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DONNE A SERVIZIO DELLA VITA, DELLA PACE, DEL VANGELO
8 marzo 2005
Introduzione
Le Sante e le Beate di Giovanni Paolo II
Le Biografie
L’80% dei missionari sono donne
Variazioni del numero delle Religiose nei paesi Latinoamericani
Dati riguardanti alcuni paesi europei
Religiose e laiche consacrate uccise negli ultimi anni
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LE BIOGRAFIE

BEATA LAURA MONTOYA UPEGUI
Missionarie all’avanguardia nell’evangelizzazione in America Latina

“Provai un grande desiderio di avere tre lunghe vite: una per dedicarla all’adorazione, l’altra per trascorrerla nelle umiliazioni e la terza per le missioni; ma, nell’offrire al Signore questi impossibili desideri, mi sembrò troppo poco condurre una vita per le missioni e gli offrii il desiderio di avere un milione di vite per sacrificarle nelle missioni tra gli infedeli. Però, rimasi molto triste. Ed io ho ripetuto molto al Signore dalla mia anima questa saetta: Che io muoia al vedere che niente sono e che ti voglio”. Così scriveva Madre Laura Montoya Upegui, trovandosi nella Basilica di San Pietro nel mese di novembre dell’anno 1930, dopo una fervida preghiera eucaristica. Maestra delle missioni in America Latina, serva della verità e della luce del Vangelo, la Montoya nacque a Jericó, Antioquia, piccolo paese colombiano, il 26 maggio 1874, da Juan de la Cruz Montoya e Dolores Upegui, una famiglia profondamente cristiana. Ricevette l’acqua rigeneratrice del Battesimo quattro ore dopo la nascita. Il sacerdote le impose il nome di Maria Laura di Gesù. Aveva due anni quando suo padre fu assassinato durante la guerra fratricida per difendere la religione e la patria. La moglie e i tre figli vissero nella povertà a causa della confisca dei loro beni. Dalle labbra di sua madre, Laura apprese il perdono e i sentimenti cristiani. Fin dai primi anni, la vita di Laura Montoya fu ricca di incomprensioni e dolori: dovette elemosinare l’affetto tra i suoi stessi familiari. L’azione dello Spirito di Dio e la lettura della Sacra Scrittura, la condussero lungo le vie dell’orazione contemplativa, la penitenza e il desiderio di farsi religiosa nel chiostro carmelitano. Cresce senza studi a causa della povertà e degli spostamenti dovuti alla sua condizione di orfana fino all’età di 16 anni, quando entra nella “Normale de Institutoras” di Medellín, per diventare maestra elementare e in questo modo guadagnarsi il sostentamento quotidiano. Nonostante ciò, diventa una pedagoga di valore, una formatrice delle generazioni cristiane, una brava scrittrice e una mistica profonda per la sua esperienza di orazione contemplativa.

Nel 1914, appoggiata da monsignor Maximiliano Crespo, vescovo di Santa Fe de Antioquia, fonda una famiglia religiosa: “Le Missionarie di Maria Immacolata e Santa Caterina da Siena”. Si legge nella sua Autobiografia: “Avevo bisogno di donne intrepide, valorose, infiammate nell’amore di Dio, che potessero assimilare la loro vita a quella dei poveri abitanti della selva, per condurli verso Dio”. La sua professione di maestra la portò attraverso varie popolazioni di Antioquia e poi al Collegio dell’Immacolata a Medellín. Nel suo magistero non si contenta del sapere umano, ma espone magistralmente la dottrina del Vangelo. Forma con la parola e l’esempio, il cuore dei suoi discepoli nell’amore alla Eucaristia e nei valori cristiani. Poi si sente chiamata a realizzare quello che lei chiamava “l’Opera degli indios”: nel 1907, trovandosi nella città di Marinilla, scrive: “mi vidi in Dio e come se mi avvolgesse con la sua paternità facendomi madre, nel modo più intenso, degli infedeli. Mi arrecavano dolore come veri figli”. Questo fuoco d’amore la spinge ad un lavoro eroico al servizio degli indigeni delle selve dell’America.
Sceglie cinque compagne e insieme a sua madre Doloritas Upegui, crea il gruppo delle “Missionarie catechiste degli indios”: lasciano Medellín per Dabeiba il 5 maggio 1914. Partono verso l’ignoto, non con la forza delle armi, ma con la debolezza femminile appoggiata nel Crocifisso e sostenuta da un grande amore per Maria la Madre e Maestra di questa Opera missionaria.
“La Signora Immacolata mi attrasse in modo tale che mi è impossibile pensare che non sia Ella il centro della mia vita”. La cella carmelitana, oggetto delle sue ansie al tempo della sua gioventù, le sembrò troppo fredda dinanzi a quelle selve popolate da esseri umani immersi nell’infedeltà, ma amati teneramente da Dio. “Sento la suprema impotenza del mio niente e il supremo dolore di vederti sconosciuto, come un peso che mi opprime”.
Comprende la dignità umana e la vocazione divina dell’indigeno. Vuole inserirsi nella sua cultura, vivere come esso nella povertà, semplicità e umiltà e in questo modo abbattere il muro della discriminazione razziale che avevano alcuni leader civili e religiosi del suo tempo. La solidità delle sue virtù fu provata e purificata dall’incomprensione e dal disprezzo di coloro che l’attorniavano, per i pregiudizi e le accuse di alcuni prelati della chiesa che non compresero in quel momento, quello stile di essere “religiose capre”, secondo la loro espressione, andate per l’anelito di estendere la fede e la conoscenza di Dio fino ai più remoti ed inaccessibili luoghi, offrendo una catechesi viva del Vangelo.
La sua Opera missionaria ruppe gli schemi, lanciando le donne come missionarie nell’avanguardia dell’evangelizzazione nell’America Latina.
Laura Montoya elegge come cella la selva aggrovigliata e come tabernacolo la natura andina, i boschi e i ruscelli, l’esuberante vegetazione nella quale incontra Dio. Scrive alle Suore: “Non vi è tabernacolo ma natura; sebbene la presenza di Dio sia diversa, sta nelle due parti e l’amore deve essere cercato e trovato dove vuole che si incontri”.
Scrive per esse il libro “Voci Mistiche”, ispirato alla contemplazione della natura, e altri libri come il “Direttorio o guida di perfezione”, che aiutano le Suore a vivere in armonia la vita apostolica e quella contemplativa. La sua Autobiografia è un’opera somma, libro di confidenze intime, esperienza delle sue angustie, desolazioni e ideali, vibrazioni della sua anima al contatto con la divinità, trasmissione delle sue lotte titaniche per portare a compimento la propria vocazione missionaria. Lì mostra la sua “pedagogia dell’amore”, pedagogia adattata alla mentalità dell’indigeno, che le permette di addentrarsi nella cultura e nel cuore dell’indio e del nero del nostro continente.
Madre Laura centra la propria Ecclesiologia nell’amore e nell’obbedienza alla Chiesa. Vive per la Chiesa, che ama svisceratamente, e per estendere le sue frontiere non teme difficoltà, sacrifici, umiliazioni e calunnie.
Questa instancabile missionaria trascorse nove anni sulla sedia a rotelle senza lasciare il suo apostolato della parola e della penna. Dopo una lunga e penosa agonia, morì a Medellín il 21 ottobre 1949. Alla sua morte lasciò estesa la sua Congregazione Missionaria in 90 case distribuite in tre Paesi, con un numero di 467 religiose. Attualmente le Missionarie lavorano in 19 paesi distribuite in America, Africa ed Europa.

