VATICANO
GIOVANNI PAOLO II: ECUMENISMO E DIALOGO (1)
Un Magistero all’insegna della cultura del dialogo
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Nel 1994, parlando
alla VI Assemblea Generale della “Conferenza Mondiale delle
Religioni per la Pace”, Giovanni Paolo II disse: “Il
dialogo è più che mai necessario. Infatti mentre
le vecchie barriere cadono, ne emergono di nuove, ogni volta che
le verità e i valori fondamentali vengono dimenticati o
trascurati anche fra coloro che si professano religiosi. Attraverso
il dialogo interreligioso siamo in grado di testimoniare quelle
verità che costituiscono il punto di riferimento necessario
per l’individuo e per la società: la dignità
di ogni essere umano indipendente dalla sua origine etnica, dalla
sua appartenenza religiosa” (Discorso alla VI Assemblea
Generale della “Conferenza Mondiale delle Religioni per
la Pace” del 3 novembre 1994). Uno dei punti su cui il Papa
ritornò molte volte in tutto il suo pontificato fu quello
dell’Ecumenismo e del Dialogo. Egli riconobbe infatti con
evidente chiarezza che solo dal dialogo era possibile che nascesse
la pace: “la religione non è, e non deve diventare,
un pretesto per i conflitti, soprattutto quando l’identità
religiosa, culturale ed etnica coincidono. La religione e la pace
vanno di pari passo […]. Il compito che dovremo affrontare
sarà quello di promuovere una cultura del dialogo”
(Incontro in occasione dell’Assemblea Interreligiosa “Alle
soglie del Terzo Millennio: la collaborazione fra le diverse religioni”
del 28 ottobre 1999). Durante il suo lungo pontificato Giovanni
Paolo II fece sì che si sviluppasse questa cultura del
dialogo: oltre ai numerosi incontri con i rappresentanti delle
numerose confessioni cristiane, egli dedicò a questo tema
una Enciclica, “Ut unum sint”, nell’anno 1995;
inoltre favorì e realizzò due incontri di preghiera
per la pace insieme a tutti i rappresentanti delle religioni mondiali
nel 1986 e nel 2002 e nei numerosi viaggi ebbe la possibilità
di rivolgere parole e incoraggiamenti ai fedeli di altre religioni.
(Agenzia Fides – SEGUE)
VATICANO
GIOVANNI PAOLO II: ECUMENISMO E DIALOGO (2)
Ecumenismo: sollecitudine pastorale in tutto il Pontificato
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - “Io stesso
ho più volte affermato che il movimento teso alla ricomposizione
dell'unità di tutti i cristiani è una delle grandi
sollecitudini pastorali del mio Pontificato. Oggi, a venticinque
anni dalla mia elezione alla Sede di Pietro, ringrazio il Signore
perché posso constatare che nel cammino ecumenico, pur
con alterne vicende, sono stati fatti passi importanti e significativi
verso la mèta” (Messaggio al card. Kasper del 3 novembre
2003, n. 2). Così il Papa scriveva rivolgendosi al Presidente
del Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei
Cristiani alla fine del 2003. E sicuramente quella di Giovanni
Paolo II è un’analisi corretta. In tutto il suo lungo
pontificato infatti non ha mai smesso di promuovere il dialogo
ecumenico e i rapporti con le altre religioni. E, come nota il
Pontefice stesso, “sono stati fatti passi importanti e significativi
verso” l’unità fra le Chiese. Ma nella coscienza
del Pontefice è sempre viva l’evidenza che “la
via ecumenica non è una via facile. A mano a mano che progrediamo,
gli ostacoli sono più facilmente individuati e la loro
difficoltà è più lucidamente avvertita. […]
La prospettiva della piena comunione visibile può a volte
ingenerare fenomeni e reazioni dolorose in chi vuole accelerare
a tutti costi il processo, o in chi si scoraggia per il lungo
cammino ancora da percorrere” (Messaggio al card. Kasper
del 3 novembre 2003, n. 3). Ma altresì è evidente
nel pensiero di Giovanni Paolo II che il cammino ecumenico una
volta intrapreso non può essere interrotto: questo cammino
è sostenuto dalla preghiera, ripete di frequente il Papa,
in quanto “soltanto un’intensa spiritualità
ecumenica, vissuta nella docilità a Cristo e nella piena
disponibilità ai suggerimenti dello Spirito, ci aiuterà
a vivere con il necessario slancio questo periodo intermedio durante
il quale dobbiamo fare i conti con i nostri progressi e con le
nostre sconfitte, con le luci e con le ombre del nostro cammino
di riconciliazione” (Messaggio al card. Kasper del 3 novembre
2003, n. 5). (Agenzia Fides – SEGUE)
VATICANO
GIOVANNI PAOLO II: ECUMENISMO E DIALOGO (3)
Natura dell’Ecumenismo, obiettivi, modalità
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Durante l’Incontro
di preghiera ad Assisi del 2002, il Papa chiarì nuovamente
due delle linee fondamentali del dialogo e dell’ecumenismo,
cioè il fatto che non si debba cercare un unione sincretistica
fra le religioni, ipotizzando ad esempio una preghiera comune,
né tanto meno si debba immaginare un’ipotesi relativistica,
per cui tutte le religioni, alla fine, sarebbero identiche e vere.
