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IL MATRIMONIO, SEGNO DELL'AMORE
DI DIO PER L'UMANITÀ,
SEGNO DELL'AMORE DI CRISTO PER LA SUA CHIESA
Stiamo vivendo e scoprendo in questa settimana eucaristica il
mistero d'amore di Gesù, questo permanere in mezzo a noi
in modo sacramentale, mistero che si rinnova ogni giorno nella
celebrazione della santa Messa e nel giorno di domenica, giorno
che richiama il settimo della creazione, il riposo, e che impreziosito
dalla sua Risurrezione assurge a memoria, lode e ringraziamento
per tutto quanto il Signore ci dona e ci permette di realizzare.
Possa il Signore, in questo clima di particolare e singolare circostanza,
nel calore spirituale dell'occasione odierna, farci comprendere
e cogliere in profondità la ricchezza dell'Amore di Dio:
"Ho desiderato ardentemente mangiare con voi questa Pasqua",
e far sorgere in noi questo stesso ardente desiderio di stare
con il nostro Signore Gesù.
È sempre una grande responsabilità essere chiamati
per una testimonianza. Cogliamo il senso della piccolezza delle
nostre persone e siamo a disagio. Il nostro "sì"
è motivato solo dalla coscienza che il Signore si serve
di tutti, anche di noi. È questo un tempo in cui avremmo
preferito tacere, forse nel tentativo di rendere il nostro servizio
sempre più autentico e vero. Quanto più viviamo
la realtà di Casa Betania, tanto più sentiamo il
desiderio del silenzio. Abbiamo, a volte, l'impressione di essere
ripetitivi nelle cose che nel tempo andiamo riaffermando; tuttavia,
ogni volta che abbiamo l'occasione di riflettere sui fili conduttori
della nostra vita scopriamo sfumature diverse.
"I coniugi: servi del Signore. Lo Spirito di Cristo è
Spirito di amore: di un amore che serve e mai di potenza. Servo
è Cristo stesso. Gli sposi devono possedere lo Spirito
del servizio. I coniugi sono chiamati ad abbandonare la logica
del possesso. Entrando nell'umiltà evangelica di Maria
che proclama nell'obbedienza alla parola del suo Dio, di essere
la serva di Lui" (da una riflessione di don Germano Pattaro).
Al momento del matrimonio, come tutti i giovani sposi, avevamo
poche certezze, tanta gioia, molto entusiasmo, sapevamo che questo
nostro incontrarci era un grande dono che il Signore ci aveva
fatto e come tale non poteva essere solo per noi ma doveva essere
in qualche modo condiviso. L'altra idea che avevamo nel cuore
era quella di pensare a una famiglia con più figli, una
famiglia allargata.
Nei nostri primi quindici anni di matrimonio abbiamo avuto la
possibilità di partecipare a gruppi di spiritualità
che hanno alimentato la nostra fede. È stato questo uno
spazio privilegiato in cui persone amiche ci hanno rivelato il
dono che il Signore ci aveva fatto nel nostro incontrarci e nel
farci scoprire la responsabilità di questo sacramento,
il matrimonio, che eravamo chiamati a vivere.
Il matrimonio, segno dell'amore di Dio per l'umanità,
segno dell'amore di Cristo per la sua Chiesa
Se grande è la responsabilità, grande è
la gioia, grande la grazia. Se veramente ogni coppia che si sposa
nel Signore avesse questa coscienza, quanta grazia fiorirebbe
nelle nostre comunità, nei nostri ambienti di lavoro. Noi
teniamo questo tesoro nascosto, soltanto rare volte ne abbiamo
apprezzato la ricchezza: poco o nulla chiediamo ai giovani sposi,
quasi che nella loro situazione debbano essere lasciati soli,
che nulla abbiano a dover esprimere nella comunità, e così
la grazia di cui inconsapevolmente sono pieni non dà i
suoi frutti.
La nostra casa è stata allietata dalla presenza di quattro
figli, Matilde, Marta. Carlo ed Ester che rispettivamente oggi
hanno 24, 22, 18 e 13 anni. Fin da quando i nostri figli erano
molto piccoli, hanno sempre visto in casa la presenza di alcuni
bimbi o di qualche mamma in difficoltà. Alcuni sono rimasti
pochi mesi, altri un tempo più lungo: ognuno nella sua
difficoltà ha lasciato dei doni che ci hanno consentito
di crescere, di apprezzare quanto ci è stato dato.
I nostri figli sono sempre stati coinvolti in queste scelte, partecipavano,
secondo l'età, alla decisione, e la loro disponibilità
ci ha permesso di continuare ad accogliere. I nostri figli, il
dono più grande che il Signore ci ha fatto chiamandoci
a partecipare al suo "progetto creativo", questo miracolo
dovrebbe essere da noi contemplato, da noi offerto al Signore
che un giorno ce li ha affidati.