BEATA MARIA GUADALUPE GARCIA ZAVALA
Amare la povertà per potersi dedicare meglio agli infermi

Fondatrice della Congregazione religiosa delle Serve di Santa Margherita Maria e dei Poveri, Maria Guadalupe Garcia Zavala nacque a Zapopan, Jalisco, in Messico il 27 aprile 1878. Suoi genitori furono Fortino Garcia e Rifugio Zavala Garcia.
Don Fortino era commerciante, aveva un negozio di articoli religiosi di fronte alla Basilica di Nostra Signora di Zapopan, per questo la piccola Lupita faceva visita alla chiesa molto di frequente e fin da bambina dimostrò un grande amore per i poveri e per le opere di carità.
Lupita era una giovane molto carina e simpatica, semplice e trasparente nei modi, amabile e servizievole con tutti. Era fidanzata con Gustavo Arreola, quando, ormai promessa in matrimonio all’età di 23 anni, sentì la chiamata del Signore a consacrarsi alla vita religiosa con particolare attenzione verso i malati e i poveri.
Confidò questa inquietudine al suo direttore spirituale, Padre Cipriano Iñiguez, che le disse di avere egli pure avuto l’ispirazione di fondare una Congregazione Religiosa per prendersi cura degli ammalati dell’Ospedale. Fu così che entrambi fondarono la Congregazione religiosa delle “Serve di Santa Margherita Maria e dei Poveri”.
Madre Lupita divenne infermiera e in seguito venne eletta Superiora Generale della Congregazione, carica che ricoprì tutta la vita, e sebbene provenisse da una famiglia di ceto agiato, seppe adattarsi con gioia ad una vita estremamente sobria. Insegnò alle Suore della Congregazione ad amare la povertà per potersi dedicare meglio agli infermi. Quando l’Ospedale attraversò un momento di grave difficoltà economica, Madre Lupita chiese il permesso al proprio direttore spirituale di poter mendicare per la strada, e, ottenuta l’autorizzazione, lo fece con altre consorelle per vari anni finché riuscì a risolvere il problema del sostentamento dei malati.
Dal 1911 al 1936 in Messico la situazione politico-religiosa fu difficile. Con la caduta del presidente Porfirio Diaz, la Chiesa fu perseguitata dai rivoluzionari Venustiano Carranza, Alvaro Obregòn, Pancho Villa e soprattutto Plutarco Elìas Calles. Il periodo più sanguinoso fu dal 1926 al 1929.
Durante quegli anni di persecuzione contro la Chiesa cattolica in Messico, Madre Lupita, rischiando la propria vita e quella delle sue compagne, nascose all’interno dell’Ospedale alcuni sacerdoti e anche l’Arcivescovo di Guadalajara, S.E. D. Francisco Orozco y Jimenez. Le suore inoltre davano da mangiare e curavano gli stessi soldati persecutori feriti. Questo fu uno dei motivi per cui i soldati accampati vicino l’Ospedale non soltanto non infastidivano le suore, ma le difendevano insieme ai malati.
Durante la vita di Madre Lupita furono aperte 11 fondazioni nella Repubblica Messicana e dopo la sua morte la Congregazione continuò a crescere. Attualmente le Serve di Santa Margherita e dei Poveri contano 22 fondazioni in Messico, Perù Islanda, Grecia e Italia.
Il 13 ottobre 1961 l’intera Congregazione delle Serve di Santa Margherita e dei Poveri festeggiarono i 60 anni di vita religiosa dell’amata fondatrice, ma lei soffriva di una dolorosa malattia, e dopo due anni morì, all’età di 85 anni. Si addormentò nel Signore il 24 giugno 1963 a Guadalajara, Jalisco, Messico.
Quando si seppe della sua morte, moltissima gente si recò all’Ospedale per rendere omaggio per l’ultima volta ai suoi resti mortali e il giorno seguente quando furono celebrati i funerali grande fu la partecipazione perché già godeva di fama di santità.

BEATA MARIA LUDOVICA DE ANGELIS
Una vita dedicata all’assistenza dei bambini malati e orfani

Antonina De Angelis nacque il 24 ottobre 1880 a San Gregorio, in provincia de L’Aquila. Prima degli otto figli di Ludovico De Angelis e Santa Colaianni, umili e religiosi contadini che seppero infondere nei numerosi figli i principi del cristianesimo.
Antonina fin da bambina aiutò la madre nell’accudire i suoi fratelli, diventandone balia e maestra. Per questi impegni non riuscì a frequentare con assiduità la scuola, ma imparò lo stesso a leggere e a scrivere recandosi a casa di una maestra. Sia in famiglia sia in chiesa imparò il catechismo che non smise mai d’insegnare. Altro amore che portò sempre con sé fu la dedizione ai lavori nei campi: già adolescente aiutava il padre nei lavori agricoli e nella vendita dei prodotti.
Intanto cresceva robusta e carina e non mancarono i pretendenti al matrimonio anche se Antonina li rifiutò sistematicamente. Il suo animo era inquieto perché avvertiva il desiderio di farsi religiosa, la madre si opponeva perché voleva vederla sposata e avere tanti nipoti.
Antonina parlò con il parroco Samuel Tarquini che la guidò e l’aiutò in tutto, tanto da farle conoscere le Suore della Misericordia.
Il 14 novembre del 1904 Maria Ludovica entrò come postulante nel noviziato delle Suore della Misericordia, fondate da s. Maria Giuseppa Rossello (1811-1880), nella Casa madre di Savona nella Riviera Ligure. L’anno successivo, con il nome di Maria Ludovica fece la sua prima professione il 3 maggio 1905, ricevendo il mandato missionario.
Il 14 novembre 1907 s’imbarcò per l’Argentina insieme a tanti emigranti, raggiunse Buenos Aires e si fermò con le consorelle già in missione in quella città fin dopo il Natale, poi si trasferì a La Plata nel piccolo Ospedale de Ninos (dei bambini) che consisteva a quel tempo in due sale costruite in legno circondate da una recinzione di filo spinato.
Venne assegnata in cucina e nella dispensa. Per la sua scarsa istruzione non poteva essere né infermiera né maestra, ma gestì il suo compito in modo così perfetto che il dottor Carlos S. Cometto la propose come amministratrice, carica che mantenne fino ai suoi ultimi giorni.
L’amministrazione dell’Ospedale sarà il campo della sua santificazione, non un chiostro silenzioso, ma il contatto giornaliero con fornitori, il controllo delle merci, il disporre il cibo per i bambini ammalati, il controllare le pulizie, l’evitare sprechi, l’incoraggiare il personale dell’Ospedale a svolgere i loro compiti con responsabilità e sollecitudine.
In definitiva mettere in pratica, lei quasi analfabeta, le tre caratteristiche principali di ogni buon amministratore: vedere, prevedere, provvedere.
Madre Ludovica lottò per ampliare l’Ospedale, dotandolo di attrezzature moderne e di personale qualificato, stimolando il contributo di tanti benefattori. L’Ospedale per Bambini di La Plata su disposizione del Ministro della Sanità argentino è oggi intitolato alla “Superiora suor Maria Ludovica”.
Fondò inoltre il sanatorio di Punta Magotes a Mar del Plata per assistere i bambini affetti da tubercolosi e da malattie respiratorie. Desiderando che ai bambini non mancasse nulla, con l’aiuto della Provvidenza acquistò alcuni ettari di terreno a City Bell costruendo una fattoria e istituendo un centro di produzione di prodotti freschi per i bambini: frutta, verdure, latte, farinacei; compreso un centro di spiritualità con chiesa e parrocchia, catechesi, missioni popolari.
Si occupò dei bambini orfani e abbandonati, allevandoli ed educandoli, trasformando l’ospedale in un focolare e in una scuola. Come molti santi, suor Ludovica sperimentò la croce di Gesù nel corpo e nello spirito, afflitta da malattie, angosciata da incomprensioni e calunnie. Fece fronte a tutto questo con il silenzio, il perdono e la preghiera.
Soffrì per molti anni dei postumi di una malattia renale acuta che nel 1935 le causò l’asportazione di un rene, ipertensione alta ed edemi polmonari. L’insonnia l’accompagnò per buona parte della sua vita, occupava quelle ore notturne con la preghiera e cucendo abiti liturgici per le varie cappelle, oppure girando per le sale di degenza a controllare i piccoli pazienti.
All’inizio del 1962 si manifestò un tumore all’addome. Il 25 febbraio 1962 morì a La Plata nell’Ospedale dei Bambini, circondata dall’affetto e dalla riconoscenza della popolazione. Il suo motto più incisivo fu: “Fare del bene a tutti, non importa a chi”. Aveva guidato con energia e amore l’Ospedale per 54 anni.

