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Speciale Giovanni Paolo II
LE ISTITUZIONI DI GIOVANNI PAOLO II
VATICANO - LE ISTITUZIONI DI GIOVANNI PAOLO II

Il Pontificio Consiglio per la Famiglia

Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Il Pontificio Consiglio per la Famiglia è stato istituito da Papa Giovanni Paolo II con il Motu proprio “Familia a Deo instituta” del 9 maggio 1981, in sostituzione del Comitato per la Famiglia creato da Papa Paolo VI l’11 gennaio 1973. All’organismo spetta la promozione della pastorale e dell’apostolato in campo familiare, in applicazione degli insegnamenti e degli orientamenti del Magistero ecclesiastico, perché le famiglie cristiane siano aiutate a compiere la missione educatrice ed apostolica cui sono chiamate. Tra i numerosi compiti affidati a questo Consiglio, figura anche la promozione ed il coordinamento degli sforzi pastorali in ordine alla procreazione responsabile secondo gli insegnamenti della Chiesa, come incoraggiare, sostenere e coordinare gli sforzi in difesa della vita umana in tutto l’arco della sua esistenza, dal concepimento alla morte naturale. (Agenzia Fides)

Il Pontificio Consiglio per la pastorale degli Operatori Sanitari

Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Con il Motu Proprio “Dolentium Hominum” dell’11 febbraio 1985, Giovanni Paolo II fondò la Pontificia Commissione per la Pastorale degli Operatori Sanitari, sotto la guida del Pontificio Consiglio dei Laici: essa aveva lo scopo di coordinare tutte le istituzioni cattoliche, religiose e laiche, impegnate nella pastorale degli infermi, da un lato per favorire una maggiore formazione etico-religiosa degli operatori sanitari, dall’altro promuovere, sostenere e intensificare attività di studio, di approfondimento e di proposta circa i problemi che l’attività con i malati possono suscitare. Nel 1988, attraverso la Costituzione Apostolica “Pastor Bonus”, Giovanni Paolo II diede alla Pontificia Commissione per la Pastorale degli Operatori Sanitari il nome di Pontificio Consiglio per la Pastorale degli Operatori Sanitari. Da sempre la Chiesa è stata attenta al malato, sia come colui che soffre, sia come colui che partecipa misteriosamente attraverso la sofferenza alla Redenzione operata da Cristo. Tuttavia il Papa esprime nel Motu Proprio “Dolentium Hominum” la caratteristica che distingue l’approccio cristiano al malato da tutti gli altri, cioè l’attenzione alla persona umana in sé: “Nel suo approccio agli infermi e al mistero della sofferenza, la Chiesa è guidata da una precisa concezione della persona umana e del suo destino nel piano di Dio. Essa ritiene che la medicina e le cure terapeutiche abbiano di mira non solo il bene e la salute del corpo, ma la persona come tale che, nel corpo, è colpita dal male. La malattia e la sofferenza, infatti, non sono esperienze che riguardano soltanto il sostrato fisico dell'uomo, ma l'uomo nella sua interezza e nella sua unità somatico-spirituale. E' noto del resto come talora la malattia che si manifesta nel corpo abbia la sua origine e la sua vera causa nei recessi della psiche umana” (Motu Proprio “Dolentium Hominum” dell’11 febbraio 1985, n. 2).
I compiti dunque del Pontificio Consiglio per la Pastorale degli Operatori Sanitari sono: “stimolare e promuovere l'opera di formazione, di studio e di azione; coordinare le attività svolte dai diversi Dicasteri della Curia Romana in relazione al mondo sanitario e ai suoi problemi; diffondere, spiegare e difendere gli insegnamenti della Chiesa in materia di sanità, e favorirne la penetrazione nella pratica sanitaria; tenere i contatti con le Chiese locali ed, in particolare, con le commissioni Episcopali per il mondo della sanità; seguire con attenzione e studiare orientamenti programmatici ed iniziative concrete di politica sanitaria, a livello sia internazionale che nazionale, al fine di coglierne la rilevanza e le implicazioni per la pastorale della Chiesa” (Motu Proprio “Dolentium Hominum” dell’11 febbraio 1985, n. 6). A questo Pontificio Consiglio numerose volte Giovanni Paolo II inviò messaggi di incoraggiamento e di interesse: ad esempio, nel X anniversario dalla fondazione, così volle scrivere ai membri del Consiglio riuniti in assemblea: “nell'attenzione a chi soffre e nell'impegno per una qualità della vita degna della persona si configuri una visione antropologica nella quale è possibile a persone di culture diverse trovare un punto d'incontro. Ciò è confermato dalle esperienze personali e sociali di tanti «buoni Samaritani» dei tempi moderni, tra i quali avete voluto opportunamente ricordare persone quali Henri Dunant, Florence Nightingale, Albert Schweitzer, Janusz Korczak, Ildebrando Gregori, Raoul Follereau e Marcello Candia”. Come sempre il Papa non tralascia mai di citare degli esempi reali ed umani cui i fedeli possano guardare per trovare in essi esempio e conforto. Ma ancora di più il Papa è cosciente che “il campo della sanità e della salute, negli svariati ambiti dell'educazione sanitaria, della prevenzione, della diagnosi, terapia e riabilitazione, offre innumerevoli conferme della concreta possibilità di un fecondo sodalizio tra ragione e fede per costruire, nella libertà e nel pieno rispetto della persona umana, la civiltà della vita la quale, per essere veramente tale, deve essere anche civiltà dell’amore”. Dunque, nel suo continuo tentativo di rivolgersi al mondo contemporaneo per annunciare Cristo, anche la scienza medica è uno strumento valido. (Agenzia Fides)

