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I. LA DISABILITÀ NEI DOCUMENTI INTERNAZIONALI - CENNI
Per iniziativa dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite,
il 3 dicembre è stato stabilito come "Giornata internazionale
delle persone con disabilità", (risoluzione n. 47/3
del 14 dicembre 1992).
Nel 1998, la Commissione Diritti Umani delle Nazioni Unite ha
riaffermato, con la risoluzione 1998/31 del mese di aprile, che:
" Ogni persona con disabilità ha il diritto alla protezione
dalla discriminazione e ad un pieno ed eguale godimento dei propri
diritti umani, così come stabilito, tra altro, nelle disposizioni
- Della Dichiarazione universale dei diritti umani,
- Del Patto internazionale sui diritti civili e politici,
- Del Patto internazionale sui diritti ecomonici, sociali e culturali,
- Dalla Convenzione sull'eliminazione di ogni forma di discriminazione
contro le donne,
- Dalla Convenzione internazionale sui diritti del fanciullo,
- Dalla Convenzione su "riabilitazione professionale e lavoro
(persone disabili)" numero 159 dell'Organizzazione Internazionale
del Lavoro.
Muovendo dal corpus internazionale dei diritti dell'uomo, applicabile
- come già detto - a tutte le persone con disabilità,
le Nazioni Unite hanno adottato, nel 1993, le 'Regole Standard
delle Nazioni Unite per il raggiungimento delle pari opportunità
per le persone con disabilità (risoluzione, n. 48/96 dell'Assemblea
Generale, 20 dicembre 1993).
Pertanto, ogni violazione del principio fondamentale di eguaglianza,
ogni discriminazione, o altro trattamento differenziato negativo
verso le persone con disabilità .... è una violazione
dei diritti umani di queste persone.
Gli orientamenti statuali indicano - attraverso le leggi - principi
e mezzi per rimuovere tutti gli ostacoli che impediscono la loro
piena realizzazione personale.
La comunità di appartenenza della singola persona con
disabilità può e deve impegnarsi per il raggiungimento
di queste finalità:
a) affermare che rendere ogni ambito della società accessibile
a tutti è un obiettivo fondamentale dello sviluppo socioeconomico;
b) individuare gli aspetti essenziali delle politiche sociali
nel campo della disabilità;
c) fornire modelli per l'adozione delle politiche necessarie per
raggiungere le pari opportunità nei diversi contesti culturali,
valorizzando il ruolo essenziale delle persone con disabilità;
d) proporre meccanismi di collaborazione stretta tra i governi,
gli organi del sistema delle Nazioni Unite, gli altri organi intergovernativi
e gli organismi associativi delle persone con disabilità,
attraverso i quali gli Stati siano in grado di raggiungere effettivamente
la parità di opportunità per le persone con disabilità.
II. L'IMPEGNO DEGLI INDIVIDUI E DELLA COLLETTIVITÀ
È comunemente accettato da tutti i paesi con ordinamento
giuridico evoluto che la persona con disabilità faccia
parte, in modo paritario, delle comunità sociali nelle
loro espressioni statuali, associative, ecclesiali e spontanee,
in quanto essa è pienamente titolare dei diritti inviolabili
riconosciuti ad ogni persona umana.
Gli ordinamenti statuali indicano - attraverso le leggi - principi
e mezzi per rimuovere tutti gli ostacoli che impediscono alla
persona con disabilità la sua piena realizzazione personale.
Tuttavia è necessario che le comunità diventino
l'attore principale della concretizzazione effettiva di queste
parità.
Intendiamo indicare i mezzi attraverso i quali la comunità
di appartenenza della singola persona con disabilità può
e deve impegnarsi per il raggiungimento di queste finalità.
Individualmente o come comunità, l'impegno dovrebbe svilupparsi
su queste direttrici.
L'accettazione cosciente
Il riconoscimento della persona con disabilità come
portatrice del messaggio cristiano del rapporto con Dio è
l'essenziale punto di partenza per il rapporto di parità
fra le persone.
