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Eucaristia fonte e culmine dell'Evangelizzazione
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Silvia e Giuseppe Dolfini

IL MATRIMONIO, SEGNO DELL'AMORE DI DIO PER L'UMANITÀ,
SEGNO DELL'AMORE DI CRISTO PER LA SUA CHIESA

Stiamo vivendo e scoprendo in questa settimana eucaristica il mistero d'amore di Gesù, questo permanere in mezzo a noi in modo sacramentale, mistero che si rinnova ogni giorno nella celebrazione della santa Messa e nel giorno di domenica, giorno che richiama il settimo della creazione, il riposo, e che impreziosito dalla sua Risurrezione assurge a memoria, lode e ringraziamento per tutto quanto il Signore ci dona e ci permette di realizzare. Possa il Signore, in questo clima di particolare e singolare circostanza, nel calore spirituale dell'occasione odierna, farci comprendere e cogliere in profondità la ricchezza dell'Amore di Dio: "Ho desiderato ardentemente mangiare con voi questa Pasqua", e far sorgere in noi questo stesso ardente desiderio di stare con il nostro Signore Gesù.
È sempre una grande responsabilità essere chiamati per una testimonianza. Cogliamo il senso della piccolezza delle nostre persone e siamo a disagio. Il nostro "sì" è motivato solo dalla coscienza che il Signore si serve di tutti, anche di noi. È questo un tempo in cui avremmo preferito tacere, forse nel tentativo di rendere il nostro servizio sempre più autentico e vero. Quanto più viviamo la realtà di Casa Betania, tanto più sentiamo il desiderio del silenzio. Abbiamo, a volte, l'impressione di essere ripetitivi nelle cose che nel tempo andiamo riaffermando; tuttavia, ogni volta che abbiamo l'occasione di riflettere sui fili conduttori della nostra vita scopriamo sfumature diverse.

"I coniugi: servi del Signore. Lo Spirito di Cristo è Spirito di amore: di un amore che serve e mai di potenza. Servo è Cristo stesso. Gli sposi devono possedere lo Spirito del servizio. I coniugi sono chiamati ad abbandonare la logica del possesso. Entrando nell'umiltà evangelica di Maria che proclama nell'obbedienza alla parola del suo Dio, di essere la serva di Lui" (da una riflessione di don Germano Pattaro). Al momento del matrimonio, come tutti i giovani sposi, avevamo poche certezze, tanta gioia, molto entusiasmo, sapevamo che questo nostro incontrarci era un grande dono che il Signore ci aveva fatto e come tale non poteva essere solo per noi ma doveva essere in qualche modo condiviso. L'altra idea che avevamo nel cuore era quella di pensare a una famiglia con più figli, una famiglia allargata.
Nei nostri primi quindici anni di matrimonio abbiamo avuto la possibilità di partecipare a gruppi di spiritualità che hanno alimentato la nostra fede. È stato questo uno spazio privilegiato in cui persone amiche ci hanno rivelato il dono che il Signore ci aveva fatto nel nostro incontrarci e nel farci scoprire la responsabilità di questo sacramento, il matrimonio, che eravamo chiamati a vivere.

Il matrimonio, segno dell'amore di Dio per l'umanità, segno dell'amore di Cristo per la sua Chiesa
Se grande è la responsabilità, grande è la gioia, grande la grazia. Se veramente ogni coppia che si sposa nel Signore avesse questa coscienza, quanta grazia fiorirebbe nelle nostre comunità, nei nostri ambienti di lavoro. Noi teniamo questo tesoro nascosto, soltanto rare volte ne abbiamo apprezzato la ricchezza: poco o nulla chiediamo ai giovani sposi, quasi che nella loro situazione debbano essere lasciati soli, che nulla abbiano a dover esprimere nella comunità, e così la grazia di cui inconsapevolmente sono pieni non dà i suoi frutti.
La nostra casa è stata allietata dalla presenza di quattro figli, Matilde, Marta. Carlo ed Ester che rispettivamente oggi hanno 24, 22, 18 e 13 anni. Fin da quando i nostri figli erano molto piccoli, hanno sempre visto in casa la presenza di alcuni bimbi o di qualche mamma in difficoltà. Alcuni sono rimasti pochi mesi, altri un tempo più lungo: ognuno nella sua difficoltà ha lasciato dei doni che ci hanno consentito di crescere, di apprezzare quanto ci è stato dato.
I nostri figli sono sempre stati coinvolti in queste scelte, partecipavano, secondo l'età, alla decisione, e la loro disponibilità ci ha permesso di continuare ad accogliere. I nostri figli, il dono più grande che il Signore ci ha fatto chiamandoci a partecipare al suo "progetto creativo", questo miracolo dovrebbe essere da noi contemplato, da noi offerto al Signore che un giorno ce li ha affidati.
Quanti sono presenti a Casa Betania, mamme e bimbi, sono anch'essi figli verso i quali esprimiamo la nostra paternità e maternità, sono anch'essi di passaggio, il Signore ce li affida per aiutarli a camminare presto in autonomia. Sono tutti doni che non vanno trattenuti, non sono per noi. Il Signore del creato ce li affida e ci chiede di far conoscere loro il vero Padre.
Ecco la nostra fatica, Signore: parlargli di te, raccontargli di quanto li ami, della tua presenza, del tuo amarli appassionatamente.

