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DONNE
A SERVIZIO DELLA VITA, DELLA PACE, DEL VANGELO |
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LE BIOGRAFIE
BEATA LAURA MONTOYA UPEGUI
Missionarie all’avanguardia nell’evangelizzazione in
America Latina
“Provai un grande desiderio di avere tre lunghe vite: una
per dedicarla all’adorazione, l’altra per trascorrerla
nelle umiliazioni e la terza per le missioni; ma, nell’offrire
al Signore questi impossibili desideri, mi sembrò troppo
poco condurre una vita per le missioni e gli offrii il desiderio
di avere un milione di vite per sacrificarle nelle missioni tra
gli infedeli. Però, rimasi molto triste. Ed io ho ripetuto
molto al Signore dalla mia anima questa saetta: Che io muoia al
vedere che niente sono e che ti voglio”. Così scriveva
Madre Laura Montoya Upegui, trovandosi nella Basilica di San Pietro
nel mese di novembre dell’anno 1930, dopo una fervida preghiera
eucaristica. Maestra delle missioni in America Latina, serva della
verità e della luce del Vangelo, la Montoya nacque a Jericó,
Antioquia, piccolo paese colombiano, il 26 maggio 1874, da Juan
de la Cruz Montoya e Dolores Upegui, una famiglia profondamente
cristiana. Ricevette l’acqua rigeneratrice del Battesimo quattro
ore dopo la nascita. Il sacerdote le impose il nome di Maria Laura
di Gesù. Aveva due anni quando suo padre fu assassinato durante
la guerra fratricida per difendere la religione e la patria. La
moglie e i tre figli vissero nella povertà a causa della
confisca dei loro beni. Dalle labbra di sua madre, Laura apprese
il perdono e i sentimenti cristiani. Fin dai primi anni, la vita
di Laura Montoya fu ricca di incomprensioni e dolori: dovette elemosinare
l’affetto tra i suoi stessi familiari. L’azione dello
Spirito di Dio e la lettura della Sacra Scrittura, la condussero
lungo le vie dell’orazione contemplativa, la penitenza e il
desiderio di farsi religiosa nel chiostro carmelitano. Cresce senza
studi a causa della povertà e degli spostamenti dovuti alla
sua condizione di orfana fino all’età di 16 anni, quando
entra nella “Normale de Institutoras” di Medellín,
per diventare maestra elementare e in questo modo guadagnarsi il
sostentamento quotidiano. Nonostante ciò, diventa una pedagoga
di valore, una formatrice delle generazioni cristiane, una brava
scrittrice e una mistica profonda per la sua esperienza di orazione
contemplativa.
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Nel 1914, appoggiata da monsignor Maximiliano Crespo, vescovo di Santa Fe
de Antioquia, fonda una famiglia religiosa: “Le Missionarie di Maria
Immacolata e Santa Caterina da Siena”. Si legge nella sua Autobiografia:
“Avevo bisogno di donne intrepide, valorose, infiammate nell’amore
di Dio, che potessero assimilare la loro vita a quella dei poveri abitanti
della selva, per condurli verso Dio”. La sua professione di maestra
la portò attraverso varie popolazioni di Antioquia e poi al Collegio
dell’Immacolata a Medellín. Nel suo magistero non si contenta
del sapere umano, ma espone magistralmente la dottrina del Vangelo. Forma
con la parola e l’esempio, il cuore dei suoi discepoli nell’amore
alla Eucaristia e nei valori cristiani. Poi si sente chiamata a realizzare
quello che lei chiamava “l’Opera degli indios”: nel 1907,
trovandosi nella città di Marinilla, scrive: “mi vidi in Dio
e come se mi avvolgesse con la sua paternità facendomi madre, nel
modo più intenso, degli infedeli. Mi arrecavano dolore come veri
figli”. Questo fuoco d’amore la spinge ad un lavoro eroico al
servizio degli indigeni delle selve dell’America.
Sceglie cinque compagne e insieme a sua madre Doloritas Upegui, crea il
gruppo delle “Missionarie catechiste degli indios”: lasciano
Medellín per Dabeiba il 5 maggio 1914. Partono verso l’ignoto,
non con la forza delle armi, ma con la debolezza femminile appoggiata nel
Crocifisso e sostenuta da un grande amore per Maria la Madre e Maestra di
questa Opera missionaria.
“La Signora Immacolata mi attrasse in modo tale che mi è impossibile
pensare che non sia Ella il centro della mia vita”. La cella carmelitana,
oggetto delle sue ansie al tempo della sua gioventù, le sembrò
troppo fredda dinanzi a quelle selve popolate da esseri umani immersi nell’infedeltà,
ma amati teneramente da Dio. “Sento la suprema impotenza del mio niente
e il supremo dolore di vederti sconosciuto, come un peso che mi opprime”.
Comprende la dignità umana e la vocazione divina dell’indigeno.
Vuole inserirsi nella sua cultura, vivere come esso nella povertà,
semplicità e umiltà e in questo modo abbattere il muro della
discriminazione razziale che avevano alcuni leader civili e religiosi del
suo tempo. La solidità delle sue virtù fu provata e purificata
dall’incomprensione e dal disprezzo di coloro che l’attorniavano,
per i pregiudizi e le accuse di alcuni prelati della chiesa che non compresero
in quel momento, quello stile di essere “religiose capre”, secondo
la loro espressione, andate per l’anelito di estendere la fede e la
conoscenza di Dio fino ai più remoti ed inaccessibili luoghi, offrendo
una catechesi viva del Vangelo.
La sua Opera missionaria ruppe gli schemi, lanciando le donne come missionarie
nell’avanguardia dell’evangelizzazione nell’America Latina.
Laura Montoya elegge come cella la selva aggrovigliata e come tabernacolo
la natura andina, i boschi e i ruscelli, l’esuberante vegetazione
nella quale incontra Dio. Scrive alle Suore: “Non vi è tabernacolo
ma natura; sebbene la presenza di Dio sia diversa, sta nelle due parti e
l’amore deve essere cercato e trovato dove vuole che si incontri”.
Scrive per esse il libro “Voci Mistiche”, ispirato alla contemplazione
della natura, e altri libri come il “Direttorio o guida di perfezione”,
che aiutano le Suore a vivere in armonia la vita apostolica e quella contemplativa.
La sua Autobiografia è un’opera somma, libro di confidenze
intime, esperienza delle sue angustie, desolazioni e ideali, vibrazioni
della sua anima al contatto con la divinità, trasmissione delle sue
lotte titaniche per portare a compimento la propria vocazione missionaria.
Lì mostra la sua “pedagogia dell’amore”, pedagogia
adattata alla mentalità dell’indigeno, che le permette di addentrarsi
nella cultura e nel cuore dell’indio e del nero del nostro continente.
Madre Laura centra la propria Ecclesiologia nell’amore e nell’obbedienza
alla Chiesa. Vive per la Chiesa, che ama svisceratamente, e per estendere
le sue frontiere non teme difficoltà, sacrifici, umiliazioni e calunnie.
Questa instancabile missionaria trascorse nove anni sulla sedia a rotelle
senza lasciare il suo apostolato della parola e della penna. Dopo una lunga
e penosa agonia, morì a Medellín il 21 ottobre 1949. Alla
sua morte lasciò estesa la sua Congregazione Missionaria in 90 case
distribuite in tre Paesi, con un numero di 467 religiose. Attualmente le
Missionarie lavorano in 19 paesi distribuite in America, Africa ed Europa.
BEATA MARIA GUADALUPE GARCIA ZAVALA
Amare la povertà per potersi dedicare meglio agli infermi
Fondatrice della Congregazione religiosa delle Serve di Santa Margherita
Maria e dei Poveri, Maria Guadalupe Garcia Zavala nacque a Zapopan, Jalisco,
in Messico il 27 aprile 1878. Suoi genitori furono Fortino Garcia e Rifugio
Zavala Garcia.
Don Fortino era commerciante, aveva un negozio di articoli religiosi di
fronte alla Basilica di Nostra Signora di Zapopan, per questo la piccola
Lupita faceva visita alla chiesa molto di frequente e fin da bambina dimostrò
un grande amore per i poveri e per le opere di carità.
Lupita era una giovane molto carina e simpatica, semplice e trasparente
nei modi, amabile e servizievole con tutti. Era fidanzata con Gustavo
Arreola, quando, ormai promessa in matrimonio all’età di
23 anni, sentì la chiamata del Signore a consacrarsi alla vita
religiosa con particolare attenzione verso i malati e i poveri.