Il Pontificio Consiglio per la Cultura

Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Il 25 marzo 1993, con il Motu Proprio “Inde a Pontificatus”, Giovanni Paolo II fuse insieme il Pontificio Consiglio per la Cultura ed il Pontificio Consiglio per il dialogo con i non credenti. Il Papa fu sempre attento, fin dall’inizio del suo pontificato, a promuovere il dialogo con il mondo contemporaneo e specialmente con i non credenti, sul “terreno privilegiato della cultura, fondamentale dimensione dello spirito che mette gli uomini in rapporto fra loro e li unisce in ciò che essi hanno di più proprio, la comune umanità” (Motu Proprio “Inde a Pontificatu” del 25 marzo 1993). Lo scopo principale del nuovo Pontificio Consiglio è di promuovere l’incontro “tra il messaggio salvifico del Vangelo e le culture del nostro tempo, spesso segnate dalla non credenza e dall'indifferenza religiosa, affinché esse si aprano sempre più alla Fede cristiana, creatrice di cultura e fonte ispiratrice di scienze, lettere ed arti” (Motu Proprio “Inde a Pontificatu” del 25 marzo 1993). In questo modo tale Consiglio avrebbe manifestato la cura della Chiesa ad esprimere una pastorale di fronte alla frattura fra Vangelo e culture. A questo scopo esso doveva promuovere lo studio “della non credenza e dell'indifferenza religiosa presente in varie forme nei diversi ambienti culturali, indagandone le cause e le conseguenze per quanto riguarda la Fede cristiana, con l'intento di fornire sussidi adeguati all'azione pastorale della Chiesa per l'evangelizzazione delle culture e l'inculturazione del Vangelo” (Motu Proprio “Inde a Pontificatu” del 25 marzo 1993). La linea attuativa del Pontificio Consiglio della Cultura avrebbe dunque realizzato iniziative tese a promuovere il dialogo fra Fede e Culture ed il dialogo interculturale, e anche l’approfondirsi del dialogo con coloro che non credono in Dio o non professano alcuna religione.
“Mi sembra opportuno fondare uno speciale organismo permanente, con lo scopo di promuovere i grandi obiettivi che il Concilio Ecumenico Vaticano II si è proposti circa i rapporti tra la Chiesa e la cultura” (Lettera di Fondazione del Pontificio Consiglio della Cultura del 20 maggio 1982). Si comprende, leggendo queste parole, come Giovanni Paolo II abbia voluto, fin dagli inizi del Pontificato, rivolgere uno sguardo alla cultura contemporanea, perché attraverso di essa la Chiesa potesse giungere a tutti gli uomini, in particolar modo a coloro che si professavano non credenti o non appartenenti ad alcuna religione. Già nel 1980, davanti all’assemblea dell’Unesco, Giovanni Paolo II aveva annunciato il legame organico e costitutivo che esiste fra cristianesimo e cultura. La fondazione del Pontificio Consiglio della Cultura ha per Giovanni Paolo II una ragione profonda, che espresse chiaramente fin dall’inizio: “io sento la responsabilità che mi incombe, nel cuore della collegialità della Chiesa universale, e in contatto ed accordo con le Chiese locali, di intensificare i rapporti della Santa Sede con tutte le realizzazioni della cultura, assicurando anche un rapporto originale in una feconda collaborazione internazionale, in seno alla famiglia delle nazioni, ossia delle grandi comunità degli uomini uniti da vincoli diversi, ma soprattutto, essenzialmente dalla cultura” (Lettera di Fondazione del Pontificio Consiglio della Cultura del 20 maggio 1982). La ragione profonda di questa fondazione è dunque il desiderio di mettersi in ascolto dell’uomo moderno, per poter poi essere in grado di rispondergli: “ho voluto creare il Pontificio Consiglio per la Cultura, per dare a tutta la Chiesa un vigoroso impulso, e rendere cosciente tutti i responsabili, tutti i fedeli, del dovere che ci incombe di essere all'ascolto dell'uomo moderno, non per approvare tutti i suoi comportamenti, ma soprattutto per scoprire le sue speranze e le sue aspirazioni latenti” (Discorso all’Assemblea Plenaria del Pontificio Consiglio per la Cultura del 18 gennaio 1983, n. 5).
Per Giovanni Paolo II non è solo l’uomo moderno che può ricevere qualcosa dall’incontro con la Chiesa, ma è la Chiesa stessa che può arricchirsi nel rapporto con il mondo contemporaneo: “Occorre rammentare, inoltre, che i cristiani hanno molto da ricevere da questa relazione dinamica tra Chiesa e mondo contemporaneo. Il Concilio ecumenico Vaticano II ha insistito su questo punto ed è opportuno ricordarlo. La Chiesa si è molto arricchita grazie all'apporto di tante civiltà. L'esperienza secolare di tanti popoli, il progresso della scienza, i tesori nascosti delle diverse culture, attraverso le quali si rivela più pienamente la natura dell'uomo e si aprono nuove vie verso la verità, tutto ciò rappresenta un sicuro vantaggio per la Chiesa. […] E' dunque normale che il popolo di Dio, solidale con il mondo nel quale vive, riconosca le scoperte e le realizzazioni dei nostri contemporanei e vi partecipi per quanto possibile, affinché l'uomo stesso cresca e si sviluppi pienamente. Ciò presuppone una profonda capacità di accoglienza e di ammirazione, ma anche un lucido senso di discernimento” (Discorso all’Assemblea Plenaria del Pontificio Consiglio per la Cultura del 18 gennaio 1983, n. 6). La Chiesa deve amare l’uomo in quanto uomo, per se stesso: solo così potrà annunciargli Cristo. I due principi di orientamento per il Pontificio Consiglio per la Cultura sono semplici: evangelizzazione delle culture e difesa dell'uomo. “Si richiede che l'evangelizzatore si familiarizzi con gli ambienti socio-culturali nei quali deve annunciare la parola di Dio […]. D'altra parte, la nostra fede ci dà fiducia nell'uomo che noi desideriamo difendere e amare per se stesso, coscienti che egli non è uomo se non per la sua cultura, cioè per la sua libertà di crescere integralmente e con tutte le sue capacità specifiche” (Discorso all’Assemblea Plenaria del Pontificio Consiglio per la Cultura del 18 gennaio 1983, n. 10). Dunque il compito ideale del Consiglio per la Cultura è sicuramente trovare nuove vie dialogo fra la Chiesa e il mondo contemporaneo. (Agenzia Fides)

La Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa

Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Fin dall’inizio della sua storia, la Chiesa ebbe a cuore i beni culturali posti a servizio della sua missione. Tuttavia solo con la Costituzione Apostolica “Pastor Bonus” del 1988 nacque, per desiderio di Giovanni Paolo II, una commissione ad hoc che si occupasse della politica di tutela e valorizzazione del patrimonio storico e artistico della Chiesa. Lo scopo dunque di questa commissione è quello di valorizzare il complesso dei beni artistici prodotti in due millenni di storia non soltanto come “testimonianza fossile del passato”, ma soprattutto come testimonianza vivente di ciò che attraverso la fede, la cultura e l’arte cristiana essa ha saputo esprimere lungo i secoli. Il compito della Commissione fu così espresso dal Papa nel 1997: esso “consiste nell’animazione culturale e pastorale delle comunità ecclesiali, valorizzando le molteplici forme espressive che la Chiesa ha prodotto e continua a produrre al servizio della nuova evangelizzazione dei popoli. Si tratta di conservare la memoria del passato e di tutelare i monumenti visibili dello spirito con un lavoro capillare e continuo di catalogazione, di manutenzione, di restauro, di custodia e di difesa. [...] Si tratta inoltre di favorire nuove produzioni attraverso un contatto interpersonale più attento e disponibile con gli operatori del settore, così che anche la nostra epoca possa registrare opere che documentino la fede e il genio della presenza della Chiesa nella storia” (Messaggio alla II Assemblea della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa del 28 settembre 1997). Pertanto il lavoro della Commissione deve da un lato rivolgersi alla tutela vera e propria dei beni, attraverso il restauro, la conservazione e la valorizzazione; dall’altro aiutare e stimolare gli artisti attraverso una reale preparazione e committenze specifiche, a mettere le loro capacità a servizio della Chiesa, quasi per riproporre quell’alleanza fra Artisti e Chiesa tipica del mondo medievale.
“I beni culturali nelle loro molteplici espressioni - dalle chiese ai più diversi monumenti, dai musei agli archivi e alle biblioteche - costituiscono una componente tutt'altro che trascurabile nella missione evangelizzatrice e di promozione umana che è propria della Chiesa. Specialmente l'arte cristiana, bene culturale quanto mai significativo, continua a rendere un suo singolare servizio comunicando con straordinaria efficacia, attraverso la bellezza delle forme sensibili, la storia dell'alleanza tra Dio e l'uomo e la ricchezza del messaggio rivelato. Nei due millenni dell'era cristiana, essa è stata lo stupendo manifesto dell'ardore di tanti confessori della fede, ha espresso la consapevolezza della presenza di Dio tra i credenti, ha sostenuto la lode che da ogni angolo della terra la Chiesa innalza al suo Signore. I beni culturali si rivelano documenti qualificati dei vari momenti di questa grande storia spirituale” (Discorso ai Membri dell’Assemblea Plenaria della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa del 31 marzo 2000, n. 3). Con queste parole Giovanni Paolo II sintetizzò il punto di partenza per le iniziative della Pontificia Commissione per i Beni Culturali. Ma il Papa non smetterà mai di ripetere che la Chiesa non è solo detentrice di un patrimonio del passato, ma è soprattutto animatrice del presente della comunità umana: “Essa, pertanto, incrementa continuamente il proprio patrimonio di beni culturali per rispondere alle esigenze di ogni epoca e cultura, e si preoccupa poi di consegnare quanto è stato realizzato alle generazioni successive, perché anch'esse possano abbeverarsi al grande fiume della traditio Ecclesiae” (Discorso ai Membri dell’Assemblea Plenaria della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa del 31 marzo 2000, n. 4). Il frutto di questa Commissione, augurato dal Papa ad ogni incontro con i suoi rappresentanti, è che la valorizzazione del patrimonio artistico possa diventare sempre di più strumento efficace per avvicinare i lontani al messaggio evangelico e far crescere nei cristiani l’amore alla bellezza che, secondo Giovanni Paolo II, apre lo Spirito al bene e al vero.
“La Chiesa ha sempre ritenuto che, attraverso l'arte nelle sue varie espressioni si rifletta, in qualche modo, l'infinita bellezza di Dio e la mente umana venga quasi naturalmente indirizzata verso di Lui. Anche grazie a questo contributo, come ricorda il Concilio Vaticano II, "la conoscenza di Dio viene meglio manifestata e la predicazione evangelica si rende più trasparente all'intelligenza degli uomini"” (Discorso ai Membri dell’Assemblea Plenaria della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa del 19 ottobre 2002, n. 1). Avendo ben chiaro che l’arte permette di avvicinarsi e conoscere Dio, Giovanni Paolo II ebbe sempre molto a cuore l’operato della Commissione per i Beni Culturali della Chiesa. Ogni volta che si riunivano i membri di essa in Assemblea Plenaria, non mancò mai di inviare loro un messaggio in cui ribadisse il ruolo della Commissione. Nel 2002 scrisse: “La natura organica dei beni culturali della Chiesa non permette di separare la loro fruizione estetica dalla finalità religiosa perseguita dall'azione pastorale. L'edificio sacro, ad esempio, raggiunge la sua perfezione ‘estetica’ proprio durante la celebrazione dei divini misteri, dato che è proprio in quel momento che risplende nel suo più vero significato. Gli elementi dell'architettura, della pittura, della scultura, della musica, del canto e delle luci formano parte dell'unico complesso che accoglie per le proprie celebrazioni liturgiche la comunità dei fedeli, costituita da "pietre vive" che formano un "edificio spirituale"” (Discorso ai Membri dell’Assemblea Plenaria della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa del 19 ottobre 2002, n. 3). Ma come si coniuga in sintesi l’opera della Chiesa e i beni culturali? Così sintetizza Giovanni Paolo II: “La Chiesa intende offrire un germe di speranza che superi il pessimismo e lo smarrimento anche attraverso i beni culturali, che possono rappresentare il fermento di un nuovo umanesimo su cui innestare più efficacemente la nuova evangelizzazione” (Discorso ai Membri dell’Assemblea Plenaria della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa del 19 ottobre 2002, n. 4). (Agenzia Fides)

La Pontificia Accademia per la Vita

Città del Vaticano (Agenzia Fides) - “Il mistero della vita, di quella umana in particolare, attira in modo crescente l’attenzione degli studiosi, stimolati dalle straordinarie possibilità d’indagine che il progresso della scienza e della tecnica offre oggi alle loro ricerche. La nuova situazione, mentre apre affascinanti prospettive d’intervento sulle sorgenti stesse della vita, pone pure molteplici ed inediti interrogativi di ordine morale, che l’uomo non può trascurare senza correre il rischio di compiere passi forse irreparabili” (Motu Proprio “Vitae Mysterium” dell’11 febbraio 1994, n. 1). Questa analisi del progresso scientifico nello studio della Vita umana, richiamò a Giovanni Paolo II il compito della Chiesa di illuminare le coscienze degli uomini circa le esigenze morali che scaturiscono dalla loro natura e di proporre una dottrina morale corrispondente alla dignità della persona e alla sua vocazione integrale. Già nel 1985 Giovanni Paolo II aveva istituito la Pontificia Commissione per la Pastorale degli Operatori Sanitari (poi trasformato in Pontificio Consiglio), perché diffondesse, spiegasse e difendesse gli insegnamenti della Chiesa in materia di sanità, attraverso uno studio approfondito della morale e dei problemi di bioetica, “affinché sia manifesto che scienza e tecnica, poste al servizio della persona umana e dei suoi diritti fondamentali, contribuiscono al bene integrale dell’uomo e all’attuazione del progetto divino di salvezza” (Motu Proprio “Vitae Mysterium” dell’11 febbraio 1994, n. 3). Ben consapevole che la Chiesa e la Scienza dovessero incontrarsi per favorire un vero “servizio alla vita”, il Papa istituì dunque la Pontificia Accademia per la Vita, indipendente ed allo stesso tempo collegata al Pontificio Consiglio per la Pastorale degli Operatori Sanitari. “Essa avrà lo specifico compito di studiare, informare e formare circa i principali problemi di biomedicina e di diritto, relativi alla promozione e alla difesa della vita, soprattutto nel diretto rapporto che essi hanno con la morale cristiana e le direttive del Magistero della Chiesa” (Motu Proprio “Vitae Mysterium” dell’11 febbraio 1994, n. 4).
Le denunce del Papa contro le società che attentano alla vita e alla dignità dell’uomo sono numerosissime: ad esempio, in un discorso alla Pontificia Accademia per la Vita, Giovanni Paolo II ebbe a dire: “Esistono fatti che comprovano con crescente chiarezza come le politiche e le legislazioni contrarie alla vita stiano portando le società al decadimento, non solo morale ma anche demografico ed economico” (Discorso ai Partecipanti alla VI Assemblea Generale della Pontificia Accademia per la Vita del 14 febbraio 2000, n. 3). A partire da questo ogni cristiano, con l’aiuto ed il sostegno intellettuale della Accademia, deve difendere la dignità di ogni uomo: “Non si lasci nulla di intentato per eliminare il delitto legalizzato o almeno per limitare il danno di tali leggi, mantenendo viva la consapevolezza del dovere radicale di rispettare il diritto alla vita dal concepimento alla morte naturale di ogni essere umano, fosse anche l'ultimo e il meno dotato” (Discorso ai Partecipanti alla VI Assemblea Generale della Pontificia Accademia per la Vita del 14 febbraio 2000, n. 4). Tuttavia è chiaro che non solo l’Accademia è responsabile della difesa cristiana alla vita, ma ogni fedele, che deve essere dunque preparato a partire dagli studi prodotti dall’Istituzione: “Un'autentica pastorale della vita non può essere semplicemente delegata a movimenti specifici, pur sempre meritori, operanti nel campo socio-politico. Essa deve sempre restare quale parte integrante della pastorale ecclesiale, a cui spetta il compito di annunciare il Vangelo della vita. Affinché ciò avvenga in modo efficace, è importante la messa in opera sia di adeguati piani educativi che di servizi e di strutture concrete di accoglienza” (Discorso ai Partecipanti alla VI Assemblea Generale della Pontificia Accademia per la Vita del 14 febbraio 2000, n. 5). Ma la denuncia si fa più forte allorché il Papa esprime a chiare lettere il compito della Chiesa: “La modifica delle leggi [contro la vita] non può non essere preceduta e accompagnata dalla modifica della mentalità e del costume su vasta scala, in modo capillare e visibile. La Chiesa in questo ambito non lascerà nulla di intentato né potrà accettare negligenze o colpevoli silenzi” (Discorso ai Partecipanti alla VI Assemblea Generale della Pontificia Accademia per la Vita del 14 febbraio 2000, n. 6). (Agenzia Fides)