Occorre un vero rispetto e amore per l’altro, le sue tradizione,
la sua identità: solo da qui, afferma continuamente nel
suo pontificato, il dialogo è vero dialogo. “Unico
è lo scopo e medesima è l'intenzione, ma pregheremo
secondo forme diverse, rispettando le altrui tradizioni religiose.
Anche in questo, in fondo, c'è un messaggio: vogliamo mostrare
al mondo che lo slancio sincero della preghiera non spinge alla
contrapposizione e meno ancora al disprezzo dell’altro,
ma piuttosto ad un costruttivo dialogo, nel quale ciascuno, senza
indulgere in alcun modo al relativismo né al sincretismo,
prende anzi più viva coscienza del dovere della testimonianza
e dell’annuncio” (Discorso ai rappresentanti delle
varie religioni del mondo del 24 gennaio 2002, n. 7). Ma da dove
può nascere l’unità tanto desiderata con le
Chiese? Il Papa non tralascia mai di annunciare che essa è
un dono di Dio, di quel Dio che si è rivelato in Cristo
e ha lasciato la sua presenza reale nella Chiesa: “Una tale
unità può essere solo dono di Dio. È molto
di più che una federazione, una società, un mezzo
che permette ai seguaci di Cristo di fare insieme alcune cose.
[…] È un’unità che non è altro
che partecipare a quella comunione che è la vita interiore
del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. È un’unità
nella professione della fede apostolica. È un’unità
in quella vita sacramentale mediante la quale Gesù Cristo
tocca le vite umane con la sua salvezza e conserva la comunione
dei credenti in un solo corpo visibile. È anche un’unità
con l’autorità magisteriale visibile della Chiesa,
che nel disegno di Dio esprime necessariamente la propria comunione
interiore. Solo una unità profondamente interiore e tuttavia
pienamente visibile come questa può adeguarsi alla missione
di Cristo che è quella di ricostituire il tessuto connettivo
dell’umanità sconvolto dal peccato” (Pellegrinaggio
in Nuova Zelanda, Omelia del 24 novembre 1986, n. 3). Ma l’obiettivo
del dialogo, in particolar modo con le altre confessioni cristiane,
si raggiunge, ripete spesso il Papa, nel dialogo, nella riflessione
teologica, nel comune studio delle Scritture, nella collaborazione
per la pace, la giustizia e il servizio all’uomo, nella
testimonianza e nella preghiera. “Siamo convinti che l’obiettivo
non è semplicemente lo stare insieme; non è altro
che la pienezza della comunione in una unità visibile,
organica. La via ecumenica non può essere una via riduttiva.