Confidò questa inquietudine al suo direttore spirituale, Padre
Cipriano Iñiguez, che le disse di avere egli pure avuto l’ispirazione
di fondare una Congregazione Religiosa per prendersi cura degli ammalati
dell’Ospedale. Fu così che entrambi fondarono la Congregazione
religiosa delle “Serve di Santa Margherita Maria e dei Poveri”.
Madre Lupita divenne infermiera e in seguito venne eletta Superiora Generale
della Congregazione, carica che ricoprì tutta la vita, e sebbene
provenisse da una famiglia di ceto agiato, seppe adattarsi con gioia ad
una vita estremamente sobria. Insegnò alle Suore della Congregazione
ad amare la povertà per potersi dedicare meglio agli infermi. Quando
l’Ospedale attraversò un momento di grave difficoltà
economica, Madre Lupita chiese il permesso al proprio direttore spirituale
di poter mendicare per la strada, e, ottenuta l’autorizzazione,
lo fece con altre consorelle per vari anni finché riuscì
a risolvere il problema del sostentamento dei malati.
Dal 1911 al 1936 in Messico la situazione politico-religiosa fu difficile.
Con la caduta del presidente Porfirio Diaz, la Chiesa fu perseguitata
dai rivoluzionari Venustiano Carranza, Alvaro Obregòn, Pancho Villa
e soprattutto Plutarco Elìas Calles. Il periodo più sanguinoso
fu dal 1926 al 1929.
Durante quegli anni di persecuzione contro la Chiesa cattolica in Messico,
Madre Lupita, rischiando la propria vita e quella delle sue compagne,
nascose all’interno dell’Ospedale alcuni sacerdoti e anche
l’Arcivescovo di Guadalajara, S.E. D. Francisco Orozco y Jimenez.
Le suore inoltre davano da mangiare e curavano gli stessi soldati persecutori
feriti. Questo fu uno dei motivi per cui i soldati accampati vicino l’Ospedale
non soltanto non infastidivano le suore, ma le difendevano insieme ai
malati.
Durante la vita di Madre Lupita furono aperte 11 fondazioni nella Repubblica
Messicana e dopo la sua morte la Congregazione continuò a crescere.
Attualmente le Serve di Santa Margherita e dei Poveri contano 22 fondazioni
in Messico, Perù Islanda, Grecia e Italia.
Il 13 ottobre 1961 l’intera Congregazione delle Serve di Santa Margherita
e dei Poveri festeggiarono i 60 anni di vita religiosa dell’amata
fondatrice, ma lei soffriva di una dolorosa malattia, e dopo due anni
morì, all’età di 85 anni. Si addormentò nel
Signore il 24 giugno 1963 a Guadalajara, Jalisco, Messico.
Quando si seppe della sua morte, moltissima gente si recò all’Ospedale
per rendere omaggio per l’ultima volta ai suoi resti mortali e il
giorno seguente quando furono celebrati i funerali grande fu la partecipazione
perché già godeva di fama di santità.
BEATA MARIA LUDOVICA DE ANGELIS
Una vita dedicata all’assistenza dei bambini malati e orfani
Antonina De Angelis nacque il 24 ottobre 1880 a San Gregorio, in provincia
de L’Aquila. Prima degli otto figli di Ludovico De Angelis e Santa
Colaianni, umili e religiosi contadini che seppero infondere nei numerosi
figli i principi del cristianesimo.
Antonina fin da bambina aiutò la madre nell’accudire i suoi
fratelli, diventandone balia e maestra. Per questi impegni non riuscì
a frequentare con assiduità la scuola, ma imparò lo stesso
a leggere e a scrivere recandosi a casa di una maestra. Sia in famiglia
sia in chiesa imparò il catechismo che non smise mai d’insegnare.
Altro amore che portò sempre con sé fu la dedizione ai lavori
nei campi: già adolescente aiutava il padre nei lavori agricoli
e nella vendita dei prodotti.
Intanto cresceva robusta e carina e non mancarono i pretendenti al matrimonio
anche se Antonina li rifiutò sistematicamente. Il suo animo era
inquieto perché avvertiva il desiderio di farsi religiosa, la madre
si opponeva perché voleva vederla sposata e avere tanti nipoti.
Antonina parlò con il parroco Samuel Tarquini che la guidò
e l’aiutò in tutto, tanto da farle conoscere le Suore della
Misericordia.
Il 14 novembre del 1904 Maria Ludovica entrò come postulante nel
noviziato delle Suore della Misericordia, fondate da s. Maria Giuseppa
Rossello (1811-1880), nella Casa madre di Savona nella Riviera Ligure.
L’anno successivo, con il nome di Maria Ludovica fece la sua prima
professione il 3 maggio 1905, ricevendo il mandato missionario.
Il 14 novembre 1907 s’imbarcò per l’Argentina insieme
a tanti emigranti, raggiunse Buenos Aires e si fermò con le consorelle
già in missione in quella città fin dopo il Natale, poi
si trasferì a La Plata nel piccolo Ospedale de Ninos (dei bambini)
che consisteva a quel tempo in due sale costruite in legno circondate
da una recinzione di filo spinato.
Venne assegnata in cucina e nella dispensa. Per la sua scarsa istruzione
non poteva essere né infermiera né maestra, ma gestì
il suo compito in modo così perfetto che il dottor Carlos S. Cometto
la propose come amministratrice, carica che mantenne fino ai suoi ultimi
giorni.
L’amministrazione dell’Ospedale sarà il campo della
sua santificazione, non un chiostro silenzioso, ma il contatto giornaliero
con fornitori, il controllo delle merci, il disporre il cibo per i bambini
ammalati, il controllare le pulizie, l’evitare sprechi, l’incoraggiare
il personale dell’Ospedale a svolgere i loro compiti con responsabilità
e sollecitudine.
In definitiva mettere in pratica, lei quasi analfabeta, le tre caratteristiche
principali di ogni buon amministratore: vedere, prevedere, provvedere.
Madre Ludovica lottò per ampliare l’Ospedale, dotandolo di
attrezzature moderne e di personale qualificato, stimolando il contributo
di tanti benefattori. L’Ospedale per Bambini di La Plata su disposizione
del Ministro della Sanità argentino è oggi intitolato alla
“Superiora suor Maria Ludovica”.
Fondò inoltre il sanatorio di Punta Magotes a Mar del Plata per
assistere i bambini affetti da tubercolosi e da malattie respiratorie.
Desiderando che ai bambini non mancasse nulla, con l’aiuto della
Provvidenza acquistò alcuni ettari di terreno a City Bell costruendo
una fattoria e istituendo un centro di produzione di prodotti freschi
per i bambini: frutta, verdure, latte, farinacei; compreso un centro di
spiritualità con chiesa e parrocchia, catechesi, missioni popolari.
Si occupò dei bambini orfani e abbandonati, allevandoli ed educandoli,
trasformando l’ospedale in un focolare e in una scuola. Come molti
santi, suor Ludovica sperimentò la croce di Gesù nel corpo
e nello spirito, afflitta da malattie, angosciata da incomprensioni e
calunnie. Fece fronte a tutto questo con il silenzio, il perdono e la
preghiera.
Soffrì per molti anni dei postumi di una malattia renale acuta
che nel 1935 le causò l’asportazione di un rene, ipertensione
alta ed edemi polmonari. L’insonnia l’accompagnò per
buona parte della sua vita, occupava quelle ore notturne con la preghiera
e cucendo abiti liturgici per le varie cappelle, oppure girando per le
sale di degenza a controllare i piccoli pazienti.
All’inizio del 1962 si manifestò un tumore all’addome.
Il 25 febbraio 1962 morì a La Plata nell’Ospedale dei Bambini,
circondata dall’affetto e dalla riconoscenza della popolazione.
Il suo motto più incisivo fu: “Fare del bene a tutti, non
importa a chi”. Aveva guidato con energia e amore l’Ospedale
per 54 anni.
BEATA MARIA CARIDAD BRADER
Per evangelizzare gli indigeni non esitò davanti alla furia dell’Oceano,
alle foreste intricate e al freddo intenso degli altipiani
Carità Brader, figlia di Giuseppe Sebastiano Brader e di Maria
Carolina Zahaner, nacque il 14 agosto 1860 a Kaltbrunn, St. Gallen (Svizzera).
Fu battezzata il giorno dopo con il nome di Maria Giuseppa Carolina.
