VATICANO
GIOVANNI PAOLO II ED I SACERDOTI (1)
“Dono e Mistero” (prima parte)
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Nel 1996, nell’anno
del suo cinquantesimo giubileo sacerdotale, Giovanni Paolo II
volle pubblicare un volumetto che raccogliesse la testimonianza
della propria vocazione e vita sacerdotale: nove anni dopo, nel
2004, pubblicò invece un testo sulla sua missione episcopale,
intitolato “Alzatevi, andiamo”. Il libro sulla sua
vocazione venne intitolato “Dono e Mistero”. Dopo
il racconto della nascita della vocazione, degli studi e degli
anni del seminario, dell’ordinazione sacerdotale e del ministero
nelle parrocchie che gli vennero affidate, il Papa, nell’ottavo
capitolo, risponde alla domanda “chi è il sacerdote?”,
quasi per voler fissare lo sguardo più in profondità
nel mistero che lo avvolge da cinquant’anni (cfr. Dono e
Mistero, cap. VIII). Innanzi tutto, afferma il Pontefice, il sacerdote
è amministratore, non proprietario, di ciò che gli
è concesso da Cristo: “Il sacerdote, pertanto, è
uomo della parola di Dio, uomo del sacramento, uomo del «mistero
della fede»” (Dono e Mistero, cap. VIII). La vocazione
sacerdotale, annota il Papa, è inoltre un misterioso scambio
fra Cristo e l’uomo: “Questi dona a Cristo la sua
umanità, perché Egli se ne possa servire come strumento
di salvezza, quasi facendo di quest'uomo un altro se stesso”
(Dono e Mistero, cap. VIII). Il sacerdozio è strettamente
legato all’Eucarestia, da cui prende forza e sostegno: “Il
sacerdozio, fin dalle sue radici, è il sacerdozio di Cristo.
E Lui che offre a Dio Padre il sacrificio di se stesso, della
sua carne e del suo sangue, e con il suo sacrificio giustifica
agli occhi del Padre tutta l'umanità e indirettamente tutto
il creato. Il sacerdote, celebrando ogni giorno l'Eucaristia,
scende nel cuore di questo mistero” (Dono e Mistero, cap.
VIII). Nell’azione sacramentale, aggiunge il Papa, il prete
agisce “in persona Christi”, attraverso la potenza
dello Spirito Santo, cioè l’uomo non fa nulla se
non per grazia di Dio: in questo senso si spiega anche la prima
affermazione sul sacerdozio come amministrazione. Scrive il Papa:
“Questi agisce veramente in persona Christi. Quello che
Cristo ha compiuto sull'altare della Croce e che prima ancora
ha stabilito come sacramento nel Cenacolo, il sacerdote lo rinnova
nella forza dello Spirito Santo. Egli viene in questo momento
come avvolto dalla potenza dello Spirito Santo e le parole che
pronuncia acquistano la stessa efficacia di quelle uscite dalla
bocca di Cristo durante l'Ultima Cena” (Dono e Mistero,
cap. VIII). (Agenzia Fides – SEGUE)
VATICANO
GIOVANNI PAOLO II ED I SACERDOTI (2)
“Dono e Mistero” (seconda parte)
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - “Il sacerdote,
quale amministratore dei «misteri di Dio», è
al servizio del sacerdozio comune dei fedeli. E lui che, annunziando
la Parola e celebrando i sacramenti, specie l'Eucaristia, rende
sempre più consapevole tutto il popolo di Dio della sua
partecipazione al sacerdozio di Cristo, e contemporaneamente lo
spinge a realizzarla pienamente” (Dono e Mistero, cap. VIII):
così il Papa spiega il ruolo del sacerdote nella comunità
cristiana. Ma nella stessa coscienza del sacerdote, aggiunge,
deve maturare la consapevolezza del dono che si è ricevuto
nel accettare questo compito. Giovanni Paolo II, a cinquant’anni
dall’ordinazione sacerdotale avvenuta nella Cappella privata
degli Arcivescovi di Cracovia nel 1946, afferma che questo è
il compito del sacerdote in ogni giornata: scoprire in profondità
la ricchezza che gli è stata donata. Ma cosa significa
essere sacerdoti oggi: proseguendo nel libro “Dono e Mistero”,
al capitolo IX, Giovanni Paolo II tenta di rispondere. E lo fa
innanzi tutto collegando l’essere nel determinato tempo
storico, l’oggi “umano”, all’oggi extra-temporale
ma misteriosamente legato alla contemporaneità di Cristo.
Proseguendo e lasciando la teorizzazione teologica, il Papa indica
alcune caratteristiche proprie del sacerdozio del XX secolo: dapprima
il fatto che un prete deve rispondere alle attese dell’uomo
contemporaneo offrendo la predicazione della Parola e l’Eucarestia;
subito dopo, essendo amministratore della Misericordia di Dio,
il sacerdote deve offrirla ai fedeli nel sacramento della Penitenza,
dove, scrive il Pontefice, la paternità spirituale si realizza
in modo più pieno; poi il Papa affronta la santità
cui è chiamato ogni uomo ed in particolare il sacerdote:
per questo deve seguire i consigli evangelici di povertà,
castità, obbedienza, secondo una vita ispirata al radicalismo
evangelico, ed essere soprattutto un uomo di preghiera: “Il
mondo di oggi reclama sacerdoti santi! Soltanto un sacerdote santo
può diventare, in un mondo sempre più secolarizzato,
un testimone trasparente di Cristo e del suo Vangelo. Soltanto
così il sacerdote può diventare guida degli uomini
e maestro di santità” (Dono e Mistero, cap. IX).
