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Un
dibattito aperto nella società contemporanea
(terza parte)
Il laicismo che verra’: Mons. Fernando Sebastián
Aguilar |
Indice
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IL
LAICISMO CHE VERRA’ (I)
Di Sua Ecc. Mons. Fernando Sebastián Aguilar, Arcivescovo
di Pamplona e Vescovo di Tudela
Il Signor Presidente
del Governo ci annuncia leggi “progressiste, laiche
e moderne”. Cosa sono le leggi progressiste? E quali
sono quelle veramente moderne? Il fatto di essere più
o meno moderno è molto relativo e non da garanzie di
nulla. Moderna è la bomba atomica e moderna è
la Società delle Nazioni. Sembrerebbe, piuttosto, che
agli spagnoli interesserebbe di più che il Governo
promovesse delle leggi intelligenti, pratiche e giuste, capaci
di favorire veramente il bene autentico e generale.
Per principio, tutte le leggi emanate dal Parlamento sono
leggi laiche, cioè promulgate da un’autorità
civile, non sacra, senza alcuna pretesa trascendente. Il Parlamento
non è, fortunatamente, il Monte Sinai. Ma le leggi
laiche sono anche quelle che provengono da una mentalità
laica o piuttosto laicista.
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Sicuramente, il Signor Presidente si riferiva
a leggi elaborate, promosse e promulgate con una visione laica della
società e dell’uomo, cioè senza riferimenti
a Dio, senza tenere conto della legge di Dio e, addirittura, senza
calcolare la fede in Dio di alcuni dei cittadini, pochi o tanti.
Questo, però, sarebbe come annunciare delle leggi discriminatorie
che si adeguano alla mentalità di certi e non tengono conto
della mentalità di altri, che favoriscono coloro che non
credono in Dio e che ignorano coloro che invece credono a Lui e
desiderano vivere secondo la sua volontà.
D’accordo con tutto questo, promettendo leggi laiche, il Signor
Presidente può trovarsi ad annunciare delle leggi che non
tengano conto della legge di Dio, né delle esigenze della
morale naturale; leggi che favoriscano la concezione laica della
vita, secondo la quale non esiste alcun creatore, ma siamo tutti
figli del caso e, pertanto, padroni assoluti ed unici responsabili
della nostra esistenza, senza che esista alcun valore assoluto e
senza rendere conto di nulla a nessuno. Siamo soli nel mondo e fra
tutti dobbiamo costruire la nostra esistenza, come meglio crediamo.
Non ci sono dei riferimenti morali che orientano la nostra vita,
l’opinione pubblica, il consenso, ma alla fine le uniche forze
che reggono davvero la nostra esistenza, sono le convenienze dei
gruppi più influenti. Non abbiamo delle radici ferme né
delle mappe che ci orientano.
Sembra che i nostri governanti considerino un bene importante per
la Spagna e per gli spagnoli il prescindere da qualsiasi influenza
religiosa sulle leggi e, pertanto, sulla configurazione delle relazioni
sociali interpersonali e dei beni che possiamo trovare nella nostra
convivenza. Vorrebbero una Spagna laica in cui la religione fosse,
al massimo, un hobby privato di alcuni cittadini, tollerabile fino
a che non pretenda di apparire né di essere tenuta in conto
nella vita pubblica, nelle leggi, nella cultura, nei comportamenti,
nei costumi e nelle usanze, nei criteri morali e normativi delle
nostre condotte. Non si tratta solo d’impedire agli ecclesiastici
d’influire nella vita politica, ma bensì che non influiscano
sulle convinzioni religiose di nessuno, neanche degli stessi politici.
Questo sarebbe come mettere un guinzaglio alle coscienze e distruggere
la forza vitale della religiosità e della fede.
Davanti a questi obiettivi, ai credenti si aprono tante difficoltà.