Dotata di un’intelligenza fuori dal comune e guidata per le vie
del sapere e della virtù da una madre affettuosa e premurosa, la
piccola Carolina crebbe con una solida formazione cristiana, un intenso
amore a Gesù Cristo ed un’affettuosa devozione alla Vergine
Maria.
Conoscendo il talento e le capacità di sua figlia, la madre si
preoccupò di darle una accurata educazione. Nella scuola di Kaltbrunn
fece gli studi primari, gli studi medi poi all’istituto di Maria
Hilf di Altstätten, diretto da una comunità di religiose del
Terzo Ordine Regolare di San Francesco.
Intanto la voce di Cristo cominciò a farsi sentire nel suo cuore
e Maria Caridad decise di abbracciare la vita consacrata. Questa scelta
di vita provocò in un primo momento l’opposizione di sua
madre, che era rimasta vedova e con questa unica figlia.
Il primo ottobre 1880 entrò ad Altstätten nel convento francescano
di clausura “Maria Hilf”. Il primo marzo 1881 vestì
l’abito francescano ricevendo il nome di Maria Carità dell’Amore
dello Spirito Santo. Il 22 agosto dell’anno dopo emise i voti religiosi.
Grazie alla sua preparazione pedagogica fu destinata all’insegnamento
nel collegio unito al monastero.
Aperta alle religiose di clausura la possibilità di lasciare il
monastero e di collaborare all’estensione del Regno di Dio, i Vescovi
missionari, alla fine del XIX secolo, si recarono nei conventi in cerca
di suore disposte a lavorare nei territori di missione.
Monsignor Pietro Schumacher, missionario di San Vincenzo de’ Paoli
e Vescovo di Portoviejo (Ecuador), scrisse una lettera alle religiose
di Maria Hilf, chiedendo volontarie per lavorare come missionarie nella
sua diocesi.
Le religiose risposero con entusiasmo a questo invito. Una delle più
entusiaste ad andare in missione fu Madre Carità Brader. La beata
Maria Bernarda Bütler, superiora del convento che guiderà
il gruppo delle sei missionarie, la scelse tra le volontarie dicendo:
«Alla fondazione missionaria va madre Carità, generosa in
sommo grado, che non retrocede dinanzi a nessun sacrificio e con il suo
straordinario saper fare e la sua pedagogia potrà dare alla missione
grandi servizi».
Il 19 giugno 1888 Madre Carità e le sue compagne intrapresero il
viaggio verso Chone, in Ecuador. Nel 1893, dopo un duro lavoro a Chone
e dopo aver catechizzato tanti gruppi di bambini, Madre Carità
fu destinata alla fondazione in Túquerres, Colombia. Lì
manifestò il suo ardore missionario: amava gli indigeni e non risparmiava
alcuno sforzo per andare da loro, sfidando la furia delle onde dell’oceano,
le intricate selve e il freddo intenso degli altipiani. Il suo zelo non
conosceva riposo. La preoccupavano soprattutto i più poveri, gli
emarginati, coloro che ancora non conoscevano il Vangelo.
Di fronte all’urgente necessità di trovare più missionarie
per un così vasto campo di apostolato, appoggiata dal Padre tedesco
Reinaldo Herbrand, fondò nel 1894 la Congregazione delle Francescane
di Maria Immacolata. Presto alla Congregazione, composta all’inizio
da giovani, si unirono le vocazioni autoctone, soprattutto della Colombia.
Madre Carità, nella sua attività apostolica, seppe unire
molto bene la contemplazione e l’azione. Esortava le sue figlie
ad una preparazione accademica efficiente, ma «senza che si spegnesse
lo spirito della santa orazione e devozione». «Non dimenticate
— diceva loro — che quanta più istruzione e capacità
possiede l’educatrice, tanto più potrà fare in favore
della santa religione a gloria di Dio, soprattutto quando la virtù
è l’avanguardia del sapere. Quanto più intensa e visibile
è l’attività esterna, più profonda e fervorosa
deve essere la vita interiore».
Indirizzò il suo apostolato principalmente verso l’educazione,
soprattutto negli ambienti poveri ed emarginati.
Anima eucaristica, per eccellenza, trovò in Gesù Sacramentato
i valori spirituali che dettero calore e senso alla sua vita. Mise tutto
il suo impegno nell’ottenere il privilegio dell’Adorazione
Perpetua diurna e notturna che lasciò come il patrimonio più
stimato alla sua comunità, insieme con l’amore e la venerazione
ai sacerdoti come ministri di Dio.
Amante della vita interiore, visse in continua presenza di Dio. Per questo
vedeva in tutti gli avvenimenti la sua mano provvidente e misericordiosa.
«Egli lo vuole», fu il programma della sua vita.
Come superiora generale fu la guida spirituale della sua Congregazione
dal 1893 al 1919 e dal 1928 al 1940. Nel 1933 ebbe la gioia di ricevere
l’approvazione pontificia della sua Congregazione.
A 82 anni, presentendo la propria morte, esortava le sue figlie: «Me
ne vado. Non lasciate le buone opere che ha nelle mani la Congregazione,
l’elemosina e la molta carità verso i poveri, la grandissima
carità tra le Suore, l’adesione ai Vescovi e ai sacerdoti».
Il 27 febbraio 1943, senza sospettare che quello fosse l’ultimo
giorno della sua vita, disse all’infermiera: «Gesù,
... muoio». Furono le ultime parole con le quali consegnò
la sua anima al Signore.
Appena si diffuse la notizia della sua morte, cominciò a passare
davanti ai suoi resti mortali un’interminabile processione di devoti
che chiedevano reliquie e si raccomandavano alla sua intercessione. I
funerali ebbero luogo il 2 marzo 1943 alla presenza delle autorità
ecclesiastiche e civili e di una moltitudine di fedeli, che dicevano:
«È morta una santa».
Dopo la sua morte, la sua tomba è stata costante meta di devoti
che l’invocano per le loro necessità.
Le virtù che praticò si coniugano ammirevolmente con le
caratteristiche che sua Santità Giovanni Paolo II fa risaltare
nella sua Enciclica «Redemptoris Missio» e che devono identificare
l’autentico missionario. Tra queste parole, come diceva Gesù
ai suoi apostoli: «la povertà, la mansuetudine e l’accettazione
delle sofferenze».
Madre Carità praticò la povertà secondo lo spirito
di San Francesco e mantenne durante tutta la vita un distacco totale.
Come missionaria a Chone, sperimentò la gioia di sentirsi autenticamente
povera, allo stesso livello della gente che era andata a istruire e a
evangelizzare. Tra i valori evangelici che come fondatrice si sforzò
di mantenere nella Congregazione, la povertà occupava un posto
di rilievo.
BEATA MARIA DI GESÙ CROCIFISSO PETKOVIC
Diffondere il Vangelo attraverso la cura e l’amore dei più
piccoli e dei più poveri
Maria di Gesù Crocifisso Petkovic nasce il 10 dicembre 1892 nella
parrocchia di “Tutti i Santi” a Blato, sull’isola di
Korcula, sesta di otto figli di Antonio e Maria Petkovic. I suoi genitori
vivono in maniera esemplare ed educano cristianamente i loro figli. Maria
mostra inclinazione verso la pietà e la misericordia. Vede le sofferenze,
la fame e la penuria della gente e fin dall’infanzia decide di proteggere
i poveri, i «fratelli scelti e amati dal Signore», come era
solita chiamarli.
Spinta dal vivo desiderio di aiutare i più bisognosi e seguendo
le indicazioni del Vescovo di Dubrovnik, Mons. Josip Marcelic, nel giorno
dell’Annunciazione dell’anno 1919 dà vita alla comunità
religiosa che desiderava promuovere «per l’educazione e l’istruzione
della gioventù femminile del luogo». Lo stesso Vescovo nel
1928, ispirandosi alla Regola del Terzo Ordine di san Francesco, istituisce
canonicamente la comunità religiosa di diritto diocesano. Trenta
anni dopo, il 6 dicembre 1956, la comunità riceve il riconoscimento
pontificio e l’approvazione delle costituzioni.
Maria di Gesù Crocifisso Petkovic sperimentava la gioia più
grande nell’incontro con i poveri, gli emarginati e i disprezzati.
In loro riconosceva il volto di Gesù sofferente ed era piena di
gioia nel poterli servire. Perciò, fino alla sua morte, avvenuta
a Roma il 9 luglio 1966, non si stancava di esortare le sorelle, affinché
con il loro comportamento e sacrificio mostrassero come si erano incarnati
in loro l’amore, la bontà e la misericordia di Dio.