"Nel nostro tempo, così duro per molti, quale grazia essere accolto "in questa piccola chiesa", secondo la parola di san Giovanni Crisostomo, di entrare nella sua tenerezza, di scoprire la sua maternità, di sperimentare la sua misericordia, tanto è vero che un focolare cristiano è "il volto ridente e dolce della Chiesa". È un apostolato insostituibile". Così si esprimeva Paolo VI ad un gruppo di coppie di sposi.
Non avevamo previsto né programmato né pensato di dar vita ad una casa-famiglia. Abbiamo vissuto il nostro quotidiano e passo dopo passo, giorno dopo giorno abbiamo cercato di dare risposte ai piccoli segni che trovavamo sulla nostra strada. In questo cammino abbiamo incontrato alcune coppie e famiglie impegnate nella realtà dell'affido: lo scambio di esperienze, le riflessioni sull'argomento, il mettere in comune difficoltà e progetti ha fatto nascere l'idea di dar vita ad una casa-famiglia. Si sono unite le forze, si è coinvolta la comunità parrocchiale, il territorio, si sono superate con tenacia e fatica le difficoltà di percorso e nel 1992 con un comodato gratuito ci viene messa a disposizione dalla Congregazione delle Figlie povere di san Giuseppe Calasanzio una struttura che rimessa in ordine e adattata ha reso possibile l'accoglienza.
"Dio veramente ci sorprende perché ci dà dei segni. È lui che guida la storia degli uomini, certo ha bisogno di noi, vuole avere bisogno di noi, della nostra disponibilità, soprattutto della nostra povertà. Ogni volta che mettiamo noi stessi al centro delle opere che facciamo, pur con grande volontà, allora non riceviamo la risposta. Dio mette a dura prova la nostra speranza quando al centro di tutto mettiamo noi stessi; quando invece mettiamo la nostra povertà, la nostra debolezza, le nostre sofferenze, quando preghiamo, qualcosa di impossibile o di irreale o una realtà che sembra umanamente impossibile, allora lì Dio interviene, allora il Signore compie cose grandi, cose meravigliose" (dall'omelia di mons. Nosiglia il giorno dell'inaugurazione di Casa Betania).
Dopo 17 anni di vita coniugale prendeva inizio l'esperienza di Casa Betania. L'idea era quella di accogliere bimbi soli e mamme in attesa o che avevano da poco partorito, che fossero in difficoltà. È nel vivere quotidiano che si perfeziona l'accoglienza, le modalità di convivenza e si trovano le risposte per rimuovere gli ostacoli e consentire alle persone di avviarsi verso l'autonomia.
Casa Betania è una struttura privata, autonoma, retta da laici; risponde ad esigenze di pronto intervento, per il numero di ospiti che le è consentito accogliere, per il tempo strettamente necessario alla formulazione di un progetto, per la sua conduzione e risoluzione.
"Desideriamo riscoprire che dove agisce Dio, siamo noi che siamo accolti, prima ancora di accogliere i poveri, le famiglie in difficoltà; la nostra vera spiritualità sta appunto nell'incontro pieno con Dio attraverso le sofferenze e le difficoltà del fratello. Casa Betania è una famiglia che si allarga ad accogliere altre famiglie: ecco il segno di un vero e proprio inserimento del povero dentro la vita della Chiesa, come soggetto, come protagonista, non solo come uno che deve ricevere assistenza, che deve essere aiutato, ma uno che mi aiuta ad essere più cristiano, più autentico nella mia fede cristiana, solo così diventiamo segno dell' accoglienza (dall'omelia di mons. Nosiglia).
Il tempo di permanenza delle persone varia a seconda delle difficoltà. La struttura si avvale dell'apporto del servizio sociale sia del Comune che della Provincia, lavora in stretta collaborazione con le strutture pubbliche e private, come i centri di ascolto Caritas, con strutture di volontariato. È aiutata da personale specializzato e dall'apporto generoso di tanti volontari, più di ottanta, che offrono il loro servizio con generosità, impegno, gratuità, mettendo a disposizione le proprie competenze professionali.
Se pensiamo a Betania, dove Gesù andava e si intratteneva con Maria, Marta e Lazzaro, per poi riprendere il cammino, la nostra piccola comunità sembra alternarsi tra le due sorelle. In alcuni momenti è Marta che prevale: si deve sistemare la casa, accudire ai piccoli, preparare da mangiare; in altri momenti diamo più spazio a Maria: si ascoltano le mamme, i bimbi, quanti bussano alla porta, ci ascoltiamo tra volontari. Quando poi Gesù viene a trovarci ci fermiamo, ci mettiamo in ascolto, a volte con fatica, a volte distratti, presi da altre urgenze. La sua presenza nella nostra cappellina è richiamo costante, luogo di silenzio e di accoglienza, per quanti vi si soffermano.

