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Speciale Giovanni Paolo II
Gli
insegnamenti di Giovanni Paolo II
VATICANO - GLI INSEGNAMENTI DI GIOVANNI
PAOLO II (1)
La Redemptor hominis, prima enciclica di Giovanni Paolo
II (prima parte)
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - “Il redentore
dell’uomo, Gesù Cristo, è centro del cosmo e
della storia. A Lui si rivolgono il mio pensiero e il mio cuore
in questa ora solenne, che la Chiesa e l’intera famiglia dell’umanità
contemporanea stanno vivendo”. Con queste parole si apre la
“Redemptor hominis”, prima enciclica di Giovanni Paolo
II, che segna e determina le linee guida e il programma dell’intero
pontificato. All’inizio la riflessione si concentra sulla
realtà della Chiesa; il Papa si pone nel solco del magistero
del Vaticano II e dei suoi più immediati predecessori, Giovanni
XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo I e, dopo la sottolineatura dell’importanza
del principio di collegialità nel governo della Chiesa, ricordato
dal Concilio Vaticano II, e le iniziative ecumeniche tese al ristabilimento
dell’unità fra i cristiani, la trattazione investe
il mistero della redenzione in Gesù Cristo, fondamento della
realtà ecclesiale e “stabile principio e centro permanente”
della sua missione.
La Chiesa è chiamata a portare Cristo redentore all’uomo,
che solo nel Verbo incarnato può trovare la luce che illumini
il suo mistero; Giovanni Paolo II non parla qui dell’ uomo
astratto, ma reale, concreto e storico. Un uomo che, nel mondo contemporaneo,
“vive sempre più nella paura”, minacciato dal
frutto stesso “del lavoro delle sue mani, del suo intelletto,
delle tendenze della sua volontà”: da un progresso
senza leggi etiche, dallo sfruttamento della terra senza una razionale
e onesta pianificazione, da una tecnica che spesso è in contrasto
con il suo progresso morale e spirituale, da una civiltà
materialista che lo rende schiavo e da un totalitarismo che nega
i suoi diritti naturali, in particolare quello alla libertà
religiosa. A queste “paure” si deve aggiungere la ingiusta
e sempre più vasta separazione del mondo in ricchi e poveri,
generata dall’ “abuso della libertà, che è
legato proprio a un atteggiamento consumistico non controllato dall’etica,
ed esso limita contemporaneamente la libertà degli altri,
cioè di coloro che soffrono rilevanti deficienze e vengono
spinti verso condizioni di ulteriore miseria e indigenza.”
(Agenzia Fides)
VATICANO - GLI INSEGNAMENTI DI GIOVANNI
PAOLO II (1)
La Redemptor hominis, prima enciclica di Giovanni Paolo
II (seconda parte)
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - La Chiesa annuncia Cristo
all’uomo che vive nella situazione del mondo contemporaneo,
“lontana dalle esigenze oggettive dell’ordine morale,
come dalle esigenze della giustizia e, ancor più, dell’amore
sociale”; questa missione si realizza attraverso “la
fedeltà alla Parola”, il “servizio alla verità”
e l’azione redentrice della vita sacramentale, il cui “centro
e vertice” è l’eucarestia, sacramento in cui
si realizza “più perfettamente” l’unione
con Cristo.
L’enciclica unisce a questa descrizione del bisogno di redenzione
dell’uomo e delle difficoltà i cui si trova il mondo
contemporaneo uno sguardo sulla persona umana pieno di stima e rispetto.
Giovanni Paolo II dedica un intero paragrafo al rapporto fra la
libertà dell’uomo e la missione della Chiesa, che si
deve porre alla sequela di Gesù e degli apostoli, i primi
evangelizzatori, che hanno conservato “una profonda stima
per l’uomo, per il suo intelletto, la sua volontà,
la sua coscienza e la sua libertà”, e usa l’espressione
bellissima di “stupore” per descrivere il sentimento
di ammirazione di fronte al valore e alla dignità della persona.
Di fronte ad interpretazioni riduttive della “Redemptor hominis”
rimane vero il giudizio del filosofo francese Jean Guitton, che
ci aiuta a mettere a fuoco il cuore del messaggio: “Così
è accaduto in Francia. E, nei titoli dei nostri giornali,
mi sono accorto del primo controsenso: l’Enciclica è
presentata quale promozione dei diritti dell’uomo e quale
subordinazione della fede all’uomo. Certamente l’Enciclica
difende l’uomo da ogni schiavitù. Il Verbo si è
fatto uomo. Ma la parola Redemptor che è messa lì
quasi una stella per guidarci, indica sufficientemente che l’uomo
non è il termine e il fine: l’Enciclica, come la Rivelazione
biblica, come il Vangelo, come la Tradizione della Chiesa (come
l’insegnamento di Giovanni XXXIII, di Paolo VI e di Giovanni
Paolo I), subordina nel Cristo l’uomo a Dio. Essa non è
antropocentrica, simile alle filosofie moderne derivate da Hegel;
essa è teocentrica, è cristocentrica. Il Cristo vi
appare in nuovo splendore; la scienza moderna, la storia moderna
ci aiutano a comprendere meglio l’intuizione comune a quelle
due colonne primordiali che furono San Paolo e San Giovanni: che
il Cristo è il centro della storia e del cosmo. Ed è
questo, sono certo, l’asse, lo slancio, il senso dell’Enciclica.”
Complessivamente nella “Redemptor hominis” troviamo
già espressi e delineati i temi e le linee guida che caratterizzeranno
il magistero di Giovanni Paolo II negli anni successivi: il confronto
con le problematiche politiche e morali del mondo contemporaneo,
la ripresa del Vaticano II, l’impostazione cristocentrica
che definisce la natura della Chiesa, la sua vita liturgica e sacramentale,
e la grande importanza attribuita allo slancio missionario ed ecumenico.
(Agenzia Fides)
VATICANO - GLI INSEGNAMENTI DI GIOVANNI
PAOLO II (3)
Un nuovo umanesimo
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - “Cristo rivela
pienamente l’uomo a se stesso” ha scritto Giovanni Paolo
II nella Redemptor hominis; l’esperienza cristiana è
dunque capace di fare emergere tutta la verità dell’essere
umano.
Da questa nuova prospettiva sulla natura umana, originata dalla
fede, nasce un “umanesimo autentico”, una concezione
dell’uomo che ne sottolinei il valore e la dignità,
e nel contempo anche il pericolo, sempre presente, di perdere la
propria grandezza, nella dimenticanza della relazione con Dio ed
esaltazione dell’autonomia umana. L’uomo realizza se
stesso, la promessa contenuta nella sua natura, solo rispettando
la verità di sé, quindi nel riconoscere la dipendenza
dal Padre e nell’incontro con il Figlio.
Da qui nasce la grande ammirazione del Papa di fronte alla persona,
alla sua esistenza, libertà e ragione e l’affermazione
del suo pieno compimento solo in una prospettiva di fede, e al contrario
della sua auto-distruzione per la tentazione di autonomia antropocentrica.
Giovanni Paolo II, partendo da questa concezione, si pone in dialogo
con le problematiche sociali, etiche e filosofiche del mondo contemporaneo,
proponendo un nuovo umanesimo, fondato nella fede in Gesù
Cristo, in cui emerge con forza la strenua difesa della vita, libertà
e ragione dell’uomo. Gli assi portanti di questa proposta
sono indubbiamente le lettere encicliche Centesimus annus per la
dottrina sociale, Veritatis splendor ed Evangelium vitae per quanto
riguarda l’etica, e Fides et ratio sul rapporto fra fede e
ragione. (Agenzia Fides)
VATICANO - GLI INSEGNAMENTI DI GIOVANNI
PAOLO II (3)
La dottrina sociale (prima parte)
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Nel magistero di Giovanni
Paolo II ha svolto un grande ruolo l’elaborazione della dottrina
sociale e il giudizio sulla realtà politica e sociale e sugli
avvenimenti storici; importanza probabilmente legata alla sensibilità
di un uomo che aveva vissuto personalmente gli orrori dei due totalitarismi,
che sconvolsero il secolo passato ed investirono in pieno la nazione
polacca durante gli anni della sua giovinezza e del suo lavoro pastorale
come arcivescovo di Cracovia; inoltre il periodo del suo pontificato
è caratterizzato da importanti ed epocali sconvolgimenti
che hanno cambiato la politica mondiale e le sue problematiche,
come la caduta dei regimi comunisti dell’Europa orientale
nel 1989 e l’attacco terroristico da parte del fondamentalismo
islamico l’11 settembre 2001 con la conseguente guerra al
terrorismo.
