VATICANO
- LE ISTITUZIONI DI GIOVANNI PAOLO II
Il Pontificio Consiglio per la Famiglia
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Il Pontificio Consiglio
per la Famiglia è stato istituito da Papa Giovanni Paolo
II con il Motu proprio “Familia a Deo instituta” del
9 maggio 1981, in sostituzione del Comitato per la Famiglia creato
da Papa Paolo VI l’11 gennaio 1973. All’organismo
spetta la promozione della pastorale e dell’apostolato in
campo familiare, in applicazione degli insegnamenti e degli orientamenti
del Magistero ecclesiastico, perché le famiglie cristiane
siano aiutate a compiere la missione educatrice ed apostolica
cui sono chiamate. Tra i numerosi compiti affidati a questo Consiglio,
figura anche la promozione ed il coordinamento degli sforzi pastorali
in ordine alla procreazione responsabile secondo gli insegnamenti
della Chiesa, come incoraggiare, sostenere e coordinare gli sforzi
in difesa della vita umana in tutto l’arco della sua esistenza,
dal concepimento alla morte naturale. (Agenzia Fides)
Il Pontificio Consiglio per la pastorale degli Operatori
Sanitari
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Con il Motu Proprio
“Dolentium Hominum” dell’11 febbraio 1985, Giovanni
Paolo II fondò la Pontificia Commissione per la Pastorale
degli Operatori Sanitari, sotto la guida del Pontificio Consiglio
dei Laici: essa aveva lo scopo di coordinare tutte le istituzioni
cattoliche, religiose e laiche, impegnate nella pastorale degli
infermi, da un lato per favorire una maggiore formazione etico-religiosa
degli operatori sanitari, dall’altro promuovere, sostenere
e intensificare attività di studio, di approfondimento
e di proposta circa i problemi che l’attività con
i malati possono suscitare. Nel 1988, attraverso la Costituzione
Apostolica “Pastor Bonus”, Giovanni Paolo II diede
alla Pontificia Commissione per la Pastorale degli Operatori Sanitari
il nome di Pontificio Consiglio per la Pastorale degli Operatori
Sanitari. Da sempre la Chiesa è stata attenta al malato,
sia come colui che soffre, sia come colui che partecipa misteriosamente
attraverso la sofferenza alla Redenzione operata da Cristo. Tuttavia
il Papa esprime nel Motu Proprio “Dolentium Hominum”
la caratteristica che distingue l’approccio cristiano al
malato da tutti gli altri, cioè l’attenzione alla
persona umana in sé: “Nel suo approccio agli infermi
e al mistero della sofferenza, la Chiesa è guidata da una
precisa concezione della persona umana e del suo destino nel piano
di Dio. Essa ritiene che la medicina e le cure terapeutiche abbiano
di mira non solo il bene e la salute del corpo, ma la persona
come tale che, nel corpo, è colpita dal male. La malattia
e la sofferenza, infatti, non sono esperienze che riguardano soltanto
il sostrato fisico dell'uomo, ma l'uomo nella sua interezza e
nella sua unità somatico-spirituale. E' noto del resto
come talora la malattia che si manifesta nel corpo abbia la sua
origine e la sua vera causa nei recessi della psiche umana”
(Motu Proprio “Dolentium Hominum” dell’11 febbraio
1985, n. 2).
I compiti dunque del Pontificio Consiglio per la Pastorale degli
Operatori Sanitari sono: “stimolare e promuovere l'opera
di formazione, di studio e di azione; coordinare le attività
svolte dai diversi Dicasteri della Curia Romana in relazione al
mondo sanitario e ai suoi problemi; diffondere, spiegare e difendere
gli insegnamenti della Chiesa in materia di sanità, e favorirne
la penetrazione nella pratica sanitaria; tenere i contatti con
le Chiese locali ed, in particolare, con le commissioni Episcopali
per il mondo della sanità; seguire con attenzione e studiare
orientamenti programmatici ed iniziative concrete di politica
sanitaria, a livello sia internazionale che nazionale, al fine
di coglierne la rilevanza e le implicazioni per la pastorale della
Chiesa” (Motu Proprio “Dolentium Hominum” dell’11
febbraio 1985, n. 6). A questo Pontificio Consiglio numerose volte
Giovanni Paolo II inviò messaggi di incoraggiamento e di
interesse: ad esempio, nel X anniversario dalla fondazione, così
volle scrivere ai membri del Consiglio riuniti in assemblea: “nell'attenzione
a chi soffre e nell'impegno per una qualità della vita
degna della persona si configuri una visione antropologica nella
quale è possibile a persone di culture diverse trovare
un punto d'incontro. Ciò è confermato dalle esperienze
personali e sociali di tanti «buoni Samaritani» dei
tempi moderni, tra i quali avete voluto opportunamente ricordare
persone quali Henri Dunant, Florence Nightingale, Albert Schweitzer,
Janusz Korczak, Ildebrando Gregori, Raoul Follereau e Marcello
Candia”. Come sempre il Papa non tralascia mai di citare
degli esempi reali ed umani cui i fedeli possano guardare per
trovare in essi esempio e conforto. Ma ancora di più il
Papa è cosciente che “il campo della sanità
e della salute, negli svariati ambiti dell'educazione sanitaria,
della prevenzione, della diagnosi, terapia e riabilitazione, offre
innumerevoli conferme della concreta possibilità di un
fecondo sodalizio tra ragione e fede per costruire, nella libertà
e nel pieno rispetto della persona umana, la civiltà della
vita la quale, per essere veramente tale, deve essere anche civiltà
dell’amore”. Dunque, nel suo continuo tentativo di
rivolgersi al mondo contemporaneo per annunciare Cristo, anche
la scienza medica è uno strumento valido. (Agenzia Fides)
Il Pontificio Consiglio per la Cultura
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Il 25 marzo 1993,
con il Motu Proprio “Inde a Pontificatus”, Giovanni
Paolo II fuse insieme il Pontificio Consiglio per la Cultura ed
il Pontificio Consiglio per il dialogo con i non credenti. Il
Papa fu sempre attento, fin dall’inizio del suo pontificato,
a promuovere il dialogo con il mondo contemporaneo e specialmente
con i non credenti, sul “terreno privilegiato della cultura,
fondamentale dimensione dello spirito che mette gli uomini in
rapporto fra loro e li unisce in ciò che essi hanno di
più proprio, la comune umanità” (Motu Proprio
“Inde a Pontificatu” del 25 marzo 1993). Lo scopo
principale del nuovo Pontificio Consiglio è di promuovere
l’incontro “tra il messaggio salvifico del Vangelo
e le culture del nostro tempo, spesso segnate dalla non credenza
e dall'indifferenza religiosa, affinché esse si aprano
sempre più alla Fede cristiana, creatrice di cultura e
fonte ispiratrice di scienze, lettere ed arti” (Motu Proprio
“Inde a Pontificatu” del 25 marzo 1993). In questo
modo tale Consiglio avrebbe manifestato la cura della Chiesa ad
esprimere una pastorale di fronte alla frattura fra Vangelo e
culture. A questo scopo esso doveva promuovere lo studio “della
non credenza e dell'indifferenza religiosa presente in varie forme
nei diversi ambienti culturali, indagandone le cause e le conseguenze
per quanto riguarda la Fede cristiana, con l'intento di fornire
sussidi adeguati all'azione pastorale della Chiesa per l'evangelizzazione
delle culture e l'inculturazione del Vangelo” (Motu Proprio
“Inde a Pontificatu” del 25 marzo 1993). La linea
attuativa del Pontificio Consiglio della Cultura avrebbe dunque
realizzato iniziative tese a promuovere il dialogo fra Fede e
Culture ed il dialogo interculturale, e anche l’approfondirsi
del dialogo con coloro che non credono in Dio o non professano
alcuna religione.