Domenica, è il giorno del Signore. Mistero dell'amore di Gesù, mistero che si rinnova ogni volta nella celebrazione eucaristica, in quel suo rimanere tra noi nel pane e nel vino consacrati. Giorno di lode, di ringraziamento per le meraviglie del creato, per il dono della vita e dell'amore, della speranza e della fede. Giorno di grazia, di contemplazione, di riposo. È il giorno del Signore, di quel Gesù che "prese il pane, lo spezzò e lo diede loro". È un Gesù che invita alla condivisione, alla partecipazione.
Lo ritroviamo nel camminare insieme, nel percorrere quel tratto di strada, noi coppia, noi famiglia, noi Casa Betania, persone accolte, volontari. Vuol dire farsi compagnia, condividere la sofferenza, gli spazi, la casa, il carattere, le abitudini, i progetti futuri, le attese, le speranze e poi consentire a ciascuno di prendere il proprio cammino, in piena autonomia, senza trattenere.
È quella condivisione che si realizza anche nell'uscire da casa, ogni domenica, ciascuno diretto in un luogo diverso, ad esprimere il proprio credo in una chiesa ortodossa o di rito copto, in una moschea o in una parrocchia, un credo che si fa preghiera e ringraziamento e nella differenza delle espressioni unisce e crea comunità.
È quella partecipazione della piccola famiglia alla santa Messa in cui godiamo, anche fisicamente, della bellezza di rivolgerci a Dio Padre.
È il giorno del Signore, di quel Gesù che si fa cibo: "Prendete e mangiatene tutti, questo è il mio corpo, questo è il mio sangue offerto in sacrificio per voi". È il dono più grande, totale, gratuito, incondizionato. Nell'incontro con Gesù, nel partecipare alla mensa eucaristica ritroviamo la nostra piccola mensa.
Siamo chiamati a donare. Nella nostra comunità sono sempre più confusi i ruoli… Quanti vengono per dare, per prestare il loro servizio, la nostra famiglia, i nostri figli, siamo tutti - e ogni giorno di più - arricchiti dei tanti doni che circolano nella Casa, così da non sapere più chi dà e chi riceve. Ognuno nella vita è chiamato a dare e ricevere in tempi diversi. Il dono è dono, nulla chiede in cambio, solo dà.
Talvolta, specie nei momenti di stanchezza, di fatica, si fa avanti il desiderio di una gratificazione, di un segno di riconoscenza, di gratitudine, e quando ciò non si verifica si rimane un po' delusi. Ma poi nella riflessione e nella preghiera si fa chiarezza: non a noi deve essere indirizzato il grazie, ma a colui che è la fonte di ogni bene. Tutto riprende il suo posto e la sua collocazione quando al momento della consacrazione suonano forti e chiare le parole del memoriale: "Nella notte in cui fu tradito, Gesù prese il pane, ti rese grazie con la preghiera di benedizione, lo spezzò e lo diede ai suoi discepoli…". Quello che colpisce e ci fa ammutolire è la constatazione che proprio nel momento in cui ciascuno di noi - con la logica del mondo - avrebbe quasi il diritto di negare un aiuto, ebbene Gesù, in quel momento in cui l'uomo si è allontanato da lui, dona il suo amore. Allora ogni considerazione, pretesa, rivendicazione svanisce e lascia il posto ad una sola invocazione: "Signore Gesù, purifica il mio pensiero e donami la pienezza e la profondità del tuo amore".