Questa figlia della diocesi di Dubrovnik è riuscita nella propria
vita spirituale a collegare l’opera apostolica della diffusione
della fede con la cura e l’amore per i piccoli. Era capace di soffrire
e sopportare le offese, e «della povertà e umiltà
fece i più grandi valori della sua vita». Attingeva la forza
spirituale dalla preghiera e dai consigli dei pastori della Chiesa, davanti
a cui si mostrò molto docile ed obbediente. Aveva particolare stima
delle disposizioni del Vescovo e del Pontefice. Ciò appare bene
dalla lettera circolare con la quale spiegava alle proprie consorelle
il significato della regola e delle costituzioni: «Esse sono la
parola e la legge di nostro Signore... la Regola santa, il libro della
vita, la via della croce, la chiave e il legame dell’amicizia eterna».
La fama di santità, di cui godette la Serva di Dio durante la sua
vita, si confermò anche dopo la morte.
Le Figlie della Misericordia, la Congregazione di cui è fondatrice,
oggi conta 429 suore, che operano in 12 paesi dell’Europa e dell’America.
Le suore si occupano dell’educazione dei bambini e della gioventù,
dell’assistenza alle persone anziane e malate, dell’apostolato
parrocchiale, come pure della promozione della dignità della persona
e dello sviluppo delle missioni e del dialogo ecumenico.
BEATA TERESA DI CALCUTTA (AGNES GONXHA BOJAXIU)
La piccola matita di Dio
Madre Teresa di Calcutta, al secolo Agnes Gonxha Bojaxhiu, era nata il
26 agosto 1910 a Skopje (ex-Jugoslavia, oggi Macedonia), da una famiglia
cattolica albanese. A 18 anni decise di entrare nella Congregazione delle
Suore Missionarie di Nostra Signora di Loreto. Partita nel 1928 per l’Irlanda,
un anno dopo è già in India.
Nel 1931 emette i primi voti prendendo il nuovo nome di suor Mary Teresa
del Bambin Gesù (scelto per la sua devozione alla santa di Lisieux),
e per circa vent’anni insegnerà storia e geografia alle ragazze
di buona famiglia nel collegio delle suore di Loreto a Entally, zona orientale
di Calcutta. Oltre il muro di cinta del convento c’era Motijhil,
uno degli slum più miserabili della megalopoli indiana. Da lontano
suor Teresa poteva sentirne i miasmi che arrivavano fino al suo collegio
di lusso. Era l’altra faccia dell’India, un mondo a parte
per lei, almeno fino a quella fatidica sera del 10 settembre 1946, quando
avvertì la “seconda chiamata” mentre era in treno diretta
a Darjeeling per gli esercizi spirituali.
Durante quella notte una frase continuò a martellarle nella testa
per tutto il viaggio, il grido dolente di Gesù in croce: “Ho
sete!”. Un misterioso richiamo che col passare delle ore si fece
sempre più chiaro e pressante: lei doveva lasciare il convento
per i più poveri dei poveri.
"I thirst" (ho sete), c’è scritto sul crocifisso
della Casa Madre e in ogni cappella – in ogni parte del mondo –
di ogni casa della famiglia religiosa di Madre Teresa.
Suor Teresa lasciò il convento di Entally con cinque rupie in tasca
e il sari orlato di azzurro delle indiane più povere dopo quasi
20 anni trascorsi nella congregazione delle Suore di Loreto. Era il 16
agosto 1948. La piccola Gonxha di Skopje diventava Madre Teresa.
Il 7 ottobre 1950 la nuova Congregazione ottiene il suo primo riconoscimento,
l’approvazione diocesana. È una ricorrenza mariana, la festa
del Rosario e di certo non è casuale dal momento che a Maria è
dedicata la nuova famiglia religiosa.
L’amore profondo di Madre Teresa per la Madonna aveva solide radici
nella sua infanzia, a Skopje, quando mamma Drone, che era molto religiosa,
portava sempre i suoi figli in chiesa e a visitare i poveri, ed ogni sera
recitavano insieme il rosario.
“La nostra Società – si legge nel primo capitolo delle
Costituzioni – è dedicata al Cuore Immacolato di Maria, Causa
della nostra Gioia e Regina del Mondo, perché è nata su
sua richiesta e, grazie alla sua continua intercessione, si è sviluppata
e continua a crescere”.
Ognuno dei 10 capitoli delle Costituzioni è introdotto da una citazione
tratta dai passi mariani dei Vangeli. La Madonna è detta la prima
Missionaria della Carità per la sua visita a Elisabetta, dove dette
prova di ardente carità nel servizio gratuito all’anziana
cugina bisognosa di aiuto. Oltre ai tre usuali voti di povertà,
castità e obbedienza, ogni Missionaria della Carità ne fa
un quarto di “dedito e gratuito servizio ai più poveri tra
i poveri”, riconoscendo in Maria l’icona del servizio, reso
di tutto cuore, della più autentica carità.
La devozione al Cuore Immacolato di Maria è l’altro aspetto
del carisma mariano e missionario dell’opera di Madre Teresa, praticato
con i mezzi più tradizionali e più semplici: il Santo Rosario,
pregato ogni giorno e in ogni luogo, persino per la strada; il culto delle
feste mariane (la professione religiosa delle sue suore cade sempre in
festività della Madonna); la preghiera fiduciosa a Maria affidata
anche alle “medagliette miracolose” (Madre Teresa ne regalava
in gran quantità alle persone che incontrava); l’imitazione
delle virtù della Madre di Dio, in modo speciale l’umiltà,
il silenzio, la profonda carità.
Attiva e contemplativa al tempo stesso, nella Madre c’erano idealismo
e concretezza, pragmatismo e utopia. Lei amava definirsi “la piccola
matita di Dio”, un piccolo semplice strumento fra le Sue mani. Riconosceva
con umiltà che quando la matita sarebbe diventata un mozzicone
inutile, il Signore l’avrebbe buttata via, affidando ad altri la
sua missione apostolica.
Madre Teresa è scomparsa a Calcutta la sera del venerdì
5 settembre 1997, alle 21.30. Aveva 87 anni. Il 26 luglio 1999 è
stato aperto, con ben tre anni di anticipo sui cinque previsti dalla Chiesa,
il suo processo di beatificazione; e ciò per volontà del
Santo Padre che, in via del tutto eccezionale, ne ha voluto accelerare
la procedura. Per la gente Madre Teresa è già santa.
Il suo messaggio è sempre attuale: che ognuno cerchi la sua Calcutta,
presente pure sulle strade del ricco Occidente, nel ritmo frenetico delle
nostre città. “Puoi trovare Calcutta in tutto il mondo –
lei diceva – se hai occhi per vedere. Dovunque ci sono i non amati,
i non voluti, i non curati, i respinti, i dimenticati”.
I suoi figli spirituali continuano in tutto il mondo a servire “i
più poveri tra i poveri” in orfanotrofi, lebbrosari, case
di accoglienza per anziani, ragazze madri, moribondi. In tutto sono 5000,
compresi i due rami maschili, meno noti, distribuiti in circa 600 case
sparse per il mondo; senza contare le molte migliaia di volontari e laici
consacrati che portano avanti le sue opere. “Quando sarò
morta – diceva lei – potrò aiutarvi di più…”.
SANTA PAOLINA DEL CUORE AGONIZZANTE DI GESÙ (AMABILE WISENTEINER)
Totale disponibilità al servizio della Chiesa nello spirito ignaziano
e nell’impegno per i bisognosi
Amabile Wisenteiner, nacque a Vigolo Vattaro, piccolo paese del Trentino
allora del Sud-Tirolo sotto la dominazione austriaca, il 16 dicembre 1865.
Dieci anni dopo, nel 1875 anno che segnò l’emigrazione del
Sud-Tirolo in Brasile di molti vigolesi, anche la famiglia Wisenteiner
emigrò, prendendo residenza con gli altri emigrati nello Stato
di Santa Caterina e fondando i centri di Nova Trento e Vigolo a ricordo
dei luoghi natii.
A 10 anni, quanti ne aveva al suo sbarco in Brasile, Amabile dimostrava
una maturità superiore alla sua età perché le molte
necessità della sua povera famiglia l’avevano costretta a
dare una mano sin da piccola lavorando.
