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Il laicismo che verra’: Mons. Fernando Sebastián Aguilar

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IL LAICISMO CHE VERRA’ (I)
Di Sua Ecc. Mons. Fernando Sebastián Aguilar, Arcivescovo di Pamplona e Vescovo di Tudela

Il Signor Presidente del Governo ci annuncia leggi “progressiste, laiche e moderne”. Cosa sono le leggi progressiste? E quali sono quelle veramente moderne? Il fatto di essere più o meno moderno è molto relativo e non da garanzie di nulla. Moderna è la bomba atomica e moderna è la Società delle Nazioni. Sembrerebbe, piuttosto, che agli spagnoli interesserebbe di più che il Governo promovesse delle leggi intelligenti, pratiche e giuste, capaci di favorire veramente il bene autentico e generale.
Per principio, tutte le leggi emanate dal Parlamento sono leggi laiche, cioè promulgate da un’autorità civile, non sacra, senza alcuna pretesa trascendente. Il Parlamento non è, fortunatamente, il Monte Sinai. Ma le leggi laiche sono anche quelle che provengono da una mentalità laica o piuttosto laicista.

Sicuramente, il Signor Presidente si riferiva a leggi elaborate, promosse e promulgate con una visione laica della società e dell’uomo, cioè senza riferimenti a Dio, senza tenere conto della legge di Dio e, addirittura, senza calcolare la fede in Dio di alcuni dei cittadini, pochi o tanti. Questo, però, sarebbe come annunciare delle leggi discriminatorie che si adeguano alla mentalità di certi e non tengono conto della mentalità di altri, che favoriscono coloro che non credono in Dio e che ignorano coloro che invece credono a Lui e desiderano vivere secondo la sua volontà.
D’accordo con tutto questo, promettendo leggi laiche, il Signor Presidente può trovarsi ad annunciare delle leggi che non tengano conto della legge di Dio, né delle esigenze della morale naturale; leggi che favoriscano la concezione laica della vita, secondo la quale non esiste alcun creatore, ma siamo tutti figli del caso e, pertanto, padroni assoluti ed unici responsabili della nostra esistenza, senza che esista alcun valore assoluto e senza rendere conto di nulla a nessuno. Siamo soli nel mondo e fra tutti dobbiamo costruire la nostra esistenza, come meglio crediamo. Non ci sono dei riferimenti morali che orientano la nostra vita, l’opinione pubblica, il consenso, ma alla fine le uniche forze che reggono davvero la nostra esistenza, sono le convenienze dei gruppi più influenti. Non abbiamo delle radici ferme né delle mappe che ci orientano.
Sembra che i nostri governanti considerino un bene importante per la Spagna e per gli spagnoli il prescindere da qualsiasi influenza religiosa sulle leggi e, pertanto, sulla configurazione delle relazioni sociali interpersonali e dei beni che possiamo trovare nella nostra convivenza. Vorrebbero una Spagna laica in cui la religione fosse, al massimo, un hobby privato di alcuni cittadini, tollerabile fino a che non pretenda di apparire né di essere tenuta in conto nella vita pubblica, nelle leggi, nella cultura, nei comportamenti, nei costumi e nelle usanze, nei criteri morali e normativi delle nostre condotte. Non si tratta solo d’impedire agli ecclesiastici d’influire nella vita politica, ma bensì che non influiscano sulle convinzioni religiose di nessuno, neanche degli stessi politici. Questo sarebbe come mettere un guinzaglio alle coscienze e distruggere la forza vitale della religiosità e della fede.
Davanti a questi obiettivi, ai credenti si aprono tante difficoltà. Le leggi dovrebbero rispondere all’insieme della società, alla volontà ed alle credenze dei cittadini, e non alle opinioni private dei governanti. Un governante può essere ateo ed un partito politico sostenere l’agnosticismo, ma non devono trattare gli altri come se ne fossero d’accordo né, tanto meno, servirsi del potere politico per convincerci del loro ateismo. Non sarebbe giusto nemmeno il contrario. Se in Spagna ci sono trenta milioni di cittadini che credono in Dio, è giusto che al momento di legiferare non si tenga conto delle nostre convinzioni, ma soltanto di quelle degli altri? Questo non è governare nel bene di tutti.
