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Un
dibattito aperto nella società contemporanea
(terza parte)
Laico, laicismo, laicita’: Mons. Braulio Rodríguez
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Indice
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LAICO,
LAICISMO, LAICITA’ (I)
di Sua Ecc. Mons. Braulio Rodríguez Plaza, Arcivescovo
di Valladolid
Lettera del 18 luglio 2004
La stagione estiva
induce, forse, a riflettere più serenamente; suggerirei,
quindi, di meditare tranquillamente sull’insieme d’idee
che suggeriscono le parole “laico”, “laicismo”
e “laicità”, e lo farei pensando anche
al nostro Governo, che non fa altro che ripetere, e ne ha
la facoltà di farlo, di voler essere un governo laico.
Converrebbe, però sapere cosa intende dire con questo,
anche perché i cattolici hanno il diritto di capire
la questione.
Con la parola “laico” succede una cosa strana:
la Chiesa usa il termine riferendosi, innanzitutto, ai membri
del Popolo di Dio poiché procede del greco Laós
che significa popolo. Laicato, quindi, indica la condizione
dei laici, cioè, dei membri della Chiesa, sia riferendosi
al loro insieme, sia riferendosi ai cosiddetti laici cristiani,
per distinguerli da coloro che esercitano un particolare ministero
(vescovi, sacerdoti, diaconi, religiosi). L’uso più
attuale però del termine acquista tante volte il senso
di “profano” o, quanto meno, di neutrale riguardo
alla religione.
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Vale a dire che, siccome alcuni uomini credono
in Dio ed altri no, per trattarli ugualmente, si suppone che lo
Stato e le istituzioni pubbliche adottino una condizione di neutralità
riguardo la confessione, in modo che non ci siano privilegi per
i credenti o per i non credenti. Così facendo, le diverse
scelte spirituali vengono trattate nel più giusto dei modi.
Ora però, separare la Chiesa (o le Chiese) dallo Stato non
vuol dire lotta alla religione ma, bensì, libertà,
uguaglianza e universalità. Se non fosse così, la
parola “laicismo” avrebbe un senso spregiativo verso
i credenti poiché una cosa è la neutralità
ed un’altra militare contro le idee religiose o impegnarsi
perché tutto ciò che riguarda la religione rimanga
confinato, unicamente, nell’ambito del privato.
In ogni caso, per quanto riguarda i princìpi, nessuno può
negare il diritto alla libertà religiosa, che è uno
dei diritti fondamentali dell’essere umano. Uno dei dibattiti
aperti dell’attualità è proprio su come interpretare
questo diritto.
Nel nostro paese, la Spagna, il diritto alla libertà religiosa,
potrebbe essere recepito in maniera negativa nel suo aspetto personale
e sociale? Potrebbe, anche se non dovrebbe accadere, Costituzione
Spagnola alla mano. Esiste però un punto controverso: se
lo Stato promuove il diritto all’educazione, alla cultura,
allo sport, non dovrebbe tutelare altrettanto il diritto alla libertà
religiosa in qualunque modo i cittadini volessero viverlo? Credo
che la risposta si possa apprendere dalla Costituzione. Il Concilio
Vaticano II, da parte sua, pone un solo limite: “il giusto
ordine pubblico”. In ogni caso, uno Stato laico dovrebbe promuovere
un vero dialogo istituzionale riguardo tutto ciò che ha a
che fare con la fede. Avviene così in questo momento? Cercheremo
di saperlo la prossima settimana.
LAICO, LAICISMO, LAICITA’ (II)
di Sua Ecc. Mons. Braulio Rodríguez Plaza, Arcivescovo di
Valladolid
Lettera del 25 luglio 2004
Dicevamo otto giorni fa che tutto ciò che ha a che fare
con la fede religiosa e la condizione laica di uno Stato democratico,
necessita di un dialogo sociale e istituzionale. Sinceramente credo
che le principali correnti del laicismo attuale in Spagna ed in
Europa, che vorrebbero confinare nella sfera del privato tutto ciò
che riguarda la religione, partano da presupposti molto discutibili:
la religione, nella sua essenza, include una componente d’irrazionalità
e pertanto di fanatismo, che coloro che si definiscono progressisti
non riescono ad accettare.