Le leggi dovrebbero rispondere all’insieme della società,
alla volontà ed alle credenze dei cittadini, e non alle opinioni
private dei governanti. Un governante può essere ateo ed
un partito politico sostenere l’agnosticismo, ma non devono
trattare gli altri come se ne fossero d’accordo né,
tanto meno, servirsi del potere politico per convincerci del loro
ateismo. Non sarebbe giusto nemmeno il contrario. Se in Spagna ci
sono trenta milioni di cittadini che credono in Dio, è giusto
che al momento di legiferare non si tenga conto delle nostre convinzioni,
ma soltanto di quelle degli altri? Questo non è governare
nel bene di tutti.
Approfondendo l’argomento ci si dovrebbe chiedere perché
la fede di ognuno non può influenzare le proprie concezioni
e le scelte politiche? In una società democratica ognuno
può esprimersi per quello che è; tutti siamo uguali
dinanzi alla legge e tutti abbiamo lo stesso diritto d’intervenire
nella vita pubblica secondo le proprie convinzioni e nel rispetto
dei diritti e della libertà altrui. La fede religiosa è
parte essenziale della mentalità del credente e della cultura
dei popoli. Non si può agire come se non esistesse, né
confinarla alla semplice vita privata, senza “mutilare”
la vita reale dei cittadini, senza sconvolgere il patrimonio culturale
della società, senza oltrepassare i limiti e le attribuzioni
di un’autorità giusta e correttamente esercitata.
Il Signor Presidente ha dichiarato recentemente che non permetterà
a nessuno d’imporre agli altri le proprie credenze morali.
Afferma di rispettare l’ordine morale, ma dice che l’ordine
civico si regola secondo la legge nel Parlamento. Frasi eclatanti;
ma forse più all’ apparenza che in realtà. Non
si tratta d’imporre le credenze morali di nessuno, ma di esigere
ai legislatori che, per il bene dei loro cittadini, rispettino nella
loro attività legislativa le esigenze di un ordine morale
obiettivo, iscritto nella natura dell’uomo e formulato a sufficienza
dalla retta ragione nel corso della storia. E’ chiaro che
l’ordine civico si regola dalla legge nel Parlamento. Nessuno
lo discute. I parlamentari, però, non sono i creatori del
bene e del male; non possono legiferare a loro convenienza. Se vogliono
essere giusti devono agire secondo una legge morale superiore e
anteriore al Parlamento, che è la base obiettiva dei diritti
dei cittadini, al cui benessere generale le leggi devono mirare.
Senza il rispetto dell’ordine morale obiettivo, anche la migliore
delle democrazie degenera nella tirannia.
D’altra parte, la mentalità laicista non è stata
legittimata né in teoria né in pratica. Teoricamente,
l’esistenza di Gesù Cristo e la validità della
sua testimonianza sull’esistenza e sulla provvidenza misericordiosa
di Dio ha, almeno, tanto fondamento quanto l’opinione contraria.
In una società dove ci sono cristiani e non cristiani, credenti
ed atei, un Governo che voglia essere giusto con tutti i cittadini,
non può identificarsi con una sola delle parti. La confessione
religiosa e cattolica non si può sostituire con quella contraria
della militanza atea. Il progresso non consiste nel sostituire una
con l’altra, ma nel seguire la strada della non confessione,
ben intesa e legalmente esercitata, quale valida neutralità
del governo in materia religiosa. Se nessuno può imporre
un ordine morale obiettivo, può un governo laicista imporci
il suo permissivismo morale? Saranno i gruppi di pressione a determinare
i criteri e le attuazioni del Parlamento?
Con tutto il rispetto, noi cristiani crediamo che il proposito di
governare con leggi laiche non abbia un fondamento teorico serio
e non sia veramente progressista, ma implichi un ritorno a tesi
e formule già superate. Per alcune persone, anche per alcuni
cristiani, è normale che le attività religiose dei
cittadini non possano essere finanziate con fondi pubblici. E’
vero che le attività religiose non sono per tutti, ma non
lo sono neanche lo sport, il teatro, il cinema, né tante
altre che vengono finanziate senza che nessuno discuta. Si ritorna
sempre alla stessa questione: lo Stato e l’autorità
politica devono accettare che la fede religiosa è un diritto
dei cittadini che qualifica la vita e le attività della persona,
arricchisce il patrimonio culturale della società e facilità
la giusta e pacifica convivenza dei cittadini. In altre parole,
l’esercizio della libertà religiosa dei credenti forma
parte del bene comune che il governo deve proteggere e fomentare.
