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GESÙ NELL'EUCARISTIA MI
HA AIUTATO A SUPERARE QUESTI ANNI DIFFICILI
Eminenze, eccellenze, cari confratelli sacerdoti, care suore,
carissimi fratelli e sorelle in Cristo, siamo stamattina due francofoni
a parlare l'italiano! Mons. Nosiglia mi ha chiamato per dare testimonianza.
Io sono pronto a farlo in quanto parrocchiano di Roma, ma non
praticante, perché non vengo spesso alla cattedrale. Vorrei
condividere con voi tutti la mia esperienza n anni di prigione
e anche di altre cose che ho vissuto nel mio impegno come presidente
di "Iustitia et Pax" attraverso il mondo. Ho passato,
come voi sapete, più di tredici anni in prigione, di cui
nove in isolamento, senza mai una visita neanche dalla famiglia,
sempre con due poliziotti che non mi parlavano, senza radio, giornale,
telefono, televisione. È una cultura di morte. Dico subito
come ho passato questi anni e come specialmente Gesù nell'Eucaristia
mi ha aiutato a superare questi anni difficili. Momenti di disperazione,
di rivolta: perché il Signore mi manda in prigione quando
sono ancora un giovane vescovo, dopo otto anni di esperienza?
Tutta la prigione senza sentenza e senza giudizio. Il primo giorno
ho dovuto partire a mani vuote. Il secondo giorno mi è
stato permesso di scrivere alcune righe per domandare vestiti
o dentifricio. Ho scritto di mandarmi un po' di vino e delle medicine
contro il mal di stomaco. La gente fuori ha il dono dello Spirito
Santo, capisce subito. Il direttore della prigione mi chiama:
"Signor Van Thuan, lei ha male allo stomaco?". "Sì,
signore!". "Lei ha bisogno di medicine?". "Ogni
mattino". "Allora eccole un flacone con l'etichetta
"medicina contro il mal di stomaco"". Con mia grandissima
gioia sono le più belle messe della mia vita: offro il
sacrificio ogni giorno nel palmo della mia mano con tre gocce
di vino e una di acqua. Ma ogni giorno posso così dire
al Signore la mia nuova ed eterna alleanza come sacerdote.
E l'Eucaristia è una forza per me e per gli altri prigionieri.
Sono vicini a me perché dormiamo tutti insieme su di un
letto comune, 25 da ogni parte, testa contro testa e i piedi fuori.
La sera alle nove e mezzo, nell'oscurità mi curvo per celebrare
a memoria la messa, poi passo sotto la zanzariera la comunione
agli altri cinque cattolici vicino a me. Ma la presenza di Gesù
Eucaristia ci conforta. L'indomani andiamo tutti a raccogliere
la carta dei pacchetti di sigarette con la quale fabbrichiamo
pacchettini per mettervi dentro il Santissimo. Ogni settimana,
il venerdì c'è una sessione di indottrinamento.
Tutta la prigione va a studiare. Al momento della pausa passiamo
a dare ad ogni gruppo di 50 persone un sacchettino con Gesù
dentro. Ciascuno del gruppo porta Gesù nella sua tasca
e nella prova, nell'ansietà, nella tristezza, nella tribolazione
sentono sempre Gesù eucaristico con loro; pregano la notte,
fanno l'ora santa e grazie all'adorazione di Gesù Cristo
e la comunione, questa gente che talvolta ha abbandonato la fede
diventa veramente cristiana. Non potrò mai dimenticare
come ci sia stato utile il canto liturgico lasciatoci da san Tommaso
nella celebrazione della festa del Corpus Domini, dove viene affermata
tutta la teologia in parole così semplici. Permettetemi
di cantare per farvi capire quello che proviamo quando cantiamo
a bassa voce insieme la sera nella prigione, per vedere quanto
il Signore ci ha promesso attraverso le figure dell'Antico Testamento1:
"In figuris praesignatur / cum Isaac immolatur / Agnus Paschae
deputatur / datur manna patribus". Oppure sentiamo il profilo
mariano dell'Eucaristia: quando la celebriamo siamo veramente
figli di Maria: "Ave verum corpus, natum de Maria virgine".
Questi canti che sentiremo di nuovo stasera ha aiutato tanti di
noi in prigione. Questi laici diventano così coraggiosi,
sereni nella tristezza e servono tutti gli altri con carità,
e la loro testimonianza ha affascinato altri non cattolici, talvolta
fanatici e loro chiedono di conoscere la religione, Gesù;
questi laici diventano catechisti, poi battezzano altri compagni
prigionieri e diventano loro padrini. Con l'Eucaristia la prigione
è cambiata: diventa una scuola di fede e di catechesi.