L’Arcivescovo di Madrid, Cardinale Rouco, ricordava pochi
giorni fa che: “E’ un dovere della coscienza ubbidire
all’autorità legislativa dello Stato, ma lo Stato deve
riconoscere i suoi limiti perché, altrimenti, corre il rischio
di finire di essere uno Stato democratico per diventare uno Stato
assorbente. Riconoscere l’aconfessionalità ad uno Stato
non significa attribuirgli il potere di decidere su questioni fondamentali
della vita, della famiglia, del matrimonio e del bene comune. Lo
Stato non è al di sopra della morale; deve sottomettersi
all’esperienza della vita e della fede della comunità
a cui serve”. Se anche lo Stato fosse laicista, quel fanatismo
che il laicismo crede di vedere in ogni confessione verrà
fuori prima o poi sotto forma di barbarie e, per evitare ciò,
la cosa migliore è agire all’origine ammettendo la
religione nella sfera pubblica. A mio parere, è questo il
punto di partenza di un errore eccessivamente semplicista ed ingiusto:
risolvere i problemi degli uomini non consiste nel rinunciare alla
vita pubblica, alle proprie convinzioni, religiose o laiciste, per
prendere posto in una sorta di “terra di nessuno”, dove
l’identità svanisce.
Il sistema per raggiungere un mondo più giusto ed umano non
consiste, ad esempio, nel bandire la formazione religiosa dalle
nostre scuole eliminandovi le lezioni di religione, come non lo
fu renderla obbligatoria in passato, quando non esisteva la democrazia.
Se fosse questa la soluzione dei problemi si potrebbe valutare l’opportunità
di fare così. Si può invece affermare, a mio avviso,
che vivere con onestà –e c’è tanta gente
che lo fa in questo modo- una profonda convinzione religiosa, può
servire tanto ad avere un mondo più umano e più libero,
e a contrastare ogni tipo di violenza o di terrorismo. Coloro che
non credono in nulla, contribuiscono meglio ad eliminare, per esempio,
la violenza domestica? Per sconfiggere il profondo malessere della
nostra società, non aiuta di più un buon rapporto
tra gli sposi - che secondo la fede cattolica si esige in un matrimonio
canonico- dove l’uomo e la donna si complementano e si rispettano
ed educano i loro figli nel modo migliore? Normalmente, una volta
fallito il matrimonio, questa violenza è ancora più
frequente e la donna, di solito, ne subisce le conseguenze peggiori.
Violenza vuol dire non accogliere, né perdonare, nè
salvaguardare i figli; ed è qui da dove prende il via quell’esecrabile
condotta che aggredisce e non rispetta l’altro.
CONFUSIONE
di Sua Ecc. Mons. Braulio Rodríguez Plaza, Arcivescovo di
Valladolid
Lettera del 3 ottobre 2004
Siamo alla sagra della confusione. Temo che noi cristiani non
sappiamo intravedere, in questa giungla di affermazioni magniloquenti,
quale sia la strada che conduce verso una meta degna dell’essere
umano. Quando, ad esempio, i cristiani cercano di vivere determinati
valori, seguono soltanto delle idee “cattoliche” che
non sono accettabili da coloro che cristiani non sono? Certamente
no, e chi lo sostiene sta solo cercando di confondere la gente,
i cittadini. Non c’è dubbio che per noi cattolici il
riferimento a Dio è fondamentale, ma quando pretendiamo delle
leggi giuste stiamo anche affermando che l’essere umano deve
aprirsi alle esigenze della morale naturale e che ci sono dei riferimenti
morali che orientano la vita di ogni uomo e di ogni donna. Le leggi
“progressiste, laiche e moderne” annunciate dal Governo
socialista, perché dovrebbero essere migliori di quelle basate
nel sistema e nell’ordine morale giusto, che ha regnato nella
nostra nazione per secoli?
Perché le leggi promosse e promulgate con una visione laicista
della società e dell’essere umano, cioè senza
riferimento a Dio, dovrebbero essere migliori di quelle provenienti
da un pensiero che accetta l’esistenza di un creatore e l’idea
che non siamo figli del caso né, pertanto, padroni assoluti
e unici responsabili della nostra esistenza? Chi potrebbe dimostrarmi
che i valori assoluti non esistono e che non dobbiamo rendere conto
di nulla a nessuno? Certe affermazioni vanno provate.
