito
sull’Immacolata Concezione: nella prima, la più incisiva
e importante, in risposta a Pelagio afferma che tutti i giusti del
Vecchio Testamento, durante la loro vita, avevano peccato “eccetto
la Vergine Maria, riguardo alla quale, per l’onore del Signore,
quando si tratta di peccati, non voglio avere questione alcuna, perché
sappiamo che, che per aver meritato di concepire e dare alla luce
Colui che chiaramente consta non aver avuto alcun peccato, le fu conferita
più Grazia che non occorresse per vincere da qualsiasi parte
il peccato.” Questo testo fu stimato tanto degno della dimostrazione
immacolista da confluire nel testo della bolla Ineffabilis Deus.
L’altro testo, tratto dal Contra Iulianum, è una risposta
a Giuliano il quale obiettava al fatto che per Agostino, data l’universalità
del peccato originale, anche Maria era assoggettata al potere di Satana.
Agostino a queste osservazioni risponde: “… non assegniamo
Maria al diavolo per la condizione del nascere, ma per questo: perché
la stessa condizione del nascere è risolta dalla grazia del
rinascere”. Questa affermazione su Maria fa chiaramente comprendere
come per Agostino l’assenza in Maria del peccato originale,
sia effetto della grazia di Dio.
La decisività del popolo cristiano nella maturazione dell’aspetto
teologico dell’Immacolata Concezione è testimoniata in
maniera determinante a partire dal IX secolo quando da un lato si
celebra con la consueta fede la festa dell’Immacolata Concezione,
dall’altra si grida allo scandalo quando i predicatori negano
il privilegio mariano o si asserisce la presenza del peccato originale
in Maria. >> |
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