Se questo è così, perché ignorarlo e tagliarlo
fuori dall’attuazione positiva del governo, alla pari di quanto
succede con tante altre attività spirituali e culturali dei
cittadini? Perché escludere l’insegnamento della religione
dal programma scolastico? Perché vietare i simboli religiosi
nei centri pubblici e luoghi comuni? A chi offendono? A chi recano
danno? Speriamo che i nostri governanti trovino più tempo
per pensare a tali questioni.
NON È PROPRIO COSÌ
Di Sua Ecc. Mons. Fernando Sebastián Aguilar, Arcivescovo
di Pamplona e Vescovo di Tudela
12 gennaio 2005
Il nostro governo ha deciso che sia uguale quello
che è differente. È lo stesso che si sposino un uomo
ed una donna o che si sposino due uomini o due donne. Tutto è
matrimonio, e tutti hanno gli stessi diritti. Non è proprio
così.
Non si può comprendere come i nostri governanti si siano
impegnati in una cosa così assurda. Dal punto di vista sociale
e pubblico, è uguale l'amore tra due persone dello stesso
sesso e l'amore tra un uomo ed una donna? Tutto il mondo sa che
non sono uguali i sentimenti, né le relazioni, né
le conseguenze..
Di questo passo non si corregge alcuna discriminazione. Tutti hanno
diritto a contrarre matrimonio, cioè, a sposarsi con una
persona dell'altro sesso. Se qualcuno, per quello che sia, non vuole
o non può farlo, bisognerà aiutarlo. Ma il rimedio
non è unirsi con una persona dello stesso sesso dicendo che
quello è un matrimonio.
Se ci sono forse persone che vogliono vivere così, è
giustificato che lo Stato regoli alcuni aspetti ed alcune conseguenze
di quella convivenza. Però non si impegnino ad equipararla
col matrimonio, perché non lo è. A meno che cambino
la definizione letteraria, la figura giuridica e l'identità
culturale dal matrimonio.
L'equiparazione della convivenza tra due persone dello stesso sesso
ed il matrimonio tra uomo e donna, implica almeno queste due cose,
1ª: Che il matrimonio, come unione d’amore permanente
tra uomo e donna e luogo adeguato per la continuazione della vita,
ha smesso di essere la cellula basilare della nostra società
e della nostra convivenza. E’ qualcosa di inusitato, di conseguenze
insospettabili.
2ª: Che il sesso della persona sia considerato come una realtà
indeterminata che, ognuno può dirigere ed orientare come
gli pare. Per questo alcuni parlano di "orientamento sessuale"
invece di parlare chiaramente e direttamente di sesso. In queste
questioni ognuno può orientarsi come vuole. Tutto è
uguale.
In fondo alla questione c’è di nuovo la visione della
persona come padrona assoluta e ultima della sua vita, senza alcun
riferimento morale trascendente fondato nel riconoscimento del Creatore
o, almeno, di una natura oggettiva anteriore ad ogni individuo.
La persona è padrona assoluta della sua esistenza, creatrice
di sé stessa, capace dunque di orientare la sua vita come
gli pare. Di nuovo l'ateismo come condizione per raggiungere una
chimerica libertà assoluta ed auto-creatrice. Ma la realtà
non è così. Prescindiamo da considerazioni teologiche
e anzi religiose. Tutti, salvo qualche possibile anormalità
della natura, nasciamo con un corpo sessuato, maschile o femminile.
Succede che la sessualità umana non è pura genitalità,
deve essere inserita nella vita personale e per questo ogni persona
ha come compito di riconoscere sé stessa e sviluppare i sentimenti
e le tendenze affettive congruenti con la sua biologia.