“Mi sembra opportuno fondare uno speciale organismo permanente,
con lo scopo di promuovere i grandi obiettivi che il Concilio
Ecumenico Vaticano II si è proposti circa i rapporti tra
la Chiesa e la cultura” (Lettera di Fondazione del Pontificio
Consiglio della Cultura del 20 maggio 1982). Si comprende, leggendo
queste parole, come Giovanni Paolo II abbia voluto, fin dagli
inizi del Pontificato, rivolgere uno sguardo alla cultura contemporanea,
perché attraverso di essa la Chiesa potesse giungere a
tutti gli uomini, in particolar modo a coloro che si professavano
non credenti o non appartenenti ad alcuna religione. Già
nel 1980, davanti all’assemblea dell’Unesco, Giovanni
Paolo II aveva annunciato il legame organico e costitutivo che
esiste fra cristianesimo e cultura. La fondazione del Pontificio
Consiglio della Cultura ha per Giovanni Paolo II una ragione profonda,
che espresse chiaramente fin dall’inizio: “io sento
la responsabilità che mi incombe, nel cuore della collegialità
della Chiesa universale, e in contatto ed accordo con le Chiese
locali, di intensificare i rapporti della Santa Sede con tutte
le realizzazioni della cultura, assicurando anche un rapporto
originale in una feconda collaborazione internazionale, in seno
alla famiglia delle nazioni, ossia delle grandi comunità
degli uomini uniti da vincoli diversi, ma soprattutto, essenzialmente
dalla cultura” (Lettera di Fondazione del Pontificio Consiglio
della Cultura del 20 maggio 1982). La ragione profonda di questa
fondazione è dunque il desiderio di mettersi in ascolto
dell’uomo moderno, per poter poi essere in grado di rispondergli:
“ho voluto creare il Pontificio Consiglio per la Cultura,
per dare a tutta la Chiesa un vigoroso impulso, e rendere cosciente
tutti i responsabili, tutti i fedeli, del dovere che ci incombe
di essere all'ascolto dell'uomo moderno, non per approvare tutti
i suoi comportamenti, ma soprattutto per scoprire le sue speranze
e le sue aspirazioni latenti” (Discorso all’Assemblea
Plenaria del Pontificio Consiglio per la Cultura del 18 gennaio
1983, n. 5).
Per Giovanni Paolo II non è solo l’uomo moderno che
può ricevere qualcosa dall’incontro con la Chiesa,
ma è la Chiesa stessa che può arricchirsi nel rapporto
con il mondo contemporaneo: “Occorre rammentare, inoltre,
che i cristiani hanno molto da ricevere da questa relazione dinamica
tra Chiesa e mondo contemporaneo. Il Concilio ecumenico Vaticano
II ha insistito su questo punto ed è opportuno ricordarlo.
La Chiesa si è molto arricchita grazie all'apporto di tante
civiltà. L'esperienza secolare di tanti popoli, il progresso
della scienza, i tesori nascosti delle diverse culture, attraverso
le quali si rivela più pienamente la natura dell'uomo e
si aprono nuove vie verso la verità, tutto ciò rappresenta
un sicuro vantaggio per la Chiesa. […] E' dunque normale
che il popolo di Dio, solidale con il mondo nel quale vive, riconosca
le scoperte e le realizzazioni dei nostri contemporanei e vi partecipi
per quanto possibile, affinché l'uomo stesso cresca e si
sviluppi pienamente. Ciò presuppone una profonda capacità
di accoglienza e di ammirazione, ma anche un lucido senso di discernimento”
(Discorso all’Assemblea Plenaria del Pontificio Consiglio
per la Cultura del 18 gennaio 1983, n. 6). La Chiesa deve amare
l’uomo in quanto uomo, per se stesso: solo così potrà
annunciargli Cristo. I due principi di orientamento per il Pontificio
Consiglio per la Cultura sono semplici: evangelizzazione delle
culture e difesa dell'uomo. “Si richiede che l'evangelizzatore
si familiarizzi con gli ambienti socio-culturali nei quali deve
annunciare la parola di Dio […]. D'altra parte, la nostra
fede ci dà fiducia nell'uomo che noi desideriamo difendere
e amare per se stesso, coscienti che egli non è uomo se
non per la sua cultura, cioè per la sua libertà
di crescere integralmente e con tutte le sue capacità specifiche”
(Discorso all’Assemblea Plenaria del Pontificio Consiglio
per la Cultura del 18 gennaio 1983, n. 10). Dunque il compito
ideale del Consiglio per la Cultura è sicuramente trovare
nuove vie dialogo fra la Chiesa e il mondo contemporaneo. (Agenzia
Fides)
La Pontificia Commissione per i Beni Culturali della
Chiesa
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Fin dall’inizio
della sua storia, la Chiesa ebbe a cuore i beni culturali posti
a servizio della sua missione. Tuttavia solo con la Costituzione
Apostolica “Pastor Bonus” del 1988 nacque, per desiderio
di Giovanni Paolo II, una commissione ad hoc che si occupasse
della politica di tutela e valorizzazione del patrimonio storico
e artistico della Chiesa. Lo scopo dunque di questa commissione
è quello di valorizzare il complesso dei beni artistici
prodotti in due millenni di storia non soltanto come “testimonianza
fossile del passato”, ma soprattutto come testimonianza
vivente di ciò che attraverso la fede, la cultura e l’arte
cristiana essa ha saputo esprimere lungo i secoli. Il compito
della Commissione fu così espresso dal Papa nel 1997: esso
“consiste nell’animazione culturale e pastorale delle
comunità ecclesiali, valorizzando le molteplici forme espressive
che la Chiesa ha prodotto e continua a produrre al servizio della
nuova evangelizzazione dei popoli. Si tratta di conservare la
memoria del passato e di tutelare i monumenti visibili dello spirito
con un lavoro capillare e continuo di catalogazione, di manutenzione,
di restauro, di custodia e di difesa. [...] Si tratta inoltre
di favorire nuove produzioni attraverso un contatto interpersonale
più attento e disponibile con gli operatori del settore,
così che anche la nostra epoca possa registrare opere che
documentino la fede e il genio della presenza della Chiesa nella
storia” (Messaggio alla II Assemblea della Pontificia Commissione
per i Beni Culturali della Chiesa del 28 settembre 1997). Pertanto
il lavoro della Commissione deve da un lato rivolgersi alla tutela
vera e propria dei beni, attraverso il restauro, la conservazione
e la valorizzazione; dall’altro aiutare e stimolare gli
artisti attraverso una reale preparazione e committenze specifiche,
a mettere le loro capacità a servizio della Chiesa, quasi
per riproporre quell’alleanza fra Artisti e Chiesa tipica
del mondo medievale.
“I beni culturali nelle loro molteplici espressioni - dalle
chiese ai più diversi monumenti, dai musei agli archivi
e alle biblioteche - costituiscono una componente tutt'altro che
trascurabile nella missione evangelizzatrice e di promozione umana
che è propria della Chiesa. Specialmente l'arte cristiana,
bene culturale quanto mai significativo, continua a rendere un
suo singolare servizio comunicando con straordinaria efficacia,
attraverso la bellezza delle forme sensibili, la storia dell'alleanza
tra Dio e l'uomo e la ricchezza del messaggio rivelato. Nei due
millenni dell'era cristiana, essa è stata lo stupendo manifesto
dell'ardore di tanti confessori della fede, ha espresso la consapevolezza
della presenza di Dio tra i credenti, ha sostenuto la lode che
da ogni angolo della terra la Chiesa innalza al suo Signore. I
beni culturali si rivelano documenti qualificati dei vari momenti
di questa grande storia spirituale” (Discorso ai Membri
dell’Assemblea Plenaria della Pontificia Commissione per
i Beni Culturali della Chiesa del 31 marzo 2000, n. 3). Con queste
parole Giovanni Paolo II sintetizzò il punto di partenza
per le iniziative della Pontificia Commissione per i Beni Culturali.