La disabilità sfida la normalità e i suoi stereotipi,
spingendo a ricercare il punto cruciale in cui l'essere umano
è pienamente tale.
In tale prospettiva vengono ridimensionati i vari egoismi e le
sicurezze materiali (razzismi, culto delle perfezioni estetiche,
della ricchezza) per porre in risalto il senso stesso della vita
umana, i suoi perchè, i suoi limiti.
A livello privato, la famiglia si fa carico del problema nei
suoi vari aspetti: affettivi, economici, educativi, mentre la
cerchia di amici, parenti e vicini sorregge, direttamente o indirettamente,
la famiglia in difficoltà.
A livello pubblico, la sensibilizzazione generale porta la società
ad esprimere una volontà di compensazione delle "ingiuste"
difficoltà provocate dalla situazione di Menomazione-Disabilità,
riconoscendo alla persona con disabilità il diritto di
partecipare a tutti i momenti e a tutte le forme della vita collettiva,
compresi i tempi del divertimento, della vacanza e della cultura.
La solidarietà personale
La condivisione nasce da un piano di parità fraterna,
non cala dall'alto come una beneficienza, ma suggerisce un vivere
tra fratelli. Riconoscendo le difficoltà dei più
deboli, si cerca di raggiungere un sistema sociale più
generoso verso i suoi componenti.
Ogni forma di impegno fattivo di aiuto nei confronti della persona
con disabilità e del suo contesto familiare ne favorisce
la migliore qualità di vita.
Modalità privilegiata di tale impegno appare, oggi, l'adesione
individuale alla varie forme di associazionismo, di volontariato
o di solidarietà organizzata che sono in perfetta sintonia
con il messaggio evangelico del Buon Samaritano.
La promozione dei servizi di aiuto
Le Regole Standard delle Nazioni Unite indicano i vari campi
in cui gli Stati possono intervenire con leggi e provvedimenti
attuativi: Cure sanitarie, riabilitazione, servizi di sostegno,
accessibilità, educazione, lavoro, mantenimento dei redditi
e sicurezza sociale, cultura, tempo libero, formazione del personale
di assistenza.
La linea che collega le scelte politiche degli enti governativi
e la loro accettazione da parte dei cittadini deve suscitare la
diretta assunzione di responsabilità dei singoli in tutte
le forme, dalla difesa dei diritti, alla contribuzione fiscale
che sostenga i servizi di aiuto, alla adesione a programmi di
prevenzione, alla promozione di provvedimenti legislativi che
in ogni campo della vita sociale, indichino la volontà
delle collettività di attuare la parità dei diritti
per le persone con disabilità. Se questo è un valore
ineludibile per il cristiano, può essere in ogni caso un
criterio di scelta per ogni tipo di società.
La comunità è richiamata ai suoi compiti morali
e politici particolarmente dalla regola standard n. 9: "Vita
familiare e integrità personale", dalla regola n.
12: "Vita religiosa" e dalla regola n. 18: "Organizzazioni
di persone con disabilità".
III. IL COMPITO DELLA CHIESA
Dalla lettura delle Regole Standard, possiamo ricavare i seguenti
impegni per la Chiesa:
1. La Chiesa dovrebbe impegnarsi attivamente per proporre - in
tutti i suoi percorsi formativi, liturgici e di solidarietà
- un'immagine positiva della persona con disabilità. Il
concetto di carità deve essere vissuto con pienezza, ricordando
che la persona con disabilità deve essere un soggetto attivo
in una relazione d'amore e non solo un oggetto di azioni caritative.
2. La Chiesa dovrà essere sempre vigile per difendere la
tutela della salute, in particolare dovrà impegnarsi perchè
gli investimenti nel campo della prevenzione siano rispettosi
del diritto alla vita di ogni persona con disabilità.
3. Spesso i servizi di riabilitazione sono stati attivati per
iniziativa di gruppi di espressione ecclesiale. È importante
che la Chiesa sappia continuare a sostenere, nonostante la tendenza
degli Stati a disinvestire nel campo della sanità, la necessità
di destinare risorse adeguate a questo settore.