Una persona dotata biologicamente di sessualità maschile
o femminile, con sentimenti, sensibilità e tendenze del sesso
contrario, si voglia o no, è una persona mal configurata,
psicologicamente mal riuscita. Per quel motivo l’ "homo"
non è lo stesso che l’"hetero". Si dica quello
che si vuole.
Dire questo non è voglia di cercare il confronto, né
di sottovalutare nessuno. Per me tutti sono figli di Dio e tutti
meritano lo stesso rispetto. Ma come un uomo non è uguale
ad una donna, benché i due abbiano la stessa dignità,
neanche un "homo" è come un "hetero",
pure avendo la stessa dignità e lo stesso diritto personale.
È necessario dire questo con chiarezza perché la maturazione
personale della sessualità, nell'uomo e nella donna, oltre
ad essere un processo biologico, è anche un processo psicologico,
che ha bisogno di essere aiutato e diretto affinché si compia
bene, cioè affinché si compia in una personalità
del tutto maschile o del tutto femminile, nella quale la biologia
e la psicologia coincidano.
Se questo non si dice con chiarezza, se tacciamo e lasciamo che
si vada normalizzando che essere homo è lo stesso che hetero,
è possibile che ci troviamo tra poco con una vera epidemia
di omosessualità, fonte di problemi psicologici e di frustrazioni
dolorose.
Quando sottolineiamo queste avvertenze da parte della Chiesa, non
è per mancanza di affetto o di rispetto verso gli omosessuali,
bensì per evitare l'estensione di questa alterazione che
causa molte sofferenze, per difendere i nostri giovani da esperienze
sbagliate che possono trasportarli verso molte difficoltà,
e per dire agli omosessuali che, se vogliono, con aiuti ben diretti,
possono cambiare la loro situazione..
La Chiesa considera deficienti e peccaminose le relazioni erotiche
sessuali tra due persone dello stesso sesso, perché non esprimono
correttamente la sessualità umana, come è stata inserita
da Dio nella nostra natura, che suppone una certa alterità
tra persone di sesso distinto e la capacità congiunta per
la procreazione. Non c’è ingiuria né discriminazione.
La Chiesa considera anche deficienti e peccaminose le relazioni
sessuali tra persone eterosessuali fuori del matrimonio o che escludono
espressamente la possibilità della moltiplicazione della
vita.
Parlare così oggi, non è "culturalmente"
né "politicamente" corretto. Può portare
perfino a rappresaglie violente. Non sarebbe la prima volta. Tuttavia
è cristianamente corretto, e per questo è umanamente
e socialmente corretto, giusto ed obbligatorio. La società
spagnola deve difendersi, ricorrendo a tutti i mezzi legittimi che
ha nelle sue mani, da questa decisione del governo che in nessun
modo può comprendersi né giustificarsi come un atto
di servizio al bene comune.
Lo era già prima, ma oggi la retta educazione sessuale di
bambini, adolescenti e giovani comincia ad essere un obbligo urgente
e grave dei genitori cristiani, degli educatori, dei professori,
catechisti e sacerdoti, al fine di offrire loro una formazione chiara,
ferma, aperta alla crescita personale ed affettiva, secondo la natura
e con la saggezza di Dio, in queste materie relative alla sessualità,
affettività, matrimonio, procreazione e educazione dei figli,
tanto importanti per la perfezione personale e la salute sociale.
Ci rimane l'obbligo di fare tutto il possibile per eliminare questa
legge arbitraria ed ingiusta. Gli anni degli uomini sono davanti
a Dio come un giorno.