Ma il Papa non smetterà mai di ripetere che la Chiesa non
è solo detentrice di un patrimonio del passato, ma è
soprattutto animatrice del presente della comunità umana:
“Essa, pertanto, incrementa continuamente il proprio patrimonio
di beni culturali per rispondere alle esigenze di ogni epoca e
cultura, e si preoccupa poi di consegnare quanto è stato
realizzato alle generazioni successive, perché anch'esse
possano abbeverarsi al grande fiume della traditio Ecclesiae”
(Discorso ai Membri dell’Assemblea Plenaria della Pontificia
Commissione per i Beni Culturali della Chiesa del 31 marzo 2000,
n. 4). Il frutto di questa Commissione, augurato dal Papa ad ogni
incontro con i suoi rappresentanti, è che la valorizzazione
del patrimonio artistico possa diventare sempre di più
strumento efficace per avvicinare i lontani al messaggio evangelico
e far crescere nei cristiani l’amore alla bellezza che,
secondo Giovanni Paolo II, apre lo Spirito al bene e al vero.
“La Chiesa ha sempre ritenuto che, attraverso l'arte nelle
sue varie espressioni si rifletta, in qualche modo, l'infinita
bellezza di Dio e la mente umana venga quasi naturalmente indirizzata
verso di Lui. Anche grazie a questo contributo, come ricorda il
Concilio Vaticano II, "la conoscenza di Dio viene meglio
manifestata e la predicazione evangelica si rende più trasparente
all'intelligenza degli uomini"” (Discorso ai Membri
dell’Assemblea Plenaria della Pontificia Commissione per
i Beni Culturali della Chiesa del 19 ottobre 2002, n. 1). Avendo
ben chiaro che l’arte permette di avvicinarsi e conoscere
Dio, Giovanni Paolo II ebbe sempre molto a cuore l’operato
della Commissione per i Beni Culturali della Chiesa. Ogni volta
che si riunivano i membri di essa in Assemblea Plenaria, non mancò
mai di inviare loro un messaggio in cui ribadisse il ruolo della
Commissione. Nel 2002 scrisse: “La natura organica dei beni
culturali della Chiesa non permette di separare la loro fruizione
estetica dalla finalità religiosa perseguita dall'azione
pastorale. L'edificio sacro, ad esempio, raggiunge la sua perfezione
‘estetica’ proprio durante la celebrazione dei divini
misteri, dato che è proprio in quel momento che risplende
nel suo più vero significato. Gli elementi dell'architettura,
della pittura, della scultura, della musica, del canto e delle
luci formano parte dell'unico complesso che accoglie per le proprie
celebrazioni liturgiche la comunità dei fedeli, costituita
da "pietre vive" che formano un "edificio spirituale"”
(Discorso ai Membri dell’Assemblea Plenaria della Pontificia
Commissione per i Beni Culturali della Chiesa del 19 ottobre 2002,
n. 3). Ma come si coniuga in sintesi l’opera della Chiesa
e i beni culturali? Così sintetizza Giovanni Paolo II:
“La Chiesa intende offrire un germe di speranza che superi
il pessimismo e lo smarrimento anche attraverso i beni culturali,
che possono rappresentare il fermento di un nuovo umanesimo su
cui innestare più efficacemente la nuova evangelizzazione”
(Discorso ai Membri dell’Assemblea Plenaria della Pontificia
Commissione per i Beni Culturali della Chiesa del 19 ottobre 2002,
n. 4). (Agenzia Fides)
La Pontificia Accademia per la Vita
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - “Il mistero
della vita, di quella umana in particolare, attira in modo crescente
l’attenzione degli studiosi, stimolati dalle straordinarie
possibilità d’indagine che il progresso della scienza
e della tecnica offre oggi alle loro ricerche. La nuova situazione,
mentre apre affascinanti prospettive d’intervento sulle
sorgenti stesse della vita, pone pure molteplici ed inediti interrogativi
di ordine morale, che l’uomo non può trascurare senza
correre il rischio di compiere passi forse irreparabili”
(Motu Proprio “Vitae Mysterium” dell’11 febbraio
1994, n. 1). Questa analisi del progresso scientifico nello studio
della Vita umana, richiamò a Giovanni Paolo II il compito
della Chiesa di illuminare le coscienze degli uomini circa le
esigenze morali che scaturiscono dalla loro natura e di proporre
una dottrina morale corrispondente alla dignità della persona
e alla sua vocazione integrale. Già nel 1985 Giovanni Paolo
II aveva istituito la Pontificia Commissione per la Pastorale
degli Operatori Sanitari (poi trasformato in Pontificio Consiglio),
perché diffondesse, spiegasse e difendesse gli insegnamenti
della Chiesa in materia di sanità, attraverso uno studio
approfondito della morale e dei problemi di bioetica, “affinché
sia manifesto che scienza e tecnica, poste al servizio della persona
umana e dei suoi diritti fondamentali, contribuiscono al bene
integrale dell’uomo e all’attuazione del progetto
divino di salvezza” (Motu Proprio “Vitae Mysterium”
dell’11 febbraio 1994, n. 3). Ben consapevole che la Chiesa
e la Scienza dovessero incontrarsi per favorire un vero “servizio
alla vita”, il Papa istituì dunque la Pontificia
Accademia per la Vita, indipendente ed allo stesso tempo collegata
al Pontificio Consiglio per la Pastorale degli Operatori Sanitari.
“Essa avrà lo specifico compito di studiare, informare
e formare circa i principali problemi di biomedicina e di diritto,
relativi alla promozione e alla difesa della vita, soprattutto
nel diretto rapporto che essi hanno con la morale cristiana e
le direttive del Magistero della Chiesa” (Motu Proprio “Vitae
Mysterium” dell’11 febbraio 1994, n. 4).
