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| 150°
del Dogma dell'Immacolata Concezione |
| Il dogma dell’Immacolata
Concezione |
“Nella discendenza di Eva, Dio ha scelto la Vergine
Maria perché fosse la Madre del suo Figlio. <<Piena di
grazia>>, Lei è <<il frutto più eccelso
della Redenzione>>: fin dal primo istante del suo concepimento,
è interamente preservata da ogni macchia del peccato originale
ed è rimasta immune da ogni peccato personale durante tutta
la sua vita.”. Così recita il numero 508 del Catechismo
della Chiesa Cattolica a proposito del dogma dell’Immacolata
Concezione.
Ancora, con questi termini si indica l’insegnamento della Chiesa
Cattolica secondo cui “la Beatissima Vergine, nel primo istante
della sua concezione, per singolare grazia e privilegio concessole
da Dio onnipotente, in previsione dei meriti di Gesù Cristo
Salvatore del genere umano, fu preservata immune da ogni macchia di
peccato originale”. E tale dottrina “a Deo revelata atque
idcirco ab omnibus fidelibus firmiter constanterque credendam (esse)”.
Alla base della definizione dogmatica vi è il presupposto teologico
secondo cui Maria discendendo da Adamo per naturale generazione avrebbe
dovuto, come tutti gli uomini, contrarre il peccato originale. Ma
essa fu fatta oggetto di un particolare privilegio per essere “degna
abitazione di Dio”: se tutti gli uomini sono liberati dal peccato
originale da Cristo Redentore dopo averlo contratto, la Vergine fu
preservata dal contrarlo. Questa unica eccezione alla legge comune
è stata solennemente definita dalla Chiesa come rivelata da
Dio e perciò contenuta nelle fonti della Rivelazione.
Tale dogma, per le sue molteplici connessioni con le problematiche
teologiche, pastorali e le implicazioni ecumeniche è venuto
assumendo un rilievo particolare sia nella teologia che nella vita
ecclesiale.
Nella storia dei dogmi, quello dell’Immacolata Concezione reca
con sé una peculiarità che lo rende unico: la sua definizione
per opera di Pio IX, nel 1854, nasce non tanto dalle attestazioni
scritturistiche o dalla tradizione più antica, quanto, e qui
sta il tratto di unicità, dall’approfondimento del sensus
fidelium e del Magistero.
“ … Così la Chiesa nella sua dottrina, nella sua
vita e nel suo culto, perpetua e trasmette a tutte le generazioni
tutto ciò che essa è, tutto ciò che essa crede.
Questa Tradizione di origine apostolica progredisce nella Chiesa con
l'assistenza dello Spirito Santo: cresce, infatti, la comprensione,
tanto delle cose quanto delle parole trasmesse, sia con la contemplazione
e lo studio dei credenti che le meditano in cuor loro (cfr. Lc 2,19
e 51), sia con l’intelligenza data da una più profonda
esperienza delle cose spirituali, sia per la predicazione di coloro
i quali con la successione episcopale hanno ricevuto un carisma sicuro
di verità. Così la Chiesa nel corso dei secoli tende
incessantemente alla pienezza della verità divina, finché
in essa vengano a compimento le parole di Dio”.
Questo testo della Dei Verbum, 8 sembra essere il testo che meglio
risponde al contesto che ha generato la definizione dogmatica dell’Immacolata
Concezione. E’ lo Spirito Santo che matura il sensus fidei del
popolo cristiano tanto da renderlo capace di una percezione spontanea
del dato rivelato e di una maturazione interiore del dato stesso grazie
alla riflessione, all’esperienza e alla predicazione.
L’Immacolata Concezione è una festa dell’anno liturgico
che, talvolta, è stata ed è recepita dai fedeli in maniera
non corretta, venendo essa confusa con il concepimento verginale di
Maria e non con l’assenza, nella Madre di Gesù, di ogni
peccato sin dall’istante del concepimento nel seno di sua madre.