Approfondendo l’argomento ci si dovrebbe chiedere perché la fede di ognuno non può influenzare le proprie concezioni e le scelte politiche? In una società democratica ognuno può esprimersi per quello che è; tutti siamo uguali dinanzi alla legge e tutti abbiamo lo stesso diritto d’intervenire nella vita pubblica secondo le proprie convinzioni e nel rispetto dei diritti e della libertà altrui. La fede religiosa è parte essenziale della mentalità del credente e della cultura dei popoli. Non si può agire come se non esistesse, né confinarla alla semplice vita privata, senza “mutilare” la vita reale dei cittadini, senza sconvolgere il patrimonio culturale della società, senza oltrepassare i limiti e le attribuzioni di un’autorità giusta e correttamente esercitata.
Il Signor Presidente ha dichiarato recentemente che non permetterà a nessuno d’imporre agli altri le proprie credenze morali. Afferma di rispettare l’ordine morale, ma dice che l’ordine civico si regola secondo la legge nel Parlamento. Frasi eclatanti; ma forse più all’ apparenza che in realtà. Non si tratta d’imporre le credenze morali di nessuno, ma di esigere ai legislatori che, per il bene dei loro cittadini, rispettino nella loro attività legislativa le esigenze di un ordine morale obiettivo, iscritto nella natura dell’uomo e formulato a sufficienza dalla retta ragione nel corso della storia. E’ chiaro che l’ordine civico si regola dalla legge nel Parlamento. Nessuno lo discute. I parlamentari, però, non sono i creatori del bene e del male; non possono legiferare a loro convenienza. Se vogliono essere giusti devono agire secondo una legge morale superiore e anteriore al Parlamento, che è la base obiettiva dei diritti dei cittadini, al cui benessere generale le leggi devono mirare. Senza il rispetto dell’ordine morale obiettivo, anche la migliore delle democrazie degenera nella tirannia.
D’altra parte, la mentalità laicista non è stata legittimata né in teoria né in pratica. Teoricamente, l’esistenza di Gesù Cristo e la validità della sua testimonianza sull’esistenza e sulla provvidenza misericordiosa di Dio ha, almeno, tanto fondamento quanto l’opinione contraria. In una società dove ci sono cristiani e non cristiani, credenti ed atei, un Governo che voglia essere giusto con tutti i cittadini, non può identificarsi con una sola delle parti. La confessione religiosa e cattolica non si può sostituire con quella contraria della militanza atea. Il progresso non consiste nel sostituire una con l’altra, ma nel seguire la strada della non confessione, ben intesa e legalmente esercitata, quale valida neutralità del governo in materia religiosa. Se nessuno può imporre un ordine morale obiettivo, può un governo laicista imporci il suo permissivismo morale? Saranno i gruppi di pressione a determinare i criteri e le attuazioni del Parlamento?
Con tutto il rispetto, noi cristiani crediamo che il proposito di governare con leggi laiche non abbia un fondamento teorico serio e non sia veramente progressista, ma implichi un ritorno a tesi e formule già superate. Per alcune persone, anche per alcuni cristiani, è normale che le attività religiose dei cittadini non possano essere finanziate con fondi pubblici. E’ vero che le attività religiose non sono per tutti, ma non lo sono neanche lo sport, il teatro, il cinema, né tante altre che vengono finanziate senza che nessuno discuta. Si ritorna sempre alla stessa questione: lo Stato e l’autorità politica devono accettare che la fede religiosa è un diritto dei cittadini che qualifica la vita e le attività della persona, arricchisce il patrimonio culturale della società e facilità la giusta e pacifica convivenza dei cittadini. In altre parole, l’esercizio della libertà religiosa dei credenti forma parte del bene comune che il governo deve proteggere e fomentare. Se questo è così, perché ignorarlo e tagliarlo fuori dall’attuazione positiva del governo, alla pari di quanto succede con tante altre attività spirituali e culturali dei cittadini? Perché escludere l’insegnamento della religione dal programma scolastico? Perché vietare i simboli religiosi nei centri pubblici e luoghi comuni? A chi offendono? A chi recano danno? Speriamo che i nostri governanti trovino più tempo per pensare a tali questioni.

NON È PROPRIO COSÌ
Di Sua Ecc. Mons. Fernando Sebastián Aguilar, Arcivescovo di Pamplona e Vescovo di Tudela
12 gennaio 2005

Il nostro governo ha deciso che sia uguale quello che è differente. È lo stesso che si sposino un uomo ed una donna o che si sposino due uomini o due donne. Tutto è matrimonio, e tutti hanno gli stessi diritti. Non è proprio così.