Le denunce del Papa contro le società che attentano alla
vita e alla dignità dell’uomo sono numerosissime:
ad esempio, in un discorso alla Pontificia Accademia per la Vita,
Giovanni Paolo II ebbe a dire: “Esistono fatti che comprovano
con crescente chiarezza come le politiche e le legislazioni contrarie
alla vita stiano portando le società al decadimento, non
solo morale ma anche demografico ed economico” (Discorso
ai Partecipanti alla VI Assemblea Generale della Pontificia Accademia
per la Vita del 14 febbraio 2000, n. 3). A partire da questo ogni
cristiano, con l’aiuto ed il sostegno intellettuale della
Accademia, deve difendere la dignità di ogni uomo: “Non
si lasci nulla di intentato per eliminare il delitto legalizzato
o almeno per limitare il danno di tali leggi, mantenendo viva
la consapevolezza del dovere radicale di rispettare il diritto
alla vita dal concepimento alla morte naturale di ogni essere
umano, fosse anche l'ultimo e il meno dotato” (Discorso
ai Partecipanti alla VI Assemblea Generale della Pontificia Accademia
per la Vita del 14 febbraio 2000, n. 4). Tuttavia è chiaro
che non solo l’Accademia è responsabile della difesa
cristiana alla vita, ma ogni fedele, che deve essere dunque preparato
a partire dagli studi prodotti dall’Istituzione: “Un'autentica
pastorale della vita non può essere semplicemente delegata
a movimenti specifici, pur sempre meritori, operanti nel campo
socio-politico. Essa deve sempre restare quale parte integrante
della pastorale ecclesiale, a cui spetta il compito di annunciare
il Vangelo della vita. Affinché ciò avvenga in modo
efficace, è importante la messa in opera sia di adeguati
piani educativi che di servizi e di strutture concrete di accoglienza”
(Discorso ai Partecipanti alla VI Assemblea Generale della Pontificia
Accademia per la Vita del 14 febbraio 2000, n. 5). Ma la denuncia
si fa più forte allorché il Papa esprime a chiare
lettere il compito della Chiesa: “La modifica delle leggi
[contro la vita] non può non essere preceduta e accompagnata
dalla modifica della mentalità e del costume su vasta scala,
in modo capillare e visibile. La Chiesa in questo ambito non lascerà
nulla di intentato né potrà accettare negligenze
o colpevoli silenzi” (Discorso ai Partecipanti alla VI Assemblea
Generale della Pontificia Accademia per la Vita del 14 febbraio
2000, n. 6). (Agenzia Fides)
La Pontificia Accademia delle Scienze Sociali
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Al fine di promuovere
lo studio ed il progresso delle scienze sociali, economiche, politiche
e giuridiche, alla luce della dottrina sociale della Chiesa, Giovanni
Paolo II eresse con un Motu Proprio intitolato “Socialium
Scientiarum” del I gennaio 1994 la Pontificia Accademia
delle Scienze Sociali. La Chiesa, riconoscendo il contributo ai
rapporti umani prodotto dagli studi di Scienze Sociali, nell’ultimo
secolo si era rivolta numerose volte ad essi con crescente interesse,
al fine di trarre indicazioni concrete nell’adempimento
del suo compito magisteriale. A partire dalla Lettera Enciclica
di Leone XIII “Rerum Novarum”, la Chiesa aveva iniziato
infatti un processo di riflessione che avrebbe condotto alla formazione
di una “dottrina sociale” vera e propria. Tuttavia
Giovanni Paolo II riconobbe nell’Enciclica “Sollicitudo
Rei Socialis” che “la dottrina sociale cattolica potrà
assolvere i suoi compiti nel mondo di oggi soltanto con l'ausilio
della riflessione razionale e delle scienze umane, perché,
nonostante la validità perenne dei suoi principi di base,
essa è condizionata nella sua attuazione anche dal variare
delle condizioni storiche e dall'incessante fluire degli avvenimenti”
(Motu Proprio “Socialium Scientiarum” del I gennaio
1994). Benché il Papa sia ben consapevole che la Chiesa
non può attribuirsi la competenza di proporre risposte
tecniche adeguate ai problemi economici, sociali e politici, tuttavia
esprime la certezza che “essa si sente più che mai
obbligata a dare il suo contributo per la salvaguardia della pace
e per la costruzione di una società degna dell'uomo. Per
far ciò, tuttavia, essa abbisogna di un contatto approfondito
e costante con le scienze sociali moderne, con le loro ricerche
e con i loro risultati. In tal modo essa entra in dialogo con
le varie discipline che si occupano dell'uomo, ne integra in sé
gli apporti e le aiuta ad aprirsi verso un orizzonte più
ampio” (Motu Proprio “Socialium Scientiarum”
del I gennaio 1994). Per guidare il dialogo interdisciplinare
all’interno della Chiesa e con le componenti tecniche degli
studiosi di scienze sociali, fu istituito dunque la Pontificia
Accademia delle Scienze Sociali.
Durante la VI Sessione Plenaria della Pontificia Accademia delle
Scienze Sociali, Giovanni Paolo II ribadì la funzione e
la metodologia che questa Istituzione doveva attuare: “la
dottrina sociale della Chiesa intende essere un veicolo attraverso
il quale portare il Vangelo di Gesù Cristo nelle diverse
situazioni culturali, economiche e politiche che gli uomini e
le donne di oggi devono affrontare. È in questo preciso
contesto che la Pontificia Accademia di Scienze Sociali rende
un importantissimo contributo: in quanto esperti nelle varie
discipline sociali e seguaci del Signore Gesù, partecipate
a quel dialogo fra la fede cristiana e la metodologia scientifica
che cerca risposte autentiche ed efficaci ai problemi e alle difficoltà
che affliggono la famiglia umana” (Messaggio per la VI Sessione
Plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali del
23 febbraio 2000, n. 1). Contro coloro che attaccavano la Chiesa
di essere estremista e fondamentalista nel voler portare il proprio
messaggio anche alle Scienze Sociali, il Papa ribadisce il ruolo
giusto che i Fedeli devono avere nel mondo contemporaneo: “la
verità cristiana non è un'ideologia. Piuttosto riconosce
che le mutevoli realtà politiche e sociali non possono
essere confinate nell'ambito di strutture rigide. La Chiesa riafferma
costantemente la dignità trascendente della persona umana
e difende sempre la libertà e i diritti umani. La libertà
che la Chiesa promuove trova il suo pieno sviluppo e la sua autentica
espressione solo nell'apertura e nell'accettazione della verità”
(Messaggio per la VI Sessione Plenaria della Pontificia Accademia
delle Scienze Sociali del 23 febbraio 2000, n. 3). Ma la Chiesa,
spiega il Papa, ha un preciso ambito su cui esprimere la propria
dottrina, anche attraverso questa Accademia, e cioè la
cooperazione: “suo ambito è la cooperazione ecumenica
e interreligiosa. Il secolo appena trascorso ha assistito a enormi
progressi mediante iniziative multilaterali per difendere la dignità
umana e promuovere la pace. L'era che stiamo per affrontare deve
assistere al proseguimento di tali sforzi: senza un'azione
concertata e congiunta di tutti i credenti, uomini e donne di
buona volontà, si può fare ben poco per rendere
la democrazia autentica, quella basata sui valori, una realtà
per gli uomini e le donne del ventesimo secolo” (Messaggio
per la VI Sessione Plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze
Sociali del 23 febbraio 2000, n. 4). (Agenzia Fides)
La Commissione Interdicasteriale per il Catechismo della
Chiesa Cattolica
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Giovanni Paolo II
volle che fosse riscritta e promulgata una nuova edizione del
Catechismo della Chiesa Cattolica. A questo scopo nel 1986 istituì
la Commissione per la preparazione del Catechismo della Chiesa
Universale: questa commissione lavorò fino al 1992, quando
venne presentato e promulgato il Catechismo. Nel 1991 Giovanni
Paolo II istituì un’altra commissione, chiamata Commissione
Editoriale, che curasse i rapporti fra la Santa Sede e le case
editrici interessate alla stampa e alla pubblicazione del nuovo
Catechismo nelle varie lingue e paesi. Al fine di avere un organo
che coordinasse le molteplici e complementari iniziative concernenti
il Catechismo, nel marzo 1993 il Papa istituì la Commissione
Interdicasteriale per il Catechismo della Chiesa Cattolica, che
svolgesse le seguenti attività: promuovere iniziative atte
a favorire la migliore conoscenza, accoglienza e diffusione del
Catechismo; curare l'editio typica latina, alla quale dovranno
conformarsi tutte le traduzioni, anche quelle già pubblicate;
esaminare le proposte di correzione-variazione al testo originale,
al fine di valutare l'eventuale loro inserimento nell'editio typica
latina; provvedere alla revisione (dottrinale-catechistico-letteraria)
