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Nell'uno e nell'altro, inoltre, manca quasi completamente l'uomo, giacché non è facile vivere in un ambiente umido e brulicante di insetti che ti perseguitano come creditori impietosi e si saziano solo di sangue. Nell'Amazzonia brasiliana possono resistervi solo i Ticunas e le altre tribù sparse sugli affluenti del Rio delle Amazzoni; nella foresta ecuadoriana sopravvivono solo i Cayapas, arrivati sul fiume a cui hanno dato il nome un secolo e mezzo fa e che sfocia nel Pacifico, vicino a Esmeraldas, provenendo dalla cordigliera occidentale delle Ande, accanto alle sorgenti del Rio Santiago, dove esiste tuttora una località detta Pueblo viejo de los Cayapas. Un'altra parte dei Cayapas si trasferì, invece, sul Rio Canindè, a ovest di Esmeraldas, occupando un territorio di circa 10.000 kmq, completamente sprovvisto di strade, ma ricco di legname e di un buon quantitativo d'oro, reperibile lungo i fiumi. Piccoli di statura, diffidenti e piuttosto silenziosi, essi dicono di se stessi di essere "chiachi", cioè "gente, popolo", e hanno bisogno di molto tempo per aprirsi all'amicizia e alla confidenza, preferendo rimanere chiusi nel mondo di acqua e di piante, lottando disperatamente contro la sottoalimentazione e la tubercolosi che a 40 anni li porta inesorabilmente alla tomba. Amanti della comunità, difficilmente si muovono da soli, ma in gruppo, trasportando sulle canoe tutti i loro averi; belle canoe lunghe fino a sette metri, robuste, fabbricate da loro stessi scavando il tronco d'un albero con una maestria insuperabile. Per trovare la pianta adatta, sono capaci di arrivare fino alle pendici delle Ande. Un padre che si rispetti ne costruisce sempre una piccola per i figli, che imparano a remare a quattro-cinque anni. I Cayapas non amano né i cambiamenti, a cui sono addirittura ostili, né il chiasso e i trambusti, tanto che, incontrando un ubriaco, lo legano a quattro picchetti di legno fissati per terra, in modo che non importuni nessuno. Il loro conservatorismo, che sarebbe più esatto definire una vera e propria riluttanza ad affrontare la realtà di qualsiasi problema, ha permesso tuttavia di conservare la loro economia di sussistenza. Cosa che non è successa ai Moreni, costretti a comprare da altri, a prezzi maggiorati, quello che prima coltivavano. Secondo i calcoli di A. S. Barrat, che agli inizi del '900 scrisse un interessante volume sui Cayapas, essi erano circa 2.500; oggi toccano sì e no le duemila unità. Li ha falciati soprattutto l'alta mortalità infantile, provocata o dall'infezione tetanica nelle prime ore di vita (il cordone ombelicale è tagliato con il "machete"), o dalla sottoalimentazione o dal morbillo. I Cayapas - termine che letteralmente significa più o meno piccolo padre e che all'inizio era forse un titolo onorifico - sono abbastanza indipendenti all'interno delle loro terre. Vivono in gruppi, ma ogni gruppo deve obbedienza a uno dei quattro pueblos in cui è diviso il loro territorio, ognuno dei quali è sotto la guida di un capo ereditario chiamato Uñi o, ufficialmente, gobernador. L'Uñi è assistito da un Kasa Uñi e da altri dignitari che si fregiano di titoli spagnoli, come secretario, teniente politico, alcalde, capitano e sargento, benché ognuno sia conosciuto dai Kayapas come Chaitala, cioè colui che tiene insieme il popolo. Gli uomini cominciano a vestire all'europea, ma i più usano ancora il vestito tradizionale, cioè pantaloni lunghi invasati alle caviglie e una tunica azzurra o gialla che arriva fino al ginocchio, orlata di strisce di altro colore. Le donne sono rimaste all'anonimo telo rettangolare stretto ai fianchi, e al petto coperto dai lunghi capelli corvini. Riservatissime, difficilmente salutano un estraneo, al quale voltano addirittura le spalle, giacché un detto tribale ricorda che una donna disposta a salutare tutti è "na baasa palaa pacaa-mu-chumu shimbu", cioè poco seria e moralmente discutibile. Le abitazioni sono larghe baracche sopraelevate, col pavimento di bambù, completamente sprovviste di pareti, a eccezione di un angolino in cui sono conservati gli oggetti più cari. Qui passa la notte una comunità familiare, composta generalmente di più coppie sposate, e si prepara il cibo, quasi sempre a base di "platano", un tipo di banana più grossa di quella comune e con la polpa più farinosa. Civilmente i Cayapas godono di un'indipendenza nominale, concessa loro nel 1860 dal Presidente Eloi Alfaro, che si rifugiò presso di loro quando fu deposto da un golpe militare. Nessuno riconosce questa concessione, ma praticamente tra gli indios non arrivano neppure gli esattori delle tasse. Gli unici funzionari statali che si avventurano sui fiumi sono gli addetti alla lotta contro la malaria. Nonostante questo, la vita sociale scorre su binari tranquilli: i furti sono rarissimi, le offese quasi inesistenti, gli omicidi sconosciuti. I pochi che dovessero verificarsi sono puniti con pene severe ed esemplari. Oltre al villaggio ordinario, essi ne hanno uno particolare, disabitato ma ordinatissimo, chiamato "pebulusha", destinato alle riunioni solenni che si tengono a Natale e a Pasqua o in altre rarissime occasioni. I Cayapas parlano una lingua