BEATA MARIA CARIDAD BRADER
Per evangelizzare gli indigeni non esitò davanti alla furia dell’Oceano, alle foreste intricate e al freddo intenso degli altipiani

Carità Brader, figlia di Giuseppe Sebastiano Brader e di Maria Carolina Zahaner, nacque il 14 agosto 1860 a Kaltbrunn, St. Gallen (Svizzera). Fu battezzata il giorno dopo con il nome di Maria Giuseppa Carolina.
Dotata di un’intelligenza fuori dal comune e guidata per le vie del sapere e della virtù da una madre affettuosa e premurosa, la piccola Carolina crebbe con una solida formazione cristiana, un intenso amore a Gesù Cristo ed un’affettuosa devozione alla Vergine Maria.
Conoscendo il talento e le capacità di sua figlia, la madre si preoccupò di darle una accurata educazione. Nella scuola di Kaltbrunn fece gli studi primari, gli studi medi poi all’istituto di Maria Hilf di Altstätten, diretto da una comunità di religiose del Terzo Ordine Regolare di San Francesco.
Intanto la voce di Cristo cominciò a farsi sentire nel suo cuore e Maria Caridad decise di abbracciare la vita consacrata. Questa scelta di vita provocò in un primo momento l’opposizione di sua madre, che era rimasta vedova e con questa unica figlia.
Il primo ottobre 1880 entrò ad Altstätten nel convento francescano di clausura “Maria Hilf”. Il primo marzo 1881 vestì l’abito francescano ricevendo il nome di Maria Carità dell’Amore dello Spirito Santo. Il 22 agosto dell’anno dopo emise i voti religiosi. Grazie alla sua preparazione pedagogica fu destinata all’insegnamento nel collegio unito al monastero.
Aperta alle religiose di clausura la possibilità di lasciare il monastero e di collaborare all’estensione del Regno di Dio, i Vescovi missionari, alla fine del XIX secolo, si recarono nei conventi in cerca di suore disposte a lavorare nei territori di missione.
Monsignor Pietro Schumacher, missionario di San Vincenzo de’ Paoli e Vescovo di Portoviejo (Ecuador), scrisse una lettera alle religiose di Maria Hilf, chiedendo volontarie per lavorare come missionarie nella sua diocesi.
Le religiose risposero con entusiasmo a questo invito. Una delle più entusiaste ad andare in missione fu Madre Carità Brader. La beata Maria Bernarda Bütler, superiora del convento che guiderà il gruppo delle sei missionarie, la scelse tra le volontarie dicendo: «Alla fondazione missionaria va madre Carità, generosa in sommo grado, che non retrocede dinanzi a nessun sacrificio e con il suo straordinario saper fare e la sua pedagogia potrà dare alla missione grandi servizi».
Il 19 giugno 1888 Madre Carità e le sue compagne intrapresero il viaggio verso Chone, in Ecuador. Nel 1893, dopo un duro lavoro a Chone e dopo aver catechizzato tanti gruppi di bambini, Madre Carità fu destinata alla fondazione in Túquerres, Colombia. Lì manifestò il suo ardore missionario: amava gli indigeni e non risparmiava alcuno sforzo per andare da loro, sfidando la furia delle onde dell’oceano, le intricate selve e il freddo intenso degli altipiani. Il suo zelo non conosceva riposo. La preoccupavano soprattutto i più poveri, gli emarginati, coloro che ancora non conoscevano il Vangelo.
Di fronte all’urgente necessità di trovare più missionarie per un così vasto campo di apostolato, appoggiata dal Padre tedesco Reinaldo Herbrand, fondò nel 1894 la Congregazione delle Francescane di Maria Immacolata. Presto alla Congregazione, composta all’inizio da giovani, si unirono le vocazioni autoctone, soprattutto della Colombia.
Madre Carità, nella sua attività apostolica, seppe unire molto bene la contemplazione e l’azione. Esortava le sue figlie ad una preparazione accademica efficiente, ma «senza che si spegnesse lo spirito della santa orazione e devozione». «Non dimenticate — diceva loro — che quanta più istruzione e capacità possiede l’educatrice, tanto più potrà fare in favore della santa religione a gloria di Dio, soprattutto quando la virtù è l’avanguardia del sapere. Quanto più intensa e visibile è l’attività esterna, più profonda e fervorosa deve essere la vita interiore».
Indirizzò il suo apostolato principalmente verso l’educazione, soprattutto negli ambienti poveri ed emarginati.
Anima eucaristica, per eccellenza, trovò in Gesù Sacramentato i valori spirituali che dettero calore e senso alla sua vita. Mise tutto il suo impegno nell’ottenere il privilegio dell’Adorazione Perpetua diurna e notturna che lasciò come il patrimonio più stimato alla sua comunità, insieme con l’amore e la venerazione ai sacerdoti come ministri di Dio.
Amante della vita interiore, visse in continua presenza di Dio. Per questo vedeva in tutti gli avvenimenti la sua mano provvidente e misericordiosa. «Egli lo vuole», fu il programma della sua vita.
Come superiora generale fu la guida spirituale della sua Congregazione dal 1893 al 1919 e dal 1928 al 1940. Nel 1933 ebbe la gioia di ricevere l’approvazione pontificia della sua Congregazione.
A 82 anni, presentendo la propria morte, esortava le sue figlie: «Me ne vado. Non lasciate le buone opere che ha nelle mani la Congregazione, l’elemosina e la molta carità verso i poveri, la grandissima carità tra le Suore, l’adesione ai Vescovi e ai sacerdoti».
Il 27 febbraio 1943, senza sospettare che quello fosse l’ultimo giorno della sua vita, disse all’infermiera: «Gesù, ... muoio». Furono le ultime parole con le quali consegnò la sua anima al Signore.
Appena si diffuse la notizia della sua morte, cominciò a passare davanti ai suoi resti mortali un’interminabile processione di devoti che chiedevano reliquie e si raccomandavano alla sua intercessione. I funerali ebbero luogo il 2 marzo 1943 alla presenza delle autorità ecclesiastiche e civili e di una moltitudine di fedeli, che dicevano: «È morta una santa».
Dopo la sua morte, la sua tomba è stata costante meta di devoti che l’invocano per le loro necessità.
Le virtù che praticò si coniugano ammirevolmente con le caratteristiche che sua Santità Giovanni Paolo II fa risaltare nella sua Enciclica «Redemptoris Missio» e che devono identificare l’autentico missionario. Tra queste parole, come diceva Gesù ai suoi apostoli: «la povertà, la mansuetudine e l’accettazione delle sofferenze».
Madre Carità praticò la povertà secondo lo spirito di San Francesco e mantenne durante tutta la vita un distacco totale. Come missionaria a Chone, sperimentò la gioia di sentirsi autenticamente povera, allo stesso livello della gente che era andata a istruire e a evangelizzare. Tra i valori evangelici che come fondatrice si sforzò di mantenere nella Congregazione, la povertà occupava un posto di rilievo.

BEATA MARIA DI GESÙ CROCIFISSO PETKOVIC
Diffondere il Vangelo attraverso la cura e l’amore dei più piccoli e dei più poveri

Maria di Gesù Crocifisso Petkovic nasce il 10 dicembre 1892 nella parrocchia di “Tutti i Santi” a Blato, sull’isola di Korcula, sesta di otto figli di Antonio e Maria Petkovic. I suoi genitori vivono in maniera esemplare ed educano cristianamente i loro figli. Maria mostra inclinazione verso la pietà e la misericordia. Vede le sofferenze, la fame e la penuria della gente e fin dall’infanzia decide di proteggere i poveri, i «fratelli scelti e amati dal Signore», come era solita chiamarli.
Spinta dal vivo desiderio di aiutare i più bisognosi e seguendo le indicazioni del Vescovo di Dubrovnik, Mons. Josip Marcelic, nel giorno dell’Annunciazione dell’anno 1919 dà vita alla comunità religiosa che desiderava promuovere «per l’educazione e l’istruzione della gioventù femminile del luogo». Lo stesso Vescovo nel 1928, ispirandosi alla Regola del Terzo Ordine di san Francesco, istituisce canonicamente la comunità religiosa di diritto diocesano. Trenta anni dopo, il 6 dicembre 1956, la comunità riceve il riconoscimento pontificio e l’approvazione delle costituzioni.
Maria di Gesù Crocifisso Petkovic sperimentava la gioia più grande nell’incontro con i poveri, gli emarginati e i disprezzati. In loro riconosceva il volto di Gesù sofferente ed era piena di gioia nel poterli servire. Perciò, fino alla sua morte, avvenuta a Roma il 9 luglio 1966, non si stancava di esortare le sorelle, affinché con il loro comportamento e sacrificio mostrassero come si erano incarnati in loro l’amore, la bontà e la misericordia di Dio.
Questa figlia della diocesi di Dubrovnik è riuscita nella propria vita spirituale a collegare l’opera apostolica della diffusione della fede con la cura e l’amore per i piccoli. Era capace di soffrire e sopportare le offese, e «della povertà e umiltà fece i più grandi valori della sua vita». Attingeva la forza spirituale dalla preghiera e dai consigli dei pastori della Chiesa, davanti a cui si mostrò molto docile ed obbediente. Aveva particolare stima delle disposizioni del Vescovo e del Pontefice. Ciò appare bene dalla lettera circolare con la quale spiegava alle proprie consorelle il significato della regola e delle costituzioni: «Esse sono la parola e la legge di nostro Signore... la Regola santa, il libro della vita, la via della croce, la chiave e il legame dell’amicizia eterna».
La fama di santità, di cui godette la Serva di Dio durante la sua vita, si confermò anche dopo la morte.
Le Figlie della Misericordia, la Congregazione di cui è fondatrice, oggi conta 429 suore, che operano in 12 paesi dell’Europa e dell’America. Le suore si occupano dell’educazione dei bambini e della gioventù, dell’assistenza alle persone anziane e malate, dell’apostolato parrocchiale, come pure della promozione della dignità della persona e dello sviluppo delle missioni e del dialogo ecumenico.