IL LAICISMO CHE VERRA’ (II)
Di Sua Ecc. Mons. Fernando Sebastián Aguilar, Arcivescovo
di Pamplona e Vescovo di Tudela
Agosto 2004
I cattolici spagnoli sanno cosa vuol dire convivere con un governo
di preferenze laiche. I protagonisti dell’attuale ondata laicista
sembrano ignorare alcuni fatti recenti molto importanti. Quando
presentano la Chiesa come poco adatta alle esigenze della democrazia,
non tengono conto della rinuncia da parte della Chiesa e dei cattolici
spagnoli alla confessionalità cattolica, in favore della
riconciliazione e dell’uguaglianza di tutti i cittadini. Dimenticano
anche che la Costituzione nacque a partire da un consenso sociale
di cui uno degli elementi era l’intesa tra credenti e non
credenti, grazie al concetto di non confessionalità accettato
da tutti. Instaurare ora un confessionalismo laicista sarebbe rinnegare
quel consenso costituzionale e fare ritorno alla situazione assurda
e pericolosa della Spagna dai due volti.
Occorre adoperarsi per ritrovare quello spirito di rispetto e di
sincera volontà di convivenza che rese possibile la transizione
politica e che risulta imprescindibile mantenere per garantire la
serenità e la stabilità della nostra società.
In questa lettera mi rivolgo, principalmente, ai cristiani e cercherò
dunque di rispondere alla seguente cruciale domanda: come dovrebbero
agire i cattolici in queste circostanze?
1. Il mio primo consiglio è, semplicemente, quello dato dal
Signore ai suoi discepoli: “Non temete”. Lui è
con noi. Ha vinto il mondo. La sua vittoria è anche la nostra.
La nostra vittoria è la fede. Non perdiamo la fiducia nella
provvidenza di Dio, forte e misericordiosa. La Chiesa ha vissuto
sempre tra le difficoltà ed i cristiani hanno sofferto spesso
per dichiararsi ed agire come discepoli di Gesù. Queste sofferenze
ci purificano e rafforzano. Ricordiamo le parole di San Paolo: “la
debolezza di Dio è più forte della forza di questo
mondo; la pazzia di Dio, più saggia della saggezza del mondo”.
“Ci basta la forza di Dio e, quando siamo deboli, se abbiamo
fiducia in Lui, allora è quando siamo più forti”
Le argomentazioni del laicismo non devono farci dubitare della verità
e del valore della nostra fede, né delle istituzioni e azioni
della Chiesa. Non ci lasciamo paralizzare dalla insicurezza o dalla
paura. Non ci vergogniamo del Vangelo. Non scoraggiamoci per essere
pochi o per rimanere esclusi dalle zone di potere. La nostra forza
risiede nella forza della sua parola e della sua vita. E’
proprio in queste circostanze quando più dovremmo annunciare,
con semplicità e fedeltà il messaggio di Gesù,
conservato e continuamente aggiornato dalla Santa Madre Chiesa.
Questo è il migliore servizio che possiamo rendere ai nostri
concittadini. Questa è la nostra missione ed il nostro primo
obbligo. E’ l’ora della fedeltà e della forza.
E’ l’ora dei testimoni.
2. La prima condizione per riuscire ad avere una sufficiente influenza
morale è vivere in conformità con la nostra fede.
Vogliamo essere discepoli di Gesù, che ridusse il suo messaggio
a due comandamenti molto semplici: Amare Dio quale Padre nostro
che è ed al prossimo come noi stessi. E questo in maniera
efficace, visibile e realistica. La forza della Chiesa non sta negli
strumenti tecnici né nelle strategie di opinione che altri
adoperano. La forza della Chiesa è nella fede, nella pietà,
nell’esemplarietà dei cristiani. Se viviamo davvero
la nostra fede, la testimonianza della nostra vita chiarirà
tanti malintesi e, presto o tardi, convincerà agli uomini
e alle donne che ricercano la verità. Iniziamo col partecipare
alla Messa la domenica. L’andare degli eventi ci richiede
una chiara definizione della nostra vita. Intorno alla Messa domenicale
dovrebbe svilupparsi la vita spirituale di ognuno, la preghiera
giornaliera, lo sforzo per vivere nella grazia di Dio, la celebrazione
sacramentale del pentimento e del perdono, ma anche attraverso la