Non si può comprendere come i nostri governanti si siano impegnati in una cosa così assurda. Dal punto di vista sociale e pubblico, è uguale l'amore tra due persone dello stesso sesso e l'amore tra un uomo ed una donna? Tutto il mondo sa che non sono uguali i sentimenti, né le relazioni, né le conseguenze..
Di questo passo non si corregge alcuna discriminazione. Tutti hanno diritto a contrarre matrimonio, cioè, a sposarsi con una persona dell'altro sesso. Se qualcuno, per quello che sia, non vuole o non può farlo, bisognerà aiutarlo. Ma il rimedio non è unirsi con una persona dello stesso sesso dicendo che quello è un matrimonio.
Se ci sono forse persone che vogliono vivere così, è giustificato che lo Stato regoli alcuni aspetti ed alcune conseguenze di quella convivenza. Però non si impegnino ad equipararla col matrimonio, perché non lo è. A meno che cambino la definizione letteraria, la figura giuridica e l'identità culturale dal matrimonio.
L'equiparazione della convivenza tra due persone dello stesso sesso ed il matrimonio tra uomo e donna, implica almeno queste due cose,
1ª: Che il matrimonio, come unione d’amore permanente tra uomo e donna e luogo adeguato per la continuazione della vita, ha smesso di essere la cellula basilare della nostra società e della nostra convivenza. E’ qualcosa di inusitato, di conseguenze insospettabili.
2ª: Che il sesso della persona sia considerato come una realtà indeterminata che, ognuno può dirigere ed orientare come gli pare. Per questo alcuni parlano di "orientamento sessuale" invece di parlare chiaramente e direttamente di sesso. In queste questioni ognuno può orientarsi come vuole. Tutto è uguale.
In fondo alla questione c’è di nuovo la visione della persona come padrona assoluta e ultima della sua vita, senza alcun riferimento morale trascendente fondato nel riconoscimento del Creatore o, almeno, di una natura oggettiva anteriore ad ogni individuo. La persona è padrona assoluta della sua esistenza, creatrice di sé stessa, capace dunque di orientare la sua vita come gli pare. Di nuovo l'ateismo come condizione per raggiungere una chimerica libertà assoluta ed auto-creatrice. Ma la realtà non è così. Prescindiamo da considerazioni teologiche e anzi religiose. Tutti, salvo qualche possibile anormalità della natura, nasciamo con un corpo sessuato, maschile o femminile. Succede che la sessualità umana non è pura genitalità, deve essere inserita nella vita personale e per questo ogni persona ha come compito di riconoscere sé stessa e sviluppare i sentimenti e le tendenze affettive congruenti con la sua biologia.
Una persona dotata biologicamente di sessualità maschile o femminile, con sentimenti, sensibilità e tendenze del sesso contrario, si voglia o no, è una persona mal configurata, psicologicamente mal riuscita. Per quel motivo l’ "homo" non è lo stesso che l’"hetero". Si dica quello che si vuole.
Dire questo non è voglia di cercare il confronto, né di sottovalutare nessuno. Per me tutti sono figli di Dio e tutti meritano lo stesso rispetto. Ma come un uomo non è uguale ad una donna, benché i due abbiano la stessa dignità, neanche un "homo" è come un "hetero", pure avendo la stessa dignità e lo stesso diritto personale. È necessario dire questo con chiarezza perché la maturazione personale della sessualità, nell'uomo e nella donna, oltre ad essere un processo biologico, è anche un processo psicologico, che ha bisogno di essere aiutato e diretto affinché si compia bene, cioè affinché si compia in una personalità del tutto maschile o del tutto femminile, nella quale la biologia e la psicologia coincidano.
Se questo non si dice con chiarezza, se tacciamo e lasciamo che si vada normalizzando che essere homo è lo stesso che hetero, è possibile che ci troviamo tra poco con una vera epidemia di omosessualità, fonte di problemi psicologici e di frustrazioni dolorose.
Quando sottolineiamo queste avvertenze da parte della Chiesa, non è per mancanza di affetto o di rispetto verso gli omosessuali, bensì per evitare l'estensione di questa alterazione che causa molte sofferenze, per difendere i nostri giovani da esperienze sbagliate che possono trasportarli verso molte difficoltà, e per dire agli omosessuali che, se vogliono, con aiuti ben diretti, possono cambiare la loro situazione..
La Chiesa considera deficienti e peccaminose le relazioni erotiche sessuali tra due persone dello stesso sesso, perché non esprimono correttamente la sessualità umana, come è stata inserita da Dio nella nostra natura, che suppone una certa alterità tra persone di sesso distinto e la capacità congiunta per la procreazione. Non c’è ingiuria né discriminazione. La Chiesa considera anche deficienti e peccaminose le relazioni sessuali tra persone eterosessuali fuori del matrimonio o che escludono espressamente la possibilità della moltiplicazione della vita.