La Pontificia Accademia delle Scienze Sociali

Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Al fine di promuovere lo studio ed il progresso delle scienze sociali, economiche, politiche e giuridiche, alla luce della dottrina sociale della Chiesa, Giovanni Paolo II eresse con un Motu Proprio intitolato “Socialium Scientiarum” del I gennaio 1994 la Pontificia Accademia delle Scienze Sociali. La Chiesa, riconoscendo il contributo ai rapporti umani prodotto dagli studi di Scienze Sociali, nell’ultimo secolo si era rivolta numerose volte ad essi con crescente interesse, al fine di trarre indicazioni concrete nell’adempimento del suo compito magisteriale. A partire dalla Lettera Enciclica di Leone XIII “Rerum Novarum”, la Chiesa aveva iniziato infatti un processo di riflessione che avrebbe condotto alla formazione di una “dottrina sociale” vera e propria. Tuttavia Giovanni Paolo II riconobbe nell’Enciclica “Sollicitudo Rei Socialis” che “la dottrina sociale cattolica potrà assolvere i suoi compiti nel mondo di oggi soltanto con l'ausilio della riflessione razionale e delle scienze umane, perché, nonostante la validità perenne dei suoi principi di base, essa è condizionata nella sua attuazione anche dal variare delle condizioni storiche e dall'incessante fluire degli avvenimenti” (Motu Proprio “Socialium Scientiarum” del I gennaio 1994). Benché il Papa sia ben consapevole che la Chiesa non può attribuirsi la competenza di proporre risposte tecniche adeguate ai problemi economici, sociali e politici, tuttavia esprime la certezza che “essa si sente più che mai obbligata a dare il suo contributo per la salvaguardia della pace e per la costruzione di una società degna dell'uomo. Per far ciò, tuttavia, essa abbisogna di un contatto approfondito e costante con le scienze sociali moderne, con le loro ricerche e con i loro risultati. In tal modo essa entra in dialogo con le varie discipline che si occupano dell'uomo, ne integra in sé gli apporti e le aiuta ad aprirsi verso un orizzonte più ampio” (Motu Proprio “Socialium Scientiarum” del I gennaio 1994). Per guidare il dialogo interdisciplinare all’interno della Chiesa e con le componenti tecniche degli studiosi di scienze sociali, fu istituito dunque la Pontificia Accademia delle Scienze Sociali.
Durante la VI Sessione Plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, Giovanni Paolo II ribadì la funzione e la metodologia che questa Istituzione doveva attuare: “la dottrina sociale della Chiesa intende essere un veicolo attraverso il quale portare il Vangelo di Gesù Cristo nelle diverse situazioni culturali, economiche e politiche che gli uomini e le donne di oggi devono affrontare. È in questo preciso contesto che la Pontificia Accademia di Scienze Sociali rende un importantissimo contributo:  in quanto esperti nelle varie discipline sociali e seguaci del Signore Gesù, partecipate a quel dialogo fra la fede cristiana e la metodologia scientifica che cerca risposte autentiche ed efficaci ai problemi e alle difficoltà che affliggono la famiglia umana” (Messaggio per la VI Sessione Plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali del 23 febbraio 2000, n. 1). Contro coloro che attaccavano la Chiesa di essere estremista e fondamentalista nel voler portare il proprio messaggio anche alle Scienze Sociali, il Papa ribadisce il ruolo giusto che i Fedeli devono avere nel mondo contemporaneo: “la verità cristiana non è un'ideologia. Piuttosto riconosce che le mutevoli realtà politiche e sociali non possono essere confinate nell'ambito di strutture rigide. La Chiesa riafferma costantemente la dignità trascendente della persona umana e difende sempre la libertà e i diritti umani. La libertà che la Chiesa promuove trova il suo pieno sviluppo e la sua autentica espressione solo nell'apertura e nell'accettazione della verità” (Messaggio per la VI Sessione Plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali del 23 febbraio 2000, n. 3). Ma la Chiesa, spiega il Papa, ha un preciso ambito su cui esprimere la propria dottrina, anche attraverso questa Accademia, e cioè la cooperazione: “suo ambito è la cooperazione ecumenica e interreligiosa. Il secolo appena trascorso ha assistito a enormi progressi mediante iniziative multilaterali per difendere la dignità umana e promuovere la pace. L'era che stiamo per affrontare deve assistere al proseguimento di tali sforzi:  senza un'azione concertata e congiunta di tutti i credenti, uomini e donne di buona volontà, si può fare ben poco per rendere la democrazia autentica, quella basata sui valori, una realtà per gli uomini e le donne del ventesimo secolo” (Messaggio per la VI Sessione Plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali del 23 febbraio 2000, n. 4). (Agenzia Fides)

La Commissione Interdicasteriale per il Catechismo della Chiesa Cattolica

Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Giovanni Paolo II volle che fosse riscritta e promulgata una nuova edizione del Catechismo della Chiesa Cattolica. A questo scopo nel 1986 istituì la Commissione per la preparazione del Catechismo della Chiesa Universale: questa commissione lavorò fino al 1992, quando venne presentato e promulgato il Catechismo. Nel 1991 Giovanni Paolo II istituì un’altra commissione, chiamata Commissione Editoriale, che curasse i rapporti fra la Santa Sede e le case editrici interessate alla stampa e alla pubblicazione del nuovo Catechismo nelle varie lingue e paesi. Al fine di avere un organo che coordinasse le molteplici e complementari iniziative concernenti il Catechismo, nel marzo 1993 il Papa istituì la Commissione Interdicasteriale per il Catechismo della Chiesa Cattolica, che svolgesse le seguenti attività: promuovere iniziative atte a favorire la migliore conoscenza, accoglienza e diffusione del Catechismo; curare l'editio typica latina, alla quale dovranno conformarsi tutte le traduzioni, anche quelle già pubblicate; esaminare le proposte di correzione-variazione al testo originale, al fine di valutare l'eventuale loro inserimento nell'editio typica latina; provvedere alla revisione (dottrinale-catechistico-letteraria) delle traduzioni del testo, e dare l'eventuale approvazione; preparare adeguati strumenti per la comprensione del Catechismo, come, ad esempio, un nuovo indice analitico, completo e ufficiale. (Agenzia Fides)