La Chiesa cattolica viene continuamente accusata di voler imporre
agli altri ciò che è valido soltanto per i cattolici,
ma oggi assistiamo a qualcosa di inaudito. “Un governante
può essere ateo –diceva poco fa Monsignore Fernando
Sebastián- come pure un partito politico può sostenere
l’agnosticismo, ma non per questo dobbiamo essere trattati
come se tutti lo fossimo né, ancora peggio, servirsi delle
risorse del potere politico per convincere noi del loro ateismo”.
Credo che un atteggiamento simile significhi tornare indietro di
molti anni e che evidenzi un certo risentimento.
Una cosa è che lo Stato debba essere aconfessionale, e un’altra
ben diversa è che lo siano la società e tutti i suoi
cittadini. Questo vuol dire, semplicemente, legiferare senza tenere
conto delle credenze dei cittadini, per quanto ci si rivesta di
progressismo e di rispetto dialogante verso gli altri. Perché
dovremmo accettare che ci venga imposto dalla legge il permissivismo
morale? Non date credito a ciò che ci si vorrebbe “vendere”
come un prodotto moderno, frutto del dialogo. Coloro che credono
in Dio non sono inidonei per la democrazia e la tolleranza, anzi,
Dio è l’unico grande garante della nostra libertà
e della vera educazione, che è quella che serve ai vostri
figli.
Riflettiamo e dialoghiamo, dunque, su tutti questi argomenti. La
fede cattolica non s’impone, si propone. Non si può
accettare ogni cosa soltanto perché il Governo o lo Stato
lo permettano. Non tutto ciò che è permesso dalle
leggi è moralmente accettabile e lecito. Noi cattolici abbiamo
delle convinzioni morali che provengono dalla logica della nostra
fede, ma siamo anche cittadini del mondo e la nostra fede non ci
impedisce di accettare un ordinamento giuridico degno dell’essere
umano, basato su un ordine morale naturale, e non su una qualunque
visione laicista della vita, discutibile sempre, e, in fondo, poco
ragionevole. Bisogna combattere con mezzi democratici in favore
di questo ordinamento giuridico degno dell’essere umano.
COSA DOBBIAMO FARE ?
Di Sua Ecc. Mons. Braulio Rodríguez Plaza, Arcivescovo di
Valladolid
Lettera del 10 ottobre 2004
Cosa dobbiamo fare noi cristiani in un mondo pluralista come il
nostro, dove siamo costretti a vivere insieme ad un numero di persone
in continua crescita, che hanno un modello di vita assolutamente
diverso dal nostro, e dove sembra che tutte le scelte morali abbiano
lo stesso valore? “Concentrarci sulle cose fondamentali e
smettere di lamentarci”; in questo modo permetteremo che si
mostri in tutto il suo splendore quello che la fede cattolica ha
di benefico per noi e per la società in cui viviamo. Vediamo
alcune di queste cose fondamentali.
La nostra vita è presieduta da “Qualcuno” che
è creatore e previdente, e del quale Gesù Cristo ce
ne parlò dicendo che è nostro Padre? La questione
è se esiste un Dio oppure se siamo soli nel mondo e, quindi,
la nostra vita si spiega unicamente da che uomini e donne siamo.
E’ questo, in fondo, il dibattito aperto in questi momenti
nella nostra società: vivere tenendo conto di Dio o vivere
come se Lui non esistesse.
Dobbiamo prescindere dalla nostra speranza nella presenza di Dio
in questo mondo, come se appartenesse ad uno stadio superato dello
sviluppo umano? Se la risposta è negativa, “concentriamo
i nostri sforzi nel dare ai nostri concittadini la possibilità
di conoscere Dio tramite la testimonianza di Gesù Cristo
e di accettare la sua provvidenza, non come una minaccia per la
nostra libertà, ma come terra ferma dove costruire la nostra
vita personale e spirituale nella libertà, nella giustizia,
nell’amore fraterno e nella speranza dell’eternità.
Annunciamo con umiltà e chiarezza, con onestà e rispetto,
il nostro modo d’intendere le cose. Non intendiamo imporre
niente a nessuno, ma non possiamo neanche far tacere il Vangelo
di Gesù” (Monsignore F. Sebastián).