Parlare così oggi, non è "culturalmente" né "politicamente" corretto. Può portare perfino a rappresaglie violente. Non sarebbe la prima volta. Tuttavia è cristianamente corretto, e per questo è umanamente e socialmente corretto, giusto ed obbligatorio. La società spagnola deve difendersi, ricorrendo a tutti i mezzi legittimi che ha nelle sue mani, da questa decisione del governo che in nessun modo può comprendersi né giustificarsi come un atto di servizio al bene comune.
Lo era già prima, ma oggi la retta educazione sessuale di bambini, adolescenti e giovani comincia ad essere un obbligo urgente e grave dei genitori cristiani, degli educatori, dei professori, catechisti e sacerdoti, al fine di offrire loro una formazione chiara, ferma, aperta alla crescita personale ed affettiva, secondo la natura e con la saggezza di Dio, in queste materie relative alla sessualità, affettività, matrimonio, procreazione e educazione dei figli, tanto importanti per la perfezione personale e la salute sociale. Ci rimane l'obbligo di fare tutto il possibile per eliminare questa legge arbitraria ed ingiusta. Gli anni degli uomini sono davanti a Dio come un giorno.

IL LAICISMO CHE VERRA’ (II)
Di Sua Ecc. Mons. Fernando Sebastián Aguilar, Arcivescovo di Pamplona e Vescovo di Tudela
Agosto 2004

I cattolici spagnoli sanno cosa vuol dire convivere con un governo di preferenze laiche. I protagonisti dell’attuale ondata laicista sembrano ignorare alcuni fatti recenti molto importanti. Quando presentano la Chiesa come poco adatta alle esigenze della democrazia, non tengono conto della rinuncia da parte della Chiesa e dei cattolici spagnoli alla confessionalità cattolica, in favore della riconciliazione e dell’uguaglianza di tutti i cittadini. Dimenticano anche che la Costituzione nacque a partire da un consenso sociale di cui uno degli elementi era l’intesa tra credenti e non credenti, grazie al concetto di non confessionalità accettato da tutti. Instaurare ora un confessionalismo laicista sarebbe rinnegare quel consenso costituzionale e fare ritorno alla situazione assurda e pericolosa della Spagna dai due volti.
Occorre adoperarsi per ritrovare quello spirito di rispetto e di sincera volontà di convivenza che rese possibile la transizione politica e che risulta imprescindibile mantenere per garantire la serenità e la stabilità della nostra società. In questa lettera mi rivolgo, principalmente, ai cristiani e cercherò dunque di rispondere alla seguente cruciale domanda: come dovrebbero agire i cattolici in queste circostanze?
1. Il mio primo consiglio è, semplicemente, quello dato dal Signore ai suoi discepoli: “Non temete”. Lui è con noi. Ha vinto il mondo. La sua vittoria è anche la nostra. La nostra vittoria è la fede. Non perdiamo la fiducia nella provvidenza di Dio, forte e misericordiosa. La Chiesa ha vissuto sempre tra le difficoltà ed i cristiani hanno sofferto spesso per dichiararsi ed agire come discepoli di Gesù. Queste sofferenze ci purificano e rafforzano. Ricordiamo le parole di San Paolo: “la debolezza di Dio è più forte della forza di questo mondo; la pazzia di Dio, più saggia della saggezza del mondo”. “Ci basta la forza di Dio e, quando siamo deboli, se abbiamo fiducia in Lui, allora è quando siamo più forti” Le argomentazioni del laicismo non devono farci dubitare della verità e del valore della nostra fede, né delle istituzioni e azioni della Chiesa. Non ci lasciamo paralizzare dalla insicurezza o dalla paura. Non ci vergogniamo del Vangelo. Non scoraggiamoci per essere pochi o per rimanere esclusi dalle zone di potere. La nostra forza risiede nella forza della sua parola e della sua vita. E’ proprio in queste circostanze quando più dovremmo annunciare, con semplicità e fedeltà il messaggio di Gesù, conservato e continuamente aggiornato dalla Santa Madre Chiesa. Questo è il migliore servizio che possiamo rendere ai nostri concittadini. Questa è la nostra missione ed il nostro primo obbligo. E’ l’ora della fedeltà e della forza. E’ l’ora dei testimoni.