delle traduzioni del testo, e dare l'eventuale approvazione; preparare
adeguati strumenti per la comprensione del Catechismo, come, ad
esempio, un nuovo indice analitico, completo e ufficiale. (Agenzia
Fides)
La Commissione Interdicasteriale permanente per la Chiesa
in Europa Orientale
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - La Commissione Interdicasteriale
Permanente per la Chiesa in Europa Orientale fu istituita da Giovanni
Paolo II, nel 1993, nell’atto stesso della chiusura della
Pontifica Commissione “Pro Russia” fondata da Papa
Pio XI nel 1925. La Commissione fondata da Pio XI aveva lo scopo
di provvedere alla cura pastorale di coloro che risedevano in
Russia o che erano fuggiti da essa e di sostenerli nelle persecuzioni
e nella speranza che la Fede Cattolica potesse rifiorire nella
patria. “L'evoluzione recente della storia dell'Europa orientale,
ha permesso che le comunità cattoliche possano ricostituirsi
e manifestarsi liberamente. In questa nuova situazione, però,
è tuttora necessario fornire a quelle comunità quell'appoggio
che permette loro di consolidare le proprie radici nel suolo patrio
e sviluppare la loro comunione con le altre comunità cattoliche
del mondo” (Motu Proprio “Europae Orientalis”
del 15 gennaio 1993). La competenza della nuova Commissione Interdicasteriale
Permanente per la Chiesa in Europa Orientale si rivolgeva sia
alle Chiese di rito latino, che a quelle di rito orientale, e
riguardava i territori dei Paesi appartenenti all’ex Unione
Sovietica, compresa l’Asia, e a tutti i territori dell’Est
Europeo. I compiti della Commissione innanzitutto erano di seguire
e promuovere la “missione apostolica della Chiesa Cattolica
in tutte le sue attività e di accompagnare il dialogo ecumenico
con le Chiese ortodosse e con le altre Chiese di tradizione orientale”
(Motu Proprio “Europae Orientalis” del 15 gennaio
1993). Inoltre la stessa commissione, presieduta dal Segretario
di Stato e integrata dai segretari di numerosi dicasteri vaticani
(Rapporti con gli Stati, Congregazione per le Chiese Orientali,
per il Clero, per gli Istituti di Vita Consacrata e Società
di Vita Apostolica, Consiglio per la Promozione dell’Unità
fra i Cristiani), aveva il compito di “tenere contatti regolari
con le varie Istituzioni cattoliche, che da lungo tempo vengono
in aiuto alle comunità cattoliche in Europa orientale,
sia per coordinare le loro attività, sia per darvi nuovo
slancio” (Motu Proprio “Europae Orientalis”
del 15 gennaio 1993). (Agenzia Fides)
La Pontificia Commissione Ecclesia Dei
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Alla fine del giugno
1988, mons. Marcel Lefebre ordinò alcuni sacerdoti all’episcopato
senza l’autorizzazione del Papa. Questo atto meritò
la scomunica a lui, e ai neo-vescovi, e produsse nella Chiesa
un nuovo piccolo ma doloroso scisma. Pochi giorni dopo Giovanni
Paolo II istituì una commissione specifica per tentare
di ricomporre lo scisma e soprattutto per aiutare i fedeli e i
religiosi, nonché i sacerdoti che avevano seguito mons.
Lefebre nella fondazione di una fraternità legata alla
tradizione preconciliare, a rimanere nell’alveo della Chiesa
cattolica legata al Papa. La Commissione, chiamata “Ecclesia
Dei”, fu istituita il 2 luglio 1988 con il Motu Proprio
“Ecclesia Dei” “con il compito di collaborare
con i Vescovi, con i Dicasteri della Curia Romana e con gli ambienti
interessati, allo scopo di facilitare la piena comunione ecclesiale
dei sacerdoti, seminaristi, comunità o singoli religiosi
e religiose finora in vario modo legati alla Fraternità
fondata da Mons. Lefebre, che desiderino rimanere uniti al Successore
di Pietro nella Chiesa Cattolica, conservando le loro tradizioni
spirituali e liturgiche” (Motu Proprio “Ecclesia Dei”
del 2 luglio 1988, n. 6). Nell’istituzione di questa Commissione
si può notare la cura e la sollecitudine di Giovanni Paolo
II a che la Chiesa sia una e indivisa, e il desiderio dello stesso
Pontefice che tutti i fedeli possano vivere sentendo rispettato
il proprio animo religioso (si legge infatti “dovrà
essere ovunque rispettato l'animo di tutti coloro che si sentono
legati alla tradizione liturgica latina, mediante un'ampia e generosa
applicazione delle direttive, già da tempo emanate dalla
Sede Apostolica, per l'uso del Messale Romano secondo l'edizione
tipica del 1962” (Motu Proprio “Ecclesia Dei”
del 2 luglio 1988, n. 6)). Essa ebbe un doppio ruolo: da un lato
regolarizzare la situazione canonica di comunità religiose
e di sacerdoti tradizionalisti; dall’altro collaborare con
l’Episcopato locale per soddisfare il desiderio di numerosi
gruppi di fedeli di celebrare la Messa secondo il rito preconciliare.
(Agenzia Fides)
La Fondazione “Giovanni Paolo II”
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Nel 1981, dopo tre
anni di pontificato, Giovanni Paolo II istituì una fondazione
che portasse il suo nome e avesse come fine la creazione di un
ambiente “che avrebbe sostenuto e approfondito i legami
tra la Sede Apostolica e la nazione polacca, e che avrebbe curato
la diffusione nel mondo del patrimonio della cultura cristiana
e del magistero della Chiesa” (Discorso ai Membri della
Fondazione Giovanni Paolo II del 23 ottobre 2001). Il secondo
compito che questa Fondazione doveva assumersi era quello di promuovere
la “cultura cristiana mediante l’allacciamento dei
contatti e della collaborazione con i centri scientifici e artistici
polacchi ed internazionali, come anche mediante l’aiuto
offerto ai giovani, in modo particolare dell’Europa Centro-Orientale
nel conseguimento dell’istruzione” (Discorso ai Membri
della Fondazione Giovanni Paolo II del 23 ottobre 2001). Il punto
centrale in cui la Fondazione svolgesse i suoi compiti era fissato
nella Casa Polacca di Roma, che ben presto sarebbe divenuto quel
“punto d’incontro con le culture e con le tradizioni,
con vari corsi della storia nell’ambito di una grande cultura
che è la cultura cristiana, la tradizione cristiana, la
storia della Chiesa, ed anche la storia dell’umanità”
(Udienza del 7 novembre 1981) che il Papa si augurava nell’atto
di fondazione. Le attività che svolge questa Fondazione
sono numerose: a partire dalla costituzione di un fondo economico,
sono aperte quattro istituzioni culturali a Roma e a Lublino in
Polonia; essa inoltre offre aiuto organizzativo e pastorale a
pellegrini che giungono a Roma; il Centro di Documentazione del
Pontificato è un autentico centro d’informazione
riguardante non soltanto l’attività e l’insegnamento
del Papa, ma anche la vita della Chiesa nella complessa realtà
del mondo di oggi, nell’arco degli ultimi anni; infine sono
erogate numerose borse di studio offerte a studenti dell’Europa
centrale e dell’Est, nonché dei paesi dell’ex
Unione Sovietica, perché possano studiare e ritornare in
patria promovendo la scienza e la cultura a partire dai valori
del Cristianesimo. (Agenzia Fides)
La Fondazione Populorum Progressio
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - La Fondazione Populorum
Progressio, “rivolta soprattutto alle popolazioni indigene,
meticcie ed afroamericane dell'America Latina, vuole essere un
segno per esprimere la mia vicinanza alle persone che si trovano
in condizioni di gravi privazioni e che sovente sono lasciate
ai margini dalla società o dalle autorità stesse,
spesso incapaci di fare qualcosa per loro” (Messaggio per
il X anniversario della Fondazione Populorum Progressio del 14
giugno 2002). Giovanni Paolo II ebbe sempre nel cuore la memoria
dell’imperativo evangelico di aiutare i poveri. Per questo,
nel V Centenario dell’inizio dell’Evangelizzazione
del Continente Americano, il 13 febbraio 1982, creò la
Fondazione Populorum Progressio, con la finalità di promuovere
il sostegno dei poveri del Continente Americano ed essere segno
dello sforzo cristiano verso la fraternità e l’autentica
solidarietà. Già Papa Paolo VI aveva creato un Fondo
intitolato allo stesso modo per l’aiuto ai paesi dell’America
Latina nel 1968. L’azione di questa Fondazione realizza
iniziative concrete con le quali manifestare l’amore di
Dio verso tutta l’umanità, ed in particolare i più
poveri: a questo scopo finanzia progetti mediante i quali favorire
lo sviluppo integrale delle comunità contadine più
povere dell’America Latina. Infatti, scrive il Papa, “la
Parola di Dio non ci esime dall'obbligo imprescindibile di offrire
il nostro aiuto e di impegnarci nella ricerca della vera giustizia.