BEATA TERESA DI CALCUTTA (AGNES GONXHA BOJAXIU)
La piccola matita di Dio

Madre Teresa di Calcutta, al secolo Agnes Gonxha Bojaxhiu, era nata il 26 agosto 1910 a Skopje (ex-Jugoslavia, oggi Macedonia), da una famiglia cattolica albanese. A 18 anni decise di entrare nella Congregazione delle Suore Missionarie di Nostra Signora di Loreto. Partita nel 1928 per l’Irlanda, un anno dopo è già in India.
Nel 1931 emette i primi voti prendendo il nuovo nome di suor Mary Teresa del Bambin Gesù (scelto per la sua devozione alla santa di Lisieux), e per circa vent’anni insegnerà storia e geografia alle ragazze di buona famiglia nel collegio delle suore di Loreto a Entally, zona orientale di Calcutta. Oltre il muro di cinta del convento c’era Motijhil, uno degli slum più miserabili della megalopoli indiana. Da lontano suor Teresa poteva sentirne i miasmi che arrivavano fino al suo collegio di lusso. Era l’altra faccia dell’India, un mondo a parte per lei, almeno fino a quella fatidica sera del 10 settembre 1946, quando avvertì la “seconda chiamata” mentre era in treno diretta a Darjeeling per gli esercizi spirituali.
Durante quella notte una frase continuò a martellarle nella testa per tutto il viaggio, il grido dolente di Gesù in croce: “Ho sete!”. Un misterioso richiamo che col passare delle ore si fece sempre più chiaro e pressante: lei doveva lasciare il convento per i più poveri dei poveri.
"I thirst" (ho sete), c’è scritto sul crocifisso della Casa Madre e in ogni cappella – in ogni parte del mondo – di ogni casa della famiglia religiosa di Madre Teresa.
Suor Teresa lasciò il convento di Entally con cinque rupie in tasca e il sari orlato di azzurro delle indiane più povere dopo quasi 20 anni trascorsi nella congregazione delle Suore di Loreto. Era il 16 agosto 1948. La piccola Gonxha di Skopje diventava Madre Teresa.
Il 7 ottobre 1950 la nuova Congregazione ottiene il suo primo riconoscimento, l’approvazione diocesana. È una ricorrenza mariana, la festa del Rosario e di certo non è casuale dal momento che a Maria è dedicata la nuova famiglia religiosa.
L’amore profondo di Madre Teresa per la Madonna aveva solide radici nella sua infanzia, a Skopje, quando mamma Drone, che era molto religiosa, portava sempre i suoi figli in chiesa e a visitare i poveri, ed ogni sera recitavano insieme il rosario.
“La nostra Società – si legge nel primo capitolo delle Costituzioni – è dedicata al Cuore Immacolato di Maria, Causa della nostra Gioia e Regina del Mondo, perché è nata su sua richiesta e, grazie alla sua continua intercessione, si è sviluppata e continua a crescere”.
Ognuno dei 10 capitoli delle Costituzioni è introdotto da una citazione tratta dai passi mariani dei Vangeli. La Madonna è detta la prima Missionaria della Carità per la sua visita a Elisabetta, dove dette prova di ardente carità nel servizio gratuito all’anziana cugina bisognosa di aiuto. Oltre ai tre usuali voti di povertà, castità e obbedienza, ogni Missionaria della Carità ne fa un quarto di “dedito e gratuito servizio ai più poveri tra i poveri”, riconoscendo in Maria l’icona del servizio, reso di tutto cuore, della più autentica carità.
La devozione al Cuore Immacolato di Maria è l’altro aspetto del carisma mariano e missionario dell’opera di Madre Teresa, praticato con i mezzi più tradizionali e più semplici: il Santo Rosario, pregato ogni giorno e in ogni luogo, persino per la strada; il culto delle feste mariane (la professione religiosa delle sue suore cade sempre in festività della Madonna); la preghiera fiduciosa a Maria affidata anche alle “medagliette miracolose” (Madre Teresa ne regalava in gran quantità alle persone che incontrava); l’imitazione delle virtù della Madre di Dio, in modo speciale l’umiltà, il silenzio, la profonda carità.
Attiva e contemplativa al tempo stesso, nella Madre c’erano idealismo e concretezza, pragmatismo e utopia. Lei amava definirsi “la piccola matita di Dio”, un piccolo semplice strumento fra le Sue mani. Riconosceva con umiltà che quando la matita sarebbe diventata un mozzicone inutile, il Signore l’avrebbe buttata via, affidando ad altri la sua missione apostolica.
Madre Teresa è scomparsa a Calcutta la sera del venerdì 5 settembre 1997, alle 21.30. Aveva 87 anni. Il 26 luglio 1999 è stato aperto, con ben tre anni di anticipo sui cinque previsti dalla Chiesa, il suo processo di beatificazione; e ciò per volontà del Santo Padre che, in via del tutto eccezionale, ne ha voluto accelerare la procedura. Per la gente Madre Teresa è già santa.
Il suo messaggio è sempre attuale: che ognuno cerchi la sua Calcutta, presente pure sulle strade del ricco Occidente, nel ritmo frenetico delle nostre città. “Puoi trovare Calcutta in tutto il mondo – lei diceva – se hai occhi per vedere. Dovunque ci sono i non amati, i non voluti, i non curati, i respinti, i dimenticati”.
I suoi figli spirituali continuano in tutto il mondo a servire “i più poveri tra i poveri” in orfanotrofi, lebbrosari, case di accoglienza per anziani, ragazze madri, moribondi. In tutto sono 5000, compresi i due rami maschili, meno noti, distribuiti in circa 600 case sparse per il mondo; senza contare le molte migliaia di volontari e laici consacrati che portano avanti le sue opere. “Quando sarò morta – diceva lei – potrò aiutarvi di più…”.