L’annuncio della dottrina sociale è considerato decisivo
perché strumento della missione evangelica della Chiesa,
e “in quanto tale, annuncia Dio e il mistero di salvezza in
Cristo a ogni uomo e, per la medesima ragione, rivela l’uomo
a se stesso.”
Nell’agosto del 1980 in Polonia, in seguito agli scioperi
operai dei cantieri navali di Danzica, era nato ufficialmente il
sindacato cattolico di Solidarnosc, una delegazione del quale fu
ricevuta dal pontefice a Roma fra il 15 e il 18 gennaio 1981; un
mese dopo avere lasciato il policlinico Gemelli, in seguito all’attentato
in Piazza S. Pietro del 13 maggio, e soli nove giorni dopo l’apertura
del I Congresso nazionale di Solidarnosc a Danzica, il 14 settembre
1981 Giovanni Paolo II pubblica, nel novantesimo anniversario della
Rerum novarum di Leone XIII, la Laborem exercens, la sua prima enciclica
sociale, da molti interpretata come tentativo di fondare e difendere
dal punto di vista filosofico e teologico l’esperienza di
lotta sociale in pieno svolgimento in Polonia.
Papa Wojtyla affronta la questione sociale mettendo al centro della
sua riflessione la natura del lavoro e la dignità del lavoratore,
attingendo sicuramente anche alla sua esperienza personale di lavoratore
operaio nella Cracovia occupata dalle truppe tedesche. Accanto alla
difesa dei diritti dei lavoratori, della proprietà privata,
sempre comunque finalizzata al bene comune, e dei sindacati, Giovanni
Paolo II si sofferma anche, seguendo tutta la dottrina sociale della
Chiesa, sul “principio di priorità del lavoro nei confronti
del capitale”, criticando la teoria economica dell’
“economismo”, concezione che “considera il lavoro
esclusivamente in base alla sua finalità economica”.
Il Papa espone nel documento la dimensione spirituale del lavoro;
per mezzo del lavoro l’uomo si fa specchio “dell’azione
stessa del Creatore dell’universo”, con il lavoro gli
uomini sono chiamati ad “imitare Dio”; il lavoro riguarda
l’essere dell’uomo, non il fare, è un diritto
della persona necessario per la sua completa realizzazione umana;
il lavoro è stato nobilitato da Cristo, che per gran parte
della sua vita terrena è stato un lavoratore e la fatica
è vista come possibile partecipazione alla Passione di Cristo.
Meno di un anno dopo il viaggio apostolico dell’aprile 1987
nel Cile di Pinochet, caratterizzato dagli scontri fra polizia e
contestatori durante la messa del 3 aprile al parco O’Higgins
di Santiago, e in Argentina, il Papa pubblicava il 19 febbraio 1988
l’enciclica Sollicitudo rei socialis, formalmente datata il
30 dicembre 1987 per la commemorazione del ventesimo anniversario
della Popolorum progressio, enciclica di Paolo VI dedicata allo
sviluppo dei paesi del terzo mondo. (Agenzia Fides)
VATICANO - GLI INSEGNAMENTI DI GIOVANNI
PAOLO II (4)
La dottrina sociale (seconda parte)
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Giovanni Paolo II mette
l’accento sul dovere e la responsabilità morale dell’aiuto
da parte dei paesi sviluppati verso quelli in via di sviluppo, e
sottolinea nello stesso tempo il fatto che il peggioramento delle
condizioni del terzo mondo dall’epoca della Polorum progressio
sia anche dovuto, insieme alle responsabilità delle nazioni
sviluppate, a “indubbie, gravi omissioni da parte delle stesse
nazioni in via di sviluppo e, specialmente, da parte di quanti ne
detengono il potere economico e politico”; la critica del
Papa investe sia il capitalismo liberista, sia il collettivismo
marxista, ideologie “imperfette e tali da esigere una radicale
correzione” e che portano in sé una “tendenza
all’imperialismo, come si dice comunemente, o a forme di neo-colonialismo”;
lo scontro fra queste ideologie, trasferito nel terzo mondo, è
definito un “diretto ostacolo alla vera trasformazione delle
condizioni di sottosviluppo nei paesi in via di sviluppo o in quelli
meno avanzati.”; sulle pagine del “New York Times”,
dopo la pubblicazione dell’enciclica, il Papa fu accusato
di porre sullo stesso piano e di condannare ugualmente marxismo
e capitalismo.
Circa tre anni dopo la Sollecitudo rei socialis, per celebrare il
centenario della Rerum novarum, veniva firmata il 1 maggio 1991
la terza, più importante e innovativa enciclica sociale di
Papa Wojtyla, la Centesimus annus. Intanto però il treno
della storia aveva proseguito la sua corsa e due avvenimenti, in
particolare, avevano segnato la politica mondiale. Durante il 1989,
in seguito a rivoluzioni per lo più pacifiche, erano crollati,
a partire dalla Polonia i regimi comunisti dell’ Europa orientale;
nel giro di alcuni mesi l’ordine di Yalta, che aveva dominato
il mondo dopo la seconda guerra mondiale, era stato stravolto dalla
fine di uno dei due blocchi.
Nella notte fra il 16 e 17 gennaio del 1991 scoppia la guerra del
Golfo Persico. Una coalizione di stati occidentali e arabi, guidata
dagli Stati Uniti e sotto l’egida dell’ONU, attacca
l’Irak di Saddam Hussein, colpevole di aver occupato all’inizio
di agosto il piccolo sceiccato del Kuwait, ricco di petrolio; dando
così il via allo scontro armato con più paesi coinvolti
dalla fine della seconda guerra mondiale; il confronto militare
durerà fino la fine di febbraio quando le truppe irakene
lasciarono il Kuweit.
L’intento che origina la Centesimus annus è identificato
nel “guardare indietro” per “scoprire nuovamente
la ricchezza dei principi fondamentali” della Rerum novarum,
ma anche nel “guardare intorno, alle cose nuove, che ci circondano
e in cui ci troviamo, per così dire immersi” e nel
“guardare al futuro, quando già s’intravede il
terzo millennio dell’era cristiana, carico di incognite, ma
anche di promesse.” Già nell’introduzione del
documento viene dunque sottolineato l’approccio di questa
enciclica, caratterizzato da un profondo legame con i problemi dell’attualità;
Giovanni Paolo II si propone di giudicare culturalmente gli ultimi
avvenimenti politici e la realtà socio-economica empirica.
Il documento Papale inizia con un omaggio a Papa Leone XIII, la
cui originale applicazione dei principi morali cattolici alla situazione
sociale ed economica della fine del XIX secolo aveva creato quello
che Giovanni Paolo II chiama “un paradigma permanente per
la Chiesa”; la dignità del lavoro e dei lavoratori,
il diritto alla proprietà privata, il diritto di associazione,
quindi ai sindacati, il diritto ad un giusto salario, il diritto
alla libertà religiosa, erano principi ormai entrati nell’eredità
culturale della Chiesa. (Agenzia Fides)
VATICANO - GLI INSEGNAMENTI DI GIOVANNI PAOLO II (5)
La dottrina sociale (terza parte)
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Leone XIII aveva anche
previsto il fallimento del socialismo, determinato da un errore
antropologico nella concezione dell’uomo, legato all’ateismo;
da questa visione culturale errata della persona umana, che riduce
il valore singolo uomo e della sua libertà a “semplice
elemento e molecola dell’organismo sociale”, deriva,
secondo Giovanni Paolo II il crollo, anche da un punto di vista
economico, dei regimi comunisti.