pietà personale, la comprensione e l’esercizio della
vita matrimoniale e familiare secondo la volontà di Dio,
manifesta da Gesù Cristo ed annunciata dalla Chiesa. La famiglia
cristiana, stabile e feconda, è segno eloquente della forza
umanizzante e santificante dell’amore di Dio, presente ed
operante nelle radici dell’amore umano. Partendo da qui possiamo
offrire la testimonianza di una vita sobria, allegra, giusta, generosa,
che ama e difende la vita e il mondo senza tentennamenti, che ricerca
veramente il Regno di Dio ed il bene dei fratelli, senza limitarsi
alle false apparenze o agli interessi opportunistici. La verità
di Dio, sostenuta dalla testimonianza di una vita sincera e santa,
finisce per aprirsi la strada in tutti i cuori. Una vera testimonianza
di vita cristiana richiede l’unità nella fede, nella
totale ed equilibrata accettazione del Vangelo di Gesù, così
come vissuto dai santi, e così come lo annunciano e predicano
i pastori della Chiesa, in comunione spirituale e visibile con il
Papa. La dissidenza, le divisioni, le condiscendenze ingiustificate,
debilitano la credibilità del Vangelo e forniscono argomenti
a coloro che, in un modo o nell’altro, pretendono oscurare
la luce venuta a questo mondo. Invece, la testimonianza visibile
di una vita santificata e rasserenata dallo Spirito di Dio, messa
per davvero al servizio degli altri, e vissuta in comunione intima
e universale, gioiosa e speranzosa, serena ed operante, in questo
nostro mondo egoista e risentito, sarà la migliore apologetica
e l’argomentazione più convincente.
3. Nel dare risposta al laicismo è importante sapersi concentrare
nei punti fondamentali. Non si tratta di vedere se noi sacerdoti
e vescovi comandiamo poco o tanto. Non si risolverebbe nulla con
una Chiesa più tradizionale e moderna. La questione di fondo
è sapere se esiste un Dio oppure no; se la nostra vita è
presieduta da “Qualcuno” originale, creatore e provvidente,
del quale ci parlò Gesù Cristo, o se viviamo soli
nel mondo, quali unici ed esclusivi padroni della nostra vita personale
e collettiva. Ciò di cui realmente si discute nella nostra
società, anche se non viene detto chiaramente, è se
per vivere autenticamente la nostra condizione umana dobbiamo tener
conto della presenza del Dio di Gesù Cristo vicino noi, o
se piuttosto dobbiamo prescindere da qualsiasi riferimento religioso
come appartenente ad uno stato anteriore dello sviluppo umano. Concentriamo
i nostri sforzi nell’offrire ai nostri concittadini la possibilità
di conoscere Dio, tramite la testimonianza di Gesù, e di
accettare la sua provvidenza non come una minaccia per la nostra
libertà, ma come la terra ferma sui cui edificare una vita
personale e spirituale nella libertà e nella giustizia, nell’amore
fraterno e nella speranza di eternità. Annunciamo, umili
e chiari, con onestà e rispetto, il nostro modo di intendere
le cose. Non vogliamo imporre niente a nessuno, ma non possiamo
neanche far tacere il vangelo di Gesù, né nascondere
i segni della presenza di Dio tra noi. Invitiamo tutti gli uomini
di buona volontà a cercare con noi la verità della
nostra umanità in Gesù Cristo, come chiave definitiva
per la comprensione e per lo sviluppo della nostra vita. Abbiamo
fiducia nella buona volontà di coloro che vivono al di fuori
della Chiesa. Non neghiamo a nessuno la possibilità di giungere
alla conoscenza e all’adorazione del Dio di Gesù Cristo.
Tutti siamo figli suoi. Cristo è morto per tutti e tutti
sono assistiti dallo Spirito Santo. Attendiamo sereni l’ora
di Dio. Se la luce di Dio torna a brillare nei cuori degli uomini
e nel cuore della nostra società, tutto diventerà
chiaro ed accettabile. Senza accettare di buon grado a Dio come
fondamento e centro della vita, né la morale naturale, ne
gli insegnamenti della Chiesa, né la vita dei cristiani raggiungeranno
il riconoscimento e la stima che meritano.