SANTA PAOLINA DEL CUORE AGONIZZANTE DI GESÙ (AMABILE WISENTEINER)
Totale disponibilità al servizio della Chiesa nello spirito ignaziano e nell’impegno per i bisognosi

Amabile Wisenteiner, nacque a Vigolo Vattaro, piccolo paese del Trentino allora del Sud-Tirolo sotto la dominazione austriaca, il 16 dicembre 1865. Dieci anni dopo, nel 1875 anno che segnò l’emigrazione del Sud-Tirolo in Brasile di molti vigolesi, anche la famiglia Wisenteiner emigrò, prendendo residenza con gli altri emigrati nello Stato di Santa Caterina e fondando i centri di Nova Trento e Vigolo a ricordo dei luoghi natii.
A 10 anni, quanti ne aveva al suo sbarco in Brasile, Amabile dimostrava una maturità superiore alla sua età perché le molte necessità della sua povera famiglia l’avevano costretta a dare una mano sin da piccola lavorando.
A 22 anni, morta sua mamma, dovette accollarsi la cura della casa e dei fratelli, ma tuttavia riusciva a trovare il tempo insieme a una compagna, per dedicarsi all’insegnamento del catechismo in parrocchia e per visitare gli ammalati. A 25 anni lasciate le famiglie, Amabile e la sua compagna si ritirarono in una casupola vicino alla Cappella di San Giorgio a Vigolo assistendo una prima ammalata di cancro. Il 12 luglio 1890 è ritenuta la data di nascita della Congregazione delle Piccole Suore dell’Immacolata Concezione.
Dietro consiglio del Superiore della Missione tenuta dai gesuiti, Amabile si spostò a Nova Trento e dal vescovo diocesano ebbe l’approvazione canonica della nuova Congregazione religiosa. Pronunciò i voti e cambiò il nome in Paolina (Madre Paolina sarà il nome con cui verrà chiamata da tutti). Il parroco di Nova Trento, gesuita dovendosi trasferire a San Paolo, invitò Madre Paolina a trasferirsi anche lei, diventata nel frattempo Superiora Generale. A San Paolo vi fu una grande fioritura della Congregazione con l’apertura di numerose Case. Ebbe anche un periodo in cui dovette lasciare l’Ufficio di Superiora e restare umilissima sottoposta fino alla morte, avvenuta il 9 luglio 1942 a San Paolo.
Lasciava ben 45 case in cinque Stati del Brasile. Il messaggio di Madre Paolina in terra di emigrati e di missione, fu la totale disponibilità al servizio della Chiesa nello spirito ignaziano e nell’impegno parrocchiale e religioso nei confronti di chiunque ne avesse bisogno.

BEATA MARIA DELLA PASSIONE (HÈLÉNE DE CHAPPOTIN)
L’incontro fra il Vangelo e le diverse culture, al servizio del dialogo anche con i lontani

Maria della Passione, al secolo Hèléne de Chappotin, fondatrice delle Francescane Missionarie di Maria, nasce il 21 maggio 1839 da una famiglia di antiche origini lorenesi e bretoni.
Ha un carattere volitivo, turbolento e una forza trascinatrice che con il passare del tempo si ammorbidisce. La attirano i grandi ideali e i successivi lutti familiari la fanno maturare. Nel 1860 entra fra le Clarisse di Nantes e inizia il suo cammino nella spiritualità francescana. Si ammala e deve lasciare il monastero. Iniziano anni di prova e di maturazione che la faranno decidere di entrare nella Società di Maria Riparatrice e riceve il nome da religiosa, Maria della Passione.
Ancora novizia si imbarca a Marsiglia per giungere nel Maduré, in India. A 28 anni è Superiora provinciale delle tre case che la congregazione ha aperto nel subcontinente. Questo incarico, esercitato per nove anni, le darà una vasta esperienza della vita e dei problemi missionari. Nel 1874 il suo campo missionario si allarga ulteriormente attraverso la fondazione di una nuova casa a Ootacamund, nelle montagne del Nilgiris. Nel 1876 una serie di circostanze dolorose e contraddittorie la portano a lasciare la congregazione di Maria Riparatrice insieme a una ventina di religiose del Maduré. Questa rottura sarà il punto di partenza della sua opera nella Chiesa. Verso la fine dello stesso anno, con due sue compagne, parte alla volta di Roma per sottoporre a Papa Pio IX il desiderio di continuare ad essere religiose, fondando la congregazione delle Missionarie di Maria. Il 6 gennaio 1877, Pio IX fa sapere che autorizza la fondazione e le invita a cercare un noviziato in Francia. Nel 1882 ha luogo la fondazione della casa di Roma e la redazione delle prime costituzioni. Dopo un altro doloroso periodo di difficoltà, in cui la sua opera è nuovamente messa in discussione, tanto da essere sospesa dall’incarico di superiora generale, viene reintegrata e l’Istituto è autorizzato a svilupparsi nella famiglia francescana. Risalgono a quest’epoca di contrasti alcuni dei suoi testi spirituali e mistici più belli.
Sotto la sua guida, circa tremila religiose sono da lei inviate in 86 fondazioni, sparse in quattro continenti, che la vedono presente su tutti i fronti: apostolico, sociale, ecclesiale, spirituale. Maria della Passione muore a Sanremo il 15 novembre 1904.
Le suore Francescane Missionarie di Maria
Al di là di ogni frontiera, le suore di Maria della Passione si distinguono, fin dagli inizi, per la loro internazionalità. Attente alla cultura del Paese in cui intendono radicarsi, si mettono con la massima discrezione al servizio dei poveri, degli ultimi e dei perseguitati. Ad ogni latitudine si adattano alla lingua e agli usi del posto, adottandone anche l’abito: il sari in India, il pagne in Africa. Questa internazionalità delle comunità vuole riflettere l’universalità della Chiesa. Non c’è popolo che non possa capire il carisma delle suore, le quali hanno nell’Eucaristia il loro centro e la loro ragione d’essere. Tutto infatti, parte dalla contemplazione di Cristo incarnato che continua a essere presente nella Chiesa.
Maria della Passione è stata definita “maestra di spiritualità missionaria”: ha lasciato alle suore una quantità di scritti: legislativi, meditativi, liturgici, preghiere e meditazioni. Donna profondamente radicata nella fede, maturata dalle difficoltà della vita pratica, comprende il mistero di Dio e vuole entrarvi attraverso il dono totale di sé e il sacrificio.
Oggi le Francescane Missionarie di Maria sono più di settemila, di 74 nazionalità e distribuite in 76 Paesi. L’incontro fra il Vangelo e le diverse culture è la loro sfida, “al servizio del dialogo” e con i “lontani”. La minorità francescana dà l’impronta umile ed essenziale al loro stile di vita di cui colpisce l’approccio caloroso e immediato. Come Francesco desiderano condividere la bellezza della creazione nell’annuncio profetico del Vangelo con ogni fratello e sorella che sul loro cammino ha bisogno di istruzione, cure, consigli. Con l’inserimento in ambiti di altre religioni e di diverse confessioni cristiane, le sorelle vivono l’amore universale come segno di comunione tra i popoli.

BEATA LIDUINA (ANGELA ELISA) MENEGUZZI
La “fiamma ecumenica” al servizio dei sofferenti di ogni razza e religione nel nome di Cristo

Elisa Angela Meneguzzi nasce il 12 settembre 1901 ad Abano Terme, nella località di Giarre, in provincia di Padova. La sua è una famiglia molto modesta di contadini, ma è ricca di onestà e di fede, valori che la bambina assimila ben presto.
Rivela vivo spirito di preghiera. Partecipa ogni giorno alla Santa Messa, anche se deve percorrere a piedi due chilometri, frequenta il catechismo, e più tardi, diventa lei pure catechista. Alla sera, in casa, prega con la famiglia ed è felice di parlare di Dio ai fratelli.
A quattordici anni, per aiutare economicamente i suoi, inizia a lavorare fuori casa. Va a servizio in famiglie benestanti e negli alberghi di Abano. Di carattere mite, sempre disponibile, si fa amare e apprezzare ovunque.
Desiderosa di consacrare tutta la vita al Signore, il 5 marzo 1926, entra nella Congregazione delle Suore di San Francesco di Sales che hanno la Casa Madre a Padova. Svolge con amore la sua opera, come guardarobiera, infermiera, sacrestana, tra le ragazze del Collegio della Santa Croce che trovano in lei un’amica buona, capace di ascoltarle, di aiutarle nei loro problemi con saggi consigli.
In tutte lascia impressioni incancellabili di tenerezza, di incoraggiante serenità, di pazienza. Nel 1937 vede finalmente realizzato il grande sogno che da sempre porta in cuore: partire per le terre di missione e portare la fede, l’amore di Cristo a tanti fratelli che non lo conoscono.
Dai Superiori è inviata come missionaria in Etiopia, a Dire-Dawa, una città cosmopolita per la presenza di gente dalle origini, costumi, religioni diverse. E qui, in tale mosaico di razze e di religioni, l’umile suora si dedica con fervore alla sua azione missionaria. Non ha grande cultura teologica, ma una forte carica interiore, alimentata dal contatto profondo con Dio.
Opera come infermiera nell’Ospedale Civile Parini che, una volta scoppiata la guerra, diviene ospedale militare, dove arrivano i soldati feriti, verso i quali Liduina è veramente «angelo di carità». Con tenerezza e dedizione instancabile, cura i mali fisici, vedendo in ogni fratello che soffre l’immagine di Cristo.
Ben presto il suo nome risuona sulle labbra di tutti. Gli indigeni la chiamano «Sorella Gudda» (Grande). Quando i bombardamenti infuriano sulle città e sull’ospedale, da tutte le bocche esce un unico grido: «Aiuto, Sorella Liduina!». E lei, incurante del pericolo, trasporta i feriti nel rifugio e corre subito in aiuto di altri. Assiste i morenti per suggerire un atto di contrizione e con l’inseparabile ampolla dell’acqua battezza i bambini in fin di vita.
Il suo dono non si limita agli italiani, ai cristiani, ma con vero spirito ecumenico, si volge a bianchi e neri, a cattolici e copti, a musulmani e pagani.
Gli indigeni, quasi tutti musulmani, ne restano affascinati e provano una simpatia nuova per la religione cattolica.
Le viene attribuito l’appellativo di «fiamma ecumenica», perché molto prima del Concilio Vaticano II attua uno degli aspetti più raccomandati dell’ecumenismo. Intanto però un male incurabile mina da tempo la sua salute. Lei accetta, serenamente la sua situazione, soffre e si consuma, continuando coraggiosamente, fino all’ultimo, la sua opera di amore tra gli ammalati. Si sottopone alla fine ad un delicato e difficile intervento chirurgico che sembra essere riuscito bene. Ma una paralisi intestinale, il 2 dicembre 1941, stronca la sua vita.
Suor Liduina muore santamente, a 40 anni. Un medico, lì presente, afferma: «Non ho mai visto nessuno morire con tanta gioia e beatitudine».
Per desiderio dei soldati che la piangono come una di famiglia viene sepolta nel cimitero di Dire-Dawa nella parte a loro riservata.
Dopo vent’anni, nel luglio del 1961, la salma di Suor Liduina è stata trasportata a Padova in una Cappella della Casa Madre.