Il dogma dell’Immacolata Concezione costituisce anche un punto
di attrito nel dialogo interreligioso, particolarmente con i protestanti
e gli ortodossi. Questi ultimi, pur riconoscendosi in una sostanziale
unità con l’Occidente riguardo al mistero della Madre
di Dio, hanno difficoltà ad accettare il dogma, almeno nella
formulazione definitiva del 1854, in quanto contiene espressioni che
sembrano supporre un’azione arbitraria di Dio.
I protestanti, invece, dal canto loro, respingono la definizione perché
non fondata su riferimenti chiari e certi alla Sacra Scrittura e ancor
più perché il dogma collocherebbe Maria fuori dalla
realtà del peccato, propria dell’uomo, e Gesù
non ne sarebbe più il Salvatore.
A questa obiezione risponde in maniera soddisfacente la Lumen Gentium,
al numero 53: “Infatti Maria vergine, la quale all'annunzio
dell'angelo accolse nel cuore e nel corpo il Verbo di Dio e portò
la vita al mondo, è riconosciuta e onorata come vera madre
di Dio e Redentore. Redenta in modo eminente in vista dei meriti del
Figlio suo e a Lui unita da uno stretto e indissolubile vincolo, è
insignita del sommo ufficio e dignità di madre del Figlio di
Dio, ed è perciò figlia prediletta del Padre e tempio
dello Spirito Santo; per il quale dono di grazia eccezionale precede
di gran lunga tutte le altre creature, celesti e terrestri. Insieme
però, quale discendente di Adamo, è congiunta con tutti
gli uomini bisognosi di salvezza; anzi, è « veramente
madre delle membra (di Cristo)... perché cooperò con
la carità alla nascita dei fedeli della Chiesa, i quali di
quel capo sono le membra » (…)”.
Ancor prima, Pio XII nella Fulgens Corona scrisse: “Considerate
diligentemente, come si conviene, queste lodi della beata Vergine
Maria, chi oserebbe dubitare che Colei, la quale fu più pura
degli angeli e pura in qualunque tempo non sia rimasta monda in qualsiasi
anche minimo istante, da ogni macchia di peccato? Ben a ragione dunque
sant'Efrem si rivolge al Cristo con queste parole: «Tu e la
tua Madre, voi soli in verità siete per ogni verso e integralmente
belli. Non vi è in te, o Signore, e neppure nella Madre tua
macchia alcuna». Da queste parole si rileva con evidenza che
fra tutti i santi e le sante, di una solamente può dirsi, allorché
si tratta di qualsivoglia macchia di peccato, non potersi neppure
porre il quesito; e parimenti che questo singolarissimo privilegio,
a nessuno mai concesso, ella per questo motivo lo ottenne dal Signore
perché fu innalzata alla dignità di Madre di Dio. Tale
eccelso officio, che fu solennemente riconosciuto e sancito nel concilio
di Efeso contro l'eresia nestoriana e di cui non sembra potervi essere
altro maggiore, postula la pienezza della grazia divina e l'anima
immune da qualsiasi peccato, perché esige la più alta
dignità e santità dopo quella di Cristo. Anzi da questo
sublime officio di Madre di Dio, come da arcana fonte limpidissima,
sembrano derivare tutti quei privilegi e tutte quelle grazie che adornarono
in modo e misura straordinaria la sua anima e la sua vita. Come ben
dice l'Aquinate: «Poiché la beata Vergine è Madre
di Dio, dal bene infinito che è Dio trae una certa dignità
infinita». E un illustre scrittore sviluppa e spiega lo stesso
pensiero con le seguenti parole: «La beata Vergine ... è
Madre di Dio; perciò è così pura e così
santa da non potersi concepire purità maggiore dopo quella
di Dio».
Nella storia del dogma dell’Immacolata Concezione è certo
che vi è una precedenza assoluta del sensus fidei sulla Teologia
che ha, invece, indugiato sui pro e i contra del privilegio mariano.
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