Noi cristiani, però, non interveniamo solamente in azioni
di tipo puramente religioso; siamo comunque membri della società,
cittadini come gli altri, che hanno gli stessi diritti e doveri.
Perché allora non prendere parte nell’andamento delle
questioni pubbliche? Come gli altri nostri concittadini dobbiamo
cercare il bene comune. Quali membri della Chiesa, il tipo d’influenza
che possiamo esercitare non è, certamente, di natura politica
ma ecclesiale, cioè religiosa e morale. Annunciando Gesù
Cristo e la sua dottrina, educando le coscienze ed incoraggiando
i fedeli a vivere nella santità, la Chiesa contribuisce a
rendere migliore e più umano questo mondo poiché l’influenza
dei cristiani si estende alle attività sociali e professionali,
pubbliche e politiche di coloro intorno a noi, siano essi cristiani
oppure no.
Al giorno d’oggi siamo testimoni di come il potere politico,
sia di destra che di sinistra, quando è esercitato senza
il riconoscimento di una norma morale obiettiva, costituisce un
pericolo enorme per la società. E’ già capitato
altre volte nel corso della storia. Chiarificare e rinforzare la
coscienza morale dei cittadini è davvero importante. Peccato
che in Spagna oggi siano tanti i cristiani che non mettono in pratica
nella vita professionale e politica i princìpi della loro
fede!
OMOSESSUALITA’ ED “OMOFOBIA”
di Sua Ecc. Mons. Braulio Rodríguez Plaza, Arcivescovo di
Valladolid
Lettera del 17 ottobre 2004
Le persone omosessuali possiedono la stessa dignità che
spetta ad ogni essere umano; non possono essere disprezzate né
tanto meno maltrattate e discriminate. Per essere cristiani e per
il fatto di esserlo dobbiamo accettare ogni uomo e donna con i loro
diritti e doveri. Questo, però, non vuol dire legittimare
ogni loro tendenza soggettiva, quale la tendenza sessuale. La sessualità
umana non rimane circoscritta alla sua manifestazione genitale;
s’inscrive nella doppia prospettiva dell’affetto verso
l’altro e della procreazione. La teoria del “genere”
intende sostituire, al momento di contrarre matrimonio, la differenza
tra sessi con la differenza tra sessualità e, quindi, sostiene
che il vincolo sociale del matrimonio può anche svilupparsi
a partire da una tendenza sessuale, quella che ognuno sceglie.
L’identità sessuale, cioè il fatto di essere
un uomo o una donna, è un “dato obiettivo”; l’orientazione
sessuale, invece, è il risultato di un processo storico e
non di qualcosa imposto dalla nascita. Si dice, in maniera ingenua
a dir poco, che alcune persone nascono omosessuali ed altre eterosessuali.
Di fatto, però, non è mai stata dimostrata l’origine
genetica della tendenza omosessuale. L’omosessualità
si manifesta con l’attrazione sessuale, più o meno
esclusiva, verso persone dello stesso sesso ed è una tendenza
sessuale che affiora normalmente nel corso dello sviluppo affettivo
della persona. Che esistano persone omosessuali è un dato
di fatto. Molte vivono legami sentimentali tra loro; e anche questo
è vero. Ora chiedono che queste loro unioni abbiano il riconoscimento
di matrimonio ed il Governo, che le ritiene discriminate dal momento
che non possono sposarsi come sarebbe loro desiderio, in quanto
dicono di amarsi e di avere un progetto per il futuro insieme, ha
presentato un disegno di legge che lo renderebbe possibile. Cosa
dire? “Che questo disegno di legge è un errore”,
e non perché attenti contro la morale cattolica o contro
il matrimonio in Chiesa, ma perché non si può equiparare
legalmente ciò che non è equiparabile e correre il
rischio di distruggere le famiglie sposate con rito civile o religioso
e perché non può farsi senza il dibattito né
il consenso del popolo, ma semplicemente perché rientra nelle
promesse elettorali fatte e quindi se ne prevede l’approvazione
maggioritaria in Parlamento.
Non c’è niente di discriminatorio nell’affermare
che soltanto tra uomini e donne ci si può sposare e diventare
genitori. L’unione tra omosessuali non è identificabile
come matrimonio; viene meno il requisito essenziale per la procreazione,
impossibile tra persone dello stesso sesso. Va bene concedere a
queste unioni dei diritti con i loro effetti civili. Cessino le
discriminazioni contro queste coppie, ma senza equipararle ai matrimoni.