La Commissione Interdicasteriale permanente per la Chiesa in Europa Orientale

Città del Vaticano (Agenzia Fides) - La Commissione Interdicasteriale Permanente per la Chiesa in Europa Orientale fu istituita da Giovanni Paolo II, nel 1993, nell’atto stesso della chiusura della Pontifica Commissione “Pro Russia” fondata da Papa Pio XI nel 1925. La Commissione fondata da Pio XI aveva lo scopo di provvedere alla cura pastorale di coloro che risedevano in Russia o che erano fuggiti da essa e di sostenerli nelle persecuzioni e nella speranza che la Fede Cattolica potesse rifiorire nella patria. “L'evoluzione recente della storia dell'Europa orientale, ha permesso che le comunità cattoliche possano ricostituirsi e manifestarsi liberamente. In questa nuova situazione, però, è tuttora necessario fornire a quelle comunità quell'appoggio che permette loro di consolidare le proprie radici nel suolo patrio e sviluppare la loro comunione con le altre comunità cattoliche del mondo” (Motu Proprio “Europae Orientalis” del 15 gennaio 1993). La competenza della nuova Commissione Interdicasteriale Permanente per la Chiesa in Europa Orientale si rivolgeva sia alle Chiese di rito latino, che a quelle di rito orientale, e riguardava i territori dei Paesi appartenenti all’ex Unione Sovietica, compresa l’Asia, e a tutti i territori dell’Est Europeo. I compiti della Commissione innanzitutto erano di seguire e promuovere la “missione apostolica della Chiesa Cattolica in tutte le sue attività e di accompagnare il dialogo ecumenico con le Chiese ortodosse e con le altre Chiese di tradizione orientale” (Motu Proprio “Europae Orientalis” del 15 gennaio 1993). Inoltre la stessa commissione, presieduta dal Segretario di Stato e integrata dai segretari di numerosi dicasteri vaticani (Rapporti con gli Stati, Congregazione per le Chiese Orientali, per il Clero, per gli Istituti di Vita Consacrata e Società di Vita Apostolica, Consiglio per la Promozione dell’Unità fra i Cristiani), aveva il compito di “tenere contatti regolari con le varie Istituzioni cattoliche, che da lungo tempo vengono in aiuto alle comunità cattoliche in Europa orientale, sia per coordinare le loro attività, sia per darvi nuovo slancio” (Motu Proprio “Europae Orientalis” del 15 gennaio 1993). (Agenzia Fides)

La Pontificia Commissione Ecclesia Dei

Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Alla fine del giugno 1988, mons. Marcel Lefebre ordinò alcuni sacerdoti all’episcopato senza l’autorizzazione del Papa. Questo atto meritò la scomunica a lui, e ai neo-vescovi, e produsse nella Chiesa un nuovo piccolo ma doloroso scisma. Pochi giorni dopo Giovanni Paolo II istituì una commissione specifica per tentare di ricomporre lo scisma e soprattutto per aiutare i fedeli e i religiosi, nonché i sacerdoti che avevano seguito mons. Lefebre nella fondazione di una fraternità legata alla tradizione preconciliare, a rimanere nell’alveo della Chiesa cattolica legata al Papa. La Commissione, chiamata “Ecclesia Dei”, fu istituita il 2 luglio 1988 con il Motu Proprio “Ecclesia Dei” “con il compito di collaborare con i Vescovi, con i Dicasteri della Curia Romana e con gli ambienti interessati, allo scopo di facilitare la piena comunione ecclesiale dei sacerdoti, seminaristi, comunità o singoli religiosi e religiose finora in vario modo legati alla Fraternità fondata da Mons. Lefebre, che desiderino rimanere uniti al Successore di Pietro nella Chiesa Cattolica, conservando le loro tradizioni spirituali e liturgiche” (Motu Proprio “Ecclesia Dei” del 2 luglio 1988, n. 6). Nell’istituzione di questa Commissione si può notare la cura e la sollecitudine di Giovanni Paolo II a che la Chiesa sia una e indivisa, e il desiderio dello stesso Pontefice che tutti i fedeli possano vivere sentendo rispettato il proprio animo religioso (si legge infatti “dovrà essere ovunque rispettato l'animo di tutti coloro che si sentono legati alla tradizione liturgica latina, mediante un'ampia e generosa applicazione delle direttive, già da tempo emanate dalla Sede Apostolica, per l'uso del Messale Romano secondo l'edizione tipica del 1962” (Motu Proprio “Ecclesia Dei” del 2 luglio 1988, n. 6)). Essa ebbe un doppio ruolo: da un lato regolarizzare la situazione canonica di comunità religiose e di sacerdoti tradizionalisti; dall’altro collaborare con l’Episcopato locale per soddisfare il desiderio di numerosi gruppi di fedeli di celebrare la Messa secondo il rito preconciliare. (Agenzia Fides)

La Fondazione “Giovanni Paolo II”

Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Nel 1981, dopo tre anni di pontificato, Giovanni Paolo II istituì una fondazione che portasse il suo nome e avesse come fine la creazione di un ambiente “che avrebbe sostenuto e approfondito i legami tra la Sede Apostolica e la nazione polacca, e che avrebbe curato la diffusione nel mondo del patrimonio della cultura cristiana e del magistero della Chiesa” (Discorso ai Membri della Fondazione Giovanni Paolo II del 23 ottobre 2001). Il secondo compito che questa Fondazione doveva assumersi era quello di promuovere la “cultura cristiana mediante l’allacciamento dei contatti e della collaborazione con i centri scientifici e artistici polacchi ed internazionali, come anche mediante l’aiuto offerto ai giovani, in modo particolare dell’Europa Centro-Orientale nel conseguimento dell’istruzione” (Discorso ai Membri della Fondazione Giovanni Paolo II del 23 ottobre 2001). Il punto centrale in cui la Fondazione svolgesse i suoi compiti era fissato nella Casa Polacca di Roma, che ben presto sarebbe divenuto quel “punto d’incontro con le culture e con le tradizioni, con vari corsi della storia nell’ambito di una grande cultura che è la cultura cristiana, la tradizione cristiana, la storia della Chiesa, ed anche la storia dell’umanità” (Udienza del 7 novembre 1981) che il Papa si augurava nell’atto di fondazione. Le attività che svolge questa Fondazione sono numerose: a partire dalla costituzione di un fondo economico, sono aperte quattro istituzioni culturali a Roma e a Lublino in Polonia; essa inoltre offre aiuto organizzativo e pastorale a pellegrini che giungono a Roma; il Centro di Documentazione del Pontificato è un autentico centro d’informazione riguardante non soltanto l’attività e l’insegnamento del Papa, ma anche la vita della Chiesa nella complessa realtà del mondo di oggi, nell’arco degli ultimi anni; infine sono erogate numerose borse di studio offerte a studenti dell’Europa centrale e dell’Est, nonché dei paesi dell’ex Unione Sovietica, perché possano studiare e ritornare in patria promovendo la scienza e la cultura a partire dai valori del Cristianesimo. (Agenzia Fides)