La Centesimus annus non propone una via alternativa fra capitalismo
e marxismo, “la Chiesa non ha modelli da proporre”,
e in questo rappresenta una novità nei confronti della dottrina
sociale precedente. Vi è una valorizzazione dell’economia
libera di mercato, in quanto espressione della creatività
umana e spazio in cui si esercita la libera responsabilità
delle persone, e una distinzione fra diversi modelli di questa;
seguiamo Giovanni Paolo II nella risposta alla domanda sulle prospettive
future dopo la caduta del comunismo e se il capitalismo sia il modello
da proporre ai paesi che “cercano la via del vero progresso
economico e civile.”:
“Ritornando ora alla domanda iniziale, si può forse
dire che, dopo il fallimento del comunismo, il sistema sociale vincente
sia il capitalismo, e che verso di esso vadano indirizzati gli sforzi
dei paesi che cercano di ricostruire la loro economia e la loro
società? È forse questo il modello che bisogna proporre
ai paesi del terzo mondo, che cercano la via del vero progresso
economico e civile?
La risposta è ovviamente complessa. Se con capitalismo si
indica un sistema economico che riconosce il ruolo fondamentale
e positivo dell’impresa, del mercato, della proprietà
privata e della conseguente responsabilità per i mezzi di
produzione, della libera creatività umana nel settore dell’economia,
la risposta è certamente positiva, anche se forse sarebbe
più appropriato parlare di economia d’impresa, o di
economia di mercato, o semplicemente di economia libera. Ma se con
capitalismo si intende un sistema in cui la libertà del settore
dell’economia non è inquadrata in un solido contesto
giuridico che la metta al servizio della libertà umana integrale
e la consideri come una particolare dimensione di questa libertà,
il cui centro è etico e religioso, allora la risposta è
decisamente negativa.” .
Papa Wojtyla sottolinea con forza come la fine del marxismo non
significhi la fine dell’ingiustizia, dello sfruttamento, della
emarginazione, e della alienazione umana, intesa come perdita del
senso dell’esistenza; egli riconosce la positività
della libertà di mercato, ma nota come questa sia solo un
elemento della libertà umana e quando viene assolutizzata
nella continua ed esclusiva ricerca del profitto origini fenomeni
quali il consumismo e la distruzione ecologica.
Lo stato ha il compito di difendere il bene comune, in questo senso
deve regolare l’economia libera, ma ha dei limiti che non
può prevaricare, determinati dal rispetto della libertà
e creatività individuale; sempre riguardo il concetto di
stato si legge che “la Chiesa apprezza la democrazia, in quanto
assicura la partecipazione dei cittadini alle scelte politiche e
garantisce ai governanti la possibilità sia di eleggere e
controllare i governanti, sia di sostituirli in modo pacifico, ove
ciò risulti opportuno.” Un’autentica democrazia
è possibile comunque solo “in uno stato di diritto
e sulla base di una retta concezione della persona umana”;
una democrazia, non fondata nella verità, senza valori e
legata ad una concezione filosofica agnostica e relativista “si
converte facilmente in un totalitarismo aperto oppure subdolo, come
dimostra la storia.”
La forte sottolineatura e valorizzazione della libertà dell’uomo
si rispecchia anche nella concezione della società; la società,
come l’individuo, ha una “soggettività”
che si esprime nelle associazioni intermedie e volontarie: “diversi
gruppi intermedi, cominciando dalla famiglia fino ai gruppi economici,
sociali, politici e culturali, che, provenienti dalla stessa natura
umana, hanno -sempre dentro il bene comune- la loro propria autonomia.”;
da qui il necessario sostegno da parte dello stato a tali associazioni
intermedie. Si tratta della riformulazione, secondo una nuova prospettiva
e terminologia, del tradizionale principio di sussidiarietà
della dottrina sociale cattolica.
Anche riguardo la problematica dello sviluppo dei paesi del terzo
mondo la Centesimus annus introduce nuove categorie e concetti più
adeguati al mondo contemporaneo; in primo luogo il Papa, riprendendo
il principio della “destinazione universale dei beni della
terra”, afferma che fra questi oggi occorre considerare anche
“la proprietà della conoscenza, della tecnica e del
sapere”, bene, necessario per lo sviluppo non solo economico
ma umano, che occorre diffondere nei paesi del terzo mondo. Inoltre,
confrontandosi con le tesi terzomondiste favorevoli all’isolamento
economico dei paesi più poveri, si osserva: “L’esperienza
recente ha dimostrato che i paesi che si sono esclusi hanno conosciuto
stagnazione e regresso, mentre hanno conosciuto lo sviluppo i paesi
che sono riusciti a entrare nella generale interconnessione delle
attività economiche a livello internazionale. Sembra, dunque,
che il maggior problema sia quello di ottenere un equo accesso al
mercato internazionale, fondato non sul principio unilaterale dello
sfruttamento delle risorse naturali, ma sulla valorizzazione delle
risorse umane.”
Partendo dal presupposto che “la potenza terrificante dei
mezzi di distruzione” e la “sempre più stretta
connessione” fra i popoli della terra rendono arduo, se non
impossibile, limitare le conseguenze di un conflitto, Giovanni Paolo
II, citando la sua contrarietà al recente conflitto nel Golfo
Persico, ripete il suo “no” alla guerra, “che
distrugge la vita degli innocenti, che insegna a uccidere e sconvolge
ugualmente la vita degli uccisori, che lascia dietro di sé
uno strascico di rancori e di odi, rendendo più difficile
la giusta soluzione degli stessi problemi che l’hanno provocata.”,
e ribadisce la necessità di ricercare strumenti di soluzione
dei conflitti internazionali alternativi allo scontro armato. Durante
il suo pontificato Wojtila rimarrà fedele a questa linea
di contrarietà all’utilizzo della guerra come soluzione
delle problematiche politiche. (Agenzia Fides)
VATICANO - GLI INSEGNAMENTI DI GIOVANNI PAOLO II (6)
La dottrina etica (prima parte)
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Nel 1987, nella lettera
apostolica Spiritus Domini, pubblicata nel bicentenario della morte
del grande teologo morale del settecento S.Alfonso de Liguori, Giovanni
Paolo II esprime l’intenzione di affrontare “più
ampiamente e più profondamente le questioni riguardanti i
fondamenti stessi della teologia morale.” L’enciclica
Veritatis splendor, annunciata dunque fin dal 1987, reca la firma
del 6 agosto 1993, circa sei anni più tardi; nel frattempo
il 7 dicembre 1992 era stato presentato al pubblico il Catechismo
della Chiesa cattolica, in cui si trova l’esposizione completa
e sistematica della dottrina morale cristiana. La Veritatis splendor
affronta direttamente il problema dei fondamenti della dottrina
morale e rappresenta una chiara presa di posizione rispetto ad alcuni
indirizzi teologici postconciliari e alla confusione riguardo la
concezione del “bene”,tipica dell’epoca moderna;
nel documento si trova nel contempo una visione nuova della teologia
morale, che porta a compimento, in questo campo, l’opera di
rinnovamento teologico iniziata con il Concilio Vaticano II.
L’uomo è veramente libero e questa è la base
di ogni serio concetto di moralità, ma la libertà
umana è strettamente collegata alla verità e alla
legge; la vera libertà non è l’assolutizzazione
della scelta autonoma, ma può trovare la sua vera e piena
realizzazione solo nell’adesione al bene, la cui legge è
iscritta nel cuore dell’uomo, nella sua coscienza, e può
essere scoperta attraverso la luce della ragione naturale, “riflesso
nell’uomo dello splendore del volto di Dio”. Nell’uomo
vi è una tensione, una domanda di significato, di “vita
eterna”, che genera l’aspirazione alla bontà
e all’eccellenza.
Qui la persona può trovare il compimento del suo destino;
la domanda morale è prima che una una domanda sulle regole
da osservare, una domanda di pienezza di significato della propria
vita; così Giovanni Paolo II, all’inizio dell’enciclica,
commenta la domanda che il giovane ricco rivolge a Gesù:
“Maestro che cosa devo fare di buono per ottenere la vita
eterna?”: “Nel giovane, che il Vangelo di Matteo non
nomina, possiamo riconoscere ogni uomo che, coscientemente o no,
si avvicina a Cristo, redentore dell’uomo, e gli pone la domanda
morale. Per il giovane, prima che una domanda sulle regole da osservare,
è una domanda di pienezza di significato per la vita.”
La libertà non si oppone più alla legge divina, non
deve più piegarsi ad essa come nella teologia morale preconciliare,
ma trova nell’obbedienza ad essa e nella sequela di Cristo
la sua stessa realizzazione e il suo vero significato.