A 22 anni, morta sua mamma, dovette accollarsi la cura della casa e dei
fratelli, ma tuttavia riusciva a trovare il tempo insieme a una compagna,
per dedicarsi all’insegnamento del catechismo in parrocchia e per
visitare gli ammalati. A 25 anni lasciate le famiglie, Amabile e la sua
compagna si ritirarono in una casupola vicino alla Cappella di San Giorgio
a Vigolo assistendo una prima ammalata di cancro. Il 12 luglio 1890 è
ritenuta la data di nascita della Congregazione delle Piccole Suore dell’Immacolata
Concezione.
Dietro consiglio del Superiore della Missione tenuta dai gesuiti, Amabile
si spostò a Nova Trento e dal vescovo diocesano ebbe l’approvazione
canonica della nuova Congregazione religiosa. Pronunciò i voti
e cambiò il nome in Paolina (Madre Paolina sarà il nome
con cui verrà chiamata da tutti). Il parroco di Nova Trento, gesuita
dovendosi trasferire a San Paolo, invitò Madre Paolina a trasferirsi
anche lei, diventata nel frattempo Superiora Generale. A San Paolo vi
fu una grande fioritura della Congregazione con l’apertura di numerose
Case. Ebbe anche un periodo in cui dovette lasciare l’Ufficio di
Superiora e restare umilissima sottoposta fino alla morte, avvenuta il
9 luglio 1942 a San Paolo.
Lasciava ben 45 case in cinque Stati del Brasile. Il messaggio di Madre
Paolina in terra di emigrati e di missione, fu la totale disponibilità
al servizio della Chiesa nello spirito ignaziano e nell’impegno
parrocchiale e religioso nei confronti di chiunque ne avesse bisogno.
BEATA MARIA DELLA PASSIONE (HÈLÉNE DE CHAPPOTIN)
L’incontro fra il Vangelo e le diverse culture, al servizio del
dialogo anche con i lontani
Maria della Passione, al secolo Hèléne de Chappotin, fondatrice
delle Francescane Missionarie di Maria, nasce il 21 maggio 1839 da una
famiglia di antiche origini lorenesi e bretoni.
Ha un carattere volitivo, turbolento e una forza trascinatrice che con
il passare del tempo si ammorbidisce. La attirano i grandi ideali e i
successivi lutti familiari la fanno maturare. Nel 1860 entra fra le Clarisse
di Nantes e inizia il suo cammino nella spiritualità francescana.
Si ammala e deve lasciare il monastero. Iniziano anni di prova e di maturazione
che la faranno decidere di entrare nella Società di Maria Riparatrice
e riceve il nome da religiosa, Maria della Passione.
Ancora novizia si imbarca a Marsiglia per giungere nel Maduré,
in India. A 28 anni è Superiora provinciale delle tre case che
la congregazione ha aperto nel subcontinente. Questo incarico, esercitato
per nove anni, le darà una vasta esperienza della vita e dei problemi
missionari. Nel 1874 il suo campo missionario si allarga ulteriormente
attraverso la fondazione di una nuova casa a Ootacamund, nelle montagne
del Nilgiris. Nel 1876 una serie di circostanze dolorose e contraddittorie
la portano a lasciare la congregazione di Maria Riparatrice insieme a
una ventina di religiose del Maduré. Questa rottura sarà
il punto di partenza della sua opera nella Chiesa. Verso la fine dello
stesso anno, con due sue compagne, parte alla volta di Roma per sottoporre
a Papa Pio IX il desiderio di continuare ad essere religiose, fondando
la congregazione delle Missionarie di Maria. Il 6 gennaio 1877, Pio IX
fa sapere che autorizza la fondazione e le invita a cercare un noviziato
in Francia. Nel 1882 ha luogo la fondazione della casa di Roma e la redazione
delle prime costituzioni. Dopo un altro doloroso periodo di difficoltà,
in cui la sua opera è nuovamente messa in discussione, tanto da
essere sospesa dall’incarico di superiora generale, viene reintegrata
e l’Istituto è autorizzato a svilupparsi nella famiglia francescana.
Risalgono a quest’epoca di contrasti alcuni dei suoi testi spirituali
e mistici più belli.
Sotto la sua guida, circa tremila religiose sono da lei inviate in 86
fondazioni, sparse in quattro continenti, che la vedono presente su tutti
i fronti: apostolico, sociale, ecclesiale, spirituale. Maria della Passione
muore a Sanremo il 15 novembre 1904.
Le suore Francescane Missionarie di Maria
Al di là di ogni frontiera, le suore di Maria della Passione si
distinguono, fin dagli inizi, per la loro internazionalità. Attente
alla cultura del Paese in cui intendono radicarsi, si mettono con la massima
discrezione al servizio dei poveri, degli ultimi e dei perseguitati. Ad
ogni latitudine si adattano alla lingua e agli usi del posto, adottandone
anche l’abito: il sari in India, il pagne in Africa. Questa internazionalità
delle comunità vuole riflettere l’universalità della
Chiesa. Non c’è popolo che non possa capire il carisma delle
suore, le quali hanno nell’Eucaristia il loro centro e la loro ragione
d’essere. Tutto infatti, parte dalla contemplazione di Cristo incarnato
che continua a essere presente nella Chiesa.
Maria della Passione è stata definita “maestra di spiritualità
missionaria”: ha lasciato alle suore una quantità di scritti:
legislativi, meditativi, liturgici, preghiere e meditazioni. Donna profondamente
radicata nella fede, maturata dalle difficoltà della vita pratica,
comprende il mistero di Dio e vuole entrarvi attraverso il dono totale
di sé e il sacrificio.
Oggi le Francescane Missionarie di Maria sono più di settemila,
di 74 nazionalità e distribuite in 76 Paesi. L’incontro fra
il Vangelo e le diverse culture è la loro sfida, “al servizio
del dialogo” e con i “lontani”. La minorità francescana
dà l’impronta umile ed essenziale al loro stile di vita di
cui colpisce l’approccio caloroso e immediato. Come Francesco desiderano
condividere la bellezza della creazione nell’annuncio profetico
del Vangelo con ogni fratello e sorella che sul loro cammino ha bisogno
di istruzione, cure, consigli. Con l’inserimento in ambiti di altre
religioni e di diverse confessioni cristiane, le sorelle vivono l’amore
universale come segno di comunione tra i popoli.
BEATA LIDUINA (ANGELA ELISA) MENEGUZZI
La “fiamma ecumenica” al servizio dei sofferenti di ogni razza
e religione nel nome di Cristo
Elisa Angela Meneguzzi nasce il 12 settembre 1901 ad Abano Terme, nella
località di Giarre, in provincia di Padova. La sua è una
famiglia molto modesta di contadini, ma è ricca di onestà
e di fede, valori che la bambina assimila ben presto.
Rivela vivo spirito di preghiera. Partecipa ogni giorno alla Santa Messa,
anche se deve percorrere a piedi due chilometri, frequenta il catechismo,
e più tardi, diventa lei pure catechista. Alla sera, in casa, prega
con la famiglia ed è felice di parlare di Dio ai fratelli.
A quattordici anni, per aiutare economicamente i suoi, inizia a lavorare
fuori casa. Va a servizio in famiglie benestanti e negli alberghi di Abano.
Di carattere mite, sempre disponibile, si fa amare e apprezzare ovunque.
Desiderosa di consacrare tutta la vita al Signore, il 5 marzo 1926, entra
nella Congregazione delle Suore di San Francesco di Sales che hanno la
Casa Madre a Padova. Svolge con amore la sua opera, come guardarobiera,
infermiera, sacrestana, tra le ragazze del Collegio della Santa Croce
che trovano in lei un’amica buona, capace di ascoltarle, di aiutarle
nei loro problemi con saggi consigli.
In tutte lascia impressioni incancellabili di tenerezza, di incoraggiante
serenità, di pazienza. Nel 1937 vede finalmente realizzato il grande
sogno che da sempre porta in cuore: partire per le terre di missione e
portare la fede, l’amore di Cristo a tanti fratelli che non lo conoscono.
Dai Superiori è inviata come missionaria in Etiopia, a Dire-Dawa,
una città cosmopolita per la presenza di gente dalle origini, costumi,
religioni diverse. E qui, in tale mosaico di razze e di religioni, l’umile
suora si dedica con fervore alla sua azione missionaria. Non ha grande
cultura teologica, ma una forte carica interiore, alimentata dal contatto
profondo con Dio.
Opera come infermiera nell’Ospedale Civile Parini che, una volta
scoppiata la guerra, diviene ospedale militare, dove arrivano i soldati
feriti, verso i quali Liduina è veramente «angelo di carità».
Con tenerezza e dedizione instancabile, cura i mali fisici, vedendo in
ogni fratello che soffre l’immagine di Cristo.