In tutto il mondo l'Eucaristia ha fatto santi di ogni tribù,
lingua e nazione, e la storia della chiesa è piena di santi
e soprattutto martiri che hanno superato tutto, persino la morte,
grazie a Gesù Eucaristia. Ricordo insieme a voi i trappisti
francesi in Algeria, monaci e missionari. I superiori avevano
detto loro di partire dato il pericolo e la minaccia per la loro
stessa vita, ma tutti hanno deciso di rimanere sul posto e sono
morti per la fede in Gesù Cristo che amavano tanto. In
Africa ci sono guerre etniche, ma tanti nostri fratelli africani
hanno sofferto con coraggio. Posso parlare di preti che hanno
dato la vita. Uno, per esempio, all'arrivo dei soldati ha indossato
i paramenti sacerdotali. Gli hanno domandato: "Sei hutu o
tuzi?". Lui ha risposto: "Sono prete". Per la seconda
volta: "Sei hutu o tuzi?". "Sono prete". Terza
volta: "Sei hutu o prete?". "Sono prete".
Lo ammazzano. Ma è morto da sacerdote. E il sacerdote non
ha frontiere: è per la chiesa universale. Un altro, un
monsignore di nome Laroussette, si mette in ginocchio e l'hanno
abbattuto con il gladio, ma ad ogni colpo grida: "Gloria
a te, Signore!", fino alla morte. Sono testimoni della fede
grazie a Gesù che celebrano ogni giorno nell'Eucaristia.
Ci sono anche delle suore, martiri della carità. Ricordiamo
le Suore delle Poverelle di Bergamo contagiate dal virus Ebola:
molti sono partiti, le suore sono rimaste, anzi altre nuove suore
sono venute. I giornalisti hanno chiesto a suor Dinarosa Merelli:
"Perché viene qui? Deve andarsene, è molto
contagioso!". "Rimango per servire la gente anche a
prezzo della mia vita". Tutte sono morte in quel paese, ma
sono seme di nuovi cristiani. In un seminario i guerrieri hutu
sono andati ad arrestare 40 seminaristi hutu e tuzi chiedendo
di dividersi, gli hutu da una parte, i tuzi dall'altra: "Se
siete hutu vivrete, se siete tuzi morirete!". Tutti e 40
sono uniti come fratelli nella vita e nella morte. Vengono uccisi
tutti. Sono martiri dell'unità, quella che Gesù
ci domanda: "Come tu, Padre, sei in me e io in te, che siano
tutti uno".
Ciò di cui abbiamo bisogno ce lo dà Gesù
nell'Eucaristia: l'amore, l'arte di amare: amare sempre, amare
con il sorriso, amare subito e amare i nemici, amare perdonando,
dimenticando di aver perdonato. Penso che Gesù nell'Eucaritia
possa insegnarci sette aspetti di questo amore. Nel cenacolo Gesù
ci manifesta l'amore sacrificato: "Questo è il mio
corpo offerto in sacrificio per voi". Quando, dopo la cena,
va nel Getsemani è un amore abbandonato: Gesù si
sente abbandonato dal Padre, ma invece lui si abbandona completamente
e totalmente nelle mani del Padre: "Non sicut ego volo sed
sicut tu". Sulla croce Gesù ha manifestato l'amore
consumato perché ci ha amati sino alla fine e ha detto:
"Tutto è compiuto". Non rimane niente che egli
non abbia fatto per noi. E quando da risorto accompagna i due
discepoli a Emmaus e parla con loro spiegando le Scritture e nella
frazione del pane si rivela loro come Eucaristia, è un
amore intimo. Nella Messa Gesù si offre nelle nostre mani
ogni giorno; il suo sacrifico per noi, il suo sangue versato per
noi e per tutti è un amore immolato, un amore manducato,
come diceva il curato d'Ars: "Il sacerdote, e tutti i cristiani,
sono dei manducati". Nel tabernacolo Gesù ci manifesta
l'amore nascosto nel silenzio e nell'orazione. Nell'ostensorio
Gesù ci mostra l'amore radiante e noi siamo tutti un raggio
di Gesù, dobbiamo essere luce come lui ci vuole.
Quando stavo in prigione i poliziotti non mi parlavano, ma ad
un certo punto mi hanno detto che quando i capi me li avevano
mandati dissero loro: "Dal momento che andrete a tenere sotto
controllo un vescovo molto pericoloso, vi cambierò ogni
due settimane con un altro gruppo, altrimenti lui vi contaminerà".
Dopo averli seguiti, i capi li hanno chiamati dicendo loro: "Ormai
non vi cambio più, altrimenti questo cattivissimo vescovo
contaminerà tutta la polizia". Ma con quale veleno
li ha contaminati: il veleno dell'amore di Gesù. Un giorno
dovevo tagliare legna. Ho chiesto a uno che mi era diventato amico:
"Mi lasci tagliare un pezzo di legno a forma di croce".