La Veritatis splendor afferma con forza l’esistenza di atti
“intrinsecamente malvagi”, come l’omicidio, il
genocidio, l’aborto, l’eutanasia, lo stesso suicidio
volontario; rifacendosi alla dottrina morale dei suoi predecessori
Wojtyla sottolinea inoltre come per la Chiesa non sia lecito “fare
il male, perché ne venga il bene”, ponendosi in contrasto
con le tesi “intenzionaliste”, tendenti a ridurre il
valore di un’azione alla sola intenzione del soggetto che
la compie, e con le teorie etiche “teleologiche, consequenzialiste
e proporzionaliste, che negano l’esistenza di norme morali
negative riguardanti comportamenti determinati e valide senza eccezioni.”
Una retta concezione della libertà umana e dei suoi limiti
è necessaria per il sorgere di una società più
giusta e una vera democrazia, affinché la “libertà
umana non distrugga se stessa”. (Agenzia Fides)
VATICANO - GLI INSEGNAMENTI DI GIOVANNI PAOLO II (7)
La dottrina etica (seconda parte)
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - L’anno 1994 è
dominato dalle polemiche fra Santa Sede e amministrazione americana,
sotto la presidenza di Clinton, per i lavori di preparazione della
Conferenza mondiale su popolazione e sviluppo del Cairo , che si
svolse dal 5 al 13 settembre e vide lo scontro di due diverse concezioni
culturali per la definizione della dichiarazione finale, in particolare
sul tema dell’aborto, che il governo americano voleva definire
“diritto umano fondamentale e strumento di pianificazione
familiare”, dei metodi per il controllo demografico e sulla
concezione della famiglia. Sei mesi dopo la conferenza, nel marzo
del 1995, Giovanni Paolo II pose la firma all’enciclica Evangelium
vitae sul valore e l’inviolabilità della vita umana,
che si apre con una panoramica delle minacce alla dignità
umana nel mondo contemporaneo, riassunte nell’espressione
“cultura della morte”. La vita è dono di Dio
e le democrazie che negano l’inalienabile diritto alla vita,
dal concepimento sino alla morte naturale si trasformano in “stato
tiranno”, che nega gli stessi diritti dell’uomo; è
questa “una minaccia capace, al limite, di mettere a repentaglio
lo stesso significato della vita democratica”: “Rivendicare
il diritto all’aborto, all’infanticidio, all’eutanasia
e riconoscerlo legalmente, equivale ad attribuire alla libertà
umana un significato perverso e iniquo: quello di un potere assoluto
sugli altri e contro gli altri. Ma questa è la morte della
vera libertà.”
Nell’enciclica Giovanni Paolo II prende anche posizione riguardo
il rapporto fra legge morale e civile, e sulle problematiche civili
che investono il cittadino cristiano: “L’aborto e l’eutanasia
sono dunque crimini che nessuna legge umana può pretendere
di legittimare. Leggi di questo tipo non solo non creano nessun
obbligo per la coscienza, ma sollevano un grave e preciso obbligo
di opporsi ad esse mediante obiezione di coscienza.”
Nessun parlamentare cristiano può votare tali leggi; tuttavia
veniva riconosciuta la possibilità che “quando non
fosse possibile scongiurare o abrogare completamente una legge abortista,
un parlamentare, la cui personale assoluta opposizione all’aborto
fosse chiara e a tutti nota, potrebbe lecitamente offrire il proprio
sostegno a proposte mirate a limitare i danni di una tale legge
e a diminuirne gli effetti negativi sul piano della cultura e della
moralità pubblica.”
Un certo realismo morale si ritrova anche nella trattazione della
sospensione delle cure mediche di malati terminali, consentite quando
“certi interventi medici non [sono] più adeguati alla
reale situazione del malato, perché ormai sproporzionati
ai risultati che si potrebbero sperare o anche perché troppo
gravosi per lui e per la sua famiglia.” Anche l’uso
di cure antidolorifiche, che possono abbreviare la vita, può
essere lecita, purché il loro scopo sia quello di alleviare
la sofferenza e non l’accelerazione della morte del paziente.
Novità sono introdotte riguardo la pena di morte; Giovanni
Paolo II limitava il criterio di “difesa della società”,
introdotto dal Catechismo del 1992 come criterio di giustificazione
della pena capitale, ai casi di “assoluta necessità”
e notava che “oggi, però a seguito dell’organizzazione
sempre più adeguata dell’istituzione penale, questi
casi sono ormai molto rari, se non addirittura inesistenti.”
(Agenzia Fides)
VATICANO - GLI INSEGNAMENTI DI GIOVANNI PAOLO II (8)
Fede e ragione
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Giovanni Paolo II il
31 ottobre 1992, dopo avere ascoltato la relazione della Commissione
pontificia sul caso Galileo, chiede un nuovo dialogo e incontro
fra religione e scienza, in quanto, pur essendo due ordini diversi
di conoscenza, fede e ragione non possono contraddirsi.
Il tema è ripreso dall’enciclica Fides et ratio, presentata
al pubblico il 15 ottobre 1998, soli quattro giorni dopo la canonizzazione
della pensatrice di origini ebree Edith Stein, poi divenuta suora
carmelitane e morta nel campo di concentramento nazista di Aushwitz.
Si trattava della prima grande presa di posizione pontificia sul
rapporto fra fede e ragione dal documento Dei filius del Vaticano
I (1869-1870) e l’enciclica Aeterni Patris di Leone XIII,
che aveva proposto il pensiero di S.Tommaso come modello della filosofia
e teologia cattoliche. Queste le prime parole del documento: “La
fede e la ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano
s’innalza verso la contemplazione della verità. È
Dio ad aver posto nel cuore dell’uomo il desiderio di conoscere
la verità e, in definitiva, di conoscere Lui, perché,
conoscendolo e amandolo, possa giungere anche alla piena verità
su se stesso.”
Viene introdotta, rispetto all’impostazione e terminologia
tomista, una prospettiva esistenziale; l’uomo ha delle “domande
di fondo che caratterizzano il percorso dell’esistenza umana:
chi sono? da dove vengo e dove vado? perché la presenza del
male? cosa ci sarà dopo questa vita?”.
La ricerca inizia come tentativo di rispondere a questi interrogativi.
Il Papa afferma con forza, in contrasto con il relativismo, lo scetticismo
e l’irrazionalismo di gran parte della filosofia del XX secolo,
la capacità della ragione dell’uomo di cogliere la
verità, la bellezza, l’uomo è aperto all’essere,
ha la possibilità di conoscerlo. La rivelazione completa
questo itinerario conoscitivo dell’uomo alla ricerca del senso
della vita, con un patrimonio di conoscenza che non proviene da
una speculazione, ma dall’accogliere nella fede la parola
di Dio.
Ragione e fede, come anche scienza, filosofia e teologia, sono due
ordini di conoscenza che non si contrappongono, ma si completano
a vicenda; la fede porta a compimento l’itinerario di ricerca
della ragione, la ragione aiuta ad approfondire le verità
di fede; siamo di fronte ad una ragione aperta alla fede ed a una
fede ragionevole: “la verità che ci proviene dalla
Rivelazione è, nello stesso tempo, una verità che
va compresa alla luce della ragione”.
La riflessione di Giovanni Paolo II rifiuta ogni svalutazione delle
capacità della ragione umana e riduzione fideistica o razionalistica
della conoscenza legata alla rivelazione; in altri termini riprende
con forza l’insegnamento tradizionale della Chiesa sulla distinzione
ma non separazione fra fede e ragione, ma lo arricchisce, rafforza
e rinnova con l’introduzione di una prospettiva esistenziale
e una poderosa fondazione biblica. (Agenzia Fides)
VATICANO - GLI INSEGNAMENTI DI GIOVANNI PAOLO II (9)
La Chiesa di Cristo
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - All’interno del
magistero di Giovanni Paolo II è molto ricca la riflessione
teologica ed ecclesiologica, il cui centro è indubbiamente
la concezione cristocentrica presentata nella Redemptor hominis;
la Chiesa nasce dal mistero di Cristo ed ha come unico compito,
come abbiamo già sottolineato, quello di rivolgere lo sguardo
dell’uomo verso il suo Redentore.