Ben presto il suo nome risuona sulle labbra di tutti. Gli indigeni la
chiamano «Sorella Gudda» (Grande). Quando i bombardamenti
infuriano sulle città e sull’ospedale, da tutte le bocche
esce un unico grido: «Aiuto, Sorella Liduina!». E lei, incurante
del pericolo, trasporta i feriti nel rifugio e corre subito in aiuto di
altri. Assiste i morenti per suggerire un atto di contrizione e con l’inseparabile
ampolla dell’acqua battezza i bambini in fin di vita.
Il suo dono non si limita agli italiani, ai cristiani, ma con vero spirito
ecumenico, si volge a bianchi e neri, a cattolici e copti, a musulmani
e pagani.
Gli indigeni, quasi tutti musulmani, ne restano affascinati e provano
una simpatia nuova per la religione cattolica.
Le viene attribuito l’appellativo di «fiamma ecumenica»,
perché molto prima del Concilio Vaticano II attua uno degli aspetti
più raccomandati dell’ecumenismo. Intanto però un
male incurabile mina da tempo la sua salute. Lei accetta, serenamente
la sua situazione, soffre e si consuma, continuando coraggiosamente, fino
all’ultimo, la sua opera di amore tra gli ammalati. Si sottopone
alla fine ad un delicato e difficile intervento chirurgico che sembra
essere riuscito bene. Ma una paralisi intestinale, il 2 dicembre 1941,
stronca la sua vita.
Suor Liduina muore santamente, a 40 anni. Un medico, lì presente,
afferma: «Non ho mai visto nessuno morire con tanta gioia e beatitudine».
Per desiderio dei soldati che la piangono come una di famiglia viene sepolta
nel cimitero di Dire-Dawa nella parte a loro riservata.
Dopo vent’anni, nel luglio del 1961, la salma di Suor Liduina è
stata trasportata a Padova in una Cappella della Casa Madre.
SANTA LEONIA FRANCESCA DI SALES AVIAT
La missione fra le ragazze operaie: sicurezza, educazione religiosa e
un futuro di madri di famiglia
Léonie nacque il 16 settembre 1844 a Sézanne nella regione
francese di Champagne, da genitori cristiani e onesti commercianti. A
10 anni fu affidata, secondo le abitudini dell’epoca, alle Suore
Visitandine di Troyes. Rimase con loro fino all’età di sedici
anni. Qui ricevette la Prima Comunione e la Cresima e sotto la guida del
cappellano abate Luigi Brisson e della Madre superiora Chappuis, le venne
impartita un’educazione umanistica e una profonda formazione religiosa
e morale.
Ritornata in famiglia nel 1866, Léonie rifiutò un vantaggioso
matrimonio e manifestò il desiderio di ritornare nel monastero
per intraprendere la vita religiosa. Nel frattempo l’abbé
Brisson, sensibile ai disagi di tante ragazze che lasciata la campagna
venivano a lavorare a Troyes nelle fabbriche in cerca di facili guadagni,
aveva fondato le Opere operaie per le giovani lavoratrici intitolate a
San Francesco di Sales, dapprima come patronati poi come case-famiglia
per la loro assistenza.
In una visita di Léonie a padre Brisson questi gli espose la sua
intenzione di fondare una Congregazione religiosa che potesse continuare
nel tempo e in forma più organizzata la sua opera. Léonie
è entusiasta e dà la sua disponibilità. Nel 1868
veste l’abito religioso insieme a Lucie Cannet sua ex compagna di
studi e prende il nome di Suor Francesca di Sales. Nel 1872 diventa superiora
della nascente Congregazione delle Suore Oblate di San Francesco di Sales.
Si dedica all’apostolato fra le ragazze operaie dando loro, ricreazione,
sicurezza, educazione religiosa e pratica per un futuro di madri di famiglia.
Stabilizzata l’Opera a Troyes, Madre Aviat va per otto anni a Parigi
dove organizza un educandato per ragazze agiate, rivelandosi un’educatrice
eccezionale, ottenendo presso l’alta società parigina lo
stesso successo avuto con le ragazze lavoratrici a Troyes.
Ritornata alla Casa madre vi risiede per altri 15 anni, ricoprendo fino
alla morte l’incarico di superiora tranne un intervallo di 4 anni
come semplice suora.
Invia le sue suore in Namibia, Africa del Sud, Equatore, Svizzera, Austria,
Inghilterra e Italia, aprendo dappertutto case ed opere di assistenza.
Nel 1903 le nuove leggi eversive dell’anticlericale Emile Combes,
decretano lo scioglimento delle Congregazioni religiose e delle loro case,
spogliandole dei loro beni. Vengono chiuse 23 case dell’Opera più
6 dei padri Oblati, la madre Aviat insieme al Consiglio si rifugia a Perugia,
dove le Oblate hanno una casa sin dal 1896 per l’assistenza delle
giovani lavoratrici domestiche.
Da qui segue l’attività della Congregazione e delle Opere
collegate esortando le sue suore con lettere, visite e insegnamenti. Il
2 febbraio 1908 muore il venerato padre Brisson nel suo villaggio nativo
e Léonie può assistere ai suoi funerali solo se vestita
di abiti civili.
Negli ultimi anni si dedica alla stesura definitiva delle Costituzioni
che presenta al papa San Pio X. Muore a Perugia, il cosiddetto “Nido
di aquile”, a 69 anni il 10 gennaio 1914 nella Casa religiosa di
via della Cupa.
Le sue spoglie inumate prima nel cimitero, furono poi traslate nella chiesa
di San Maria della Valle e ora riposano nella cripta della Casa Madre
di Troyes in Francia.
BEATA TERESA GRILLO MICHEL
“I poveri aumentano e si vorrebbe poter allargare le braccia per
accoglierne tanti”
Teresa Grillo nacque a Spinetta Marengo, in provincia di Alessandria,
il 25 settembre 1855. Quinta e ultima figlia di Giuseppe, primario dell’Ospedale
Civile di Alessandria, e di Maria Antonietta Parvopassu, discendente da
antica e illustre famiglia alessandrina, fu battezzata il giorno dopo
nella chiesa parrocchiale di Spinetta, ricevendo il nome di Maddalena.
Dotata di un temperamento incline alla carità, alimentato anche
da un clima familiare ricco di spirito cristiano, il 1 ottobre 1867 ricevette
la cresima nella Cattedrale di Alessandria e cinque anni dopo, mentre
era in collegio, la prima comunione.
Dopo le scuole elementari, frequentate a Torino, a seguito della morte
del padre, frequentò il collegio delle Dame Inglesi a Lodi, dove
si diplomò all’età di 18 anni.
Lasciato il collegio, tornò ad Alessandria, dove, sempre sotto
la guida materna, iniziò a frequentare le famiglie aristocratiche
della città.
Fu proprio in questo ambiente che conobbe il futuro marito, il colto e
brillante capitano dei Bersaglieri, Giovanni Michel.
Celebrate le nozze il 2 agosto 1877, con il marito si trasferì
prima a Caserta poi ad Acireale. E ancora a Catania, a Portici e infine
a Napoli.
Con la morte del marito, stroncato da un’insolazione durante una
sfilata a Napoli, il 13 giugno 1891, Teresa sprofondò in una cupa
angoscia che rasentò la disperazione.
La ripresa quasi improvvisa, dovuta anche alla lettura della vita del
Venerabile Cottolengo e all’aiuto del cugino sacerdote, Mons. Prelli,
sfociò nella scelta di abbracciare la causa dei poveri e dei bisognosi.
Teresa cominciò così a spalancare le porte del proprio palazzo
ai fanciulli poveri e alle persone abbandonate e bisognose.
Alla fine del 1893, visto che “i poveri aumentano a più non
posso e si vorrebbe poter allargare le braccia per accoglierne tanti sotto
le ali della Divina Provvidenza”, vendette palazzo Michel e acquistò
un vecchio edificio di via Faà di Bruno. Qui diede inizio ai lavori
di ristrutturazione e ampliamento, costruendo un piano superiore e comprando
alcune casupole vicine. Sorse, così, il “Piccolo Ricovero
della Divina Provvidenza”.
L’opera avviata da Teresa non fu certo priva di avversità
che le vennero non solo dalle autorità ma soprattutto dagli amici
e familiari. Dietro sollecitazione dell’Autorità Ecclesiastica,
l’8 gennaio 1899, vestendo l’abito religioso nella cappellina
del Piccolo Ricovero, Teresa Grillo, con otto tra le sue collaboratrici,
diede vita alla Congregazione delle Piccole Suore della Divina Provvidenza.