Quanti sono presenti a Casa Betania, mamme e bimbi, sono anch'essi
figli verso i quali esprimiamo la nostra paternità e maternità,
sono anch'essi di passaggio, il Signore ce li affida per aiutarli
a camminare presto in autonomia. Sono tutti doni che non vanno
trattenuti, non sono per noi. Il Signore del creato ce li affida
e ci chiede di far conoscere loro il vero Padre.
Ecco la nostra fatica, Signore: parlargli di te, raccontargli
di quanto li ami, della tua presenza, del tuo amarli appassionatamente.
"Nel nostro tempo, così duro per molti, quale grazia
essere accolto "in questa piccola chiesa", secondo la
parola di san Giovanni Crisostomo, di entrare nella sua tenerezza,
di scoprire la sua maternità, di sperimentare la sua misericordia,
tanto è vero che un focolare cristiano è "il
volto ridente e dolce della Chiesa". È un apostolato
insostituibile". Così si esprimeva Paolo VI ad un
gruppo di coppie di sposi.
Non avevamo previsto né programmato né pensato di
dar vita ad una casa-famiglia. Abbiamo vissuto il nostro quotidiano
e passo dopo passo, giorno dopo giorno abbiamo cercato di dare
risposte ai piccoli segni che trovavamo sulla nostra strada. In
questo cammino abbiamo incontrato alcune coppie e famiglie impegnate
nella realtà dell'affido: lo scambio di esperienze, le
riflessioni sull'argomento, il mettere in comune difficoltà
e progetti ha fatto nascere l'idea di dar vita ad una casa-famiglia.
Si sono unite le forze, si è coinvolta la comunità
parrocchiale, il territorio, si sono superate con tenacia e fatica
le difficoltà di percorso e nel 1992 con un comodato gratuito
ci viene messa a disposizione dalla Congregazione delle Figlie
povere di san Giuseppe Calasanzio una struttura che rimessa in
ordine e adattata ha reso possibile l'accoglienza.
"Dio veramente ci sorprende perché ci dà dei
segni. È lui che guida la storia degli uomini, certo ha
bisogno di noi, vuole avere bisogno di noi, della nostra disponibilità,
soprattutto della nostra povertà. Ogni volta che mettiamo
noi stessi al centro delle opere che facciamo, pur con grande
volontà, allora non riceviamo la risposta. Dio mette a
dura prova la nostra speranza quando al centro di tutto mettiamo
noi stessi; quando invece mettiamo la nostra povertà, la
nostra debolezza, le nostre sofferenze, quando preghiamo, qualcosa
di impossibile o di irreale o una realtà che sembra umanamente
impossibile, allora lì Dio interviene, allora il Signore
compie cose grandi, cose meravigliose" (dall'omelia di mons.
Nosiglia il giorno dell'inaugurazione di Casa Betania).
Dopo 17 anni di vita coniugale prendeva inizio l'esperienza di
Casa Betania. L'idea era quella di accogliere bimbi soli e mamme
in attesa o che avevano da poco partorito, che fossero in difficoltà.
È nel vivere quotidiano che si perfeziona l'accoglienza,
le modalità di convivenza e si trovano le risposte per
rimuovere gli ostacoli e consentire alle persone di avviarsi verso
l'autonomia.
Casa Betania è una struttura privata, autonoma, retta da
laici; risponde ad esigenze di pronto intervento, per il numero
di ospiti che le è consentito accogliere, per il tempo
strettamente necessario alla formulazione di un progetto, per
la sua conduzione e risoluzione.
"Desideriamo riscoprire che dove agisce Dio, siamo noi che
siamo accolti, prima ancora di accogliere i poveri, le famiglie
in difficoltà; la nostra vera spiritualità sta appunto
nell'incontro pieno con Dio attraverso le sofferenze e le difficoltà
del fratello. Casa Betania è una famiglia che si allarga
ad accogliere altre famiglie: ecco il segno di un vero e proprio
inserimento del povero dentro la vita della Chiesa, come soggetto,
come protagonista, non solo come uno che deve ricevere assistenza,
che deve essere aiutato, ma uno che mi aiuta ad essere più
cristiano, più autentico nella mia fede cristiana, solo
così diventiamo segno dell' accoglienza (dall'omelia di
mons. Nosiglia).
Il tempo di permanenza delle persone varia a seconda delle difficoltà.
La struttura si avvale dell'apporto del servizio sociale sia del
Comune che della Provincia, lavora in stretta collaborazione con
le strutture pubbliche e private, come i centri di ascolto Caritas,
con strutture di volontariato. È aiutata da personale specializzato
e dall'apporto generoso di tanti volontari, più di ottanta,
che offrono il loro servizio con generosità, impegno, gratuità,
mettendo a disposizione le proprie competenze professionali.