SANTA LEONIA FRANCESCA DI SALES AVIAT
La missione fra le ragazze operaie: sicurezza, educazione religiosa e un futuro di madri di famiglia

Léonie nacque il 16 settembre 1844 a Sézanne nella regione francese di Champagne, da genitori cristiani e onesti commercianti. A 10 anni fu affidata, secondo le abitudini dell’epoca, alle Suore Visitandine di Troyes. Rimase con loro fino all’età di sedici anni. Qui ricevette la Prima Comunione e la Cresima e sotto la guida del cappellano abate Luigi Brisson e della Madre superiora Chappuis, le venne impartita un’educazione umanistica e una profonda formazione religiosa e morale.
Ritornata in famiglia nel 1866, Léonie rifiutò un vantaggioso matrimonio e manifestò il desiderio di ritornare nel monastero per intraprendere la vita religiosa. Nel frattempo l’abbé Brisson, sensibile ai disagi di tante ragazze che lasciata la campagna venivano a lavorare a Troyes nelle fabbriche in cerca di facili guadagni, aveva fondato le Opere operaie per le giovani lavoratrici intitolate a San Francesco di Sales, dapprima come patronati poi come case-famiglia per la loro assistenza.
In una visita di Léonie a padre Brisson questi gli espose la sua intenzione di fondare una Congregazione religiosa che potesse continuare nel tempo e in forma più organizzata la sua opera. Léonie è entusiasta e dà la sua disponibilità. Nel 1868 veste l’abito religioso insieme a Lucie Cannet sua ex compagna di studi e prende il nome di Suor Francesca di Sales. Nel 1872 diventa superiora della nascente Congregazione delle Suore Oblate di San Francesco di Sales.
Si dedica all’apostolato fra le ragazze operaie dando loro, ricreazione, sicurezza, educazione religiosa e pratica per un futuro di madri di famiglia. Stabilizzata l’Opera a Troyes, Madre Aviat va per otto anni a Parigi dove organizza un educandato per ragazze agiate, rivelandosi un’educatrice eccezionale, ottenendo presso l’alta società parigina lo stesso successo avuto con le ragazze lavoratrici a Troyes.
Ritornata alla Casa madre vi risiede per altri 15 anni, ricoprendo fino alla morte l’incarico di superiora tranne un intervallo di 4 anni come semplice suora.
Invia le sue suore in Namibia, Africa del Sud, Equatore, Svizzera, Austria, Inghilterra e Italia, aprendo dappertutto case ed opere di assistenza. Nel 1903 le nuove leggi eversive dell’anticlericale Emile Combes, decretano lo scioglimento delle Congregazioni religiose e delle loro case, spogliandole dei loro beni. Vengono chiuse 23 case dell’Opera più 6 dei padri Oblati, la madre Aviat insieme al Consiglio si rifugia a Perugia, dove le Oblate hanno una casa sin dal 1896 per l’assistenza delle giovani lavoratrici domestiche.
Da qui segue l’attività della Congregazione e delle Opere collegate esortando le sue suore con lettere, visite e insegnamenti. Il 2 febbraio 1908 muore il venerato padre Brisson nel suo villaggio nativo e Léonie può assistere ai suoi funerali solo se vestita di abiti civili.
Negli ultimi anni si dedica alla stesura definitiva delle Costituzioni che presenta al papa San Pio X. Muore a Perugia, il cosiddetto “Nido di aquile”, a 69 anni il 10 gennaio 1914 nella Casa religiosa di via della Cupa.
Le sue spoglie inumate prima nel cimitero, furono poi traslate nella chiesa di San Maria della Valle e ora riposano nella cripta della Casa Madre di Troyes in Francia.

BEATA TERESA GRILLO MICHEL
“I poveri aumentano e si vorrebbe poter allargare le braccia per accoglierne tanti”

Teresa Grillo nacque a Spinetta Marengo, in provincia di Alessandria, il 25 settembre 1855. Quinta e ultima figlia di Giuseppe, primario dell’Ospedale Civile di Alessandria, e di Maria Antonietta Parvopassu, discendente da antica e illustre famiglia alessandrina, fu battezzata il giorno dopo nella chiesa parrocchiale di Spinetta, ricevendo il nome di Maddalena.
Dotata di un temperamento incline alla carità, alimentato anche da un clima familiare ricco di spirito cristiano, il 1 ottobre 1867 ricevette la cresima nella Cattedrale di Alessandria e cinque anni dopo, mentre era in collegio, la prima comunione.
Dopo le scuole elementari, frequentate a Torino, a seguito della morte del padre, frequentò il collegio delle Dame Inglesi a Lodi, dove si diplomò all’età di 18 anni.
Lasciato il collegio, tornò ad Alessandria, dove, sempre sotto la guida materna, iniziò a frequentare le famiglie aristocratiche della città.
Fu proprio in questo ambiente che conobbe il futuro marito, il colto e brillante capitano dei Bersaglieri, Giovanni Michel.
Celebrate le nozze il 2 agosto 1877, con il marito si trasferì prima a Caserta poi ad Acireale. E ancora a Catania, a Portici e infine a Napoli.
Con la morte del marito, stroncato da un’insolazione durante una sfilata a Napoli, il 13 giugno 1891, Teresa sprofondò in una cupa angoscia che rasentò la disperazione.
La ripresa quasi improvvisa, dovuta anche alla lettura della vita del Venerabile Cottolengo e all’aiuto del cugino sacerdote, Mons. Prelli, sfociò nella scelta di abbracciare la causa dei poveri e dei bisognosi.
Teresa cominciò così a spalancare le porte del proprio palazzo ai fanciulli poveri e alle persone abbandonate e bisognose.
Alla fine del 1893, visto che “i poveri aumentano a più non posso e si vorrebbe poter allargare le braccia per accoglierne tanti sotto le ali della Divina Provvidenza”, vendette palazzo Michel e acquistò un vecchio edificio di via Faà di Bruno. Qui diede inizio ai lavori di ristrutturazione e ampliamento, costruendo un piano superiore e comprando alcune casupole vicine. Sorse, così, il “Piccolo Ricovero della Divina Provvidenza”.
L’opera avviata da Teresa non fu certo priva di avversità che le vennero non solo dalle autorità ma soprattutto dagli amici e familiari. Dietro sollecitazione dell’Autorità Ecclesiastica, l’8 gennaio 1899, vestendo l’abito religioso nella cappellina del Piccolo Ricovero, Teresa Grillo, con otto tra le sue collaboratrici, diede vita alla Congregazione delle Piccole Suore della Divina Provvidenza.
Nei restanti 45 anni, la sua prioritaria preoccupazione fu quella di diffondere e consolidare l’Istituto. Subito dopo la fondazione, infatti, l’Opera cominciò ad avere case in diversi luoghi del Piemonte, sviluppandosi presto anche nelle regioni del Veneto, della Lombardia, della Liguria, delle Puglie e della Lucania. Dal 13 giugno 1900 l’Istituto si estese in Brasile e dal 1927, dietro sollecitazione del Beato Don Luigi Orione, fondò case anche in Argentina.
Teresa animava e incoraggiava le consorelle con la sua sollecita e carismatica presenza nelle comunità. Per ben sei volte attraversò l’oceano per raggiungere l’America Latina, dove dietro sua sollecitazione fiorirono numerose fondazioni con asili, orfanotrofi, scuole, ospedali e ricoveri per anziane. Il sesto viaggio lo fece nel 1928, all’età di 73 anni. L’8 giugno 1942, la Santa Sede concedeva l’Approvazione Apostolica alla Congregazione delle Piccole Suore della Divina Provvidenza. La Beata Teresa Grillo si spense ad Alessandria il 25 gennaio 1944 all’età di 88 anni. Il suo Istituto contava 25 case in Italia, 19 in Brasile e 7 in Argentina.
Lo spirito della Beata Teresa Grillo verso gli indigenti permane particolarmente nell’opera delle sue consorelle, a cui soleva ripetere: “Continuerò ad invocarvi l’abbondanza dello Spirito che deve distinguere la Piccola Suora della Divina Provvidenza: spirito di confidenza veramente eroica in questa mirabile emanazione della Divina Bontà, poiché noi dobbiamo essere totalmente e in ogni ora alla mercé del Suo provvido aiuto”.