Una linea guida del pensiero di Wojtyla è la ripresa e rivisitazione
del Concilio Vaticano II e la proposta di una retta interpretazione
di esso, che spesso si pone in contrapposizione con le tendenze
più progressiste della teologia. È questa una preoccupazione
costante del pensiero del Papa anche testimoniata dal Sinodo straordinario
dei vescovi, che si svolse dal 25 novembre all’8 dicembre
1985 e aveva come argomento la “commemorazione, valutazione
e promozione” del Concilio Vaticano II nel XX anniversario
della sua conclusione. Anche lo slancio ecumenico, in particolare
verso la Chiesa ortodossa, e il grande Giubileo dell’anno
2000, meta di un cammino di conversione della Chiesa e possibile
inizio di un suo rinnovamento, sono due tematiche che ricorrono
continuamente nel suo magistero.
In questo sommario e sintetico accenno dei temi e delle problematiche
di fondo dei documenti teologici ed ecclesiologici del Papa possiamo
anche osservare come il Santo Padre rimanga sempre distante da un
astratto pensiero teologico, dedicando alla meditazione della S.Scrittura
un ruolo fondamentale e mettendo sempre in luce le conseguenze dei
principi nella vita del singolo uomo, della Chiesa e della società.
(Agenzia Fides – SEGUE)
VATICANO
GLI INSEGNAMENTI DI GIOVANNI PAOLO II (10)
Le encicliche sul Padre e sullo Spirito Santo
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - La Redemptor hominis,
incentrata sul mistero della redenzione di Cristo, trovò
suo compimento nella Dives in misericordia e nella Dominum et vivificantem,
le due encicliche, rispettivamente sulla misericordia di Dio e lo
Spirito Santo, che completano la riflessione di Giovanni Paolo II
sulle Persone della Trinità. La Dives in misericordia, firmata
il 30 novembre 1980, inizia con queste parole: “Dio ricco
di misericordia è colui che Gesù Cristo ci ha rivelato
come Padre: proprio il suo Figlio, in se stesso, ce l’ha manifestato
e fatto conoscere.” L’amore misericordioso di Dio, cominciato
già “nel mistero stesso della creazione” e continuato
nell’esperienza di tradimento e perdono del popolo ebraico,
viene pienamente svelato nel Figlio, Gesù Cristo, nella sua
morte e resurrezione. Il figlio della parabola del “figliol
prodigo” è visto come immagine dell’ “uomo
di tutti i tempi”, cosciente di avere “sciupato”
la sua figliolanza, di avere perso la sua dignità e la verità
di sé; i beni perduti vengono restituiti dal Padre al di
là di ogni giustizia in un abbraccio amoroso.
“Nella parabola del figlio prodigo non è usato neanche
una sola volta il termine giustizia, così come nel testo
originale, non è usato quello di misericordia; tuttavia il
rapporto della giustizia con l’amore, che si manifesta come
misericordia, viene con grande precisione inscritto nel contenuto
della parabola evangelica. Diviene più palese che l’amore
si trasforma in misericordia, quando occorre oltrepassare la precisa
norma della giustizia: precisa e spesso troppo stretta.”
Giovanni Paolo II non si ferma ad una interpretazione dei testi
biblici e a una riflessione teologica, ma presenta i risvolti sociali
di questo rapporto fra amore misericordioso e giustizia.
In una società in cui l’uomo è pieno di paura
e inquietudine per “il male sia fisico che morale”,
che minaccia direttamente “la libertà umana, la coscienza
e la religione”, la “giustizia da sola non basta”
a costruire la nuova “civiltà dell’amore”;
occorre permettere “a quella forza più profonda che
è l’amore di plasmare la vita umana nelle sue varie
dimensioni.”
Bisognerà aspettare il 1986 per avere l’enciclica Dominum
et vivificantem, una vera e propria esortazione, in vista del Giubileo
del 2000, alla Chiesa occidentale, perché tenga in maggiore
considerazione la terza Persona della Trinità, e al mondo,
affinché accolga il dono dello Spirito Santo.
Lo Spirito Santo è un “dono di Cristo” e continua
nella storia la Sua opera redentrice: “Tra lo Spirito Santo
e Cristo sussiste, dunque, nell’economia della salvezza, un
intimo legame, per il quale lo Spirito Santo opera nella storia
dell’uomo come un altro consolatore, assicurando in maniera
duratura la trasmissione e l’irradiazione della buona novella,
rivelata da Gesù di Nazaret.”
La Sua effusione è vista come “nuova comunicazione
salvifica di Dio”, un “nuovo inizio in rapporto al primo,
originario inizio del donarsi salvifico di Dio, che si identifica
con lo stesso mistero della creazione”.
Anche in questo caso il Santo Padre è lontano da ogni meditazione
astratta e sottolinea con forza il bisogno che ha il mondo di accogliere
l’opera dello Spirito, che agisce nella Chiesa, per riconoscere
il proprio peccato e i “segni e segnali di morte”, come
la corsa agli armamenti nucleari, l’indifferenza di fronte
alla povertà, il mancato rispetto della vita, il terrorismo;
per accettare il bisogno di redenzione e costruire una società
più giusta.
L’enciclica, la più lunga e articolata meditazione
Papale sullo Spirito Santo, assunse anche un grande significato
ecumenico verso le chiese orientali, per la grande attenzione dedicata
dalla teologia orientale al tema dello Spirito, e in quanto è
lo Spirito Santo che “indica le vie che portano all’unione
dei cristiani”, ed è anzi “la fonte suprema di
questa unità”. (Agenzia Fides – SEGUE)
VATICANO
GLI INSEGNAMENTI DI GIOVANNI PAOLO II (11)
Gli stati di vita nella Chiesa (prima parte)
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Giovanni Paolo II a
partire dal 1987 convocò tre assemblee ordinarie del Sinodo
dei vescovi per mettere a tema le implicazione della riflessione
ecclesiologica del Vaticano II, incentrata sul concetto di “communio”,
riguardo i tre stati di vita del cristiano, laicato, sacerdozio
e vita consacrata, e per richiamare alla comune vocazione alla santità
cui sono chiamati tutti i battezzati.
Il Sinodo sui laici si svolse dal 1 al 30 ottobre 1987, vide la
partecipazione di sessanta uditori laici, e portò alla pubblicazione,
il 30 dicembre 1988, della esortazione apostolica Christifideles
laici, che raccoglieva le conclusioni dei lavori sinodali.
Ogni cristiano con il battesimo è chiamato ad una vita di
santità, e per i laici la vocazione alla santità è
“intimamente connessa con la missione”. La responsabilità
missionaria dei laici si realizza nel mondo, continuano nel mondo
l’opera redentrice di Cristo; la santificazione del mondo,
inteso come società, cultura, lavoro è “l’ambito
e il mezzo della vocazione cristiana dei fedeli laici”.
Giovanni Paolo II sottolinea sia il pericolo del clericalismo, che
riduce la missione dei laici a una brutta copia di quella del clero,
negandone la specificità, sia la tentazione che il laicato
viva il suo “essere Chiesa” solo durante le celebrazioni
della domenica mattina e non in ogni momento e luogo della loro
vita, come dimensione, che, in forza del battesimo, dà forma
a tutta l’esistenza.
I laici, nella prospettiva di Giovanni Paolo II, sono dunque parte
integrante della Chiesa e vivono la missione e la comune vocazione
alla santità secondo una specifica modalità.
Sempre sul tema del laicato nella Familiaris consortio, l’esortazione
apostolica datata 22 novembre 1981 e frutto del Sinodo dei vescovi
che si tenne a Roma nell’autunno del 1980, sul tema “la
famiglia cristiana”, il Papa presenta i fondamenti teologici
e sacramentali del matrimonio e della famiglia, definita “uno
dei beni più preziosi dell’umanità”. Il
matrimonio è descritto come espressione dell’amore
intratritrinitario di Dio; largo spazio nel documento è anche
dedicato ai compiti delle famiglie cristiane all’interno della
società contemporanea.
Il Sinodo dei vescovi sulla formazione dei sacerdoti si tenne da
1 al 28 ottobre 1990 e fu completato il 25 marzo 1992 con la pubblicazione
dell’esortazione apostolica postsinodale Pastores dabo vobis.