Ci esorta, così, ad occuparci dei nostri fratelli e sorelle
che versano in vera necessità. Inoltre, la nostra condizione
di evangelizzatori ci spinge anche a questo, in quanto esiste
un intimo nesso tra evangelizzazione e promozione umana, poiché
fare il bene favorisce l'accoglienza del messaggio della Buona
Novella. D'altro canto, le opere di carità nei confronti
del prossimo rendono più credibile la predicazione stessa”
(Messaggio per il X anniversario della Fondazione Populorum Progressio
del 14 giugno 2002). La Fondazione Populorum Progressio dipende
dal Pontificio Consiglio Cor Unum, ed è formata da Vescovi
e laici dell’America Latina. (Agenzia Fides)
La Fondazione “Giovanni Paolo II” per il
Sahel
Città del Vaticano (Agenzia Fides) – La Fondazione
Giovanni Paolo II per il Sahel è stata istituita il 22
febbraio 1984 quale Fondazione autonoma nello Stato della Città
del Vaticano, con personalità giuridica canonica e civile
e statuti propri, a seguito dell’appello lanciato dal Santo
Padre da Ouagadougou il 10 maggio 1980. Affidata al Pontificio
Consiglio “Cor Unum”, la Fondazione interessa 9 paesi
africani: Burkina Faso, Capo Verde, Ciad, Gambia, Guinea Bissau,
Mali, Mauritania, Niger e Senegal. Suoi scopi primari sono la
formazione di persone che lottino contro la siccità e la
desertificazione, e di assicurare il soccorso alle vittime della
desertificazione nell’area della regione del Sahel. Venticinque
anni fa, il 10 maggio 1980, il Santo Padre Giovanni Paolo II lanciò
da Ouagadougou un solenne appello a favore delle popolazioni gravemente
provate dalla siccità e dalla progressiva desertificazione
del Sahel. La risposta generosa e sollecita proveniente da diverse
parti del mondo portò alla creazione della Fondazione “Giovanni
Paolo II per il Sahel”.
“Venticinque anni dopo si possono costatare i frutti di
questa istituzione provvidenziale e gli aiuti che, grazie ad essa,
è stato possibile distribuire alle popolazioni del Sahel”
ha scritto il Cardinale Angelo Sodano, Segretario di Stato, in
una lettera inviata al Presidente del Consiglio di Amministrazione
della Fondazione, l’Arcivescovo di Koupéla (Burkina
Faso), Sua Ecc. Mons. Séraphin Rouamba, a nome del Santo
Padre in occasione dei 25 anni della Fondazione, il 18 febbraio
2005. “Il lavoro efficace ed intenso della Fondazione ha
permesso di finanziare una quantità considerevole di progetti,
che hanno ottenuto ovunque una approvazione e un apprezzamento
unanime per i risultati ottenuti” prosegue la lettera, sottolineando
l’incoraggiamento del Papa affinché questo slancio
di generosità prosegua, rendendo le comunità beneficiate
sempre più responsabili del loro sviluppo armonioso ed
integrale.
“Purtroppo, nonostante l’impegno dei Governi dei paesi
africani della zona del Sahel e della Comunità internazionale,
la situazione di queste regioni continua ad essere preoccupante
– prosegue la lettera del Card. Sodano, rilanciando in questa
occasione l’appello del Papa affinché si prosegua
negli sforzi per superare i numerosi problemi e le tante necessità
che ancora persistono riguardo alle risorse disponibili, purtroppo
dolorosamente insufficienti. In particolare viene citato il problema
dell’acqua potabile: “Il Papa incoraggia tutti gli
sforzi che favoriscano una distribuzione più equa delle
risorse idriche, accompagnata da politiche ambientali adeguate”.
Infine “il Santo Padre formula l’auspicio che questo
anniversario costituisca l’occasione propizia per far nascere
un rinnovato impulso di solidarietà, al fine di assicurare
alla meritevole Fondazione Giovanni Paolo II per il Sahel i mezzi
appropriati che le permettano di proseguire con successo la sua
missione di solidarietà umana e cristiana, rispondendo
alle attese di poveri”. (Agenzia Fides)
Il Centro Televisivo Vaticano
Città del Vaticano (Agenzia Fides) – Il Centro Televisivo
Vaticano (CTV) fu istituito come Fondazione, con personalità
giuridica secondo il Diritto Canonico, da Giovanni Paolo II con
il rescritto “Ex Audientia” del 22 ottobre 1983, posto
sotto la moderazione del Cardinale Segretario di Stato e soggetto
al controllo ed alla vigilanza della Santa Sede. Dal 25 novembre
1996 è stato riconosciuto come uno degli Organismi a pieno
titolo collegati con la Santa Sede, conformemente a quanto già
previsto dall’articolo 191 della Costituzione Apostolica
“Pastor Bonus”, incorporando la precedente Fondazione.
In base al suo statuto, il CTV come agenzia televisiva di informazione,
approfondimento e documentazione delle attività della Santa
Sede, ha il compito di promuovere la presenza della Sede Apostolica
nel campo della televisione e dell’audiovisivo in tutto
il mondo. Pertanto assicura la ripresa, la distribuzione a terzi,
la diffusione con collegamenti anche satellitari, la registrazione
audiovisiva delle attività del Santo Padre e dei vari Dicasteri
della Santa Sede, degli avvenimento non solo religiosi che si
svolgono nella Città del Vaticano e negli immobili extraterritoriali.