(Agenzia Fides – SEGUE)
VATICANO
GIOVANNI PAOLO II ED I SACERDOTI (3)
“Dono e Mistero” (terza parte)
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Per svolgere i compiti
a lui affidati, il sacerdote deve diventare, oltre che uomo di
preghiera, uomo della Parola: Giovanni Paolo II allora punta l’attenzione
sia sulla formazione degli anni di seminario, sia dello studio
negli anni che seguono l’ordinazione sacerdotale. “Nella
nostra epoca caratterizzata da un alto grado di specializzazione
in quasi tutti i settori della vita, la formazione intellettuale
è quanto mai importante. Gli studi umanistici e filosofici
e la conoscenza della teologia sono le strade per giungere a tale
formazione intellettuale, che dovrà poi essere approfondita
per tutta la vita. Lo studio, per essere autenticamente formativo,
ha bisogno di essere costantemente affiancato dalla preghiera,
dalla meditazione, dall'implorazione dei doni dello Spirito Santo”
(Dono e Mistero, cap. IX). Ma il sacerdote non può non
guardare alla contemporaneità con estrema attenzione: quindi
deve aggiornarsi, aperto alla conoscenza e alle scoperte delle
scienze, mettendosi in dialogo con tutti, secondo quanto espresso
nell’Enciclica Veritatis Splendor. Dunque Giovanni Paolo
II cerca di offrire a tutti il suo esempio: il sacerdote deve
essere evangelizzatore, attento alle necessità della Chiesa
che gli è affidata, padre per i poveri e gli emarginati,
attento studioso della Scrittura e della Teologia, aperto al dialogo
con la contemporaneità e con la scienza, uomo di preghiera
e contemplazione. Ma il punto su cui il Papa ritorna spesso è
la coscienza del dono ricevuto nella vocazione: da qui, afferma,
nasce tutto il resto, e sgorga la grazia del ministero. Concludendo
il libro-testimonianza, rivolgendosi a tutti i confratelli nel
sacerdozio, scrive: “Voglia Iddio tener desta nei sacerdoti
la coscienza grata ed operosa del dono ricevuto e suscitare in
molti giovani una risposta pronta e generosa alla sua chiamata
a spendersi senza riserve per la causa del Vangelo. Ne trarranno
vantaggio gli uomini e le donne del nostro tempo, così
bisognosi di senso e di speranza. Ne gioirà la Comunità
cristiana, che potrà guardare con fiducia alle incognite
e alle sfide del terzo Millennio, ormai alle porte” (Dono
e Mistero, cap. X). (Agenzia Fides – SEGUE)
VATICANO
GIOVANNI PAOLO II ED I SACERDOTI (4)
L’Esortazione apostolica “Pastores dabo vobis”
(prima parte)
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Nell’Esortazione
Apostolica post-sinodale “Pastores dabo vobis” “circa
la formazione dei sacerdoti nelle circostanze attuali”,
del marzo 1992, Giovanni Paolo II dedica un capitolo al tema della
natura e missione del sacerdozio ministeriale (cap. II). Dal punto
di vista teologico “il presbitero trova la verità
piena della sua identità nell'essere una derivazione, una
partecipazione specifica ed una continuazione di Cristo stesso,
sommo e unico sacerdote della nuova ed eterna Alleanza: egli è
un'immagine viva e trasparente di Cristo sacerdote” (Pastores
dabo vobis, n. 12). Da questa immedesimazione del sacerdote in
Cristo, che la tradizione riassume nell’espressione agire
“in persona Christi”, prendono il via una serie di
considerazioni relative al rapporto personale che deve instaurarsi
fra il ministro sacro e Dio, come fu per gli Apostoli con Gesù
stesso: “I presbiteri sono, nella Chiesa e per la Chiesa,
una ripresentazione sacramentale di Gesù Cristo Capo e
Pastore, ne proclamano autorevolmente la parola, ne ripetono i
gesti di perdono e di offerta della salvezza, soprattutto col
Battesimo, la Penitenza e l'Eucaristia, ne esercitano l'amorevole
sollecitudine, fino al dono totale di sé per il gregge,
che raccolgono nell'unità e conducono al Padre per mezzo
di Cristo nello Spirito” (Pastores dabo vobis, n. 15). Ma
il sacerdozio, sottolinea il Pontefice, è strettamente
legato oltre che a Cristo, allo Spirito Santo, dal quale riceve
la forza per celebrare i sacramenti, e alla Chiesa, di cui è
servitore. Dunque, “per la sua stessa natura e missione
sacramentale, il sacerdote appare, nella struttura della Chiesa,
come segno della priorità assoluta e della gratuità
della grazia, che alla Chiesa viene donata dal Cristo risorto”
(Pastores dabo vobis, n. 16). Il servizio alla Chiesa, sottolinea
ancora Giovanni Paolo II, è assicurato dalla stretta relazione
di ogni sacerdote con il proprio vescovo. Dunque, il sacerdozio
è una struttura di relazione: con Cristo, con Dio Padre,
con lo Spirito Santo, con la Chiesa, e con il Vescovo. (Agenzia
Fides – SEGUE)
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GIOVANNI PAOLO II ED I SACERDOTI (5)
L’Esortazione apostolica “Pastores dabo vobis”
(seconda parte)
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Il terzo capitolo
dell’Esortazione Apostolica “Pastores dabo vobis”