La figura del sacerdote e della sua missione all’interno della
Chiesa trova la sua fonte e origine nella persona e missione di
Gesù Cristo: “I presbiteri sono, nella Chiesa e per
la Chiesa, una ripresentazione sacramentale di Gesù Cristo
Capo e Pastore, ne proclamano autorevolmente la parola, ne ripetono
i gesti di perdono e di offerta della salvezza, soprattutto col
Battesimo, la Penitenza e l’Eucarestia, ne esercitano l’amorevole
sollecitudine, fino al dono totale di sé per il gregge, che
raccolgono nell’unità e conducono al Padre per mezzo
di Cristo nello Spirito. In una parola, i presbiteri esistono ed
agiscono per l’annuncio del Vangelo al mondo e per l’edificazione
della Chiesa in nome di Cristo Capo e Pastore.”
Riguardo la formazione al sacerdozio si afferma che questa trova
il suo fondamento in una piena formazione umana; per essere sacerdoti
occorre in primo luogo essere pienamente uomini, maturi secondo
tutte le diverse dimensioni della persona. (Agenzia Fides –
SEGUE)
VATICANO
GLI INSEGNAMENTI DI GIOVANNI PAOLO II (12)
Gli stati di vita nella Chiesa (seconda parte)
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Si sottolinea l’importanza
di una approfondita formazione culturale in filosofia e teologia,
per rendere il Vangelo “credibile di fronte alle legittime
esigenze della ragione umana”, all’interno di un mondo
che, in molti paesi, ha raggiunto un alto livello di istruzione.
L’immagine di seminario proposta da Giovanni Paolo II è
quella di una “comunità educativa in cammino”,
la “continuazione nella Chiesa della comunità apostolica
stretta intorno a Gesù”, che prima di mandare i suoi
a predicare e guarire li vuole vicini a sé, li invita a “stare
con lui”.
La riflessione sul sacerdozio è completata dalla lettera
apostolica Ordinatio sacerdotalis, pubblicata il 29 maggio 1994;
con questa lettera Giovanni Paolo II, riprendendo la dichiarazione
della Congregazione per la dottrina della fede Inter insigniores
dell’ottobre 1976, affermava in modo chiaro e definitivo l’impossibilità
del sacerdozio femminile.
L’esortazione postsinodale Vita Consecrata del 25 marzo 1996,
conclude e completa invece i lavori del Sinodo dei vescovi dell’ottobre
1995 dedicato al tema “la vita consacrata e la sua funzione
nella Chiesa e nel mondo”. Il documento non si sofferma sulle
problematiche che investivano gli ordini religiosi, in particolare
la crisi vocazionale in Europa e nell’America settentrionale,
che avevano caratterizzato invece i lavori dell’assemblea,
ma ribadisce con forza la natura e l’essenza della vita consacrata.
La vita religiosa, il cui valore è sempre stato riconosciuto
dalla Chiesa, è definita “cuore stesso della Chiesa”
e “dono di Dio Padre alla sua Chiesa per mezzo dello Spirito”.
La vita spirituale degli uomini e delle donne che consacrano la
loro vita a Dio e al Suo servizio trova la sua fonte nell’
“amore per la bellezza divina”; sono persone che attraverso
il proprio ritiro dal mondo dedicano la loro vita alla contemplazione
e alla proclamazione della bellezza divina. L’immagine testamentaria,
usata dal Santo Padre, è quella della trasfigurazione sul
monte Tabor, nella quale Pietro, Giacomo e Giovanni contemplano
il volto radioso e trasfigurato di Cristo.
I voti acquistano particolare significato di testimonianza nel mondo
contemporaneo: il voto di obbedienza mostra, contro tutta la cultura
dominante, come libertà ed obbedienza si completino a vicenda;
quello di povertà nega l’odierna “idolatria del
Creato”; il voto di castità infine sfida l’edonismo
e testimonia la “potenza dell’amore di Dio nella fragilità
della condizione umana”, in quanto “la persona consacrata
attesta che quanto è creduto impossibile dai più diventa,
con la grazia del Signore Gesù, possibile e autenticamente
liberante.”
Ricca è anche la riflessione di Giovanni Paolo II sulla figura
e la missione del vescovo; possiamo, a questo proposito, ricordare
la lettera apostolica Apostolos tuos del luglio 1988, che definiva
i limiti dell’autorità delle conferenze episcopali,
un’innovazione introdotta con il Concilio, e soprattutto il
Sinodo ordinario dei vescovi dell’ottobre 2001 sul tema “il
vescovo: servitore del Vangelo di Gesù Cristo per la speranza
del mondo”, che ebbe come documento conclusivo l’esortazione
apostolica Pastores gregis, pubblicata il 16 ottobre 2003. (Agenzia
Fides – SEGUE)
VATICANO
GLI INSEGNAMENTI DI GIOVANNI PAOLO II (13)
Catechesi e vita sacramentale
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Giovanni Paolo II firma
la sua prima esortazione apostolica Catechesi tradendae, il giorno
del primo anniversario della sua elezione al pontificato, il 16
ottobre 1979. La catechesi, uno dei fondamentali doveri” della
Chiesa” ed “esperienza antica” quanto la Chiesa
stessa, nasce dal volere di Gesù Cristo, come sua ultima
consegna agli apostoli, prima di salire al Padre. Gesù Cristo,
nostro “unico maestro” è non solo origine della
catechesi, ma anche suo contenuto: “Si vuole sottolineare,
innanzitutto, che al centro stesso della catechesi noi troviamo
essenzialmente una persona: quella di Gesù di Nazareth, ….
L’oggetto essenziale e primordiale della catechesi è-
per usare un’espressione cara a S.Paolo, come pure alla teologia
contemporanea- il mistero del Cristo. Catechizzare è, in
un certo modo, condurre qualcuno a scrutare questo mistero in tutte
le sue dimensioni: …. È, dunque, svelare nella persona
di Cristo l’intero disegno eterno di Dio, che in essa si compie.
È cercare di comprendere il significato dei gesti e delle
parole di Cristo, dei segni da Lui operati, poiché essi ad
un tempo nascondono e rivelano il suo mistero. In questo senso,
lo scopo definitivo della catechesi è di mettere qualcuno
non solo in contatto, ma in comunione, in intimità con Gesù
Cristo: Egli solo può condurre all’amore del Padre
nello Spirito e può farci partecipare alla vita della Santa
Trinità.”
Ritroviamo un forte accento cristologico anche nella lettera apostolica
Dominicae cena del febbraio 1980 sul “mistero e culto dell’eucarestia”,
che nella Redemptor hominis era stata definita il “centro
e vertice della vita sacramentale”; il culto eucaristico,
che “ci rende Cristo sacralmente presente”, è
visto e meditato in questo documento in stretta relazione con la
vita del sacredoti e della Chiesa. Al sacramento dell’eucarestia
è anche dedicata l’ultima enciclica di Giovanni Paolo
II, Ecclesia de eucharistia, del 17 aprile 2003; inizia con queste
parole: “La Chiesa vive dell’eucarestia. Questa verità
non esprime soltanto un’esperienza quotidiana di fede, ma
racchiude in sintesi il nucleo del mistero della Chiesa.”
Nell’enciclica si trovano importanti considerazioni sul rapporto
fra eucarestia e problematica ecumenica, con l’affermazione
della necessità della piena comunione “nei vincoli
della professione di fede, dei sacramenti e del governo ecclesiastico”
per la concelebrazione, e sul decoro e la dignità della celebrazione
eucaristica.
Nell’ottobre del 1983 si svolse il Sinodo dei vescovi che
aveva come tema “la riconciliazione e penitenza nella missione
della Chiesa”; del dicembre del 1984 è l’esortazione
apostolica Reconciliatio et Paenitentia, che raccoglie le conclusioni
del Sinodo. Intanto però Giovanni Paolo II, nel dicembre
del 1983, aveva dato personalmente una testimonianza di riconciliazione
facendo visita in carcere ad Mehmet Alì Agca, l’uomo
che gli aveva sparato il 13 maggio 1981 in Piazza S.Pietro.