Se pensiamo a Betania, dove Gesù andava e si intratteneva
con Maria, Marta e Lazzaro, per poi riprendere il cammino, la
nostra piccola comunità sembra alternarsi tra le due sorelle.
In alcuni momenti è Marta che prevale: si deve sistemare
la casa, accudire ai piccoli, preparare da mangiare; in altri
momenti diamo più spazio a Maria: si ascoltano le mamme,
i bimbi, quanti bussano alla porta, ci ascoltiamo tra volontari.
Quando poi Gesù viene a trovarci ci fermiamo, ci mettiamo
in ascolto, a volte con fatica, a volte distratti, presi da altre
urgenze. La sua presenza nella nostra cappellina è richiamo
costante, luogo di silenzio e di accoglienza, per quanti vi si
soffermano.
Domenica, è il giorno del Signore. Mistero dell'amore
di Gesù, mistero che si rinnova ogni volta nella celebrazione
eucaristica, in quel suo rimanere tra noi nel pane e nel vino
consacrati. Giorno di lode, di ringraziamento per le meraviglie
del creato, per il dono della vita e dell'amore, della speranza
e della fede. Giorno di grazia, di contemplazione, di riposo.
È il giorno del Signore, di quel Gesù che "prese
il pane, lo spezzò e lo diede loro". È un Gesù
che invita alla condivisione, alla partecipazione.
Lo ritroviamo nel camminare insieme, nel percorrere quel tratto
di strada, noi coppia, noi famiglia, noi Casa Betania, persone
accolte, volontari. Vuol dire farsi compagnia, condividere la
sofferenza, gli spazi, la casa, il carattere, le abitudini, i
progetti futuri, le attese, le speranze e poi consentire a ciascuno
di prendere il proprio cammino, in piena autonomia, senza trattenere.
È quella condivisione che si realizza anche nell'uscire
da casa, ogni domenica, ciascuno diretto in un luogo diverso,
ad esprimere il proprio credo in una chiesa ortodossa o di rito
copto, in una moschea o in una parrocchia, un credo che si fa
preghiera e ringraziamento e nella differenza delle espressioni
unisce e crea comunità.
È quella partecipazione della piccola famiglia alla santa
Messa in cui godiamo, anche fisicamente, della bellezza di rivolgerci
a Dio Padre.
È il giorno del Signore, di quel Gesù che si fa
cibo: "Prendete e mangiatene tutti, questo è il mio
corpo, questo è il mio sangue offerto in sacrificio per
voi". È il dono più grande, totale, gratuito,
incondizionato. Nell'incontro con Gesù, nel partecipare
alla mensa eucaristica ritroviamo la nostra piccola mensa.
Siamo chiamati a donare. Nella nostra comunità sono sempre
più confusi i ruoli
Quanti vengono per dare, per
prestare il loro servizio, la nostra famiglia, i nostri figli,
siamo tutti - e ogni giorno di più - arricchiti dei tanti
doni che circolano nella Casa, così da non sapere più
chi dà e chi riceve. Ognuno nella vita è chiamato
a dare e ricevere in tempi diversi. Il dono è dono, nulla
chiede in cambio, solo dà.
Talvolta, specie nei momenti di stanchezza, di fatica, si fa avanti
il desiderio di una gratificazione, di un segno di riconoscenza,
di gratitudine, e quando ciò non si verifica si rimane
un po' delusi. Ma poi nella riflessione e nella preghiera si fa
chiarezza: non a noi deve essere indirizzato il grazie, ma a colui
che è la fonte di ogni bene. Tutto riprende il suo posto
e la sua collocazione quando al momento della consacrazione suonano
forti e chiare le parole del memoriale: "Nella notte in cui
fu tradito, Gesù prese il pane, ti rese grazie con la preghiera
di benedizione, lo spezzò e lo diede ai suoi discepoli
".
Quello che colpisce e ci fa ammutolire è la constatazione
che proprio nel momento in cui ciascuno di noi - con la logica
del mondo - avrebbe quasi il diritto di negare un aiuto, ebbene
Gesù, in quel momento in cui l'uomo si è allontanato
da lui, dona il suo amore. Allora ogni considerazione, pretesa,
rivendicazione svanisce e lascia il posto ad una sola invocazione:
"Signore Gesù, purifica il mio pensiero e donami la
pienezza e la profondità del tuo amore".
Siamo chiamati alla conversione del cuore. Alla nostra piccola
mensa le persone accolte ci chiedono di purificare i nostri sentimenti,
di allontanare i pregiudizi, di guardarli, grandi e piccoli, ogni
giorno con un nuovo sguardo. Ci chiedono di offrire una solidarietà
che non esprima valutazioni sulla persona e sul suo agire, che
ne rispetti il vissuto, la cultura, la sua povertà e sofferenza,
il suo diritto di svelare a poco a poco e nel tempo tutta la sua
realtà.