tratta la vita spirituale del sacerdote. La necessità di
una vita spirituale attiva prende origine, afferma il Papa, dalla
coscienza di partecipare alla comune vocazione alla santità
di tutti i battezzati. I sacerdoti, inoltre, oltre a partecipare
a questa vocazione comune, vivono su di sé la vocazione
specifica alla santità conferita con il sacramento dell’Ordine,
attraverso il quale vengono configurati a Cristo stesso: “Grazie
a questa consacrazione operata dallo Spirito nell'effusione sacramentale
dell'Ordine, la vita spirituale del sacerdote viene improntata,
plasmata, connotata da quegli atteggiamenti e comportamenti che
sono propri di Gesù Cristo Capo e Pastore della Chiesa
e che si compendiano nella sua carità pastorale”
(Pastores dabo vobis, n. 21). In quanto configurato a Cristo,
il sacerdote, scrive il Papa, deve vivere gli stessi sentimenti
di Gesù, tra i quali l’amore alla Chiesa, che va
rivissuto quotidianamente nella preghiera personale e nella celebrazione
dei Sacramenti: “La vita del presbitero dev'essere illuminata
e orientata anche da questo tratto sponsale, che gli chiede di
essere testimone dell'amore sponsale di Cristo, di essere quindi
capace di amare la gente con cuore nuovo, grande e puro, con autentico
distacco da sé, con dedizione piena, continua e fedele,
e insieme con una specie di gelosia divina, con una tenerezza
che si riveste persino delle sfumature dell'affetto materno, capace
di farsi carico dei dolori del parto” (Pastores dabo vobis,
n. 22). Dunque l’amore alla Chiesa che si declina nell’amore
a tutti i fedeli, con una particolare attenzione all’evangelizzazione
ed alla missione, cui il sacerdote è chiamato dallo Spirito
Santo con l’Ordinazione Sacerdotale. Il ministero del sacerdote
si esercita in tre modalità: ministero della Parola, del
Sacramento, del servizio della Carità. Ministro della Paola
in quanto chiamato ad annunciare il messaggio di Cristo; ministro
dei Sacramenti, perché chiamato ad esserne amministratore
e dispensatore; ministro del servizio della Carità, sia
rivolta ai più piccoli (poveri emarginati, etc) sia nel
ruolo di autorità (cfr. Pastores dabo vobis, n. 26). (Agenzia
Fides – SEGUE)
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GIOVANNI PAOLO II ED I SACERDOTI (6)
L’Esortazione apostolica “Pastores dabo vobis”
(terza parte)
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - La vita spirituale
del sacerdote, scrive il Papa nell’Esortazione Apostolica
“Pastores dabo vobis”, si fonda sui tre consigli evangelici
di povertà, castità, obbedienza. Riguardo all’obbedienza
scrive: “L'obbedienza cristiana autentica, rettamente motivata
e vissuta senza servilismi, aiuta il presbitero ad esercitare
con evangelica trasparenza l'autorità che gli è
affidata nei confronti del Popolo di Dio: senza autoritarismi
e senza scelte demagogiche. Solo chi sa obbedire in Cristo, sa
come richiedere, secondo il Vangelo, l'obbedienza altrui”
(Pastores dabo vobis, n. 28). Parlando della castità, e
del tanto discusso celibato sacerdotale, Giovanni Paolo II annota:
“Nella verginità e nel celibato la castità
mantiene il suo significato originario, quello cioè di
una sessualità umana vissuta come autentica manifestazione
e prezioso servizio all'amore di comunione e di donazione interpersonale.
Questo significato sussiste pienamente nella verginità,
che realizza, pur nella rinuncia al matrimonio, il significato
sponsale del corpo mediante una comunione e una donazione personale
a Gesù Cristo e alla sua Chiesa che prefigurano e anticipano
la comunione e la donazione perfette e definitive dell'al di là”
(Pastores dabo vobis, n. 29). Infine, riguardo alla povertà,
aggiunge: “La libertà interiore, che la povertà
evangelica custodisce e alimenta, abilita il prete a stare accanto
ai più deboli, a farsi solidale con i loro sforzi per l'instaurazione
d'una società più giusta, ad essere più sensibile
e più capace di comprensione e di discernimento dei fenomeni
riguardanti l'aspetto economico e sociale della vita, a promuovere
la scelta preferenziale dei poveri” (Pastores dabo vobis,
n. 30). La spiritualità del sacerdote deve fondarsi inoltre
sulla vita ecclesiale, ed in particolare sulla coscienza di essere
mandato ad una Chiesa particolare. Tuttavia questo non deve far
chiudere le porte al dinamismo missionario che è connaturato
alla vocazione sacerdotale. (Agenzia Fides – SEGUE)
VATICANO
GIOVANNI PAOLO II ED I SACERDOTI (7)
Le lettere ai sacerdoti in occasione del Giovedì santo
(prima parte)
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - In occasione del
Giovedì Santo, Giovanni Paolo II scrisse una lettera rivolta
a tutti i sacerdoti cattolici del mondo, attraverso la quale intendeva
sottolineare, anno per anno, alcuni punti che via via gli apparivano
fondamentali per svolgere il ministero sacerdotale nella contemporaneità.