La Fondazione Populorum Progressio

Città del Vaticano (Agenzia Fides) - La Fondazione Populorum Progressio, “rivolta soprattutto alle popolazioni indigene, meticcie ed afroamericane dell'America Latina, vuole essere un segno per esprimere la mia vicinanza alle persone che si trovano in condizioni di gravi privazioni e che sovente sono lasciate ai margini dalla società o dalle autorità stesse, spesso incapaci di fare qualcosa per loro” (Messaggio per il X anniversario della Fondazione Populorum Progressio del 14 giugno 2002). Giovanni Paolo II ebbe sempre nel cuore la memoria dell’imperativo evangelico di aiutare i poveri. Per questo, nel V Centenario dell’inizio dell’Evangelizzazione del Continente Americano, il 13 febbraio 1982, creò la Fondazione Populorum Progressio, con la finalità di promuovere il sostegno dei poveri del Continente Americano ed essere segno dello sforzo cristiano verso la fraternità e l’autentica solidarietà. Già Papa Paolo VI aveva creato un Fondo intitolato allo stesso modo per l’aiuto ai paesi dell’America Latina nel 1968. L’azione di questa Fondazione realizza iniziative concrete con le quali manifestare l’amore di Dio verso tutta l’umanità, ed in particolare i più poveri: a questo scopo finanzia progetti mediante i quali favorire lo sviluppo integrale delle comunità contadine più povere dell’America Latina. Infatti, scrive il Papa, “la Parola di Dio non ci esime dall'obbligo imprescindibile di offrire il nostro aiuto e di impegnarci nella ricerca della vera giustizia. Ci esorta, così, ad occuparci dei nostri fratelli e sorelle che versano in vera necessità. Inoltre, la nostra condizione di evangelizzatori ci spinge anche a questo, in quanto esiste un intimo nesso tra evangelizzazione e promozione umana, poiché fare il bene favorisce l'accoglienza del messaggio della Buona Novella. D'altro canto, le opere di carità nei confronti del prossimo rendono più credibile la predicazione stessa” (Messaggio per il X anniversario della Fondazione Populorum Progressio del 14 giugno 2002). La Fondazione Populorum Progressio dipende dal Pontificio Consiglio Cor Unum, ed è formata da Vescovi e laici dell’America Latina. (Agenzia Fides)

La Fondazione “Giovanni Paolo II” per il Sahel

Città del Vaticano (Agenzia Fides) – La Fondazione Giovanni Paolo II per il Sahel è stata istituita il 22 febbraio 1984 quale Fondazione autonoma nello Stato della Città del Vaticano, con personalità giuridica canonica e civile e statuti propri, a seguito dell’appello lanciato dal Santo Padre da Ouagadougou il 10 maggio 1980. Affidata al Pontificio Consiglio “Cor Unum”, la Fondazione interessa 9 paesi africani: Burkina Faso, Capo Verde, Ciad, Gambia, Guinea Bissau, Mali, Mauritania, Niger e Senegal. Suoi scopi primari sono la formazione di persone che lottino contro la siccità e la desertificazione, e di assicurare il soccorso alle vittime della desertificazione nell’area della regione del Sahel. Venticinque anni fa, il 10 maggio 1980, il Santo Padre Giovanni Paolo II lanciò da Ouagadougou un solenne appello a favore delle popolazioni gravemente provate dalla siccità e dalla progressiva desertificazione del Sahel. La risposta generosa e sollecita proveniente da diverse parti del mondo portò alla creazione della Fondazione “Giovanni Paolo II per il Sahel”.
“Venticinque anni dopo si possono costatare i frutti di questa istituzione provvidenziale e gli aiuti che, grazie ad essa, è stato possibile distribuire alle popolazioni del Sahel” ha scritto il Cardinale Angelo Sodano, Segretario di Stato, in una lettera inviata al Presidente del Consiglio di Amministrazione della Fondazione, l’Arcivescovo di Koupéla (Burkina Faso), Sua Ecc. Mons. Séraphin Rouamba, a nome del Santo Padre in occasione dei 25 anni della Fondazione, il 18 febbraio 2005. “Il lavoro efficace ed intenso della Fondazione ha permesso di finanziare una quantità considerevole di progetti, che hanno ottenuto ovunque una approvazione e un apprezzamento unanime per i risultati ottenuti” prosegue la lettera, sottolineando l’incoraggiamento del Papa affinché questo slancio di generosità prosegua, rendendo le comunità beneficiate sempre più responsabili del loro sviluppo armonioso ed integrale.
“Purtroppo, nonostante l’impegno dei Governi dei paesi africani della zona del Sahel e della Comunità internazionale, la situazione di queste regioni continua ad essere preoccupante – prosegue la lettera del Card. Sodano, rilanciando in questa occasione l’appello del Papa affinché si prosegua negli sforzi per superare i numerosi problemi e le tante necessità che ancora persistono riguardo alle risorse disponibili, purtroppo dolorosamente insufficienti. In particolare viene citato il problema dell’acqua potabile: “Il Papa incoraggia tutti gli sforzi che favoriscano una distribuzione più equa delle risorse idriche, accompagnata da politiche ambientali adeguate”. Infine “il Santo Padre formula l’auspicio che questo anniversario costituisca l’occasione propizia per far nascere un rinnovato impulso di solidarietà, al fine di assicurare alla meritevole Fondazione Giovanni Paolo II per il Sahel i mezzi appropriati che le permettano di proseguire con successo la sua missione di solidarietà umana e cristiana, rispondendo alle attese di poveri”. (Agenzia Fides)

Il Centro Televisivo Vaticano

Città del Vaticano (Agenzia Fides) – Il Centro Televisivo Vaticano (CTV) fu istituito come Fondazione, con personalità giuridica secondo il Diritto Canonico, da Giovanni Paolo II con il rescritto “Ex Audientia” del 22 ottobre 1983, posto sotto la moderazione del Cardinale Segretario di Stato e soggetto al controllo ed alla vigilanza della Santa Sede. Dal 25 novembre 1996 è stato riconosciuto come uno degli Organismi a pieno titolo collegati con la Santa Sede, conformemente a quanto già previsto dall’articolo 191 della Costituzione Apostolica “Pastor Bonus”, incorporando la precedente Fondazione. In base al suo statuto, il CTV come agenzia televisiva di informazione, approfondimento e documentazione delle attività della Santa Sede, ha il compito di promuovere la presenza della Sede Apostolica nel campo della televisione e dell’audiovisivo in tutto il mondo. Pertanto assicura la ripresa, la distribuzione a terzi, la diffusione con collegamenti anche satellitari, la registrazione audiovisiva delle attività del Santo Padre e dei vari Dicasteri della Santa Sede, degli avvenimento non solo religiosi che si svolgono nella Città del Vaticano e negli immobili extraterritoriali. (Agenzia Fides)