BEATA GIUSEPPINA VANNINI
“Abbiate cura dei poveri infermi con lo stesso amore con cui una madre cura l’ unico figlio infermo”

Giuseppina Vannini nasce a Roma il 7 luglio 1859 da Angelo e Annunziata Papi e viene battezzata con il nome di Giuditta. Ha una sorella, Giulia, e un fratello, Augusto.
Il Signore solitamente prepara e matura le anime attraverso la via della croce. A 4 anni Giuditta perde il papà e tre anni dopo anche la mamma. I tre fratelli orfani vengono separati: Augusto è accolto da uno zio materno, Giulia è affidata alle Suore di San Giuseppe e Giuditta, di 7 anni, è accolta nel Conservatorio Torlonia a Roma, dove le Figlie della Carità la educano alla fede cristiana e la preparano alla vita.
Giuditta cresce buona, pia, docile e riflessiva. Ottiene il diploma di maestra d’asilo e a 21 anni chiede di entrare nel noviziato delle Figlie della Carità a Siena. Ma poco dopo ritorna a Roma per motivi di salute e per un periodo di prova. L’anno seguente torna a Siena, ma poi viene definitivamente dimessa dall’Istituto perché ritenuta inadatta.
Sente profondamente la chiamata verso la vita religiosa, ma in quale istituto? Giuditta soffre e prega. Ha 32 anni quando partecipa a un corso di esercizi spirituali nella casa delle Suore di Nostra Signora del Cenacolo a Roma. L’ultimo giorno del ritiro, il 17 dicembre 1891, Giuditta si presenta al predicatore, il camilliano P. Luigi Tezza per chiedere consiglio. Il padre, pochi mesi prima, aveva avuto l’incarico in qualità di Procuratore generale di ripristinare le Terziarie Camilliane e in quel momento ha un’ispirazione: affidare a lei la realizzazione di tale progetto.
Giuditta risponde: “Padre, lasciatemi riflettere. Vi darò una risposta”. Due giorni dopo si presenta al Padre: “Eccomi a sua disposizione per il suo progetto. Non sono capace di nulla. Confido però in Dio”.
Giuditta con altre due giovani, preparate da P. Tezza, formano la prima comunità. Il 2 febbraio 1892, ricorrenza della conversione di San Camillo, nella stanza-santuario ove è morto il Santo, mediante l’imposizione dello scapolare con la croce rossa, nasce la nuova famiglia camilliana. Il 19 marzo, P. Tezza veste dell’abito religioso, contrassegnato dalla croce rossa, Giuditta, che prende il nome di suor Giuseppina e viene nominata superiora.
Con la consulenza di P. Tezza vengono formulate le Regole dell’Istituto religioso, specificandone la finalità: per l’assistenza delle malate anche a domicilio.
Pure in mezzo a grandi povertà, cresce il loro numero. Alla fine del 1892 sono già quattordici, nel 1893 è aperta una nuova comunità a Cremona e nel 1894 a Mesagne nelle Puglie. Seguiranno altre case altrove.
Ma occorre ottenere l’approvazione definitiva dell’autorità ecclesiastica. Purtroppo Papa Leone XIII aveva deciso proprio in quegli anni di non permettere fondazioni di nuove comunità a Roma. Perciò alla richiesta di P. Tezza, rinnovata per due volte, fu risposto a nome del Papa: “non expedit” (non conviene, non si approva). Anzi fu imposto al gruppo delle religiose di allontanarsi da Roma. Sembra che debba svanire ogni prospettiva, ma per l’ammirazione dell’attività di assistenza delle sorelle, anche da parte della stampa, e per l’appoggio del Cardinale Vicario si ottiene l’erezione in “Pia Associazione” dipendente dal cardinale e così l’opera può continuare.
Un’altra prova sopravviene. L’amabilità di P. Tezza verso le religiose, che chiama “le mie figlie”, è oggetto di interpretazioni maligne da parte di alcune persone che spargono sul Padre insinuazioni definite da madre Giuseppina “vere calunnie”.
Interviene il Cardinale Vicario e senza appurare la verità toglie al loro padre spirituale la facoltà di confessare e gli proibisce di incontrare le suore.
P. Tezza non vuole difendersi e accetta in silenzio le disposizioni offrendo il sacrificio della separazione per il bene e lo sviluppo dell’Istituto. Il distacco viene completato quando il Padre, nell’anno 1900, è incaricato dal suo superiore generale di recarsi in Perù in qualità di visitatore della comunità di Lima. Accetta l’obbedienza e parte per l’America Latina. Da lì non tornerà più in Italia.
Manterrà la relazione con la fondatrice e con l’Istituto solo con la corrispondenza epistolare e morirà a Lima a 82 anni, il 26 settembre 1923, venerato come un santo.
L’allontanamento di P. Tezza costituisce un dramma per la fondatrice, che deve addossarsi da sola il peso del nascente Istituto. Ma non si perde d’animo; ha ricevuto da lui quanto occorre per proseguire.
Dotata di mirabile fortezza e fiduciosa nell’aiuto del Signore, riesce a diffondere l’Istituto in varie parti d’Italia e in Argentina.
Nonostante una salute debole, la Madre non si risparmia, visita ogni anno le case, si prodiga per le Figlie e le accompagna con amabilità e con vigore. Il 21 giugno 1909, dopo tante resistenze, riesce ad ottenere il Decreto di erezione dell’istituto in Congregazione religiosa sotto il titolo di “Figlie di S. Camillo”.
Nel 1910, dopo l’ultima visita a tutte le case in Italia e in Francia, è colpita da una grave malattia di cuore. Passa gli ultimi mesi sofferente nel corpo e per un certo periodo anche nello spirito per timori e ansietà sulle sorti dell’Istituto. Il 23 febbraio 1911 rende serenamente l’anima a Dio. Lascia un Istituto con sedici case religiose in Europa e America e con 156 religiose professe.
Le Figlie di San Camillo, contrassegnate dalla rossa croce camilliana, sono sparse in quattro continenti. Continuano il carisma della Fondatrice negli ospedali, case di cura, centri di riabilitazione in Europa e in terra di missione, anche presso malati a domicilio e nei lebbrosari, memori dell’ammonimento della Beata Vannini: “Abbiate cura dei poveri infermi con lo stesso amore con cui un’amorevole madre cura il suo unico figlio infermo”.