Si può affermare che la prima lettera ai sacerdoti, quella
inviata l’8 aprile 1979, sia la sintesi ed allo stesso tempo
il programma pastorale del Papa rispetto al sacerdozio. Rifacendosi
pienamente al magistero della Chiesa Giovanni Paolo II delinea
e sottolinea i punti più importanti del ministero presbiterale:
“scelto fra gli uomini, costituito in favore degli uomini”,
“il sacerdote, dono di Cristo per la comunità”,
“a servizio del Buon Pastore”, “arte delle arti
è la guida delle anime”, “dispensatore e testimone”,
“significato del celibato”, “prova e responsabilità”,
“ogni giorno è necessario convertirsi”, “la
Madre dei Sacerdoti”. Scorrendo i titoli dei paragrafi della
prima lettera ai sacerdoti si può già osservare
il percorso che il Papa vuole indicare alla Chiesa. Innanzi tutto
Giovanni Paolo II sottolinea la natura della vocazione sacerdotale,
che è una chiamata specifica all’interno della vocazione
generale alla santità proposta a tutti i battezzati. Da
qui il Pontefice prosegue analizzando lo stretto rapporto che
vige fra il “sacerdozio gerarchico” dei presbiteri
ed il “sacerdozio comune” dei fedeli: il sacerdozio
gerarchico ha doppio valore, cioè da una parte esso è
ministeriale, nel senso che porta ad essere servitori della comunità,
dall’altra invece esso è propriamente gerarchico,
nel senso che dà la facoltà di formare e guidare
il popolo cristiano. La guida del popolo cristiano pone le sue
radici nell’immedesimazione del sacerdote a Cristo Buon
Pastore, di cui ogni prete è servitore; ma l’immedesimazione
a Cristo deve portare il presbitero ad essere sempre attento e
servo della salvezza del prossimo, attraverso il richiamo autorevole
e l’amministrazione dei sacramenti. (Agenzia Fides –
SEGUE)
VATICANO
GIOVANNI PAOLO II ED I SACERDOTI (8)
Le lettere ai sacerdoti in occasione del Giovedì santo
(seconda parte)
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Lo scopo della guida
delle anime dunque è il condurre gli uomini alla salvezza,
e ogni sacerdote è chiamato a svolgere questo compito secondo
le vie che gli sono indicate dalle circostanze e dalla pastorale
che gli viene affidata. In questa “arte pastorale”
il Papa invita i sacerdoti ad “aggiornarsi”: portando
alcuni esempi di sacerdoti santi egli scrive: “Ognuno di
loro era diverso dagli altri, era se stesso, era figlio dei suoi
tempi ed era «aggiornato» rispetto ai suoi tempi.
Ma questo «aggiornamento» di ciascuno era una risposta
originale al Vangelo, una risposta necessaria proprio per quei
tempi, era la risposta della santità e dello zelo”
(Lettera ai sacerdoti del Giovedì Santo del 1979, n. 6).
L’aggiornamento di cui parla il Pontefice è anche
una nuova e più forte ripresa del ruolo di dispensatore
dei Sacramenti e di Testimone della fede in Cristo. Nel ruolo
di testimone, il sacerdote è chiamato a vivere il celibato
per il regno: su questo il Papa ritornerà molto di frequente,
ogni volta mosso dalle spinte riformiste che giungevano da alcune
parti del mondo: “Il cuore del Sacerdote, per essere disponibile
a tale servizio, a tale sollecitudine e amore, deve essere libero.
Il celibato è segno di una libertà, che è
per il servizio” (Lettera ai sacerdoti del Giovedì
Santo del 1979, n. 8). L’indicazione del celibato è,
per il Papa, una prova ed allo stesso tempo una responsabilità:
una prova nella tentazione che ogni uomo, e così anche
il sacerdote, vive; ma una responsabilità alla “parola
data a Cristo” nelle promesse durante l’Ordinazione
e alla fedeltà nella preghiera e nella fede. L’indicazione
che il Papa offre a tutti sacerdoti è la preghiera ed il
cammino di conversione: senza la prima, il secondo fallisce immediatamente,
annota il pontefice, perché “la preghiera ci aiuta
a ritrovare sempre la luce, che ci ha condotti fin dagli inizi
della nostra vocazione sacerdotale, e che incessantemente ci conduce,
anche se talvolta sembra perdersi nel buio. La preghiera ci permette
di convertirci continuamente, di rimanere nello stato di tensione
costante verso Dio, che è indispensabile se vogliamo condurre
gli altri a lui. La preghiera ci aiuta a credere, a sperare e
ad amare, anche quando la nostra debolezza umana ci ostacola”
(Lettera ai sacerdoti del Giovedì Santo del 1979, n. 10).
E la preghiera a Maria, Madre dei Sacerdoti, cui ognuno è
chiamato ad immedesimarsi, è la più ricca di grazie,
conclude il Pontefice. (Agenzia Fides – SEGUE)
VATICANO
GIOVANNI PAOLO II ED I SACERDOTI (9)
Le lettere ai sacerdoti in occasione del Giovedì santo
(terza parte)
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Nel 1982 Giovanni
Paolo II inviò ai sacerdoti non una lettera, bensì
una preghiera da meditare insieme il Giovedì Santo. In
essa emerse anche un nuovo punto su cui il Papa voleva aiutare
i suo confratelli, cioè la gratitudine per il dono ricevuto
nella vocazione sacerdotale: “Consapevoli che mediante lo
Spirito Santo, operante in forza della tua Croce e Risurrezione,
abbiamo ricevuto il sacerdozio ministeriale per servire la causa
della umana salvezza nella tua Chiesa, imploriamo oggi, in questo
giorno così santo per noi, il continuo rinnovamento del
tuo sacerdozio nella Chiesa, mediante appunto il tuo Spirito che
deve «ringiovanire» in ogni epoca della storia questa
tua Sposa diletta; imploriamo che ognuno di noi ritrovi nel proprio
cuore e confermi ininterrottamente con la propria vita l'autentico
significato, che la sua personale vocazione sacerdotale ha sia
per lui stesso sia per tutti gli uomini, affinché in modo
sempre più maturo veda con gli occhi della fede la vera
dimensione e la bellezza del sacerdozio, affinché persista
nel ringraziamento per il dono della vocazione come per una grazia
non meritata, affinché, ringraziando incessantemente, si
consolidi nella fedeltà a questo santo dono, il quale,
proprio perché è del tutto gratuito è tanto
più obbligante” (Lettera ai Sacerdoti del Giovedì
Santo del 1982, n. 2). Anche in quest’occasione Giovanni
Paolo II volle riferirsi al problema del celibato, a cui molte
correnti della Chiesa si opponevano. Nell’anno del Giubileo
straordinario per il 1950° anniversario della Redenzione,
il Papa scrisse ai Sacerdoti che quell’anno era riferito
in maniera speciale: “Se per tutti i credenti, figli e figlie
della Chiesa, esso significa un invito a rileggere di nuovo la
propria vita e vocazione alla luce dei mistero della Redenzione,
allora un tale invito è indirizzato a noi con una intensità,
direi, ancora maggiore. L'Anno Santo della Redenzione, dunque,
e il Giubileo straordinario vogliono dire che noi dobbiamo vedere
di nuovo il nostro sacerdozio ministeriale in quella luce, nella
quale esso è iscritto da Cristo stesso nel mistero della
Redenzione” (Lettera ai Sacerdoti del Giovedì Santo
del 1983).