Nei restanti 45 anni, la sua prioritaria preoccupazione fu quella di diffondere
e consolidare l’Istituto. Subito dopo la fondazione, infatti, l’Opera
cominciò ad avere case in diversi luoghi del Piemonte, sviluppandosi
presto anche nelle regioni del Veneto, della Lombardia, della Liguria,
delle Puglie e della Lucania. Dal 13 giugno 1900 l’Istituto si estese
in Brasile e dal 1927, dietro sollecitazione del Beato Don Luigi Orione,
fondò case anche in Argentina.
Teresa animava e incoraggiava le consorelle con la sua sollecita e carismatica
presenza nelle comunità. Per ben sei volte attraversò l’oceano
per raggiungere l’America Latina, dove dietro sua sollecitazione
fiorirono numerose fondazioni con asili, orfanotrofi, scuole, ospedali
e ricoveri per anziane. Il sesto viaggio lo fece nel 1928, all’età
di 73 anni. L’8 giugno 1942, la Santa Sede concedeva l’Approvazione
Apostolica alla Congregazione delle Piccole Suore della Divina Provvidenza.
La Beata Teresa Grillo si spense ad Alessandria il 25 gennaio 1944 all’età
di 88 anni. Il suo Istituto contava 25 case in Italia, 19 in Brasile e
7 in Argentina.
Lo spirito della Beata Teresa Grillo verso gli indigenti permane particolarmente
nell’opera delle sue consorelle, a cui soleva ripetere: “Continuerò
ad invocarvi l’abbondanza dello Spirito che deve distinguere la
Piccola Suora della Divina Provvidenza: spirito di confidenza veramente
eroica in questa mirabile emanazione della Divina Bontà, poiché
noi dobbiamo essere totalmente e in ogni ora alla mercé del Suo
provvido aiuto”.
BEATA GIUSEPPINA VANNINI
“Abbiate cura dei poveri infermi con lo stesso amore con cui una
madre cura l’ unico figlio infermo”
Giuseppina Vannini nasce a Roma il 7 luglio 1859 da Angelo e Annunziata
Papi e viene battezzata con il nome di Giuditta. Ha una sorella, Giulia,
e un fratello, Augusto.
Il Signore solitamente prepara e matura le anime attraverso la via della
croce. A 4 anni Giuditta perde il papà e tre anni dopo anche la
mamma. I tre fratelli orfani vengono separati: Augusto è accolto
da uno zio materno, Giulia è affidata alle Suore di San Giuseppe
e Giuditta, di 7 anni, è accolta nel Conservatorio Torlonia a Roma,
dove le Figlie della Carità la educano alla fede cristiana e la
preparano alla vita.
Giuditta cresce buona, pia, docile e riflessiva. Ottiene il diploma di
maestra d’asilo e a 21 anni chiede di entrare nel noviziato delle
Figlie della Carità a Siena. Ma poco dopo ritorna a Roma per motivi
di salute e per un periodo di prova. L’anno seguente torna a Siena,
ma poi viene definitivamente dimessa dall’Istituto perché
ritenuta inadatta.
Sente profondamente la chiamata verso la vita religiosa, ma in quale istituto?
Giuditta soffre e prega. Ha 32 anni quando partecipa a un corso di esercizi
spirituali nella casa delle Suore di Nostra Signora del Cenacolo a Roma.
L’ultimo giorno del ritiro, il 17 dicembre 1891, Giuditta si presenta
al predicatore, il camilliano P. Luigi Tezza per chiedere consiglio. Il
padre, pochi mesi prima, aveva avuto l’incarico in qualità
di Procuratore generale di ripristinare le Terziarie Camilliane e in quel
momento ha un’ispirazione: affidare a lei la realizzazione di tale
progetto.
Giuditta risponde: “Padre, lasciatemi riflettere. Vi darò
una risposta”. Due giorni dopo si presenta al Padre: “Eccomi
a sua disposizione per il suo progetto. Non sono capace di nulla. Confido
però in Dio”.
Giuditta con altre due giovani, preparate da P. Tezza, formano la prima
comunità. Il 2 febbraio 1892, ricorrenza della conversione di San
Camillo, nella stanza-santuario ove è morto il Santo, mediante
l’imposizione dello scapolare con la croce rossa, nasce la nuova
famiglia camilliana. Il 19 marzo, P. Tezza veste dell’abito religioso,
contrassegnato dalla croce rossa, Giuditta, che prende il nome di suor
Giuseppina e viene nominata superiora.
Con la consulenza di P. Tezza vengono formulate le Regole dell’Istituto
religioso, specificandone la finalità: per l’assistenza delle
malate anche a domicilio.
Pure in mezzo a grandi povertà, cresce il loro numero. Alla fine
del 1892 sono già quattordici, nel 1893 è aperta una nuova
comunità a Cremona e nel 1894 a Mesagne nelle Puglie. Seguiranno
altre case altrove.
Ma occorre ottenere l’approvazione definitiva dell’autorità
ecclesiastica. Purtroppo Papa Leone XIII aveva deciso proprio in quegli
anni di non permettere fondazioni di nuove comunità a Roma. Perciò
alla richiesta di P. Tezza, rinnovata per due volte, fu risposto a nome
del Papa: “non expedit” (non conviene, non si approva). Anzi
fu imposto al gruppo delle religiose di allontanarsi da Roma. Sembra che
debba svanire ogni prospettiva, ma per l’ammirazione dell’attività
di assistenza delle sorelle, anche da parte della stampa, e per l’appoggio
del Cardinale Vicario si ottiene l’erezione in “Pia Associazione”
dipendente dal cardinale e così l’opera può continuare.
Un’altra prova sopravviene. L’amabilità di P. Tezza
verso le religiose, che chiama “le mie figlie”, è oggetto
di interpretazioni maligne da parte di alcune persone che spargono sul
Padre insinuazioni definite da madre Giuseppina “vere calunnie”.
Interviene il Cardinale Vicario e senza appurare la verità toglie
al loro padre spirituale la facoltà di confessare e gli proibisce
di incontrare le suore.
P. Tezza non vuole difendersi e accetta in silenzio le disposizioni offrendo
il sacrificio della separazione per il bene e lo sviluppo dell’Istituto.
Il distacco viene completato quando il Padre, nell’anno 1900, è
incaricato dal suo superiore generale di recarsi in Perù in qualità
di visitatore della comunità di Lima. Accetta l’obbedienza
e parte per l’America Latina. Da lì non tornerà più
in Italia.
Manterrà la relazione con la fondatrice e con l’Istituto
solo con la corrispondenza epistolare e morirà a Lima a 82 anni,
il 26 settembre 1923, venerato come un santo.
L’allontanamento di P. Tezza costituisce un dramma per la fondatrice,
che deve addossarsi da sola il peso del nascente Istituto. Ma non si perde
d’animo; ha ricevuto da lui quanto occorre per proseguire.
Dotata di mirabile fortezza e fiduciosa nell’aiuto del Signore,
riesce a diffondere l’Istituto in varie parti d’Italia e in
Argentina.
Nonostante una salute debole, la Madre non si risparmia, visita ogni anno
le case, si prodiga per le Figlie e le accompagna con amabilità
e con vigore. Il 21 giugno 1909, dopo tante resistenze, riesce ad ottenere
il Decreto di erezione dell’istituto in Congregazione religiosa
sotto il titolo di “Figlie di S. Camillo”.
Nel 1910, dopo l’ultima visita a tutte le case in Italia e in Francia,
è colpita da una grave malattia di cuore. Passa gli ultimi mesi
sofferente nel corpo e per un certo periodo anche nello spirito per timori
e ansietà sulle sorti dell’Istituto. Il 23 febbraio 1911
rende serenamente l’anima a Dio. Lascia un Istituto con sedici case
religiose in Europa e America e con 156 religiose professe.
Le Figlie di San Camillo, contrassegnate dalla rossa croce camilliana,
sono sparse in quattro continenti. Continuano il carisma della Fondatrice
negli ospedali, case di cura, centri di riabilitazione in Europa e in
terra di missione, anche presso malati a domicilio e nei lebbrosari, memori
dell’ammonimento della Beata Vannini: “Abbiate cura dei poveri
infermi con lo stesso amore con cui un’amorevole madre cura il suo
unico figlio infermo”.