Siamo chiamati alla conversione del cuore. Alla nostra piccola mensa le persone accolte ci chiedono di purificare i nostri sentimenti, di allontanare i pregiudizi, di guardarli, grandi e piccoli, ogni giorno con un nuovo sguardo. Ci chiedono di offrire una solidarietà che non esprima valutazioni sulla persona e sul suo agire, che ne rispetti il vissuto, la cultura, la sua povertà e sofferenza, il suo diritto di svelare a poco a poco e nel tempo tutta la sua realtà.
Siamo chiamati ad offrirci. Gesù lo realizza nel sacrificio supremo. Muore per ciascuno di noi. A Casa Betania viviamo le sofferenze delle nostre mamme immigrate, di un lavoro precario, mal retribuito, della fatica per il dover dipendere in tutto dagli altri, la fatica di trovare un alloggio dignitoso, della convivenza fatta di piccole e grandi incomprensioni, la fatica della separazione, della difficoltà a capirsi tra persone con cui hai condiviso molto, moltissimo. Viviamo il dolore e la rabbia di piccoli che non hanno una famiglia, che desiderano il calore di una mamma e la tenerezza di un papà, che devono aspettare. Viviamo l'amarezza nel verificare la piccolezza delle nostre forze, l'impossibilità di accogliere quanti bussano e si presentano alla porta di Casa chiedendo una mano, un aiuto. Viviamo la sofferenza causata dalle nostre persone, dalle diversità di opinioni, di vedute, dei nostri atteggiamenti.
Ma Gesù, nel suo morire, offre la vita. Il superamento delle difficoltà è un dono del Signore. Ogni volta che ci sembra di toccare il fondo, che lo scoraggiamento prende il posto della fiducia e della speranza, qualcuno inspiegabilmente bussa alla porta. Ci sembra di leggere in questo la presenza del Signore che ci invita a superare gli ostacoli, a non perderci dietro le piccole o grandi difficoltà perché lui ha bisogno di noi, delle nostre mani, della nostra parola, delle nostre orecchie, delle nostre gambe, delle nostre teste.

È il giorno del Signore, di quel Gesù che dice: "Fate questo in memoria di me". Fate tesoro, ricordo prezioso del mio sacrificio, dei miei doni; custodite nel vostro cuore, rinnovate nella preghiera.
Molti bimbi sono passati da Casa Betania, dall'inizio della sua attività ne abbiamo visti e accompagnati ben 91, e dopo che hanno trascorso un periodo con noi è inevitabile che ci si affezioni, che si voglia loro bene e che quando arriva il momento della separazione perché la loro strada è ormai tracciata, perché vanno incontro alla vita, si provi gioia mista a un po' di malinconia per il distacco. Alcuni ritornano con i loro genitori, altri sono in affido, altri ancora sono andati in adozione, qualcuno è in attesa di destinazione. Alcuni ci vengono a trovare periodicamente, di altri non abbiamo più notizie, ma sono sempre presenti nel ricordo e nell'affetto. Qualcuno che ci è venuto a trovare dopo un po' di tempo abbiamo fatto fatica a riconoscerlo al primo impatto.
È per questo che ci è parso bello e significativo dar vita ad una "adozione spirituale". Si tratta di far memoria e tesoro di quel bimbo, di custodirlo nel cuore, di accompagnare con la preghiera la sua crescita. La proposta, libera e personale, coinvolge i volontari e la preghiera che suggella questo impegno così si esprime: "Signore, che ti sei fatto riconoscere allo spezzare del pane e ritieni fatto a te ogni gesto d'amore per il fratello, fammi sempre degno della tua presenza attraverso il ricordo affettuoso di questo bimbo per cui mi impegno a vivere sempre meglio il mio cristianesimo, in modo che egli possa godere del tuo amore e del tuo c
Domenica, è il giorno del Signore. Siamo chiamati a far memoria della sua Pasqua nella nostra povertà, siamo chiamati a vivere l'impegno. È il giorno della festa e del riposo. Casa Betania vive l'intimità della famiglia. Ci si intrattiene a tavola per conversare, la fretta dei giorni feriali lascia il posto all'ascolto reciproco. Si sorride, ci si aiuta in casa, nei piccoli lavori domestici. Si dà spazio al riposo fisico, qualcuno ascolta musica, qualcun altro accende la televisione, altri sono in giardino. Ci si sparge nella Casa gustando la familiarità dell'ambiente. Anche noi come coppia assaporiamo qualche momento di intimità.
La giornata che si conclude si apre sulla settimana: il giorno del Signore è come un ponte tra una settimana e l'altra nello scandire del tempo che passa e che ci porterà a contemplare il giorno del Signore per eccellenza, quello che ci vedrà nell'incontro finale con lui.

Silvia e Giuseppe Dolfini
Responsabili di "Casa Betania" a Roma

Basilica di San Giovanni in Laterano -Sabato, 24 Giugno 2000

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