È invece un viaggio di crescita nella pienezza di Cristo,
la pienezza dell’unità. È un viaggio in cui
le Chiese e le comunità ecclesiali che vi prendono parte
devono avere un autentico rispetto reciproco per i loro doni e
tradizioni, aiutandosi l’un l’altra verso quella unità
nella fede che sola può permetterci di essere un’unica
Chiesa e di condividere una sola Eucaristia” (Pellegrinaggio
in Nuova Zelanda, Omelia del 24 novembre 1986, n. 5). (Agenzia
Fides – SEGUE)
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GIOVANNI PAOLO II: ECUMENISMO E DIALOGO (4)
L’Ecumenismo Spirituale e la Spiritualità Ecumenica
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Lo strumento che
Giovanni Paolo II instancabilmente indica come fondamentale per
il raggiungimento dell’unità fra i cristiani è
la preghiera. Questa coscienza nasce dalla consapevolezza che
“nell'attuale situazione dell'ecumenismo, è importante
considerare che solo lo Spirito di Dio è in grado di darci
la piena unità visibile; solo lo Spirito di Dio può
infondere nuovo fervore e coraggio. Ecco perché va sottolineata
l'importanza dell'ecumenismo spirituale, che costituisce l'anima
di tutto il movimento ecumenico” (Omelia a conclusione della
Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani
del 25 gennaio 2003, n. 4). Il primato della preghiera non sminuisce
in nulla, afferma con costanza Giovanni Paolo II, il valore del
dialogo teologico, fondamentale perché si possa giungere
ad una unità che si fondi saldamente sulla verità;
tuttavia la preghiera allo Spirito Santo è per il Papa
l’unica possibilità perché il cuore dell’uomo
si apra alla verità e la possa comprendere. Allora, spiega
il Pontefice, “l’ecumenismo spirituale si realizza
in primo luogo per mezzo della preghiera elevata a Dio, quando
è possibile, in comune. […] Alla preghiera si aggiunge
l'ascolto della Parola di Dio nella Sacra Scrittura, fondamento
e nutrimento della nostra fede. Non c'è poi riavvicinamento
ecumenico senza conversione del cuore, senza santificazione personale
e rinnovamento della vita ecclesiale” (Omelia a conclusione
della Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani
del 25 gennaio 2003, n. 5). Il pontificato di Giovanni Paolo II,
sulle orme del Concilio Vaticano II e dei pontefici precedenti,
ha favorito e sostenuto l’azione delle comunità di
vita consacrata e dei movimenti spirituali che svolgono un ruolo
singolare “nel favorire l'incontro con le antiche venerabili
Chiese dell'Oriente, improntate allo spirito monastico. Incoraggianti
segni di promettente ripresa della vita spirituale sono presenti
anche nell'ambito delle Comunità ecclesiali dell'Occidente”
(Omelia a conclusione della Settimana di Preghiera per l’Unità
dei Cristiani del 25 gennaio 2003, n. 5). (Agenzia Fides –
SEGUE)
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GIOVANNI PAOLO II: ECUMENISMO E DIALOGO (5)
L’Enciclica “Ut unum sint” (prima parte)
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Nel 1995 il Papa
pubblicò la Lettera Enciclica “Ut unum sint”
sul dialogo ecumenico. Fin dalle prime pagine di questa Enciclica
Giovanni Paolo II professò di voler intraprendere e continuare
ogni possibile via di dialogo per radunare tutti nell’unità.
“Nell'attuale situazione di divisione fra i cristiani e
di fiduciosa ricerca della piena comunione, i fedeli cattolici
si sentono profondamente interpellati dal Signore della Chiesa.
Il Concilio Vaticano II ha rafforzato il loro impegno con una
visione ecclesiologica lucida e aperta a tutti i valori ecclesiali
presenti tra gli altri cristiani. I fedeli cattolici affrontano
la problematica ecumenica in spirito di fede” (Lettera Enciclica
“Ut unum sint” del 25 maggio 1995, n. 10). Il primo
passo in una via ecumenica è sicuramente la conversione
del cuore: “sia alla conversione personale che a quella
comunitaria. L'aspirazione di ogni Comunità cristiana all'unità
va di pari passo con la sua fedeltà al Vangelo. Quando
si tratta di persone che vivono la loro vocazione cristiana, esso
parla di conversione interiore, di un rinnovamento della mente”
(Lettera Enciclica “Ut unum sint” del 25 maggio 1995,
n. 15). Il secondo passo è poi la spinta di riforma, intesa
come rilettura della Tradizione Apostolica: “La crescente
comunione in una continua riforma, realizzata alla luce della
Tradizione apostolica, è senza dubbio, nell'attuale situazione
del popolo cristiano, uno dei tratti distintivi e più importanti
dell'ecumenismo. D'altra parte, essa è anche una essenziale
garanzia per il suo avvenire” (Lettera Enciclica “Ut
unum sint” del 25 maggio 1995, n. 17). Il terzo passo, che
deve sempre accompagnare la conversione e la riforma è
la preghiera: “La preghiera, la comunità di preghiera,
ci permette sempre di ritrovare la verità evangelica delle
parole "uno solo è il Padre vostro"” (Lettera
Enciclica “Ut unum sint” del 25 maggio 1995, n. 26).
Allora il dialogo ecumenico è una comune ricerca della
verità in un contesto di pura preghiera di cui, dice il
Papa, essa è condizione e frutto.