(Agenzia Fides)
La Giornata Mondiale della Gioventù
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - “Le Giornate,
accogliendo un’iniziativa partita dai giovani stessi, sono
nate dal desiderio di offrire loro significativi “momenti
di sosta” nel costante pellegrinaggio della fede, che si
alimenta anche mediante l’incontro con i coetanei di altri
Paesi ed il confronto fra le rispettive esperienze. Finalità
principale delle Giornate è di riportare al centro della
fede e della vita di ogni giovane la persona di Gesù, perché
ne diventi costante punto di riferimento e perché sia anche
la vera luce di ogni iniziativa e di ogni impegno educativo verso
le nuove generazioni” (Lettera in occasione del Seminario
di Studio sulle Giornate Mondiali della Gioventù dell’8
maggio 1996, n. 1). Con queste parole, dopo dieci anni dalla prima
Giornata Mondiale della Gioventù celebrata in Piazza San
Pietro la Domenica delle Palme del 1986, Giovanni Paolo II sintetizzava
l’esperienza vissuta. Tradizionalmente, ad anni alterni,
le Giornate Mondiali della Gioventù vengono celebrate su
scala mondiale o nelle Diocesi. Esse sono “eventi provvidenziali,
occasioni per i giovani di professare e proclamare con crescente
gioia la fede in Cristo. Ritrovandosi, essi possono interrogarsi
insieme sulle aspirazioni più intime, sperimentare la comunione
con la Chiesa, impegnarsi nell’urgente compito della nuova
evangelizzazione. In tal modo si danno la mano, formando un immenso
cerchio di amicizia, congiungendo i colori della pelle e delle
bandiere nazionali, la varietà delle culture e delle esperienze,
nell’adesione di fede al Signore Risorto” (Lettera
in occasione del Seminario di Studio sulle Giornate Mondiali della
Gioventù dell’8 maggio 1996, n. 2). Ma queste occasioni
sono, per il Papa, anche motivo di riflessione per sé e
per i vescovi: “l’esperienza delle Giornate Mondiali
invita tutti noi, Pastori ed operatori della pastorale, a riflettere
costantemente sul nostro ministero in mezzo ai giovani e sulla
responsabilità che abbiamo di presentare loro la verità
piena su Cristo e sulla sua Chiesa” (Lettera in occasione
del Seminario di Studio sulle Giornate Mondiali della Gioventù
dell’8 maggio 1996, n. 4). (Agenzia Fides)
Gli Incontri Mondiali delle Famiglie
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Sono stati quattro
fino ad oggi gli Incontri Mondiali della Famiglia. Hanno scadenza
triennale ed iniziano sempre con un Congresso Teologico Pastorale.
Così ogni tre anni viene offerta questa singolare opportunità
di riflettere in modo approfondito su un tema centrale della pastorale
della famiglia e della vita.
Nel primo Incontro (Roma, 1994) in occasione dell’Anno Internazionale
della Famiglia, il tema è stato: Famiglia: cuore della
civiltà dell’amore”, mentre nel secondo, (Rio
de Janeiro, 1997), si è meditato su: La famiglia: dono
ed impegno, speranza dell’umanità. In occasione del
III Incontro Mondiale, svoltosi nell’ambito dell’anno
giubilare 2000, la riflessione del Congresso si è centrata
su: I figli, primavera della famiglia e della società.
Il IV incontro Mondiale, svoltosi nelle Filippine (2003), ha avuto
invece come tema: La Famiglia cristiana: una buona novella per
il terzo millennio.
L’ultimo incontro mondiale, quello delle Filippine, ha avuto
anche un respiro ecumenico: il Patriarca della Chiesa ortodossa
rumena, Sua Beatitudine Teoctist, ha inviato un suo rappresentante,
il vescovo Vincentiu Ploiesteanu. Inoltre è stata presente
una delegazione russa della diocesi di Ivanovo. (Agenzia Fides)
La Giornata Mondiale del Malato
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Il 13 maggio 1992,
con una lettera al Cardinale Fiorenzo Angelini, presidente del
Pontificio Consiglio della Pastorale per gli Operatori Sanitari,
Giovanni Paolo II istituì la Giornata Mondiale del Malato:
questa giornata si sarebbe dovuta celebrare ogni anno il giorno
della memoria liturgica della Beata Vergine di Lourdes, l’11
febbraio. Gli scopi dell’istituzione di questa giornata
sono numerosi: “La celebrazione annuale della «Giornata
Mondiale del Malato» ha quindi lo scopo manifesto di sensibilizzare
il Popolo di Dio e, di conseguenza, le molteplici istituzioni
sanitarie cattoliche e la stessa società civile, alla necessità
di assicurare la migliore assistenza agli infermi; di aiutare
chi è ammalato a valorizzare, sul piano umano e soprattutto
su quello soprannaturale, la sofferenza; a coinvolgere in maniera
particolare le diocesi, le comunità cristiane, le Famiglie
religiose nella pastorale sanitaria; a favorire l'impegno sempre
più prezioso del volontariato; a richiamare l'importanza
della formazione spirituale e morale degli operatori sanitari
e, infine, a far meglio comprendere l'importanza dell'assistenza
religiosa agli infermi da parte dei sacerdoti diocesani e regolari,
nonché di quanti vivono ed operano accanto a chi soffre”
(Lettera per l’istituzione della Giornata Mondiale del Malato
dell’13 maggio 1992, n. 2). Inoltre, “La celebrazione
della Giornata Mondiale del Malato non intende ridursi ad una
mera manifestazione esteriore incentrata su pur encomiabili iniziative,
ma vuole giungere alle coscienze per renderle consapevoli del
validissimo contributo che il servizio umano e cristiano verso
chi soffre arreca alla migliore comprensione tra gli uomini e,
conseguentemente, all'edificazione della vera pace” (Messaggio
per la I Giornata del Malato del 21 ottobre 1992, n. 4) Le ragioni
dell’attenzione ai malati da parte della Chiesa sono chiarissime:
sull’esempio di Cristo, essa riconosce come parte integrante
della sua vocazione il servizio ai malati e ai sofferenti, ed
allo stesso tempo sottolinea il fatto che l’offerta della
sofferenza da parte del malato è partecipazione al mistero
della Redenzione di Cristo. Il giorno prescelto per la celebrazione
di questa giornata è la memoria della Beata Vergine di
Lourdes, perché da sempre, sottolinea il Papa, Lourdes
“santuario mariano tra i più cari al popolo cristiano,
è luogo e insieme simbolo di speranza e di grazia nel segno
dell'accettazione e dell'offerta della sofferenza salvifica”
(Lettera per l’istituzione della Giornata Mondiale del Malato
dell’13 maggio 1992, n. 3).
