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Pseudo-Dionigi Areopagita, La gerarchia ecclesiastica, 2,2.12-14
Il vescovo, finita la sacra preghiera davanti all'altare divino, da lì comincia l'incensazione e procede per tutto l'ambito del luogo sacro. Ritornando poi all'altare divino, dà inizio al canto sacro dei salmi, e tutta l'assemblea, distinta nei sacri ordini, ne canta con lui le sacre parole. Poi ha subito luogo la lettura delle sacre Scritture da parte dei ministri, terminata la quale, escono dal sacro edificio i catecumeni, e inoltre gli ossessi e i penitenti: restano invece coloro che sono degni di contemplare e partecipare ai misteri divini. Alcuni ministri restano presso le porte chiuse del santuario, gli altri compiono le funzioni proprie del loro ordine. Quelli che sono nei gradini più alti della gerarchia liturgica, insieme con i sacerdoti pongono sull'altare divino il sacro pane e il calice di benedizione, dopo che tutta l'assemblea ecclesiale ha innalzato l'inno di lode universale. Il vescovo, ripieno di Dio, lo conclude con una preghiera sacra e annuncia a tutti la santa pace. Mentre tutti si baciano si conclude la mistica lettura delle sacre pagine.
Dopo che il vescovo e i sacerdoti si sono lavati le mani con l'acqua, il vescovo sta al centro dell'altare divino e con lui solo i sacerdoti e i ministri di ordine più elevato. Dopo aver inneggiato ai sacri doni di Dio, consacra i divinissimi misteri e mostra a tutti le realtà che celebra, giacenti sotto i sacri simboli; mostrati i doni dell'azione divina accede egli stesso alla sacra comunione con essi, e invita gli altri. Ricevuta e data la divinissima comunione, si abbandona al santo ringraziamento. E mentre la massa sa solo contemplare devotamente i simboli divini, egli, per lo spirito divinissimo, si innalza in beate e spirituali contemplazioni sulle origini sante dei sacramenti, come si addice alla sua dignità gerarchica nella purezza del suo stato di divina contemplazione...
Come potrebbe attuarsi in noi la divina imitazione altrimenti che con la memoria delle sacre opere di Dio, continuamente rinnovata dalle parole e dalle azioni sacre dei vescovi? Facciamo dunque questo in memoria di lui, come dicono le sacre parole (cf. Lc 22,19). Per questo il divino vescovo, in piedi al centro dell'altare di Dio, inneggia alle opere sacre e divine di Gesù, opere da lui compiute per divinissima provvidenza verso di noi, per la salvezza della nostra stirpe, secondo il beneplacito del Padre sacrosanto nello Spirito Santo, come dicono i sacri eloqui. Conclusa la lode (alle opere di Dio) e immersosi con gli occhi dello spirito nella loro contemplazione veneranda e spirituale, procede alla loro mistica consacrazione secondo l'istituzione divina. Perciò, dopo i sacri inni alle opere divine, con devozione e, come si addice a un vescovo, si scusa per le sacre azioni da lui compiute, che tanto superano la sua dignità e anzitutto eleva a Cristo la pia esclamazione: Tu hai detto: Fate questo in memoria di me! (Lc 22,19). Poi prega di diventar degno di tali sacre azioni in cui si imita Dio e di celebrare i divini misteri a imitazione di Cristo e distribuirli con purezza e anche che i partecipanti vi prendano parte con degna devozione.
Compie allora l'atto più sacro [la consacrazione], e mostra l'oggetto della sua lode per mezzo dei sacrosanti simboli che ha innanzi a sé: il pane era coperto, e lo scopre; era intero e lo divide in molti pezzetti; allo stesso modo distribuisce a tutti il contenuto del calice. Amplia così e distribuisce simbolicamente l'unità portando a termine in loro il sacratissimo sacrificio. Infatti la natura unica, semplice e nascosta di Gesù, Verbo divinissimo, umanandosi come noi, per la sua bontà e il suo amore per gli uomini, procedette nella realtà composta e visibile senza mutazione alcuna e operò, per sua bontà, la nostra comunione e unità con lui, fondendo in sommo grado la nostra bassezza alla sua divinità, affinché anche noi, come membra del corpo, fossimo a lui stretti, alla sua vita immacolata e divina, e non fossimo travolti nella morte dalle passioni rovinose, diventando così inetti, disadatti e incapaci di queste membra sane e divine. Infatti, se aspiriamo alla comunione con lui, dobbiamo contemplare la sua vita divinissima nella carne e, imitando la sua santa impeccabilità, sollevarci a uno stato divino e immacolato. In tal modo egli ci donerà la comunione e la somiglianza a lui, come a noi si addice. Questi sono i misteri che il vescovo con gli atti liturgici manifesta quando scopre i doni nascosti, ne divide l'unità in molte parti e attraverso l'intima unione dei doni distribuiti con la persona dei riceventi, rende questi ultimi così sommamente partecipi. Egli attraverso queste cerimonie sensibili ci pone davanti agli occhi Gesù Cristo, l'immagine della nostra vita spirituale. Egli dal profondo della sua divinità per amore degli uomini si umanò pienamente come noi, senza mescolanza alcuna e senza dividersi, nell'unità della sua natura scesa nella nostra molteplicità e nella sua molteplice clemenza invitò il genere umano a partecipare dei suoi beni. A condizione, però, che ci uniamo alla sua vita divina, conformandoci ad essa in quanto ci è possibile, rendendoci così pienamente partecipi di Dio e delle realtà divine.
Dopo che il vescovo ha assunto ed elargito agli altri la divina comunione si dedica alla fine, insieme con tutta la sacra assemblea ecclesiale, al santo ringraziamento. La partecipazione precede il far partecipare e l'assunzione dei misteri precede la loro mistica distribuzione: è questo l'ordine universale e mirabile delle realtà divine: che il capo prima partecipi pienamente e gusti i doni che, per volere divino, deve distribuire, e solo dopo li porga agli altri. Perciò quelli che temerariamente abusano del divino magistero prima di essersene resi degni per la vita e per lo stato, sono da reputare empi e assolutamente estranei ai sacri uffici. Come ai raggi del sole i corpuscoli minutissimi e trasparenti prima si riempiono di splendore irradiato, poi, come piccoli soli, trasmettono agli altri oggetti la luce che da loro trabocca, così nessuno deve osare di guidare gli altri alla luce divina, se in tutto il suo essere non si è reso perfettamente simile a Dio, e se, per ispirazione e decisione divina, non è stato a quel compito di guida dichiarato idoneo.
 
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