Siamo chiamati ad offrirci. Gesù lo realizza nel sacrificio
supremo. Muore per ciascuno di noi. A Casa Betania viviamo le
sofferenze delle nostre mamme immigrate, di un lavoro precario,
mal retribuito, della fatica per il dover dipendere in tutto dagli
altri, la fatica di trovare un alloggio dignitoso, della convivenza
fatta di piccole e grandi incomprensioni, la fatica della separazione,
della difficoltà a capirsi tra persone con cui hai condiviso
molto, moltissimo. Viviamo il dolore e la rabbia di piccoli che
non hanno una famiglia, che desiderano il calore di una mamma
e la tenerezza di un papà, che devono aspettare. Viviamo
l'amarezza nel verificare la piccolezza delle nostre forze, l'impossibilità
di accogliere quanti bussano e si presentano alla porta di Casa
chiedendo una mano, un aiuto. Viviamo la sofferenza causata dalle
nostre persone, dalle diversità di opinioni, di vedute,
dei nostri atteggiamenti.
Ma Gesù, nel suo morire, offre la vita. Il superamento
delle difficoltà è un dono del Signore. Ogni volta
che ci sembra di toccare il fondo, che lo scoraggiamento prende
il posto della fiducia e della speranza, qualcuno inspiegabilmente
bussa alla porta. Ci sembra di leggere in questo la presenza del
Signore che ci invita a superare gli ostacoli, a non perderci
dietro le piccole o grandi difficoltà perché lui
ha bisogno di noi, delle nostre mani, della nostra parola, delle
nostre orecchie, delle nostre gambe, delle nostre teste.
È il giorno del Signore, di quel Gesù che dice:
"Fate questo in memoria di me". Fate tesoro, ricordo
prezioso del mio sacrificio, dei miei doni; custodite nel vostro
cuore, rinnovate nella preghiera.
Molti bimbi sono passati da Casa Betania, dall'inizio della sua
attività ne abbiamo visti e accompagnati ben 91, e dopo
che hanno trascorso un periodo con noi è inevitabile che
ci si affezioni, che si voglia loro bene e che quando arriva il
momento della separazione perché la loro strada è
ormai tracciata, perché vanno incontro alla vita, si provi
gioia mista a un po' di malinconia per il distacco. Alcuni ritornano
con i loro genitori, altri sono in affido, altri ancora sono andati
in adozione, qualcuno è in attesa di destinazione. Alcuni
ci vengono a trovare periodicamente, di altri non abbiamo più
notizie, ma sono sempre presenti nel ricordo e nell'affetto. Qualcuno
che ci è venuto a trovare dopo un po' di tempo abbiamo
fatto fatica a riconoscerlo al primo impatto.
È per questo che ci è parso bello e significativo
dar vita ad una "adozione spirituale". Si tratta di
far memoria e tesoro di quel bimbo, di custodirlo nel cuore, di
accompagnare con la preghiera la sua crescita. La proposta, libera
e personale, coinvolge i volontari e la preghiera che suggella
questo impegno così si esprime: "Signore, che ti sei
fatto riconoscere allo spezzare del pane e ritieni fatto a te
ogni gesto d'amore per il fratello, fammi sempre degno della tua
presenza attraverso il ricordo affettuoso di questo bimbo per
cui mi impegno a vivere sempre meglio il mio cristianesimo, in
modo che egli possa godere del tuo amore e del tuo c
Domenica, è il giorno del Signore. Siamo chiamati a far
memoria della sua Pasqua nella nostra povertà, siamo chiamati
a vivere l'impegno. È il giorno della festa e del riposo.
Casa Betania vive l'intimità della famiglia. Ci si intrattiene
a tavola per conversare, la fretta dei giorni feriali lascia il
posto all'ascolto reciproco. Si sorride, ci si aiuta in casa,
nei piccoli lavori domestici. Si dà spazio al riposo fisico,
qualcuno ascolta musica, qualcun altro accende la televisione,
altri sono in giardino. Ci si sparge nella Casa gustando la familiarità
dell'ambiente. Anche noi come coppia assaporiamo qualche momento
di intimità.
La giornata che si conclude si apre sulla settimana: il giorno
del Signore è come un ponte tra una settimana e l'altra
nello scandire del tempo che passa e che ci porterà a contemplare
il giorno del Signore per eccellenza, quello che ci vedrà
nell'incontro finale con lui.
Silvia e Giuseppe Dolfini
Responsabili di "Casa Betania" a Roma
Basilica di San Giovanni in Laterano -Sabato, 24 Giugno 2000
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