BEATA MARIA FRANCESCA RUBATTO
La missione di assistere gli ammalati a domicilio e di educare cristianamente la gioventù.

Anna Maria Rubatto nacque a Carmagnola (Torino) il 14 febbraio 1844, penultima di otto figli di Giovanni Tommaso Rubatto e Caterina Pavesio, persone note per pietà e onesti costumi cristiani.
Rimase presto orfana dei genitori e quindi si trasferì a Torino dalla sorella maggiore Maddalena, dove rimase per cinque anni dedita alle opere di carità. In seguito venne adottata dalla ricchissima signora Marianna Scoffone. Ogni giorno visitava il ‘Cottolengo’ di Torino, servendo con letizia gli ammalati, aiutando con liberalità anche i poveri. San Giovanni Bosco la ebbe fra le sue collaboratrici negli Oratori.
Una volta defunta la madre adottiva, ritornò da sua sorella. In estate andava a Loano sulla Riviera Ligure dove aiutava i pescatori e gli ammalati nelle loro necessità, s’interessava dei bambini abbandonati e in questo luogo si unì ad un gruppo di pie donne, dedite alle opere di carità e di apostolato, sotto la guida dei padri Cappuccini.
E fu proprio un cappuccino, padre Angelico che le fece un invito, quello di mettersi a capo di un nuovo Istituto e così il 23 gennaio 1885 vestì l’abito religioso francescano, insieme ad alcune amiche, dando vita ad una famiglia religiosa: le “Suore Terziarie Cappuccine di Loano”, poi chiamate “Suore Cappuccine di Madre Rubatto” con il fine dell’assistenza degli ammalati soprattutto a domicilio e l’educazione cristiana della gioventù.
Emise i voti il 17 settembre 1886 prendendo il nome di Maria Francesca di Gesù e diventando la prima superiora dell’Istituto, carica che mantenne fino alla morte.
La sua opera si diffuse molto presto non solo in Liguria, ma anche nell’America Latina. Dal 1892 Madre Francesca varcò ben quattro volte l’Oceano, con lunghe soste per costruire le case della sua Congregazione in Uruguay e in Argentina. Accompagnò un gruppo di suore alla Missione di Alto Alegre, Maranhao in Brasile, dove nel 1901 morirono martiri sette sue suore uccise dagli indios.
Mentre si trovava a Montevideo, si ammalò di cancro e fu a tutti di esempio mirabile di forza cristiana e di piena rassegnazione. Morì il 6 agosto 1904 compianta specialmente dagli ammalati e dai poveri, la sua salma riposa in Uruguay nel collegio di Belvedere, da lei fondato nel 1895, in mezzo ai suoi cari poveri, come lei desiderava. Dal 1964, la sua Congregazione è presente pure in Etiopia.

BEATA NAZARIA IGNAZIA MARCH MESA
Una crociata di amore in tutta la Chiesa per la promozione sociale e lavorativa delle donne

Nazaria Ignazia March Mesa - nata a Madrid nel 1889 - presto si trasferì con la numerosa famiglia (aveva 10 fratelli) in Messico per ragioni economiche. Sulla stessa nave viaggiavano alcune Piccole suore degli anziani abbandonati. Lei si fece religiosa proprio in quella Congregazione. Per il noviziato tornò in patria, ma nel 1908 riprese la via delle Americhe, destinata alla missione di Oruro, in Bolivia. Qui si spese per dodici anni nelle opere di carità. Nel 1920, dopo un corso di esercizi spirituali incentrati sul Regno di Dio, concepì una nuova Congregazione intesa come «crociata di amore che abbraccia tutta la Chiesa». La fondò il 16 di giugno del 1925 con il nome di Missionarie Crociate della Chiesa. La nuova famiglia religiosa era all’avanguardia nella situazione della Bolivia di allora, sostenendo in particolare la promozione sociale e lavorativa delle donne. Nel 1938 la fondatrice passò in Argentina dove diede vita a molte istituzioni in favore delle giovani e dei poveri. Morì a Buenos Aires nel 1943.

SANTA CATERINA (KATHARINA) DREXEL
La promotrice dell’apostolato diretto a favore degli Indiani e degli Afro-Americani

Nata a Philadelphia, Pennsylvania, (Usa), il 26 novembre 1858, Katharine Drexel era la seconda figlia di Francis Anthony Drexel e Hannah Langstroth Drexel. Suo padre era un famoso banchiere e filantropo. Entrambi i genitori istillarono nelle loro figlie l’idea che la ricchezza era data loro in prestito e che doveva perciò, essere condivisa con gli altri.
Durante un viaggio della famiglia nell’ovest degli Stati Uniti, Katharine, da giovane donna, notò lo stato abietto e degradante dei nativi americani. Fu questa un’esperienza che risvegliò il desiderio di fare qualcosa di specifico per alleviare la loro condizione. Fu questo l’inizio di un impegno personale e finanziario di tutta una vita a sostegno di numerose missioni e missionari negli Stati Uniti. La prima scuola da lei fondata fu quella di Santa Caterina, a Santa Fé, New Mexico (1887) per gli Indiani.
In seguito, durante un’udienza a Roma con papa Leone XIII, al quale Katharine chiedeva missionari per alcune missioni tra gli Indiani da lei finanziate, con sua sorpresa il Papa suggerì che diventasse missionaria lei stessa. Dopo essersi consultata con il suo direttore spirituale, il Vescovo James O’Connor, prese la decisione di donarsi totalmente a Dio, attraverso un impegno di servizio a favore degli Indiani e degli Afro-Americani.
Il 12 febbraio 1891 fece la prima professione religiosa, fondando le Suore del Santissimo Sacramento, il cui scopo doveva essere quello di diffondere il messaggio evangelico e la vita eucaristica in mezzo agli Indiani e agli Afro-Americani.
Donna d’intensa preghiera, Katharine trovò sempre nell’Eucaristia la sorgente del suo amore per i poveri e per gli oppressi. Spinta da una profonda compassione, sentì anche l’urgenza e il bisogno di prodigarsi affinché negli Stati Uniti si cambiassero la mentalità e gli atteggiamenti razziali.
Le piantagioni erano a quel tempo un’istituzione sociale senza sbocco, per cui gli Afro-Americani continuavano ad essere vittime di oppressione. La necessità di offrire alla gente di colore un’istruzione, assumeva per lei un’importanza sempre più grande per cui parlò di questo urgente bisogno con altre persone che condividevano la sua preoccupazione riguardo l’ineguaglianza esistente per gli Afro-Americani: nelle città era per loro impossibile ricevere una buona istruzione, mentre nelle campagne del sud esistevano anche restrizioni legali che impedivano loro di ottenere un’educazione di base.
La fondazione di scuole e la creazione di buoni corpi insegnanti per tutti, Indiani ed Afro-Americani, attraverso gli Stati Uniti diventò così una priorità assoluta per Katharine e la sua Congregazione.
Durante l’intera sua vita ella aprì, dotandole di insegnanti e finanziandole direttamente, circa 60 scuole e missioni, specialmente nell’ovest e sud-ovest degli Stati Uniti. Ciò che costituì l’apice dei suoi sforzi nel campo dell’educazione, fu la costruzione, nel 1925, della “Xavier University” nella Louisiana, l’unico istituto d’istruzione superiore negli Stati Uniti destinato prevalentemente ai cattolici di colore. Educazione religiosa, servizio sociale, visite alle famiglie, negli ospedali, nelle prigioni, facevano parte del ministero di Katharine e delle sue consorelle.
In maniera molto calma e serena, Katharine armonizzava preghiera e totale dipendenza dalla Divina Provvidenza con un’attività molto marcata. Attraverso la sua testimonianza profetica, la Chiesa negli Stati Uniti divenne gradualmente consapevole della grave necessità di un apostolato diretto in favore degli Indiani e degli Afro-Americani.
Negli ultimi diciotto anni della sua vita, Katharine Drexel fu ridotta da una grave malattia ad uno stato di quasi completa immobilità. Durante questo periodo si diede interamente ad una vita di adorazione e di contemplazione, così come aveva desiderato sin dalla sua tenera età. Morì il 3 marzo 1955.

Fonti delle biografie: BSS - Santa Sede, Avvenire, www.santiebeati.it, www.camilliani.org/beati.
(Agenzia Fides 8/3/2005)

 
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