Ponendosi in contrapposizione rispetto ad una visione esclusivamente
positiva della natura umana, il documento afferma che un vero umanesimo
deve riconoscere che il peccato è “parte integrante
della verità sull’uomo”, in quanto la persona
è libera e compie atti morali; la riconciliazione inizia
con la croce di Cristo e sua espressione è la confessione
individuale, che, contro la pratica sempre più diffusa delle
“confessioni e assoluzioni generali”, è definita
“diritto inviolabile e inalienabile”. (Agenzia Fides
– SEGUE)
VATICANO
GLI INSEGNAMENTI DI GIOVANNI PAOLO II (14)
La missione (prima parte)
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Con la lettera apostolica
Egregiae virtutis, del 31 dicembre 1980, Giovanni Paolo II aveva
proclamato compatroni di Europa Cirillo e Metodio, i due fratelli
di Tessalonica che nell’IX secolo, con una missione approvata
sia dal vescovo di Roma, sia dal patriarca di Costantinopoli, evangelizzarono
la Moravia, dando inizio alla conversione dei popoli slavi. Con
questa lettera il Papa proponeva la visione di un’Europa cristiana
che travalicava la “cortina di ferro” e comprendeva
gli stessi paesi slavi dell’est comunista. Il 2 giugno 1985
una intera epistola enciclica è dedicata ai due missionari;
la Slavorum apostoli, che affronta il tema della cattolicità
della Chiesa, della problematica missionaria dell’inculturazione
e del rapporto fra cultura e Vangelo.
Partendo dal metodo missionario di Cirillo e Metodio, che usarono
la lingua natia, slava, nella liturgia e non il latino, inventando,
per questo l’alfabeto cirillico, Giovanni Paolo II sottolinea
come la Chiesa di Cristo sia cattolica proprio in quanto capace
di valorizzare la cultura dei diversi popoli e “completarla
con la luce della rivelazione”: “L’evangelo non
porta all’impoverimento o allo spegnimento di ciò che
ogni uomo, popolo e nazione, ogni cultura durante la storia riconoscono
e attuano come bene, verità e bellezza. Piuttosto, esso spinge
ad assimilare e a sviluppare tutti questi valori: a viverli con
magnanimità e gioia e completarli con la misteriosa e esaltante
luce della Rivelazione.”
La Slavorum apostoli assumeva un forte significato ecumenico verso
la Chiesa orientale e politico di critica verso i regimi comunisti
–solo il 19 ottobre 1984 era stato assassinato in Polonia
padre Jerzy Popieluszko- in quanto, con la celebrazione della conversione
dei popoli Slavi, ricordava le comuni radici cristiane dell’Europa
e la sua fondamentale unità culturale. (Agenzia Fides –
SEGUE)
VATICANO
GLI INSEGNAMENTI DI GIOVANNI PAOLO II (15)
La missione (seconda parte)
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - All’inizio del
1988 presso la Pontificia Università Urbaniana si tenne un
congresso internazionale dal titolo “La salvezza oggi”,
durante il quale, confrontandosi con un clima culturale e intellettuale
che si andava affermando all’interno della Chiesa cattolica,
che, partendo da una falsa interpretazione del Concilio Vaticano
II, perdeva di vista la vera natura della missione cristiana, il
cardinale Jozef Tomko, prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione
dei popoli, si poneva le seguenti domande: che senso aveva pregare
Gesù Cristo se egli non era il Redentore del mondo, la salvezza
degli uomini? Perché dare la propria vita per l’annuncio
del Vangelo, se questo era solo una delle molteplici forme assunte
dalla rivelazione divina? Come instaurare un vero dialogo con le
altre religioni, se i cristiani non erano certi della loro stessa
fede? Cosa serviva la Chiesa se l’evangelizzazione era ridotta
a promozione della giustizia sociale?
In questo quadro e per rispondere a tali domande nasce la Redemptoris
missio, la grande enciclica sulla “permanente validità
del mandato missionario” della Chiesa, cui Giovanni Paolo
II appose la firma il 7 dicembre 1990.
La Chiesa è “missionaria per sua natura, poiché
il mandato di Cristo non è qualcosa di contingente e esteriore,
ma raggiunge il cuore stesso della Chiesa”. Compito della
Chiesa è dirigere lo sguardo, la coscienza e l’esperienza
di tutta l’umanità verso il mistero di Cristo. Lui
è l’unico salvatore e non è possibile “introdurre
una qualsiasi separazione tra il Verbo e Gesù Cristo”,
in modo tale che il secondo appaia una manifestazione fra tante
della Parola di Dio: “Gesù è il Verbo incarnato,
persona una e indivisibile. Non si può separare Gesù
da Cristo, né parlare di un Gesù della storia, che
sarebbe diverso dal Cristo della fede. La Chiesa conosce e confessa
Gesù come il Cristo, il Figlio del Dio vivente: Cristo non
è altro che Gesù di Nazaret, e questi è il
Verbo di Dio fatto uomo per la salvezza di tutti.”
La salvezza, cui tutti sono chiamati, è solo in Cristo, ma
Giovanni Paolo II afferma, seguendo l’insegnamento del Vaticano
II, che coloro che “non hanno la possibilità di conoscere
o di accettare la rivelazione del Vangelo, di entrare nella Chiesa”
possono accedere alla salvezza “in virtù di una grazia
che, pur avendo una misteriosa relazione con la Chiesa, non li introduce
formalmente in essa, ma li illumina in modo adeguato alla loro situazione
interiore e ambientale. Questa grazia proviene da Cristo, è
frutto del suo sacrificio ed è comunicata dallo Spirito Santo.”
La missione della Chiesa si rivolge all’uomo nel pieno rispetto
della sua libertà: “La Chiesa propone, non impone nulla:
rispetta le persone e le culture, e si ferma davanti al sacrario
della coscienza.”
L’inculturazione, la traduzione dei valori cristiani nel linguaggio
di una diversa cultura, è processo lungo, faticoso, ma necessario,
che trova il suo fondamento nel metodo dell’incarnazione scelto
da Dio; deve rispettare due principi: “la compatibilità
con l’ evangelo e la comunione con la Chiesa universale. Certo
la giustizia sociale è un fine della missione ecclesiale,
ma deve essere perseguito attraverso l’educazione e la formazione
delle coscienze delle persone per mezzo dell’annuncio di Cristo,
“risvegliando le coscienze con l’evangelo”, e
non operando “direttamente sul piano economico o tecnico o
politico” o dando “un contributo materiale allo sviluppo”.
Nel documento il Papa indica tre grandi campi di missione “ad
gentes” ancora bisognosi di essere dissodati: zone in Africa,
America latina, Oceania, e in particolare in Asia, ancora non evangelizzate;
i “mondi e i fenomeni sociali nuovi”, come le immense
megalopoli nei paesi in via di sviluppo e i giovani, i profughi,
gli immigrati nelle società tradizionalmente cristiane; i
“moderni areopaghi”, identificati nei mass media, le
associazioni per i diritti umani, la tutela dell’infanzia
e della donna, il movimento ecologista , il mondo della scienza
e le istituzioni giuridiche e politiche internazionali.
Giovanni Paolo II durante il suo pontificato non formulò
solamente una dottrina della missione “ad gentes”, ma
si impegnò in prima persona, come testimoniano i suoi numerosi
viaggi apostolici in terre lontane e le “Assemblee speciali
del Sinodo dei vescovi” per l’Africa, l’Asia,
l’Oceania e per il Libano, terra martoriata dalla guerra.
(Agenzia Fides – SEGUE)
VATICANO
GLI INSEGNAMENTI DI GIOVANNI PAOLO II (16)
Ecumenismo
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Dopo anni di attività
e dialogo inter-religioso, culminati nell’incontro di preghiera
per la pace di Assisi del 1986, Giovanni Paolo II dedica all’impegno
ecumenico la sua dodicesima enciclica, Ut unum sint, che reca la
data del 25 maggio 1995. Il documento si apre con l’appello
“siano una sola cosa”, che “il Concilio Vaticano
II ha riproposto con così appassionato impegno” e si
presenta come una rilettura dei documenti conciliari su questo tema.