Sempre nell’anno 1983, anno del Giubileo Straordinario,
trattando la frase del Vangelo “Non vi chiamo servi, ma
amici”, Giovanni Paolo II volle porre attenzione specifica
nella Lettera ai Sacerdoti sulla possibilità per ciascuno
di loro di amministrare i sacramenti e sulla Grazia che da questo
amministrare poteva nascere in loro. Nel 1984, ancora celebrando
il Giubileo Straordinario, Giovanni Paolo II decise di inviare,
al posto della consueta lettera, l’omelia che aveva pronunciato
durante il Giubileo dei Sacerdoti celebrato il 27 febbraio dello
stesso anno. Il tema trattato nell’omelia era stato in particolare
il versetto “canterò senza fine le grazie del Signore”:
da questo il Papa aveva riproposto con grande forza il compito
ministeriale di ogni sacerdote, come amministratore dei Sacramenti
e uomo di Cristo, annunciatore della Parola di Dio, dispensatore
dell’Eucarestia e del perdono nel sacramento della Penitenza.
Dal momento che in quell’anno l’ONU aveva indetto
l’Anno Internazionale della Gioventù, il tema della
Lettera del 1985 furono i giovani “nel lavoro pastorale
dei sacerdoti e nell’apostolato proprio della vocazione
presbiterale”. Offrendo una lettura dell’episodio
del Vangelo del giovane ricco, Giovanni Paolo II indicò
alcune caratteristiche proprie del sacerdote con i giovani: l’accessibilità,
sia intesa come disponibilità reale al dialogo che come
capacità di relazione; la capacità di rispondere
alle domande profonde che i giovani portano con sé senza
temere di esigere troppo; il desiderio di “amare il giovane”
che sta di fronte, sull’esempio di Cristo stesso, senza
interessi o secondi fini, ma in quanto “prossimo”;
il proporre la sequela di Gesù e la scoperta della vocazione.
(Agenzia Fides – SEGUE)
VATICANO
GIOVANNI PAOLO II ED I SACERDOTI (10)
Le lettere ai sacerdoti in occasione del Giovedì santo
(quarta parte)
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Nel 1986, nel secondo
bicentenario della nascita di san Giovanni Maria Vianney, il Curato
d’Ars, Giovanni Paolo II dedicò la Lettera ai Sacerdoti
del Giovedì Santo a questo santo, per riproporlo a tutti
i sacerdoti come modello. Il Santo francese è indicato
innanzi tutto dal Pontefice come modello di volontà tenace
alla preparazione al sacerdozio; poi ne sottolinea la profondità
d’amore per Cristo e per le anime; ne indica i frutti mirabili
e molteplici del suo ministero, le iniziative apostoliche; il
suo vivere quotidianamente a servizio dei fedeli il sacramento
della Penitenza e dell’Eucarestia; la sua predicazione instancabile
e la catechesi rivolta a tutti. Come più volte fece durante
il pontificato attraverso le numerosissime beatificazione e canonizzazioni,
Giovanni Paolo II offre ai fedeli, e in questo caso in particolar
modo ai sacerdoti, un modello da seguire nella vita. Il tema della
Lettera ai sacerdoti per l’anno 1987 è l’importanza
della preghiera nella vita del presbitero, soprattutto in relazione
alla vocazione ed alla missione cui è chiamato. Offrendo
una lettura-meditazione del brano evangelico della Preghiera di
Gesù nel Getzemani, Giovanni Paolo II riprende l’espressione
di saluto di Gesù al Padre (“Abbà”)
per indicare quale tipo di relazione deve svolgersi fra il sacerdote
e Dio: la vita sacerdotale deve dunque, afferma il Papa, essere
radicata nella preghiera. “Nella nostra vita sacerdotale
la preghiera ha una varietà di forme e di significati,
sia quella personale, sia quella comunitaria, sia quella liturgica
(pubblica e ufficiale). Tuttavia, alla base di questa multiforme
preghiera deve trovarsi sempre quel fondamento profondissimo,
che corrisponde alla nostra esistenza sacerdotale in Cristo, in
quanto realizzazione specifica della stessa esistenza cristiana”
(Lettera ai Sacerdoti del Giovedì Santo del 1987, n. 8).