"È molto pericoloso, è vietato. Lei ora è
mio amico e io sarò in prigione come lei". "Ma
no, chiudi gli occhi e lasciami fare". Lui non può
resistere e va via. Io ho tagliato un pezzo di legno a forma di
croce e l'ho nascosto nel sapone fino alla liberazione e ho fatto
questa croce con il legno nero della prigione2.
In un'altra prigione vicino ad Hanoi un giorno ho chiesto a un
poliziotto un altro favore: tagliarmi un pezzo di filo elettrico.
"Lei vuole suicidarsi!". "Ma no!". "Ma
cosa può fare con del filo elettrico?". "Voglio
fare una catena per poter portare la mia croce". "Ma
io non posso capire come si possa fare una catena con del filo
elettrico!". "Mi presti due piccole tenaglie e glielo
mostrerò: è difficile". Tre giorni dopo torna
dicendomi: "Io non posso rifiutare, è un peccato contro
la sicurezza; ma lei è mio amico: domani porterò
le cose e dobbiamo fare tutto tra le 7 e le 11, altrimenti se
qualcuno vede ci denuncerà". E in quattro ore lui
mi ha aiutato a fabbricare questa catena di filo elettrico3 che
porto sempre con me perché non è solo un ricordo,
ma una chiamata ad amare come Gesù ci ha amato. Più
volte i poliziotti mi hanno domandato: "Lei ci ama?".
"Ma sì, io vi amo". "È impossibile!
Noi la teniamo qui da più di dieci anni, senza giudizio,
senza sentenza, e lei ci ama!". "Io continuo ad amarvi
e voi vedete come siamo amici. È bello ma incomprensibile
come si possa amare un nemico". "Ma perché lei
ci ama?". "Perché Gesù me lo ha insegnato
e se io non vi amo non son più degno di portare il nome
cristiano. Il cristiano deve amare come Gesù". In
questo modo abbiamo vissuto prigione fino alla fine
Per concludere, un aneddoto vero che non ho mai raccontato. L'anno
scorso, in occasione della festa del Corpus Domini il papa mi
aveva chiamato dicendomi di andare subito come Consiglio "Iustitia
et Pax" nel Kosovo. Bisognava essere lì per il giorno
della festa, ma avevamo soltanto tre giorni per prepararci. Il
Santo Padre ci ha detto: "Vorrei che voi in Kosovo preghiate
e facciate pregare la gente con me quando celebrerò la
festa del Corpus Domini a San Giovanni in Laterano con la processione.
Dite loro che il papa prega per la pace in Kosovo". Siamo
andati tutti e tre: io in Serbia, a Belgrado, mons. Martin in
Macedonia e mons. Trepaldi in Albania, per mostrare che il papa
ama tutti i popoli. Quando sono arrivato la vigilia della festa
senza acqua, la città senza luce erano rimasti sei ambasciatori.
Tutti sono stati invitati a pranzo alla nunziatura. "Ma come
mai Milosevic non ha accettato la proposta dell'America, la delegazione
russa è tornata a Mosca e tutti sono tornati a casa?".
Ad ogni modo ho celebrato la messa in cattedrale l'indomani con
tutto il popolo. Quando ho letto il telegramma del Santo Padre
tutti piangevano perché è un popolo in minoranza
dove tutti sono musulmani e sentono che il papa pensa a loro e
alla pace nella loro regione. Dopo la messa gli ambasciatori sono
venuti a congedarsi in sagrestia. Nello stesso momento i loro
segretari sono arrivati di corsa in sagrestia con l'ultima notizia:
hanno accettato di ritornare per la Conferenza. Quando a mezzogiorno
sono tornato in nunziatura una telefonata da Roma: "Come
avete fatto? Avete celebrato la messa o no?". "Sì,
abbiamo celebrato e annunciato che tutti torneranno di nuovo per
la riunione. E da Roma si risponde: "Il Santo Padre l'ha
detto poi a Kofi Annan quando lo ha ricevuto a mezzogiorno".
La preghiera a Gesù nell'Eucaristia porta la pace nell'amore
a tutto il mondo come Gesù ha detto: "La mia carne
è per la vita del mondo. Caro mea est pro mundi vita".
E quest'anno per la festa del Corpus Domini sono sicuro che ci
sono altre grazie grandissime che il Signore ci riserba.
Mons. François Xavier Van Thuan
Arcivescovo vietnamita
Presidente del Pontificio Consiglio "Iustitia et Pax"
Basilica di San Giovanni in Laterano - Giovedì,
22 Giugno 2000
Note
1. Qui Mons. Van Thuan si mette a cantare.
2. Mons. Van Thuan mostra la croce pettorale che indossa.
3. Mostra la catena della sua croce pettorale.
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