Il cammino ecumenico verso l’unità delle chiese cristiane
è concepito come cammino di “conversione del cuore”,
la cui “anima” è la preghiera; non c’è
vero ecumenismo senza conversione del cuore. Il vero dialogo ecumenico
“ha il carattere di una comune ricerca della verità,
in particolare sulla Chiesa”; nasce dalla preghiera ed ha
questa come suo frutto, adempie “contemporaneamente alla funzione
di un esame di coscienza.”
L’unità, che si può realizzare solo “nella
comune adesione all’integrità del contenuto della fede
rivelata”, esiste già come dono fatto da Cristo alla
sua Chiesa; l’impegno ecumenico consiste nell’esprimere
tale unità teologicamente e attraverso una adeguata forma
ecclesiastica nella legittima diversità.
Giovanni Paolo II rivolgeva grande attenzione alla Chiesa ortodosse
d’oriente, definite “chiese sorelle”, unite a
Roma nella comunione fondata sul battesimo, la successione apostolica,
il sacerdozio e l’eucarestia. Il modello per vivere tale comunione
viene individuato nell’esperienza di unità del primo
millennio: “In questa prospettiva, la Chiesa cattolica null’altro
vuole se non la piena comunione tra Oriente e Occidente. In ciò
si ispira all’esperienza del primo millennio”
Oriente e occidente sono portatori di tradizioni, culture, patrimoni
spirituali, che seppure diversi, provengono da una stessa origine
e si completano a vicenda; sono “i due polmoni” con
i quali la Chiesa di Cristo deve riprendere a respirare. Vengono
qui ripresi i temi della Orientale lumen, la lettera apostolica
pubblicata solo tre settimane prima, dove si rendeva omaggio all’eredità
culturale e liturgica della cristianità orientale, patrimonio
della Chiesa intera.
Nella Ut unum sint sono anche ricordati i risultati conseguito a
partire dal Vaticano II dal dialogo con le chiese riformate, con
le quali comunque rimanevano aperti importanti questioni teologiche:
il rapporto fra S.Scrittura e tradizione, la natura dell’eucarestia,
il ministero sacerdotale, l’autorità dottrinale della
Chiesa, Maria come immagine della Chiesa.
Troviamo una nuova grande apertura nell’invito rivolto dal
Papa ai cristiani ortodossi e riformati perché lo aiutassero
nella riflessione su una nuova modalità di esercizio del
primato di Pietro, definito “perpetuo e visibile principio
e fondamento dell’unità”, che nel corso della
storia per gli errori e i peccati degli uomini, per i quali Giovanni
Paolo II, seguendo Paolo VI, implora “perdono” è
divenuto motivo e simbolo di divisione. “Quale vescovo di
Roma so bene, e lo ho riaffermato nella presente lettera enciclica,
che la comunione piena e visibile di tutte le comunità, nelle
quali in virtù della fedeltà di Dio abita il suo Spirito,
è il desiderio ardente di Cristo. Sono convinto di avere
a questo riguardo una responsabilità particolare, soprattutto
nel constatare l’aspirazione ecumenica della maggior parte
delle comunità cristiane e ascoltando la domanda che mi è
rivolta di trovare una forma di esercizio del primato che, pur non
rinunciando in nessun modo all’essenziale della sua missione,
si apra a una situazione nuova.” (Agenzia Fides – SEGUE)
VATICANO
GLI INSEGNAMENTI DI GIOVANNI PAOLO II (17)
Maria, Madre della Chiesa (1)
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - A testimonianza della
grande devozione di Giovanni Paolo II per la figura della Madre
di Gesù, tipica di tutto il popolo polacco raccolto intorno
al santuario di Czestochowa, la Redemptor hominis si concludeva
proprio con il pensiero rivolto a Maria, cui si deve rivolgere la
preghiera dell’uomo per essere introdotto nel mistero di Gesù
Cristo.
Nel 1987 il Papa dedicherà a Maria la sua sesta enciclica,
Redemptoris Mater. Nell’avvicinarsi dell’anno 2000 il
Papa sente il bisogno di rivolgere lo sguardo verso Maria Madre
di Gesù e Madre della Chiesa, che occupa un “preciso
posto nel piano della salvezza”, in quanto unisce i due grandi
momenti dell’azione dello Spirito Santo nella storia salvifica,
il concepimento di Gesù e la discesa dello Spirito durante
la Pentecoste. La Chiesa deve guardare a sua Madre, che è
“al centro della Chiesa in cammino”, per la sua conversione
e unità, in vista di fine millennio; qui trova la sua ragione
ultima la proclamazione dell’anno mariano, iniziato proprio
nel giugno 1987.
Giovanni Paolo II affronta anche il tema dell’importanza di
Maria per le donne; la superiorità della “Chiesa mariana”
del discepolato rispetto alla “Chiesa petrina” del ministero
sottolinea la fondamentale uguaglianza di tutti i cristiani nel
battesimo, fra uomini e donne, laici e religiosi, che precede qualsiasi
distinzione di funzione; inoltre Maria è un modello “che
getta luce sulla donna in quanto tale”, che “che trova
in lei il segreto per vivere degnamente la sua femminilità
e attuare la sua vera promozione”.
Questa tematica è ripresa nella Mulieris dignitatem, la lettera
apostolica del 15 agosto 1988, che chiude l’anno mariano;
è una meditazione fondata teologicamente e biblicamente sulla
dignità della donna; il mancato rispetto della donna e la
distorsione del rapporto uomo-donna nascono, non principalmente
da un fattore culturale, ma dal peccato, che rompe la comunione
di persone voluta da Dio e fondamento dell’uguaglianza di
uomini e donne, fatti a Sua immagine. Uguaglianza, che comunque
secondo il Papa, non elimina la differenza vocazionale. La vocazione
femminile vive di due “dimensioni particolari nella realizzazione
della personalità femminile”: maternità e verginità,
che trovano una sintesi nella figura di Maria.
Quattro anni più tardi con la lettera apostolica del 16 ottobre
2002, Rosarium virginis Mariae, il Santo Padre introdurrà
i “misteri luminosi” all’interno della preghiera
del rosario alla Santa Vergine, cambiando una tradizione secolare
e affermando un più stretto legame fra culto di Maria e centralità
di Gesù Cristo. (Agenzia Fides – SEGUE)
VATICANO
GLI INSEGNAMENTI DI GIOVANNI PAOLO II (18)
La Chiesa in cammino verso il Terzo Millennio
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Il 14 novembre 1994
viene pubblicata la lettera apostolica Terzo millennio adveniente,
sul grande Giubileo del 2000, un tema definito “chiave ermeneutica”
dell’intero pontificato e da sempre presente nel magistero
di Giovanni Paolo II fin dalla prima sua enciclica Redemptor hominis,
dove il periodo che avrebbe condotto al 2000 era definito “nuovo
avvento”.
Il grande significato dell’anno 2000 si fonda nel fatto di
essere il bimillenario dell’incarnazione, il momento in cui
Dio ha risposto alla ricerca del divino da parte dell’uomo,
mandando suo Figlio, per permettere agli uomini di “vivere
della pienezza della vita in Dio”. Cristo ha rivelato l’uomo
a se stesso, la verità dell’essere umano; per questo
l’anno 2000 segna anche il bimillenario della nascita di un
nuovo umanesimo.
Con l’incarnazione, scrive il Santo Padre, “l’eternità
è entrata nel tempo”, è stata rivelata la verità
del tempo, il Figlio di Dio, entrando nel mondo, ha elevato il tempo,
facendolo entrare nella vita stessa di Dio; nasce dunque il dovere
di santificare il tempo e il Giubileo trae proprio da questo concetto
la sua origine. La preparazione per la fine del millennio è
vista come cammino di conversione e preghiera per la Chiesa, in
vista di una nuova primavera di vita cristiana.
Nel gennaio del 2001, mentre si chiudeva il grande Giubileo, Giovanni
Paolo II firmava la lettera apostolica Novo millennio ineunte, in
cui, per così dire, faceva un bilancio dell’anno giubilare
e delineava il compito della Chiesa per il futuro. L’eredità
del Giubileo era vista nell’incontro con Cristo e nella contemplazione
del Suo volto e il compito dei cristiani nel comunicare Cristo agli
uomini, che “chiedono ai credenti di oggi non solo di parlare
di Cristo, ma in un certo senso, di farlo loro vedere.” (Agenzia
Fides – FINE)
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