4. Tutto quello che si è detto fin qui riguarda azioni puramente
religiose e, in un certo modo, interne alla vita della Chiesa. Ma
oltre che membri della Chiesa, i cristiani sono membri della società,
cittadini come gli altri, con gli stessi diritti e gli stessi obblighi.
E’ logico, quindi, che vogliamo influire sull’andamento
delle questioni pubbliche e comuni, in sintonia con le nostre convinzioni
personali e della comunità. Tutti i membri della società
devono lavorare per il bene comune in funzione delle loro possibilità
come persone e come membri delle istituzioni; anche i cristiani,
secondo la loro coscienza e le proprie convinzioni. Si tratta di
un diritto e di un obbligo. Dicono che la Chiesa vorrebbe influire
nella politica. E’ evidente, ma non di più che qualsiasi
altra istituzione. L’influenza della Chiesa nella vita politica
non è, però, di natura politica, ma ecclesiale; cioè,
di natura religiosa e morale. La Chiesa influisce nella vita sociale
e politica secondo la propria natura, attraverso le proprie attività
e, naturalmente, nel rispetto delle norme civili comuni, legittime
e giuste. Annunciando la dottrina di Cristo, educando le coscienze
ed incoraggiando i suoi fedeli a vivere con santità, la Chiesa
influisce nel comportamento globale delle persone e, in questo modo,
influisce anche nell’esercizio delle loro attività
professionali, sociali, pubbliche e politiche. E’ vero che
la Chiesa, da comunità religiosa che è, non interviene
in quanto tale nello svolgimento tecnico e diretto della vita politica,
ma interviene liberamente nella formazione della coscienza sociale
e morale delle persone che poi lavorano nella vita politica. La
vita politica, nel suo insieme, quella di chi vota e quella dei
dirigenti, è un’attività umana, personale e
libera, la cui legittimazione morale sta nella promozione e difesa
del bene pubblico. In quanto attività umana, ogni azione
politica deve essere morale e giusta, ma questa giustizia non può
venirle, in ultima istanza, da sé stessa, né dai consensi
circostanziali, né dalle pressioni di un gruppo determinato,
ma le deve giungere dalla conformità con un riferimento obiettivo,
sia di natura religiosa o semplicemente di natura etica, che vincola
la coscienza di tutti, anche dei politici, e che risiede nella stessa
natura dell’uomo, di ogni uomo, inteso come creatura di Dio
o come realtà ultima nell’ordine pratico a cui si riconosce
un valore assoluto. Il riconoscimento di questo riferimento morale
è la garanzia del rispetto alla persona e alla società,
i cui diritti non provengono dalle istituzioni politiche, ma le
precedono e superano tutte, e trovano fondamento nella sua propria
natura e, per noi credenti, nella saggezza e nell’amore di
Dio. Un potere politico, esercitato senza il riconoscimento di una
norma morale obiettiva, costituisce un pericolo serio per il bene
della società. Basta dare uno sguardo alla storia del secolo
scorso per capirlo. La Chiesa contribuisce in maniera importante
alla chiarificazione e al rinforzo di questa coscienza morale dei
cittadini che le danno ascolto. Non impone ma propone. Dopodiché
ognuno, anche il cristiano, agisce di conseguenza. E’ questo
il suo modo di contribuire al bene comune, anche al bene temporaneo
e politico, in un ambito legale strettamente democratico. Peccato
che, al giorno d’oggi, molti cristiani non agiscano nella
vita professionale e politica seguendo le esigenze della fede. Parlare
così non significa fare ritorno a formule superate di clericalismo
o di confessionalismo, e non è frutto del rimpianto di epoche
passate. Vuol dire, semplicemente, incoraggiare nei cristiani il
desiderio di offrire alla società i beni di natura temporanea
e morale che noi abbiamo scoperto grazie all’illuminazione
della fede e al primato dell’amore verso il prossimo, quale
norma suprema di comportamento nell’insieme della nostra vita
personale, familiare, professionale, culturale e politica. C’è
in questo qualcosa contro le leggi della democrazia?
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