La Giornata Mondiale della Gioventù

Città del Vaticano (Agenzia Fides) - “Le Giornate, accogliendo un’iniziativa partita dai giovani stessi, sono nate dal desiderio di offrire loro significativi “momenti di sosta” nel costante pellegrinaggio della fede, che si alimenta anche mediante l’incontro con i coetanei di altri Paesi ed il confronto fra le rispettive esperienze. Finalità principale delle Giornate è di riportare al centro della fede e della vita di ogni giovane la persona di Gesù, perché ne diventi costante punto di riferimento e perché sia anche la vera luce di ogni iniziativa e di ogni impegno educativo verso le nuove generazioni” (Lettera in occasione del Seminario di Studio sulle Giornate Mondiali della Gioventù dell’8 maggio 1996, n. 1). Con queste parole, dopo dieci anni dalla prima Giornata Mondiale della Gioventù celebrata in Piazza San Pietro la Domenica delle Palme del 1986, Giovanni Paolo II sintetizzava l’esperienza vissuta. Tradizionalmente, ad anni alterni, le Giornate Mondiali della Gioventù vengono celebrate su scala mondiale o nelle Diocesi. Esse sono “eventi provvidenziali, occasioni per i giovani di professare e proclamare con crescente gioia la fede in Cristo. Ritrovandosi, essi possono interrogarsi insieme sulle aspirazioni più intime, sperimentare la comunione con la Chiesa, impegnarsi nell’urgente compito della nuova evangelizzazione. In tal modo si danno la mano, formando un immenso cerchio di amicizia, congiungendo i colori della pelle e delle bandiere nazionali, la varietà delle culture e delle esperienze, nell’adesione di fede al Signore Risorto” (Lettera in occasione del Seminario di Studio sulle Giornate Mondiali della Gioventù dell’8 maggio 1996, n. 2). Ma queste occasioni sono, per il Papa, anche motivo di riflessione per sé e per i vescovi: “l’esperienza delle Giornate Mondiali invita tutti noi, Pastori ed operatori della pastorale, a riflettere costantemente sul nostro ministero in mezzo ai giovani e sulla responsabilità che abbiamo di presentare loro la verità piena su Cristo e sulla sua Chiesa” (Lettera in occasione del Seminario di Studio sulle Giornate Mondiali della Gioventù dell’8 maggio 1996, n. 4). (Agenzia Fides)

Gli Incontri Mondiali delle Famiglie

Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Sono stati quattro fino ad oggi gli Incontri Mondiali della Famiglia. Hanno scadenza triennale ed iniziano sempre con un Congresso Teologico Pastorale.
Così ogni tre anni viene offerta questa singolare opportunità di riflettere in modo approfondito su un tema centrale della pastorale della famiglia e della vita.
Nel primo Incontro (Roma, 1994) in occasione dell’Anno Internazionale della Famiglia, il tema è stato: Famiglia: cuore della civiltà dell’amore”, mentre nel secondo, (Rio de Janeiro, 1997), si è meditato su: La famiglia: dono ed impegno, speranza dell’umanità. In occasione del III Incontro Mondiale, svoltosi nell’ambito dell’anno giubilare 2000, la riflessione del Congresso si è centrata su: I figli, primavera della famiglia e della società. Il IV incontro Mondiale, svoltosi nelle Filippine (2003), ha avuto invece come tema: La Famiglia cristiana: una buona novella per il terzo millennio.
L’ultimo incontro mondiale, quello delle Filippine, ha avuto anche un respiro ecumenico: il Patriarca della Chiesa ortodossa rumena, Sua Beatitudine Teoctist, ha inviato un suo rappresentante, il vescovo Vincentiu Ploiesteanu. Inoltre è stata presente una delegazione russa della diocesi di Ivanovo. (Agenzia Fides)

La Giornata Mondiale del Malato

Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Il 13 maggio 1992, con una lettera al Cardinale Fiorenzo Angelini, presidente del Pontificio Consiglio della Pastorale per gli Operatori Sanitari, Giovanni Paolo II istituì la Giornata Mondiale del Malato: questa giornata si sarebbe dovuta celebrare ogni anno il giorno della memoria liturgica della Beata Vergine di Lourdes, l’11 febbraio. Gli scopi dell’istituzione di questa giornata sono numerosi: “La celebrazione annuale della «Giornata Mondiale del Malato» ha quindi lo scopo manifesto di sensibilizzare il Popolo di Dio e, di conseguenza, le molteplici istituzioni sanitarie cattoliche e la stessa società civile, alla necessità di assicurare la migliore assistenza agli infermi; di aiutare chi è ammalato a valorizzare, sul piano umano e soprattutto su quello soprannaturale, la sofferenza; a coinvolgere in maniera particolare le diocesi, le comunità cristiane, le Famiglie religiose nella pastorale sanitaria; a favorire l'impegno sempre più prezioso del volontariato; a richiamare l'importanza della formazione spirituale e morale degli operatori sanitari e, infine, a far meglio comprendere l'importanza dell'assistenza religiosa agli infermi da parte dei sacerdoti diocesani e regolari, nonché di quanti vivono ed operano accanto a chi soffre” (Lettera per l’istituzione della Giornata Mondiale del Malato dell’13 maggio 1992, n. 2). Inoltre, “La celebrazione della Giornata Mondiale del Malato non intende ridursi ad una mera manifestazione esteriore incentrata su pur encomiabili iniziative, ma vuole giungere alle coscienze per renderle consapevoli del validissimo contributo che il servizio umano e cristiano verso chi soffre arreca alla migliore comprensione tra gli uomini e, conseguentemente, all'edificazione della vera pace” (Messaggio per la I Giornata del Malato del 21 ottobre 1992, n. 4) Le ragioni dell’attenzione ai malati da parte della Chiesa sono chiarissime: sull’esempio di Cristo, essa riconosce come parte integrante della sua vocazione il servizio ai malati e ai sofferenti, ed allo stesso tempo sottolinea il fatto che l’offerta della sofferenza da parte del malato è partecipazione al mistero della Redenzione di Cristo. Il giorno prescelto per la celebrazione di questa giornata è la memoria della Beata Vergine di Lourdes, perché da sempre, sottolinea il Papa, Lourdes “santuario mariano tra i più cari al popolo cristiano, è luogo e insieme simbolo di speranza e di grazia nel segno dell'accettazione e dell'offerta della sofferenza salvifica” (Lettera per l’istituzione della Giornata Mondiale del Malato dell’13 maggio 1992, n. 3).
Negli anni che hanno seguito l’istituzione della Giornata Mondiale del Malato, Giovanni Paolo II non si è mai stancato di ripetere la propria vicinanza a questa categoria di persone, e ha sempre voluto ripetere il significato di questa iniziativa: essa “intende imprimere nuovo stimolo all’azione pastorale e caritativa della Comunità cristiana così da assicurarne una presenza sempre più efficace ed incisiva nella società” (Messaggio per la III Giornata Mondiale del Malato del 21 novembre 1994, n. 1). Ma il Papa volle sempre sottolineare il legame misterioso ma saldo fra la malattia e la sofferenza e la pace: “La valorizzazione della sofferenza e la sua offerta per la salvezza del mondo sono già di per sé azione e missione di pace, poiché dalla testimonianza coraggiosa dei deboli, dei malati e dei sofferenti può scaturire il più alto contributo alla pace. La sofferenza, infatti, sollecita una più profonda comunione spirituale favorendo, da una parte, il ricupero di una migliore qualità della vita e promovendo, dall' altra, l' impegno convinto per la pace tra gli uomini” (Messaggio per la III Giornata Mondiale del Malato del 21 novembre 1994, n. 4). Allora, in ogni messaggio ai malati, Giovanni Paolo II invita ad offrire le proprie sofferenze per la pace: “Carissimi Fratelli e Sorelle che soffrite nel corpo e nello spirito, auguro a voi tutti di saper riconoscere ed accogliere la chiamata di Dio ad essere operatori di pace attraverso l' offerta del vostro dolore. Non è facile rispondere ad una chiamata così esigente. Guardate sempre con fiducia a Gesù «Servo sofferente», chiedendo a Lui la forza di trasformare in dono la prova che vi affligge” (Messaggio per la III Giornata Mondiale del Malato del 21 novembre 1994, n. 5). Per Giovanni Paolo II dunque il malato ha una grandissima dignità, e la può esprimere sicuramente nel suo “sì” a Gesù che lo chiama a soffrire con Lui per la redenzione del mondo. (segue)
Giovanni Paolo II ha voluto anche sempre ricordare il legame stretto fra Maria, in particolar modo venerata a Lourdes, e la malattia, tanto da indicare come data fissa per la celebrazione della Giornata Mondiale del Malato la festa della Beata Vergine di Lourdes, l’11 febbraio di ogni anno. Nel 2004 volle che la Giornata del Malato fosse celebrata nella cittadina francese, nella ricorrenza del centocinquantesimo anniversario della proclamazione del Dogma dell’Immacolata Concezione. Scrivendo il Messaggio per la XII Giornata del Malato, quella appunto del 2004, egli affermò riferendosi a Lourdes: “Dal giorno dell’apparizione a Bernadetta Soubirous, Maria in quel luogo ha “curato” dolori e malattie, restituendo a tanti suoi figli anche la salute del corpo. Prodigi, però, ben più sorprendenti ha operato nell’animo dei credenti, aprendo il loro animo all’incontro con il suo figlio Gesù, risposta vera alle attese più profonde del cuore umano. Lo Spirito Santo, che la coprì con la sua ombra al momento dell'Incarnazione del Verbo, trasforma l’animo di innumerevoli malati che a Lei ricorrono. Anche quando non ottengono il dono della salute corporale, possono sempre riceverne un altro ben più importante: la conversione del cuore, fonte di pace e di gioia interiore. Questo dono trasforma la loro esistenza e li rende apostoli della croce di Cristo, vessillo di speranza, pur fra le prove più dure e difficili” (Messaggio per la XII Giornata Mondiale del Malato del I dicembre 2003, n. 3). Maria diventa così icona della sofferenza – la Madre sotto la Croce cui pendeva il Figlio – e per questo modello per ogni malato, ed ogni cristiano: per questo motivo il Papa di frequente ha dichiarato che la sofferenza dei malati, offerta a Cristo, può partecipare alla redenzione dell’uomo: “è possibile conseguire la salvezza solo partecipando docilmente al progetto del Padre, che ha voluto redimere il mondo attraverso la morte e la risurrezione del suo unigenito Figlio. Con il Battesimo il credente viene inserito in questo disegno salvifico ed è liberato dalla colpa originale. La malattia e la morte, pur restando presenti nell’esistenza terrena, perdono tuttavia il loro senso negativo. Alla luce della fede, la morte del corpo, vinta da quella di Cristo, diventa il passaggio obbligato alla pienezza della vita immortale” (Messaggio per la XII Giornata Mondiale del Malato del I dicembre 2003, n. 5). (Agenzia Fides)