2. La prima condizione per riuscire ad avere una sufficiente influenza morale è vivere in conformità con la nostra fede. Vogliamo essere discepoli di Gesù, che ridusse il suo messaggio a due comandamenti molto semplici: Amare Dio quale Padre nostro che è ed al prossimo come noi stessi. E questo in maniera efficace, visibile e realistica. La forza della Chiesa non sta negli strumenti tecnici né nelle strategie di opinione che altri adoperano. La forza della Chiesa è nella fede, nella pietà, nell’esemplarietà dei cristiani. Se viviamo davvero la nostra fede, la testimonianza della nostra vita chiarirà tanti malintesi e, presto o tardi, convincerà agli uomini e alle donne che ricercano la verità. Iniziamo col partecipare alla Messa la domenica. L’andare degli eventi ci richiede una chiara definizione della nostra vita. Intorno alla Messa domenicale dovrebbe svilupparsi la vita spirituale di ognuno, la preghiera giornaliera, lo sforzo per vivere nella grazia di Dio, la celebrazione sacramentale del pentimento e del perdono, ma anche attraverso la pietà personale, la comprensione e l’esercizio della vita matrimoniale e familiare secondo la volontà di Dio, manifesta da Gesù Cristo ed annunciata dalla Chiesa. La famiglia cristiana, stabile e feconda, è segno eloquente della forza umanizzante e santificante dell’amore di Dio, presente ed operante nelle radici dell’amore umano. Partendo da qui possiamo offrire la testimonianza di una vita sobria, allegra, giusta, generosa, che ama e difende la vita e il mondo senza tentennamenti, che ricerca veramente il Regno di Dio ed il bene dei fratelli, senza limitarsi alle false apparenze o agli interessi opportunistici. La verità di Dio, sostenuta dalla testimonianza di una vita sincera e santa, finisce per aprirsi la strada in tutti i cuori. Una vera testimonianza di vita cristiana richiede l’unità nella fede, nella totale ed equilibrata accettazione del Vangelo di Gesù, così come vissuto dai santi, e così come lo annunciano e predicano i pastori della Chiesa, in comunione spirituale e visibile con il Papa. La dissidenza, le divisioni, le condiscendenze ingiustificate, debilitano la credibilità del Vangelo e forniscono argomenti a coloro che, in un modo o nell’altro, pretendono oscurare la luce venuta a questo mondo. Invece, la testimonianza visibile di una vita santificata e rasserenata dallo Spirito di Dio, messa per davvero al servizio degli altri, e vissuta in comunione intima e universale, gioiosa e speranzosa, serena ed operante, in questo nostro mondo egoista e risentito, sarà la migliore apologetica e l’argomentazione più convincente.
3. Nel dare risposta al laicismo è importante sapersi concentrare nei punti fondamentali. Non si tratta di vedere se noi sacerdoti e vescovi comandiamo poco o tanto. Non si risolverebbe nulla con una Chiesa più tradizionale e moderna. La questione di fondo è sapere se esiste un Dio oppure no; se la nostra vita è presieduta da “Qualcuno” originale, creatore e provvidente, del quale ci parlò Gesù Cristo, o se viviamo soli nel mondo, quali unici ed esclusivi padroni della nostra vita personale e collettiva. Ciò di cui realmente si discute nella nostra società, anche se non viene detto chiaramente, è se per vivere autenticamente la nostra condizione umana dobbiamo tener conto della presenza del Dio di Gesù Cristo vicino noi, o se piuttosto dobbiamo prescindere da qualsiasi riferimento religioso come appartenente ad uno stato anteriore dello sviluppo umano. Concentriamo i nostri sforzi nell’offrire ai nostri concittadini la possibilità di conoscere Dio, tramite la testimonianza di Gesù, e di accettare la sua provvidenza non come una minaccia per la nostra libertà, ma come la terra ferma sui cui edificare una vita personale e spirituale nella libertà e nella giustizia, nell’amore fraterno e nella speranza di eternità. Annunciamo, umili e chiari, con onestà e rispetto, il nostro modo di intendere le cose. Non vogliamo imporre niente a nessuno, ma non possiamo neanche far tacere il vangelo di Gesù, né nascondere i segni della presenza di Dio tra noi. Invitiamo tutti gli uomini di buona volontà a cercare con noi la verità della nostra umanità in Gesù Cristo, come chiave definitiva per la comprensione e per lo sviluppo della nostra vita. Abbiamo fiducia nella buona volontà di coloro che vivono al di fuori della Chiesa. Non neghiamo a nessuno la possibilità di giungere alla conoscenza e all’adorazione del Dio di Gesù Cristo. Tutti siamo figli suoi. Cristo è morto per tutti e tutti sono assistiti dallo Spirito Santo. Attendiamo sereni l’ora di Dio. Se la luce di Dio torna a brillare nei cuori degli uomini e nel cuore della nostra società, tutto diventerà chiaro ed accettabile. Senza accettare di buon grado a Dio come fondamento e centro della vita, né la morale naturale, ne gli insegnamenti della Chiesa, né la vita dei cristiani raggiungeranno il riconoscimento e la stima che meritano.