La preghiera, prosegue il Pontefice, permette al sacerdote di
comprendersi amministratore dei misteri di Dio, servitore Suo
e della Chiesa, amante di ogni essere umano: e in tutto questo
ogni sacerdote deve riferirsi come modello a Maria, che con l’esempio
e il sostegno materno accompagna ogni fedele a Cristo. (Agenzia
Fides – SEGUE)
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GIOVANNI PAOLO II ED I SACERDOTI (11)
Le lettere ai sacerdoti in occasione del Giovedì santo
(quinta parte)
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - La Lettera ai Sacerdoti
inviata durante l’Anno Mariano fu necessariamente incentrata
sulla figura di Maria, e dunque sull’Incarnazione, che,
come scrive Giovanni Paolo II, si ripropone ad ogni celebrazione
eucaristica. “Cari fratelli, a chi più che a noi
è indispensabile una fede profonda e incrollabile - a noi,
che in virtù della successione apostolica iniziata nel
cenacolo celebriamo il sacramento del sacrificio di Cristo? Bisogna,
dunque, che si approfondisca costantemente il nostro legame spirituale
con la Madre di Dio, che nella peregrinazione della fede «va
innanzi» all'intero Popolo di Dio” (Lettera ai Sacerdoti
del Giovedì Santo del 1988, n. 2). Da qui il Pontefice
si ricollega all’episodio in cui Gesù affida la Madre
a Giovanni, e dunque a tutta la Chiesa: a partire da questo, afferma
il Papa, deve nascere una sempre maggiore devozione nel Popolo
cristiano, e nei sacerdoti in modo speciale, per Maria. Nella
Lettera ai Sacerdoti del 1989 Giovanni Paolo II volle porre l’attenzione
sull’Esortazione Apostolica “Christifideles Laici”
pubblicata poco prima: dapprima sottolineò il fatto che
il sacerdote è scelto fra gli uomini, di seguito che la
cura delle vocazioni e la missione ai laici, quindi il rifiuto
della laicizzazione del sacerdozio ed il servizio a tutti gli
uomini. In attesa dell’apertura del Sinodo dei Vescovi sui
Sacerdoti e la loro Formazione, la Lettera ai Sacerdoti del 1990
è dedicata all’invito ai presbiteri di tutto il mondo
a pregare per la buona riuscita del Sinodo e ad inviare le loro
considerazioni e osservazioni. Nella Lettera ai Sacerdoti del
1991 Giovanni Paolo II volle sintetizzare le linee principali
emerse durante il Sinodo dei Vescovi e poi pubblicate nell’Esortazione
Apostolica “Pastores dabo vobis”: soprattutto il Papa
richiamò l’attenzione sulla preghiera e la vita sacerdotale
incentrata sulla preghiera e sull’amministrazione dei sacramenti.
Nel 1992 Giovanni Paolo II inviò una brevissima lettera
di accompagnamento alla pubblicazione dell’Esortazione Apostolica
“Pastores dabo vobis” sulla formazione sacerdotale.
Poco dopo la pubblicazione del Catechismo della Chiesa Cattolica,
Giovanni Paolo II dedicò ad esso e alla sua funzione nella
missione presbiterale la Lettera ai Sacerdoti del 1993: il “nuovo”
Catechismo, scrisse il Papa in quell’occasione, “è
anche una risposta alla missione che il Signore ha affidato alla
sua Chiesa: custodire il deposito della fede e trasmetterlo integro,
con autorevole e affettuosa sollecitudine, alle generazioni che
si susseguono. […] In tale sintetico compendio del deposito
della fede, possiamo infatti trovare una norma autentica e sicura
per l'insegnamento della dottrina cattolica, per lo svolgimento
dell'attività catechetica presso il Popolo cristiano, per
quella nuova evangelizzazione, di cui il mondo di oggi ha immenso
bisogno” (Lettera ai Sacerdoti del Giovedì Santo
del 1993, n. 2). La Lettera ai Sacerdoti del 1994 è incentrata
sulla Famiglia, ricorrendo in quell’anno, l’Anno Internazionale
della Famiglia: Giovanni Paolo II offre allora un aiuto alla lettura
della Lettera che inviò a tutte le Famiglie, soprattutto
invitando i sacerdoti a far pregare i genitori e i figli: “L'appello
alla preghiera con le famiglie e per le famiglie riguarda, cari
Fratelli, ciascuno di voi in modo quanto mai personale”
(Lettera ai Sacerdoti del Giovedì Santo 1994). La Lettera
del 1995 è dedicata all’importanza della donna nella
vita del sacerdote, prendendo spunto dalla Conferenza Internazionale
dell’Onu sulla donna di quello stesso anno. Oltre alla fondamentale
relazione con la propria madre, il Papa sottolinea l’importanza
di una vita comunitaria pre-sacerdotale mista: “Ogni candidato
al sacerdozio, nel varcare la soglia del seminario, ha alle spalle
l'esperienza della propria famiglia e della scuola, dove ha avuto
modo di incontrare molti coetanei e coetanee. Per vivere nel celibato
in modo maturo e sereno, sembra essere particolarmente importante
che il sacerdote sviluppi profondamente in sé l'immagine
della donna come sorella” (Lettera ai Sacerdoti del 1995,
n. 4). Ovviamente anche qui il Papa richiamò il valore
e l’importanza del celibato sacerdotale e suggerì
alcune linee per essere aiutati a vivere con serenità questa
scelta. (Agenzia Fides – SEGUE)
VATICANO
GIOVANNI PAOLO II ED I SACERDOTI (12)
Le lettere ai sacerdoti in occasione del Giovedì santo
(sesta parte)
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Nel cinquantesimo
anniversario della sua ordinazione sacerdotale, Giovanni Paolo
II volle offrire a tutti i sacerdoti una rilettura dei punti chiave
del sacerdozio attraverso la Lettera del Giovedì Santo
del 1996: il sacerdozio comune dei fedeli e quello ministeriale
dei presbiteri, la chiamata personale di ogni sacerdote, la vocazione
sacerdotale degli Apostoli e quindi il spinta missionaria del
presbitero, il bisogno di sempre rinnovare il proprio sì
a Cristo che chiama, il compito del sacerdote di lodare Dio, la
chiamata a sostenere e accompagnare i fedeli verso Cristo, il
giubileo sacerdotale come tempo di gioia e di rendimento di grazie.
La lettera ai sacerdoti del 1997 fu dedicata a Cristo, nel primo
anno del triennio di preparazione al Grande Giubileo dell’anno
2000. “Gesù Sacerdote in eterno” è il
tema principale, e Giovanni Paolo II afferma con decisione e sintesi
che in questa breve frase sta il cuore di tutta la vita sacerdotale.