Trattare con diversità ciò che è uguale sarebbe
ingiusto, ma sarebbe altrettanto ingiusto e creerebbe confusione
trattare da uguali cose che, di per sé, non lo sono. La società
può riconoscere come matrimonio soltanto le unioni tra uomo
e donna, e non tra tendenze sessuali. Uomini e donne non si sposano
in base alla loro tendenza eterosessuale.
So che le mie parole saranno interpretate come venute da chi soffre
di “omofobia”. E’ l’elemento propagandistico
più utilizzato dalle associazioni di omosessuali quando incontrano
argomenti che non possono discutere o contraddire. Non dovrebbe
diventare una parola tabù che impedisca di riflettere quando
si tratta questo tema. Non esiste questa presenta “omofobia”.
COME DEVE COLLOCARSI IL COMPITO DEI CATTOLICI
NELLA SOCIETA’ DEMOCRATICA?
di Sua Ecc. Mons. Braulio Rodríguez Plaza, Arcivescovo di
Valladolid
Lettera del 31 ottobre 2004
L’attuale contesto storico e culturale del cattolico, religioso
o laico, sembra essere delimitato tra le opposte tendenze del laicismo
in Occidente e dell’emergente integralismo nel mondo islamico.
Come devono comportarsi i cattolici di fronte a queste sfide? Mi
rendo conto della complessità degli argomenti, che non ammettono
semplicismi, e sono certo che tanti membri della Chiesa vorrebbero
fornire risposte adatte. Desidero esporre alcuni princìpi
che potrebbero essere utili per i cattolici preoccupati da questi
problemi; vere sfide dell’oggi per la nostra fede.
Innanzitutto, è chiaro che dobbiamo evitare un secolarismo
che escluda la fede, e pertanto Dio, dalla vita pubblica. Dovrebbe
evitarlo anche il Governo, poiché se il suo compito in uno
Stato aconfessionale non è quello di preoccuparsi della fede
dei suoi credenti, non lo è neppure far diventare la fede
dei suoi cittadini un fattore puramente soggettivo e, quindi, arbitrario.
La ragione è semplice: se Dio non ha un valore pubblico –non
diciamo già confessante- se non è per noi una istanza,
allora diventa un’idea manipolabile.
Si dice a noi cattolici che la nostra fede non serve alla vita democratica.
Un’assurdità enorme. Come diceva l’arcivescovo
di Pamplona, “possiamo dire, senza esagerare, che i princìpi
che reggono la vita democratica sono nati dal cristianesimo”.
Se Dio non ha un valore pubblico in uno Stato democratico, allora
siamo davanti ad una secolarizzazione radicale. Ammettere, dunque,
che Dio ha qualcosa da dire non soltanto al singolo individuo in
maniera totalmente soggettiva, ma a tutta la comunità umana,
è un fatto di grandissima importanza.
Ma queste mie affermazioni non potrebbero essere definite come integraliste,
cosa che avviene già oggi per una parte dell’Islam?
Vediamolo un po’ alla volta: è da anni, da tanti anni,
che il limite tra la sfere politica e quella della fede soprannaturale
è nitido. Come sostiene il Cardinale Ratzinger, nasce dalle
stesse parole di Gesù quando divide ciò che appartiene
a Cesare da ciò che appartiene a Dio. A volte penso che molti
dei nostri contemporanei, critici con la Chiesa, non hanno avuto
la delicatezza di analizzare, ad esempio, il Concilio Vaticano II
(in particolare la Costituzione Gaudium et Spes) e si precipitano
a sfoderare argomentazioni così squallide che non vale la
pena di ascoltare.
A prescindere dagli errori commessi, il cristianesimo distingue,
da sempre, lo Stato come realtà secolare e non “secolarista”,
dalla fede, che è un’altra cosa ed occupa un altro
livello. E’ un bene riconoscere la ragione comune dell’umanità
e distinguerla dalla fede, che rispetta anche le altre manifestazioni
religiose. Ma oltre a fare questa giusta e necessaria distinzione
che ci libera da integralismi e da una sbagliata teocrazia, occorre
anche riconoscere il bisogno che quella ragione si orienti a Dio,
che sia sempre aperta a Dio, per non dimenticare le grandi indicazioni
morali e culturali che nascono dalla fede e sono rivolte a tutti,
non soltanto ai cattolici.