4. La Chiesa dovrebbe farsi promotrice di un ampio movimento sociale
volto all'abbattimento di tutte le barriere fisiche e delle barriere
che impediscono l'accesso alla comunicazione e all'informazione,
cominciando dal suo interno: questo comporta non solo l'abbattimento
delle barriere architettoniche nelle Chiese, ma anche la diffusione
di strumenti adatti per permettere a tutte le persone con disabilità
di vivere la vita della Chiesa (traduzioni in Braille; sussidi
stampati in formato adatto alle persone con disabilità
visive; sussidi studiati per facilitare la comprensione delle
persone con difficoltà di apprendimento; celebrazioni accompagnate
da interpreti per i sordi; uso di una terminologia adeguata nell'ambito
degli organi di informazione di stampo ecclesiale ...). In particolare
la Chiesa dovrebbe rendere accessibile al massimo il suo immenso
patrimonio artistico e le numerose strutture di accoglienza per
i pellegrini anche con disabilità.
5. La Chiesa dovrebbe essere in prima fila nella difesa del diritto
del bambino e dell'adulto con disabilità a una educazione
in tutti gli ambiti formativi promossi da realtà ecclesiali,
dalle scuole materne fino alle università.
6. La Chiesa dovrà attivarsi soprattutto in quei paesi
e in quelle circostanze in cui lo Stato non fornisce alla persona
con disabilità e alla sua famiglia i mezzi per vivere una
vita dignitosa.
7. La Chiesa ha una grande responsabilità nei confronti
della famiglia, sia nel riconoscere e tutelare il diritto di ogni
persona con disabilità a vivere con pienezza il Sacramento
del matrimonio, la possibilità di procreare e di crescere
la prole; sia nel sostenere materialmente e soprattutto su un
piano spirituale, la famiglia in cui vive una persona con disabilità
- con particolare attenzione al momento in cui la famiglia affronta
questa realtà per la prima volta, e necessita di particolare
aiuto e accompagnamento per riconoscere comunque i segni della
benevolenza di Dio.
8. La Chiesa deve assumere un ruolo attivo per garantire tutti
questi spazi di partecipazione, senza attendere che siano le autorità
civili presenti nei vari paesi a sollecitare in questa direzione!
In particolare, è importante incoraggiare le persone con
disabilità che desiderano consacrarsi e stimolare le varie
Congregazioni perchè sappiano accogliere al loro interno
persone con disabilità.
9. Legislazione, politiche economiche, coordinamento nazionale
sono ambiti di operatività tipica delle autorità
civili, rispetto alle quali i fedeli - singolarmente e nelle organizzazione
ecclesiali - hanno una responsabilità di sensibilizzazione
attiva rispetto ai diritti di ogni persona con disabilità
in tutti i paesi.
La Chiesa ha possibilità di svolgere un'azione fondamentale
di monitoraggio capillare della situazione delle persone con disabilità
in tutte le aree periferiche in cui è presente una comunità,
in modo da suggerire misure adeguate a chi ha la responsabilità
di gestire le politiche nazionali e/o locali.
In particolare la Chiesa dovrà assumersi il compito di
rappresentare, in tutte le sedi politiche, gli interessi di quelle
persone che non sono in grado di difendere da sole i propri diritti;
dovrà prioritariamente difendere quello che le Regole chiamano
"la necessità di proteggere la vita privata degli
individui e l'integrità della persona" da ogni interferenza
che possa essere legata ad attività di ricerca.
Soprattutto, il Magistero dovrebbe stimolare ed incoraggiare tutti
coloro che dirigono servizi o attività o forniscono informazione
nella società ad assumersi la responsabilità di
mettere i loro programmi a disposizione delle persone con disabilità.
10. Le Congregazione missionarie, le Ong di ispirazione cattolica,
gli Uffici missionari delle varie Diocesi dovranno porre attenzione
alle necessità delle persone con disabilità in tutte
le attività da loro promosse, siano specificatamente destinate
alla lotta contro l'handicap o siano destinate ad altre finalità
generali.