La lettera del 1998 è un’analisi meditata dell’inno
“Veni Creator Spiritus”, quindi sul ruolo dello Spirito
Santo nella vita sacerdotale: lo Spirito Santo infatti offre i
due cardini maggiori al sacerdote nell’Eucarestia e nel
Sacramento dell’Ordine, oltre che nei sette doni che la
Chiesa Gli attribuisce. La lettera del 1999, ultima prima del
Grande Giubileo, è dedicata alla figura di Dio Padre, e
si apre infatti con le parole “Abbà, Padre”.
Nell’ambito della rilettura della Storia in prossimità
dell’anno 2000, Giovanni Paolo II scrive, a proposito dei
sacerdoti: “Mentre, nello spirito del prossimo Giubileo,
confessiamo i limiti e le mancanze delle passate generazioni cristiane,
e quindi anche dei sacerdoti in esse presenti, riconosciamo con
gioia che, nell'inestimabile servizio reso dalla Chiesa al cammino
dell'umanità, una parte assai rilevante è dovuta
al lavoro umile e fedele di tanti ministri di Cristo che, nel
corso del millennio, hanno operato quali generosi artefici della
civiltà dell'amore” (Lettera ai Sacerdoti del Giovedì
Santo del 1999, n. 2).
La Lettera ai Sacerdoti dell’anno 2000 fu inviata dal Papa
dal Cenacolo di Gerusalemme, dove si era recato in pellegrinaggio
durante il Grande Giubileo. Questa lettera è incentrata
sull’amore di predilezione che Cristo ha per i sacerdoti,
sulla coscienza di ciascuno della propria fragilità, sulla
figura di Gesù, Sacerdote e Vittima, sul compito di riattualizzare
in ogni istante nella vita ciò che compiva Cristo stesso,
e infine sull’importanza dell’Eucarestia nella vita
di ogni presbitero. La lettera del 2001 fu dedicata invece al
Sacramento della Riconciliazione: dopo aver ricordato la chiamata
di Pietro e la vocazione di Paolo, egli scrive: “Le testimonianze
di Pietro e Paolo, carissimi Sacerdoti, contengono preziose indicazioni
per noi. Esse ci invitano a vivere con senso di infinita gratitudine
il dono del ministero: nulla noi abbiamo meritato, tutto è
grazia! L'esperienza dei due Apostoli ci induce, al tempo stesso,
ad abbandonarci alla misericordia di Dio, per consegnare a Lui
con sincero pentimento le nostre fragilità, e riprendere
con la sua grazia il nostro cammino di santità” (Lettera
ai Sacerdoti del Giovedì Santo del 2001, n. 10). La lettera
del 2002 si ricollega a quella dell’anno precedente, meditando
soprattutto la correlazione fra Eucarestia e Penitenza, e invitando
tutti i sacerdoti a vivere con maggiore impegno e costanza il
sacramento della Riconciliazione: “Riscopriamo con gioia
e fiducia questo Sacramento. Viviamolo innanzi tutto per noi stessi,
come un'esigenza profonda e una grazia sempre nuovamente attesa,
per ridare vigore e slancio al nostro cammino di santità
e al nostro ministero” (Lettera ai Sacerdoti del Giovedì
Santo del 2002, n. 4). Proseguendo il Papa suggerisce alcune linee
di comportamento da tenere durante la celebrazione della Confessione:
l’accogliere il peccatore, il farlo sentire amato, il fargli
vivere l’esperienza della misericordia e del perdono che
sana e pacifica. Nel 2003 al posto della consueta lettera ai sacerdoti,
Giovanni Paolo II inviò a tutta la Chiesa una Lettera Enciclica
sull’Eucarestia. Nel 2004 infine ripropone il tema dell’Eucarestia
e della preghiera mariana del Santo Rosario come sostegno e aiuto
nella vita del presbitero. (Agenzia Fides – SEGUE)
VATICANO
GIOVANNI PAOLO II ED I SACERDOTI (13)
L’insegnamento del Papa ai sacerdoti ed ai seminaristi
(prima parte)
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - In numerose occasioni
il Papa si rivolse ai sacerdoti e ai seminaristi per raccontare
la propria esperienza e per indicare loro come vivere la propria
vocazione. Oltre che con le lettere che ogni anno inviava in occasione
del Giovedì Santo ai sacerdoti di tutto il mondo, nel magistero
di Giovanni Paolo II si possono trovare numerosi discorsi rivolti
ai sacerdoti. Fra i punti che sottolineava maggiormente c’era
quello della preghiera: il sacerdozio prende forza e forma da
un rapporto intimo con Gesù: “Gesù ha chiamato
i sacerdoti a una speciale intimità con Lui. La natura
stessa della nostra missione lo richiede. Se dobbiamo predicare
Cristo e non noi stessi, dobbiamo conoscerlo intimamente nelle
Scritture e nella preghiera. Se dobbiamo guidare gli altri verso
l’incontro e la risposta della fede, la nostra propria fede
deve essere una testimonianza. Nelle Sacre Scritture, la parola
di Dio è sempre dinanzi a noi. Facciamo dunque delle Scritture
il nutrimento della nostra preghiera quotidiana e il soggetto
del nostro regolare studio teologico” (Discorso ai Sacerdoti
e Seminaristi di Cebu City del 19 febbraio 1981, n. 9). Un secondo
aspetto fondamentale nella vita dei sacerdoti è la comunione,
con il Vescovo, con il Papa e con i confratelli: parlando ai Sacerdoti
della Diocesi di Roma, di cui è il Vescovo, Giovanni Paolo
II affermò: “A proposito dell’ultima domanda,
come fare questa comunione tra i presbiteri, penso che i metodi
sono abbastanza conosciuti: vivere insieme, pregare insieme, decidere
insieme e poi operare insieme. Riguardo alla domanda sulla comunione
tra i presbiteri, desidero aggiungere che è importante
per i sacerdoti vivere insieme, mangiare insieme, cenare insieme”
(Discorso ai Parroci e al Clero della Diocesi di Roma del 1 marzo
2001). Un terzo punto imprescindibile nel magistero papale fu
certamente il celibato: “È difficile sopravvalutare
la profonda testimonianza alla fede che un sacerdote dà
mediante il celibato. Il sacerdote annunzia la Buona Novella del
regno come persona che ha il coraggio di rinunziare alle particolari
gioie umane del matrimonio e della vita di famiglia per dare testimonianza
alla sua “convinzione riguardo alle cose che non si vedono”.