Non dobbiamo temere di prendere iniziative negli ambiti pubblici
e politici. Aiuteremo a costruire un mondo tollerante, responsabile
dal punto di vista umano e morale, come ci ha insegnato Dio, che
ci ha fatto dono di sé per rivelarci il vero umanesimo.
VISIONE POSITIVA DELLE COSE
Di Sua Ecc. Mons. Braulio Rodríguez Plaza, Arcivescovo di
Valladolid
Lettera del 7 novembre 2004
Noi cristiani viviamo la nostra fede non in una campana di vetro,
ma nel mezzo degli eventi storici del nostro periodo. Il nostro
tempo è quello che è, e non possiamo di certo cambiare
nulla. Possiamo pensare ad un tempo in cui amare un uomo o una donna
per tutta la vita era un ideale –oggi non lo è più
per molti-; in cui la mamma che aspettava un bambino sapeva che
il suo ventre ospitava una vita, in cui era possibile per i genitori
allevare la propria prole sotto un tetto comune, insieme magari
ai nonni, che vi rimanevano a vita e la cui morte univa persino
di più la famiglia. C’è stato un tempo in cui
uomini e donne affrontavano la sofferenza dalla speranza. E’
finito tutto questo?
All’orizzonte della società spagnola è comparsa
la possibilità dell’aborto libero, dei “divorzi
lampo”, di chiamare matrimonio l’unione affettiva tra
persone dello stesso sesso e che queste possano persino adottare,
della ricerca con embrioni umani e di considerare l’eutanasia
come l’esercizio della propria libertà. Come dobbiamo
reagire? Semplicemente lagnandoci o riempiendoci d’indignazione
verso il Governo che acconsente tutto ciò? Non converrebbe
anche cercare di capire perché è capitato tutto questo?
Non sarebbe anche ora di fare un esame di coscienza?
L’abbandono della tradizione cattolica in ampi settori della
società spagnola è un dato di fatto da anni; è
anzi, un fenomeno in crescita. La debolezza del cattolicesimo spagnolo
viene da lontano ma, forse, si mostra ora in tutta la sua crudeltà.
Quanto chiedo a Dio che possiamo essere all’altezza di attuare
una risposta adatta allo stato attuale delle cose! Abbandoniamo
l’idea che nella nostra società ci sia un substrato
cattolico pressoché inalterabile, una sorta di riserva che
non si esaurisce.
Non basta più appellarsi alla tradizione cattolica spagnola,
per quanto splendida, né al diritto naturale, pur trattandosi
di un concetto che riflette un valore antropologico irrinunciabile,
per aprire uno spazio nuovo all’annuncio cristiano e per diffondere,
efficacemente, i fondamenti di una civiltà che trova solo
spiegazione in secoli d’educazione cristiana. C’è
bisogno che gli uomini e le donne della nostra società secolarizzata
ritrovino nel cristianesimo le risposte ai loro interrogativi e
desideri. Possiamo certamente pensare che il Governo socialista
abbia la responsabilità d’introdurre delle leggi o
delle misure che ci sembrano negative ma, vogliamo dimenticare le
attuali difficoltà per trasmettere la fede alle nuove generazioni
all’interno delle proprie famiglie, delle parrocchie e delle
scuole cattoliche, il debilitamento della pastorale e la stessa
incapacità di formulare un giudizio culturale rilevante?
Dovremo quasi ringraziare Dio di questa situazione se ci rendessimo
conto di trovarci davanti alla possibilità di riformulare
le domande importanti sul senso dell’esistenza: ci sarà
una ragione di esistere? Sarà possibile essere felici? Non
sono domande per soli atei o agnostici ma anche per i cristiani
che hanno perso la rotta: c’è qualcuno che conosca
il senso della vita? Come si chiama? Dov’è? E mostrare
Cristo, che rende nuovi a uomini e donne, che sono felici perché
Dio, inviandoci a suo Figlio che è morto per noi, ci ha cambiati.
La cosa più importante è scoprire, scoprire sempre…scoprire
il miracolo della vita, il sapore dell’amore cristiano, che
sa amare ed è solidale con tutti e che rende positiva questa
vita.
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