Negli anni che hanno seguito l’istituzione della Giornata
Mondiale del Malato, Giovanni Paolo II non si è mai stancato
di ripetere la propria vicinanza a questa categoria di persone,
e ha sempre voluto ripetere il significato di questa iniziativa:
essa “intende imprimere nuovo stimolo all’azione pastorale
e caritativa della Comunità cristiana così da assicurarne
una presenza sempre più efficace ed incisiva nella società”
(Messaggio per la III Giornata Mondiale del Malato del 21 novembre
1994, n. 1). Ma il Papa volle sempre sottolineare il legame misterioso
ma saldo fra la malattia e la sofferenza e la pace: “La
valorizzazione della sofferenza e la sua offerta per la salvezza
del mondo sono già di per sé azione e missione di
pace, poiché dalla testimonianza coraggiosa dei deboli,
dei malati e dei sofferenti può scaturire il più
alto contributo alla pace. La sofferenza, infatti, sollecita una
più profonda comunione spirituale favorendo, da una parte,
il ricupero di una migliore qualità della vita e promovendo,
dall' altra, l' impegno convinto per la pace tra gli uomini”
(Messaggio per la III Giornata Mondiale del Malato del 21 novembre
1994, n. 4). Allora, in ogni messaggio ai malati, Giovanni Paolo
II invita ad offrire le proprie sofferenze per la pace: “Carissimi
Fratelli e Sorelle che soffrite nel corpo e nello spirito, auguro
a voi tutti di saper riconoscere ed accogliere la chiamata di
Dio ad essere operatori di pace attraverso l' offerta del vostro
dolore. Non è facile rispondere ad una chiamata così
esigente. Guardate sempre con fiducia a Gesù «Servo
sofferente», chiedendo a Lui la forza di trasformare in
dono la prova che vi affligge” (Messaggio per la III Giornata
Mondiale del Malato del 21 novembre 1994, n. 5). Per Giovanni
Paolo II dunque il malato ha una grandissima dignità, e
la può esprimere sicuramente nel suo “sì”
a Gesù che lo chiama a soffrire con Lui per la redenzione
del mondo. (segue)
Giovanni Paolo II ha voluto anche sempre ricordare il legame stretto
fra Maria, in particolar modo venerata a Lourdes, e la malattia,
tanto da indicare come data fissa per la celebrazione della Giornata
Mondiale del Malato la festa della Beata Vergine di Lourdes, l’11
febbraio di ogni anno. Nel 2004 volle che la Giornata del Malato
fosse celebrata nella cittadina francese, nella ricorrenza del
centocinquantesimo anniversario della proclamazione del Dogma
dell’Immacolata Concezione. Scrivendo il Messaggio per la
XII Giornata del Malato, quella appunto del 2004, egli affermò
riferendosi a Lourdes: “Dal giorno dell’apparizione
a Bernadetta Soubirous, Maria in quel luogo ha “curato”
dolori e malattie, restituendo a tanti suoi figli anche la salute
del corpo. Prodigi, però, ben più sorprendenti ha
operato nell’animo dei credenti, aprendo il loro animo all’incontro
con il suo figlio Gesù, risposta vera alle attese più
profonde del cuore umano. Lo Spirito Santo, che la coprì
con la sua ombra al momento dell'Incarnazione del Verbo, trasforma
l’animo di innumerevoli malati che a Lei ricorrono. Anche
quando non ottengono il dono della salute corporale, possono sempre
riceverne un altro ben più importante: la conversione del
cuore, fonte di pace e di gioia interiore. Questo dono trasforma
la loro esistenza e li rende apostoli della croce di Cristo, vessillo
di speranza, pur fra le prove più dure e difficili”
(Messaggio per la XII Giornata Mondiale del Malato del I dicembre
2003, n. 3). Maria diventa così icona della sofferenza
– la Madre sotto la Croce cui pendeva il Figlio –
e per questo modello per ogni malato, ed ogni cristiano: per questo
motivo il Papa di frequente ha dichiarato che la sofferenza dei
malati, offerta a Cristo, può partecipare alla redenzione
dell’uomo: “è possibile conseguire la salvezza
solo partecipando docilmente al progetto del Padre, che ha voluto
redimere il mondo attraverso la morte e la risurrezione del suo
unigenito Figlio. Con il Battesimo il credente viene inserito
in questo disegno salvifico ed è liberato dalla colpa originale.
La malattia e la morte, pur restando presenti nell’esistenza
terrena, perdono tuttavia il loro senso negativo. Alla luce della
fede, la morte del corpo, vinta da quella di Cristo, diventa il
passaggio obbligato alla pienezza della vita immortale”
(Messaggio per la XII Giornata Mondiale del Malato del I dicembre
2003, n. 5). (Agenzia Fides)
La Giornata della Vita Consacrata
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - “La celebrazione
della Giornata della Vita consacrata, che avrà luogo per
la prima volta il 2 febbraio prossimo, vuole aiutare l'intera
Chiesa a valorizzare sempre più la testimonianza delle
persone che hanno scelto di seguire Cristo da vicino mediante
la pratica dei consigli evangelici e, in pari tempo, vuole essere
per le persone consacrate occasione propizia per rinnovare i propositi
e ravvivare i sentimenti che devono ispirare la loro donazione
al Signore” (Messaggio per la I Giornata della Vita Consacrata
del 6 gennaio 1997, n. 1): con questa parole, nel 1997, Giovanni
Paolo II annunciava l’istituzione della Giornata della Vita
Consacrata. Lo scopo di questa istituzione è triplice:
in primo luogo dare l’occasione, in un certo senso ufficiale,
a tutti i fedeli di lodare e ringraziare Dio per il dono della
vita consacrata, senza la quale, sottolinea il Pontefice, mancherebbe
un cardine per ogni cristiano; in secondo luogo, “questa
Giornata ha lo scopo di promuovere la conoscenza e la stima per
la vita consacrata da parte dell'intero popolo di Dio” (Messaggio
per la I Giornata della Vita Consacrata del 6 gennaio 1997, n.
3); infine, il terzo scopo riguarda ogni consacrato, “invitato
a celebrare congiuntamente e solennemente le meraviglie che il
Signore ha operato in loro, per scoprire con più lucido
sguardo di fede i raggi della divina bellezza diffusi dallo Spirito
nel loro genere di vita e per prendere più viva consapevolezza
della loro insostituibile missione nella Chiesa e nel mondo”
(Messaggio per la I Giornata della Vita Consacrata del 6 gennaio
1997, n. 4). Il giorno della celebrazione di questa giornata fu
stabilito per il 2 febbraio, Festa della Presentazione del Signore
al Tempio: la figura di Gesù consacrato a Dio, l’immagine
di Simeone e Anna, sono “icona della totale donazione della
propria vita per quanti sono stati chiamati a riprodurre nella
Chiesa e nel mondo, mediante i consigli evangelici, i tratti caratteristici
di Gesù vergine, povero ed obbediente” (Messaggio
per la I Giornata della Vita Consacrata del 6 gennaio 1997, n.
5).
Giovanni Paolo II ebbe sempre molto a cuore la celebrazione della
Giornata della Vita Consacrata: il segno dei religiosi consacrati
nel mondo è per il Papa fondamentale richiamo per tutti
al Vangelo e ai beni futuri, contro ogni logica della contemporaneità.
Durante la II Giornata della Vita Consacrata affermò, rivolgendosi
a tutti i religiosi: “Celebriamo, quest'oggi, la seconda
Giornata della Vita Consacrata, che intende suscitare nella Chiesa
una rinnovata attenzione per il dono della vocazione alla vita
consacrata. Cari religiosi e religiose, cari membri degli Istituti
Secolari e delle Società di Vita Apostolica, il Signore
vi ha chiamati alla sua sequela in modo più stretto e singolare!
Nel nostro tempo, dominato dal secolarismo e dal materialismo,
voi costituite con la vostra totale e definitiva donazione a Cristo
il segno di una vita alternativa alla logica del mondo, perché
radicalmente ispirata al Vangelo e proiettata verso le realtà
future, escatologiche. Rimanete sempre fedeli a questa vostra
speciale vocazione!” (Omelia per i religiosi e le religiose
del 2 febbraio 1998, n. 5). Due anni dopo, durante il Grande Giubileo
dell’Anno 2000, celebrando il Giubileo della Vita Consacrata
richiamò tutti gli Istituti a rendere grazie per ciò
che era accaduto fino a quel punto, e chiedere perdono per ciò
che di male era stato fatto. Proseguendo ripeté ancora
il valore della presenza profetica dei consacrati nel mondo, che
emerge in particolar modo nella generosa dedizione evangelica
di coloro che si spendono per i più poveri. Giovanni Paolo
II volle infine ricordare la preghiera, punto fondamentale della
vita dei religiosi, dicendo: “La prima vocazione di chi
si pone alla sequela di Gesù con cuore indiviso è
quella di stare con Lui, di fare comunione con Lui, ascoltando
la sua parola nella costante lode di Dio. Penso in questo momento
alla preghiera, particolarmente a quella liturgica, che sale dai
tanti monasteri e comunità di vita consacrata sparsi in
ogni angolo della terra” (Omelia durante il Giubileo della
Vita Consacrata del 2 febbraio 2000, n. 4). (Agenzia Fides –
FINE)