La Chiesa ha bisogno della testimonianza del celibato abbracciato
volentieri e vissuto con gioia dai suoi sacerdoti per amore del
regno. Il celibato non è affatto marginale nella vita del
sacerdote: dà testimonianza a una dimensione di amore modellata
sull’amore di Cristo stesso. Quest’amore parla chiaramente
il linguaggio di ogni amore genuino, il linguaggio del dono di
sé per amore del diletto; e il suo perfetto simbolo e per
sempre la Croce di Gesù Cristo!” (Discorso ai Sacerdoti
e Seminaristi di Cebu City del 19 febbraio 1981, n. 9).
Il Sacerdote, nell’insegnamento del Papa, deve frequentare
spesso i sacramenti per poter vivere pienamente lui stesso l’immedesimazione
a Cristo cui è chiamato e conformato nell’Ordinazione
sacerdotale. Rivolgendosi ai chi si preparava a confessare, disse:
“La trascendente dignità, che rende possibile al
sacerdote di agire in persona Christi nell'amministrazione dei
Sacramenti, crea in lui - salva sempre per il penitente l'efficacia
del Sacramento anche se il ministro non fosse degno - il dovere
di assimilarsi a Cristo così da riuscire per il fedele
viva immagine di Lui: per giungere a ciò è necessario
che egli, a sua volta, si accosti fedelmente e spesso, come penitente,
al Sacramento della riconciliazione” (Discorso ai partecipanti
al Corso sul Foro Interno del 31 marzo 2001, n. 4). Ma le indicazioni
che via via il Papa in tutto il suo pontificato suggerì
ai confratelli sacerdoti sono innumerevoli. (Agenzia Fides –
SEGUE)
VATICANO
GIOVANNI PAOLO II ED I SACERDOTI (14)
L’insegnamento del Papa ai sacerdoti ed ai seminaristi
(seconda parte)
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Durante il Giubileo
dei Sacerdoti dell’anno 2000, disse: “Siamo stati
consacrati nella Chiesa per questo specifico ministero: siamo
chiamati, in vari modi, a contribuire, là dove la Provvidenza
ci colloca, alla formazione della comunità del Popolo di
Dio. Il nostro compito è pascere il gregge di Dio che ci
è affidato, non per forza ma di buon animo, non atteggiandoci
a padroni, ma offrendo una testimonianza esemplare; una testimonianza
che può giungere, se necessario, sino allo spargimento
di sangue, come è stato per non pochi nostri confratelli
nel corso del secolo appena concluso” (Omelia nel giorno
del Giubileo dei Presbiteri del 18 maggio 2000, n. 4). Ma la vocazione
sacerdotale ha anche delle esigenze, che il Papa non smise mai
di annunciare: “Qui vorrei soltanto annotare come due siano
le esigenze particolarmente avvertite dal clero, soprattutto da
quello giovane: l’esigenza dell’autenticità
e quella della vicinanza all’uomo del nostro tempo. Sono
due esigenze degne di grande considerazione, perché esprimono
una sincera volontà di coerenza con la propria missione”
(Discorso a un gruppo di sacerdoti del 19 aprile 1979).
Di fronte alle difficoltà che i sacerdoti inevitabilmente
incontrano nella loro vita, il Papa suggerisce di guardare all’origine
ed alla fonte della vocazione stessa, domandandosi “io chi
sono?”. “Una cosa è sicura: siamo chiamati
da Cristo, da Dio. Questo vuol dire: siamo amati da Cristo, amati
da Dio. Abbiamo noi riflettuto abbastanza su questo? In realtà
la vocazione al sacerdozio è un segno di predilezione da
parte di colui che, scegliendovi fra tanti fratelli, vi chiamò
a partecipare, in un modo tutto speciale, alla sua amicizia: “Non
vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello
che fa il suo padrone; ma io vi ho chiamati amici, perché
tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere
a voi”. La nostra chiamata al sacerdozio, segnando il momento
più alto nell’uso della nostra libertà ha
provocato la grande ed irrevocabile opzione della nostra vita
e, quindi, la pagina più bella nella storia della nostra
esperienza umana. La nostra felicità consiste nel non sottovalutarla
mai!” (Omelia durante l’Ordinazione di nuovi sacerdoti
del 2 luglio 1980, n. 3). Ma non solo Giovanni Paolo II offre
le risposte agli interrogativi e alle difficoltà dei confratelli
nel sacerdozio: egli vuole accoglierli tutti e indica loro dei
testimoni cui affidarsi. Fra tutti indica più di frequente
il santo Curato d’Ars, san Giovanni Maria Vianney: “in
lui si rivela la potenza della grazia che agisce nella povertà
dei mezzi umani. Mi toccava nel profondo, in particolare, il suo
eroico servizio nel confessionale. Quell'umile sacerdote che confessava
più di dieci ore al giorno, nutrendosi poco e dedicando
al riposo appena alcune ore, era riuscito, in un difficile periodo
storico, a suscitare una sorta di rivoluzione spirituale in Francia
e non soltanto in Francia” (Dono e Mistero, cap. 5). Da
questo esempio Giovanni Paolo II trasse “la convinzione
che il sacerdote realizza una parte essenziale della sua missione
attraverso il confessionale, attraverso quel volontario «farsi
prigioniero del confessionale»” (Dono e Mistero, cap.
5). (Agenzia Fides – FINE)