La Chiesa deve impegnarsi, non solo a favorire la nascita di queste
organizzazioni, ma anche a coinvolgere i loro rappresentanti all'interno
di tutti i suoi organi centrali e periferici, in modo da valorizzare
l'esperienza delle persone con disabilità in tutti gli
ambiti di azione ecclesiale.
Sarà fondamentale impegno della Chiesa quello di formare
tutti gli agenti pastorali - non solo quelli che si occuperanno
esplicitamente delle persone con disabilità - in modo che
siano agenti consapevoli di una piena integrazione delle persone
con disabilità in tutti i suoi ambiti.
Testimonianze
"CHIARA HA UN HANDICAP, NOI L'ABBIAMO ADOTTATA"
Me la ricordo bene quando è arrivata. È vissuta
in simbiosi con me per l'intero primo mese, non potevo lasciarla
mai. Oggi, che ha quattro anni e va alla scuola materna, è
quasi incredibile. Così Anna racconta la storia della figlia
Chiara, adottata a nemmeno un anno di vita: "Aveva subíto
un distacco traumatico da una madre quasi adottiva, che dopo dieci
mesi si era accorta dei gravi problemi della piccola e non se
l'era sentita di tenerla con sé". Sì, perchè
Chiara è portatrice di handicap, come pure il fratellino
Michele, anch'egli adottato. Anna e Massimo di figli adottivi
ne hanno altri due, più grandi, Sofia e Leonardo, arrivato
dal Brasile. Quattro in tutto. Anna e Massimo hanno dapprima dovuto
superare l'incomprensione dei parenti per le loro scelte giudicate,
più che coraggiose, temerarie. E oggi convivono con le
critiche malevoli di chi, forse sentendosi provocato da tanta
radicalità evangelica e faticando a spiegarsela, li accusa
di voler "metter su un orfanatrofio" e vivere alle spalle
dei figli. In realtà soltanto Chiara riceve una pensione
di invalidità di 780 mila lire al mese.
INTERROGATIVI
È un fatto triste che le persone con disabilità
siano vulnerabili al cambiamento dei movimenti sociali, politici
ed economici. Per esempio, si prevede che la corrente trasformazione
sociale risulterà in un ordine economico nel XXI secolo,
in cui la conoscenza sarà la risorsa principale, e non
la mano d'opera, le materie prime, o il capitale; in un ordine
sociale in cui l'inequalità basata sulla conoscenza sarà
la sfida più grande; e in politiche pubbliche in cui il
governo non è in grado di risolvere i problemi sociali
ed economici. Quale principio generale dovrà sottolineare
questa trasformazione specialmente per quanto si ripercuote sulle
persone con disabilità mentale e con collegate disabilità?
Suggerirei che il concetto di qualità di vita dovrebbe
provvedere un fondamentale principio, orientato alla crescita,
che potrà essere la base per sviluppare una politica nazionale
e internazionale sulla disabilità. Anche se il concetto
potrà essere usato per motivi sbagliati, esso ci spinge
sulla direzione giusta: verso la programmazione e verso il sostegno
centrati sulla persona.
Concludendo, da quando è emerso il principio di qualità
di vita nei programmi sociali, l'interesse al concetto è
cresciuto. C'è stato un aumento nel sondare le sue critiche
dimensioni consensuali, nell'usare tecniche di misuramento multidimensionali,
e nell'applicazioni dei ritrovati nella prassi e negli sforzi
di valutazione. Malgrado questi sforzi ci sono ancora molte lacune
nella nostra conoscenza. Politiche pubbliche e organizzazioni
abilitative e reabilitative fanno molta fatica a riformularsi
entro un paradigma di qualità di vita che rifletta la rivoluzione
di qualità. I responsabili delle politiche e i direttori
di programmi hanno bisogno del pensiero più aggiornato
a riguardo della qualità di vita e delle sue misurazioni
per migliorare i servizi e per promuovere razionali politiche
pubbliche.
(Scheda di preparazione alla giornata giubilare del 3 dicembre
2000 a cura del Comitato per la giornata giubilare della comunità
con le persone con disabilità)
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