BEATA MARIA FRANCESCA RUBATTO
La missione di assistere gli ammalati a domicilio e di educare cristianamente
la gioventù.
Anna Maria Rubatto nacque a Carmagnola (Torino) il 14 febbraio 1844,
penultima di otto figli di Giovanni Tommaso Rubatto e Caterina Pavesio,
persone note per pietà e onesti costumi cristiani.
Rimase presto orfana dei genitori e quindi si trasferì a Torino
dalla sorella maggiore Maddalena, dove rimase per cinque anni dedita alle
opere di carità. In seguito venne adottata dalla ricchissima signora
Marianna Scoffone. Ogni giorno visitava il ‘Cottolengo’ di
Torino, servendo con letizia gli ammalati, aiutando con liberalità
anche i poveri. San Giovanni Bosco la ebbe fra le sue collaboratrici negli
Oratori.
Una volta defunta la madre adottiva, ritornò da sua sorella. In
estate andava a Loano sulla Riviera Ligure dove aiutava i pescatori e
gli ammalati nelle loro necessità, s’interessava dei bambini
abbandonati e in questo luogo si unì ad un gruppo di pie donne,
dedite alle opere di carità e di apostolato, sotto la guida dei
padri Cappuccini.
E fu proprio un cappuccino, padre Angelico che le fece un invito, quello
di mettersi a capo di un nuovo Istituto e così il 23 gennaio 1885
vestì l’abito religioso francescano, insieme ad alcune amiche,
dando vita ad una famiglia religiosa: le “Suore Terziarie Cappuccine
di Loano”, poi chiamate “Suore Cappuccine di Madre Rubatto”
con il fine dell’assistenza degli ammalati soprattutto a domicilio
e l’educazione cristiana della gioventù.
Emise i voti il 17 settembre 1886 prendendo il nome di Maria Francesca
di Gesù e diventando la prima superiora dell’Istituto, carica
che mantenne fino alla morte.
La sua opera si diffuse molto presto non solo in Liguria, ma anche nell’America
Latina. Dal 1892 Madre Francesca varcò ben quattro volte l’Oceano,
con lunghe soste per costruire le case della sua Congregazione in Uruguay
e in Argentina. Accompagnò un gruppo di suore alla Missione di
Alto Alegre, Maranhao in Brasile, dove nel 1901 morirono martiri sette
sue suore uccise dagli indios.
Mentre si trovava a Montevideo, si ammalò di cancro e fu a tutti
di esempio mirabile di forza cristiana e di piena rassegnazione. Morì
il 6 agosto 1904 compianta specialmente dagli ammalati e dai poveri, la
sua salma riposa in Uruguay nel collegio di Belvedere, da lei fondato
nel 1895, in mezzo ai suoi cari poveri, come lei desiderava. Dal 1964,
la sua Congregazione è presente pure in Etiopia.
BEATA NAZARIA IGNAZIA MARCH MESA
Una crociata di amore in tutta la Chiesa per la promozione sociale e lavorativa
delle donne
Nazaria Ignazia March Mesa - nata a Madrid nel 1889 - presto si trasferì
con la numerosa famiglia (aveva 10 fratelli) in Messico per ragioni economiche.
Sulla stessa nave viaggiavano alcune Piccole suore degli anziani abbandonati.
Lei si fece religiosa proprio in quella Congregazione. Per il noviziato
tornò in patria, ma nel 1908 riprese la via delle Americhe, destinata
alla missione di Oruro, in Bolivia. Qui si spese per dodici anni nelle
opere di carità. Nel 1920, dopo un corso di esercizi spirituali
incentrati sul Regno di Dio, concepì una nuova Congregazione intesa
come «crociata di amore che abbraccia tutta la Chiesa». La
fondò il 16 di giugno del 1925 con il nome di Missionarie Crociate
della Chiesa. La nuova famiglia religiosa era all’avanguardia nella
situazione della Bolivia di allora, sostenendo in particolare la promozione
sociale e lavorativa delle donne. Nel 1938 la fondatrice passò
in Argentina dove diede vita a molte istituzioni in favore delle giovani
e dei poveri. Morì a Buenos Aires nel 1943.
SANTA CATERINA (KATHARINA) DREXEL
La promotrice dell’apostolato diretto a favore degli Indiani e degli
Afro-Americani
Nata a Philadelphia, Pennsylvania, (Usa), il 26 novembre 1858, Katharine
Drexel era la seconda figlia di Francis Anthony Drexel e Hannah Langstroth
Drexel. Suo padre era un famoso banchiere e filantropo. Entrambi i genitori
istillarono nelle loro figlie l’idea che la ricchezza era data loro
in prestito e che doveva perciò, essere condivisa con gli altri.
Durante un viaggio della famiglia nell’ovest degli Stati Uniti,
Katharine, da giovane donna, notò lo stato abietto e degradante
dei nativi americani. Fu questa un’esperienza che risvegliò
il desiderio di fare qualcosa di specifico per alleviare la loro condizione.
Fu questo l’inizio di un impegno personale e finanziario di tutta
una vita a sostegno di numerose missioni e missionari negli Stati Uniti.
La prima scuola da lei fondata fu quella di Santa Caterina, a Santa Fé,
New Mexico (1887) per gli Indiani.
In seguito, durante un’udienza a Roma con papa Leone XIII, al quale
Katharine chiedeva missionari per alcune missioni tra gli Indiani da lei
finanziate, con sua sorpresa il Papa suggerì che diventasse missionaria
lei stessa. Dopo essersi consultata con il suo direttore spirituale, il
Vescovo James O’Connor, prese la decisione di donarsi totalmente
a Dio, attraverso un impegno di servizio a favore degli Indiani e degli
Afro-Americani.
Il 12 febbraio 1891 fece la prima professione religiosa, fondando le Suore
del Santissimo Sacramento, il cui scopo doveva essere quello di diffondere
il messaggio evangelico e la vita eucaristica in mezzo agli Indiani e
agli Afro-Americani.
Donna d’intensa preghiera, Katharine trovò sempre nell’Eucaristia
la sorgente del suo amore per i poveri e per gli oppressi. Spinta da una
profonda compassione, sentì anche l’urgenza e il bisogno
di prodigarsi affinché negli Stati Uniti si cambiassero la mentalità
e gli atteggiamenti razziali.
Le piantagioni erano a quel tempo un’istituzione sociale senza sbocco,
per cui gli Afro-Americani continuavano ad essere vittime di oppressione.
La necessità di offrire alla gente di colore un’istruzione,
assumeva per lei un’importanza sempre più grande per cui
parlò di questo urgente bisogno con altre persone che condividevano
la sua preoccupazione riguardo l’ineguaglianza esistente per gli
Afro-Americani: nelle città era per loro impossibile ricevere una
buona istruzione, mentre nelle campagne del sud esistevano anche restrizioni
legali che impedivano loro di ottenere un’educazione di base.
La fondazione di scuole e la creazione di buoni corpi insegnanti per tutti,
Indiani ed Afro-Americani, attraverso gli Stati Uniti diventò così
una priorità assoluta per Katharine e la sua Congregazione.
Durante l’intera sua vita ella aprì, dotandole di insegnanti
e finanziandole direttamente, circa 60 scuole e missioni, specialmente
nell’ovest e sud-ovest degli Stati Uniti. Ciò che costituì
l’apice dei suoi sforzi nel campo dell’educazione, fu la costruzione,
nel 1925, della “Xavier University” nella Louisiana, l’unico
istituto d’istruzione superiore negli Stati Uniti destinato prevalentemente
ai cattolici di colore. Educazione religiosa, servizio sociale, visite
alle famiglie, negli ospedali, nelle prigioni, facevano parte del ministero
di Katharine e delle sue consorelle.
In maniera molto calma e serena, Katharine armonizzava preghiera e totale
dipendenza dalla Divina Provvidenza con un’attività molto
marcata. Attraverso la sua testimonianza profetica, la Chiesa negli Stati
Uniti divenne gradualmente consapevole della grave necessità di
un apostolato diretto in favore degli Indiani e degli Afro-Americani.
Negli ultimi diciotto anni della sua vita, Katharine Drexel fu ridotta
da una grave malattia ad uno stato di quasi completa immobilità.
Durante questo periodo si diede interamente ad una vita di adorazione
e di contemplazione, così come aveva desiderato sin dalla sua tenera
età. Morì il 3 marzo 1955.
Fonti delle biografie: BSS - Santa Sede, Avvenire, www.santiebeati.it,
www.camilliani.org/beati.
(Agenzia Fides 8/3/2005)
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