propria, agglutinante, che rifugge dai termini astratti e si riferisce sempre a oggetti concreti, materiali. L'occhio, per esempio, è detto caduca, palla che vede; la testa nushpuca, palla che sa; la mano tyaapa, tavoletta lunga; il dito tya mishu, testa della mano; l'aeroplano jè mu cule, canoa che vola. Essi ignorano la scrittura, e quindi tradizioni e leggende sono trasmesse oralmente. Padre Vittadello, un missionario comboniano vissuto vari anni tra i Cayapas, ha scritto per la prima volta le loro parole con lettere latine, componendole e spiegandole nelle rispettive radici durante il corso di lingua cayapa che teneva all'università cattolica di Esmeraldas per la preparazione di insegnanti bilingue, destinati ai villaggi sparsi lungo i fiumi. I primi a stupirsi furono proprio gli interessati. Egli ha anche composto una grammatica, apprezzatissima, ma che non ha entusiasmato i Cayapas per la scuola, alla quale mandano i ragazzi più per far piacere al patere (padre) che per convinzione. Per questo non tutti i Cayapas parlano il castigliano, a differenza dei moreni, i quali, oltre ad essere naturalmente più esuberanti e socievoli, capiscono la necessità della scuola e vi mandano volentieri i figli. I Cayapas li ammirano e li considerano più razionali di loro, ma non hanno nessun desiderio di imitarli. Gli uomini possono perfino dimenticare il proprio nome, perché usano cambiarlo frequentemente. La vita familiare è regolata dagli anziani perfino nelle scelte fondamentali, come quella della sposa, per cui, quando un giovane vuole sposarsi, notifica la sua decisione al comitato degli anziani i quali gli scelgono la ragazza ritenuta più adatta, a prescindere dai suoi desideri. Nonostante questo, i divorzi sono rarissimi; ma questo si deve forse anche al residuo di un'antica evangelizzazione operata dal mercedario P. Gaspar de Torres intorno al 1590. Ad essa è anche legato certamente il termine con cui i Cayapas chiamano Dio, Diosapa, combinazione dello spagnolo Diòs, Dio, e del cayapa apa, padre: quindi Dio padre degli uomini. Padre perché li ha creati. Benché pensino che il mondo esista da sempre, essi ritengono che la creazione dell'uomo avvenne in un momento particolare della storia, quando Dio modellò nella creta cinque paia di uomini, diede loro la vita e li collocò tra le montagne a oriente di Quito, dove si moltiplicarono. Di là i Cayapas si spinsero verso il Nord, ma molestati in seguito da altri popoli, scesero verso la costa del Pacifico, lungo il Rio che porta il loro nome e i suoi affluenti. Del mondo hanno una concezione curiosa, considerandolo la risultanza di tre piani orizzontali sovrapposti parallelamente e tenuti insieme da una colonna d'argento: qualcosa che richiama un immenso portafortuna a tre piani, il tutto immerso nel vuoto assoluto. Nella parte centrale vivono gli uomini e alcuni spiriti benefici, mischiati con altri cattivi e con le anime dei defunti. Nel piano superiore vivono gli spiriti diversi dagli uomini. Il mondo inferiore, invece, è abitato da creature simili agli uomini, vissute anticamente sulla terra, sprofondate laggiù da un terremoto e in attesa di un altro cataclisma che le porti di nuovo tra gli uomini. Il sole e la luna sono per loro uomini straordinari, chiamati Pa'ta, che mandano luce dagli occhi. All'inizio del mondo ne mandavano un'intensità identica; poi Diosapa coprì un occhio della luna per impedire ai cacciatori di sterminare tutti gli animali. Il sole, che si affaccia nel nostro mondo attraverso un buco aperto nell'estremo oriente, è vestito con una tunica bianca e cammina per il cielo accompagnato da un cane bianco. Quando arriva allo zenith si riposa, mangia un boccone a base di polenta bianca e uova di fagiano bollito, poi scende lentamente, fino a scomparire attraverso un altro buco, posto all'estremo occidente. La luna fa la stessa passeggiata e indossa la stessa tunica, ma non è accompagnata dal cane. Il mondo superiore è vuoto, non vi sono né mari, né fiumi, e né pioggia. L'anima è concepita come una entità spirituale impalpabile, modellata sulla forma del corpo che la contiene. Essa non è esclusiva dell'uomo, perché può trovarsi anche in molti animali: l'avrebbero perfino alcuni oggetti di particolare valore, come certi frammenti di vasellame antico. Le anime non muoiono, ma vagano attorno ai cimiteri o attorno alle abitazioni in cui sono vissute, finché non verranno allontanate da qualche stregoneria o dalla celebrazione di una Messa. Per questo i Cayapas affrontano lunghi viaggi in canoa per trovare un sacerdote e pregarlo di celebrare una Messa, alla quale, però, generalmente essi non assistono. Come tutti i popoli primitivi, anche i Cayapas credono fortemente negli spiriti, che dividono in vari tipi. Spiriti giganti, che si aggirano per i boschi a gruppi di cinque o sei e aggrediscono i cacciatori; spiriti neri (uratu), che vivono in piccole capanne riunite in villaggi sui monti a est di Quito e trasmettono gravi malattie; spiriti dal becco acuto e lungo, che uccidono gli uomini succhiandone il sangue; spiriti nani, che si trovano al nord della nazione, atrofizzati dal sole, e, infine, gli spiriti del mondo inferiore Egidio Picucci |
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