I frutti del dialogo inteso come comune ricerca della verità
in un contesto di preghiera sono, scrive il Papa nell’Enciclica
“Ut unum sint”, numerosi. Il primo è sicuramente
una fraternità ritrovata, come capacità di accogliere
l’altro a partire da ciò che unisce. Altro frutto
del dialogo è la solidarietà nel servizio all’umanità,
cioè il comunicare la volontà di Dio attraverso
la presa di posizione su problemi importanti che toccano la vocazione
umana, la libertà, la giustizia e la pace. Poi il rinnovamento
del culto e della liturgia, per mezzo da un lato degli studi comuni
e del dibattito teologico che ha permesso la pubblicazione di
traduzioni comuni della Scrittura, dall’altro una serie
di atti convergenti nella ricezione della tradizione liturgica,
per cui lentamente le “divergenze” sorte nei secoli
si appianano. Altro frutto del dialogo è la capacità
di apprezzare i beni presenti fra gli altri cristiani: “Il
dialogo non si articola esclusivamente attorno alla dottrina,
ma coinvolge tutta la persona: esso è anche un dialogo
d'amore. […] Questo contatto diretto, a vari livelli, tra
i pastori e tra i membri delle Comunità, ci ha fatto prendere
coscienza della testimonianza che gli altri cristiani rendono
a Dio e a Cristo. Si è così aperto un vastissimo
spazio per tutta l'esperienza ecumenica, che è allo stesso
tempo la sfida che si pone a questa nostra epoca.” (Lettera
Enciclica “Ut unum sint” del 25 maggio 1995, n. 47-48).
Infine, ultimo frutto del dialogo ecumenico indicato dal Papa
è la crescita della comunione attraverso un comune studio
e dibattito teologico: “Frutto prezioso delle relazioni
tra i cristiani e del dialogo teologico che essi intrattengono
è la crescita della comunione. Le une e l'altro hanno reso
consapevoli i cristiani degli elementi di fede che essi hanno
in comune. Ciò è servito a cementare ulteriormente
il loro impegno verso la piena unità” (Lettera Enciclica
“Ut unum sint” del 25 maggio 1995, n. 49). (Agenzia
Fides – SEGUE)
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GIOVANNI PAOLO II: ECUMENISMO E DIALOGO (6)
L’Enciclica “Ut unum sint” (seconda parte)
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Come si realizza
il cammino di dialogo ecumenico? Giovanni Paolo II afferma con
determinazione nella terza parte dell’Enciclica “Ut
unum sint” che “L'ecumenismo implica che le Comunità
cristiane si aiutino a vicenda affinché in esse sia veramente
presente tutto il contenuto e tutte le esigenze dell'"eredità
tramandata dagli Apostoli". Senza di ciò, la piena
comunione non sarà mai possibile. Questo vicendevole aiuto
nella ricerca della verità è una forma suprema della
carità evangelica” (Lettera Enciclica “Ut unum
sint” del 25 maggio 1995, n. 78). Il fine di tutto il cammino
ecumenico è uno solo, e il Papa non manca di affermarlo:
“si deve ora passare all'unità visibile necessaria
e sufficiente, che si iscriva nella realtà concreta, affinché
le Chiese realizzino veramente il segno di quella piena comunione
nella Chiesa una, santa, cattolica e apostolica che si esprimerà
nella concelebrazione eucaristica” (Lettera Enciclica “Ut
unum sint” del 25 maggio 1995, n. 78). I punti su cui occorre
che le Chiese riflettano insieme sono numerosi: “1) le relazioni
tra sacra Scrittura, suprema autorità in materia di fede
e la sacra Tradizione, indispensabile interpretazione della parola
di Dio; 2) l'Eucaristia, sacramento del Corpo e del Sangue di
Cristo, offerta di lode al Padre, memoriale sacrificale e presenza
reale di Cristo, effusione santificatrice dello Spirito Santo;
3) l'Ordinazione, come sacramento, al triplice ministero dell'episcopato,
del presbiterato e del diaconato; 4) il Magistero della Chiesa,
affidato al Papa e ai Vescovi in comunione con lui, inteso come
responsabilità e autorità a nome di Cristo per l'insegnamento
e la salvaguardia della fede; 5) la Vergine Maria, Madre di Dio
e icona della Chiesa, Madre spirituale che intercede per i discepoli
di Cristo e tutta l'umanità” (Lettera Enciclica “Ut
unum sint” del 25 maggio 1995, n. 79). Questo è accompagnato
da una comune riflessione sulla santità, che con la preghiera
è il cardine del dialogo. (Agenzia Fides – SEGUE)
VATICANO
GIOVANNI PAOLO II: ECUMENISMO E DIALOGO (7)
Gli incontri di preghiera ad Assisi
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Ben consapevole del
rischio di incomprensione che sarebbe potuto nascere da un momento
di incontro dei rappresentanti di tutte le religioni mondiali,
Giovanni Paolo II volle ugualmente riunirli il 27 ottobre 1986
ad Assisi perché insieme rivolgessero a Dio una preghiera
per la pace nel mondo. Il Papa, accogliendo i vari rappresentanti
volle chiarire il significato più profondo di quel gesto
dicendo:“Il trovarsi insieme di tanti capi religiosi per
pregare è di per sé un invito oggi al mondo a diventare
consapevole che esiste un’altra dimensione della pace e
un altro modo di promuoverla, che non è il risultato di
negoziati, di compromessi politici o di mercanteggiamenti economici.