La Giornata della Vita Consacrata

Città del Vaticano (Agenzia Fides) - “La celebrazione della Giornata della Vita consacrata, che avrà luogo per la prima volta il 2 febbraio prossimo, vuole aiutare l'intera Chiesa a valorizzare sempre più la testimonianza delle persone che hanno scelto di seguire Cristo da vicino mediante la pratica dei consigli evangelici e, in pari tempo, vuole essere per le persone consacrate occasione propizia per rinnovare i propositi e ravvivare i sentimenti che devono ispirare la loro donazione al Signore” (Messaggio per la I Giornata della Vita Consacrata del 6 gennaio 1997, n. 1): con questa parole, nel 1997, Giovanni Paolo II annunciava l’istituzione della Giornata della Vita Consacrata. Lo scopo di questa istituzione è triplice: in primo luogo dare l’occasione, in un certo senso ufficiale, a tutti i fedeli di lodare e ringraziare Dio per il dono della vita consacrata, senza la quale, sottolinea il Pontefice, mancherebbe un cardine per ogni cristiano; in secondo luogo, “questa Giornata ha lo scopo di promuovere la conoscenza e la stima per la vita consacrata da parte dell'intero popolo di Dio” (Messaggio per la I Giornata della Vita Consacrata del 6 gennaio 1997, n. 3); infine, il terzo scopo riguarda ogni consacrato, “invitato a celebrare congiuntamente e solennemente le meraviglie che il Signore ha operato in loro, per scoprire con più lucido sguardo di fede i raggi della divina bellezza diffusi dallo Spirito nel loro genere di vita e per prendere più viva consapevolezza della loro insostituibile missione nella Chiesa e nel mondo” (Messaggio per la I Giornata della Vita Consacrata del 6 gennaio 1997, n. 4). Il giorno della celebrazione di questa giornata fu stabilito per il 2 febbraio, Festa della Presentazione del Signore al Tempio: la figura di Gesù consacrato a Dio, l’immagine di Simeone e Anna, sono “icona della totale donazione della propria vita per quanti sono stati chiamati a riprodurre nella Chiesa e nel mondo, mediante i consigli evangelici, i tratti caratteristici di Gesù vergine, povero ed obbediente” (Messaggio per la I Giornata della Vita Consacrata del 6 gennaio 1997, n. 5).
Giovanni Paolo II ebbe sempre molto a cuore la celebrazione della Giornata della Vita Consacrata: il segno dei religiosi consacrati nel mondo è per il Papa fondamentale richiamo per tutti al Vangelo e ai beni futuri, contro ogni logica della contemporaneità. Durante la II Giornata della Vita Consacrata affermò, rivolgendosi a tutti i religiosi: “Celebriamo, quest'oggi, la seconda Giornata della Vita Consacrata, che intende suscitare nella Chiesa una rinnovata attenzione per il dono della vocazione alla vita consacrata. Cari religiosi e religiose, cari membri degli Istituti Secolari e delle Società di Vita Apostolica, il Signore vi ha chiamati alla sua sequela in modo più stretto e singolare! Nel nostro tempo, dominato dal secolarismo e dal materialismo, voi costituite con la vostra totale e definitiva donazione a Cristo il segno di una vita alternativa alla logica del mondo, perché radicalmente ispirata al Vangelo e proiettata verso le realtà future, escatologiche. Rimanete sempre fedeli a questa vostra speciale vocazione!” (Omelia per i religiosi e le religiose del 2 febbraio 1998, n. 5). Due anni dopo, durante il Grande Giubileo dell’Anno 2000, celebrando il Giubileo della Vita Consacrata richiamò tutti gli Istituti a rendere grazie per ciò che era accaduto fino a quel punto, e chiedere perdono per ciò che di male era stato fatto. Proseguendo ripeté ancora il valore della presenza profetica dei consacrati nel mondo, che emerge in particolar modo nella generosa dedizione evangelica di coloro che si spendono per i più poveri. Giovanni Paolo II volle infine ricordare la preghiera, punto fondamentale della vita dei religiosi, dicendo: “La prima vocazione di chi si pone alla sequela di Gesù con cuore indiviso è quella di stare con Lui, di fare comunione con Lui, ascoltando la sua parola nella costante lode di Dio. Penso in questo momento alla preghiera, particolarmente a quella liturgica, che sale dai tanti monasteri e comunità di vita consacrata sparsi in ogni angolo della terra” (Omelia durante il Giubileo della Vita Consacrata del 2 febbraio 2000, n. 4). (Agenzia Fides – FINE)

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