4. Tutto quello che si è detto fin qui riguarda azioni puramente religiose e, in un certo modo, interne alla vita della Chiesa. Ma oltre che membri della Chiesa, i cristiani sono membri della società, cittadini come gli altri, con gli stessi diritti e gli stessi obblighi. E’ logico, quindi, che vogliamo influire sull’andamento delle questioni pubbliche e comuni, in sintonia con le nostre convinzioni personali e della comunità. Tutti i membri della società devono lavorare per il bene comune in funzione delle loro possibilità come persone e come membri delle istituzioni; anche i cristiani, secondo la loro coscienza e le proprie convinzioni. Si tratta di un diritto e di un obbligo. Dicono che la Chiesa vorrebbe influire nella politica. E’ evidente, ma non di più che qualsiasi altra istituzione. L’influenza della Chiesa nella vita politica non è, però, di natura politica, ma ecclesiale; cioè, di natura religiosa e morale. La Chiesa influisce nella vita sociale e politica secondo la propria natura, attraverso le proprie attività e, naturalmente, nel rispetto delle norme civili comuni, legittime e giuste. Annunciando la dottrina di Cristo, educando le coscienze ed incoraggiando i suoi fedeli a vivere con santità, la Chiesa influisce nel comportamento globale delle persone e, in questo modo, influisce anche nell’esercizio delle loro attività professionali, sociali, pubbliche e politiche. E’ vero che la Chiesa, da comunità religiosa che è, non interviene in quanto tale nello svolgimento tecnico e diretto della vita politica, ma interviene liberamente nella formazione della coscienza sociale e morale delle persone che poi lavorano nella vita politica. La vita politica, nel suo insieme, quella di chi vota e quella dei dirigenti, è un’attività umana, personale e libera, la cui legittimazione morale sta nella promozione e difesa del bene pubblico. In quanto attività umana, ogni azione politica deve essere morale e giusta, ma questa giustizia non può venirle, in ultima istanza, da sé stessa, né dai consensi circostanziali, né dalle pressioni di un gruppo determinato, ma le deve giungere dalla conformità con un riferimento obiettivo, sia di natura religiosa o semplicemente di natura etica, che vincola la coscienza di tutti, anche dei politici, e che risiede nella stessa natura dell’uomo, di ogni uomo, inteso come creatura di Dio o come realtà ultima nell’ordine pratico a cui si riconosce un valore assoluto. Il riconoscimento di questo riferimento morale è la garanzia del rispetto alla persona e alla società, i cui diritti non provengono dalle istituzioni politiche, ma le precedono e superano tutte, e trovano fondamento nella sua propria natura e, per noi credenti, nella saggezza e nell’amore di Dio. Un potere politico, esercitato senza il riconoscimento di una norma morale obiettiva, costituisce un pericolo serio per il bene della società. Basta dare uno sguardo alla storia del secolo scorso per capirlo. La Chiesa contribuisce in maniera importante alla chiarificazione e al rinforzo di questa coscienza morale dei cittadini che le danno ascolto. Non impone ma propone. Dopodiché ognuno, anche il cristiano, agisce di conseguenza. E’ questo il suo modo di contribuire al bene comune, anche al bene temporaneo e politico, in un ambito legale strettamente democratico. Peccato che, al giorno d’oggi, molti cristiani non agiscano nella vita professionale e politica seguendo le esigenze della fede. Parlare così non significa fare ritorno a formule superate di clericalismo o di confessionalismo, e non è frutto del rimpianto di epoche passate. Vuol dire, semplicemente, incoraggiare nei cristiani il desiderio di offrire alla società i beni di natura temporanea e morale che noi abbiamo scoperto grazie all’illuminazione della fede e al primato dell’amore verso il prossimo, quale norma suprema di comportamento nell’insieme della nostra vita personale, familiare, professionale, culturale e politica. C’è in questo qualcosa contro le leggi della democrazia?

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