Ma il risultato della preghiera, che, pur nella diversità
di religioni, esprime una relazione con un potere supremo che
sorpassa le nostre capacità umane da sole” (Discorso
ai rappresentanti delle diverse religioni convenuti in Assisi
per la Giornata Mondiale di Preghiera per la Pace del 27 ottobre
1986, n. 1). Il Papa si mosse nel solco della Tradizione della
Chiesa e soprattutto sulla linea del magistero espresso dal Concilio
Vaticano II: “Appunto perché Cristo è il centro
di tutto nella storia e nel cosmo, e perché nessuno «va
al Padre se non per Lui», possiamo rivolgerci alle altre
religioni con un atteggiamento intessuto nel contempo di sincero
rispetto e di fervida testimonianza del Cristo, in cui crediamo.
Ci sono infatti in esse i «semina verbi», i «raggi
dell'unica verità» di cui parlavano già i
primi Padri della Chiesa, viventi ed operanti in mezzo al paganesimo,
e a cui fa riferimento il Concilio Vaticano II” (Udienza
generale del 22 ottobre 1986, n. 3). Volendo ben chiarire le modalità
dell’incontro di Assisi, affermò con decisione che
“il fatto che noi siamo venuti qui non implica alcuna intenzione
di ricercare un consenso religioso tra noi o di negoziare le nostre
convinzioni di fede. Né significa che le religioni possono
riconciliarsi sul piano di un comune impegno in un progetto terreno
che le sorpasserebbe tutte. Né esso è una concessione
a un relativismo nelle credenze religiose, perché ogni
essere umano deve sinceramente seguire la sua retta coscienza
nell’intenzione di cercare e di obbedire alla verità.
Il nostro incontro attesta soltanto che nel grande impegno per
la pace, l’umanità, nella sua stessa diversità,
deve attingere dalle sue più profonde e vivificanti risorse,
in cui si forma la propria coscienza e su cui si fonda l’azione
di ogni popolo” (Discorso ai rappresentanti delle diverse
religioni convenuti in Assisi per la Giornata Mondiale di Preghiera
per la Pace del 27 ottobre 1986, n. 2). (Agenzia Fides –
SEGUE)
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GIOVANNI PAOLO II: ECUMENISMO E DIALOGO (8)
La lezione ecumenica sulle orme del Concilio Vaticano II: il
dialogo con gli Ebrei
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Rileggendo l’incontro
di preghiera ad Assisi del 1986 a pochi mesi di distanza, Giovanni
Paolo II spiegò che esso può “essere considerato
come un’illustrazione visibile, una lezione dei fatti, una
catechesi a tutti intelligibile, di ciò che presuppone
e significa l’impegno ecumenico e l’impegno per il
dialogo interreligioso raccomandato e promosso dal concilio Vaticano
II. Come fonte ispiratrice e come orientamento fondamentale per
tale impegno c’è sempre il mistero dell’unità,
sia quella già raggiunta in Cristo per la fede e il battesimo,
sia quella che si esprime nell’“ordinazione”
al popolo di Dio, e quindi ancora da raggiungere pienamente”
(Discorso alla Curia Romana del 22 dicembre 1986, n. 7-8). Il
Papa, in tutto il suo pontificato, come anche lui stesso ebbe
a dire di frequente, ispirò le sue iniziative ecumeniche
e di dialogo al magistero espresso dal Concilio Vaticano II. Un
esempio chiarificatore di questa nuova spinta di dialogo fu sicuramente
la storica visita del Papa alla Sinagoga di Roma nell’aprile
del 1986. In quell’occasione ebbe a dire: “Questo
incontro conclude, in certo modo, dopo il pontificato di Giovanni
XXIII e il Concilio Vaticano II, un lungo periodo sul quale occorre
non stancarsi di riflettere per trarne gli opportuni insegnamenti.
Certo non si può, né si deve, dimenticare che le
circostanze storiche del passato furono ben diverse da quelle
che sono venute faticosamente maturando nei secoli; alla comune
accettazione di una legittima pluralità sul piano sociale,
civile e religioso si è pervenuti con grandi difficoltà”
(Discorso nella Sinagoga della città di Roma del 13 aprile
1986, n. 3). Lo scopo del dialogo con i rappresentanti delle altre
religioni è dunque secondo il Papa il riconoscimento del
vincolo e del comune patrimonio spirituale che esiste fra le religioni
attraverso il superamento degli antichi pregiudizi. Da ciò,
auspicava il Pontefice, possono nascere grandi frutti di collaborazione:
“una collaborazione in favore dell’uomo, della sua
vita dal concepimento fino alla morte naturale, della sua dignità,
della sua libertà, dei suoi diritti, del suo svilupparsi
in una società non ostile, ma amica e favorevole, dove
regni la giustizia e dove sia la pace a imperare” (Discorso
nella Sinagoga della città di Roma del 13 aprile 1986,
n. 6). (Agenzia Fides – SEGUE)
VATICANO
GIOVANNI PAOLO II: ECUMENISMO E DIALOGO (9)
Il dialogo con i Musulmani
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Nel 1985, incontrando
i giovani musulmani durante il Viaggi Apostolico in Marocco, Giovanni
Paolo II disse: “il dialogo fra cristiani e musulmani oggi
è più necessario che mai; io credo che Dio ci inviti,
oggi, a cambiare le nostre vecchie abitudini. Dobbiamo rispettarci
e anche stimolarci gli uni gli altri nelle opere di bene sul cammino
di Dio” (Discorso ai giovani musulmani del 19 agosto 1999).
Pochi anni dopo, scrivendo a tutti i Musulmani in occasione del
Ramadam, aggiunse: “Ai musulmani di tutto il mondo io vorrei
esprimere la disponibilità della Chiesa cattolica a lavorare
con voi e con tutte le persone di buona volontà, al fine
di aiutare le vittime di guerra e di erigere strutture di una
pace durevole, in Medio Oriente e in tutto il mondo. Questa cooperazione
solidale in favore dei più afflitti sarà la base
concreta di un dialogo sincero, profondo e costante fra i credenti
cattolici e i credenti musulmani, dal quale potrà scaturire
una più grande conoscenza e fiducia reciproca” (Messaggio
ai fedeli dell’Islam del 3 aprile 1991). Giovanni Paolo
II non si fermò mai davanti a nulla pur di promuovere l’ecumenismo
all’interno delle Chiese Cristiane e il dialogo con tutte
le religioni. Oltre alla promozione del dialogo con l’Ebraismo,
più volte il Papa si rivolse ai fedeli musulmani ed ai
loro rappresentanti in quanto credenti nell’Unico Dio, affinché
si realizzassero delle reali situazioni di dialogo a favore della
pace. Ai rappresentanti della Comunità Islamica della Bosnia-Erzegovina
il Pontefice disse: “Dio è unico, e nella sua giustizia
ci chiede di vivere in maniera conforme alla sua volontà
santa, di sentirci fratelli gli uni degli altri, di impegnarci
ad operare affinché la pace sia garantita nei rapporti
umani, ad ogni livello. Tutti gli esseri umani sono posti da Dio
sulla terra, affinché percorrano un pellegrinaggio di pace,
ciascuno a partire dalla situazione in cui si trova e dalla cultura
che lo riguarda. […] Dio è misericordioso - questa
è l'affermazione che tutti i credenti dell'Islam amano
e condividono. Proprio perché Dio è così
e vuole la misericordia, è doveroso per ciascuno porsi
nella logica dell'amore, così da raggiungere la meta del
vero perdono reciproco. La pace, allora, che è dono offerto
da Dio nella sua bontà, è da lui richiesta e comandata
alle nostre coscienze. Egli vuole la pace tra persona e persona,
tra nazione e nazione.” (Discorso ai rappresentanti della
Comunità Islamica di Sarajevo del 13 aprile 1997, n. 2).
(Agenzia Fides – FINE)