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La «pedagogia missionaria» di Guglielmo Massaja

Riedito il volume sul Vicario Apostolico dei Galla

Perché riproporre il pregevole volume di Padre Carmelo Durante da Sessano del Molise O.F.M. Cap. «Guglielmo Massaia O.F.M Cap. — Vicario Apostolico dei Galla, Cardinale di Santa Romana Chiesa. Saggio storico-critico secondo documenti inediti. Roma 1946» (Torino — Monte dei Cappuccini, Vice-Postulazione del Servo di Dio, 2004)? Esso corrisponde alla tesi di laurea in Missionologia del cappuccino Carmelo Durante, conseguita nel 1946 a Roma presso l'Università Gregoriana. L'autore vi espose i risultati di ricerche effettuate tra il 1943 e il 1946 in diversi archivi e biblioteche. Antonino Rosso da Lanzo, noto per numerosi studi e scritti sul servo di Dio, ha colto l'importanza di riproporre una lettura storica della figura del missionario a partire dalla vasta documentazione inedita reperita da Carmelo Durante. La scelta di pubblicarne l'elaborato deriva tra l'altro dalla constatazione della carenza di studi sull'opera del Massaja secondo criteri storico-critici.
La fotografia di copertina, scattata nel 1882 nel convento dei Cappuccini di Viterbo, ritrae il Massaja in una posa piuttosto conosciuta, che evoca però i tratti del vissuto di un grande protagonista della vicenda missionaria. Due iniziali cartine dell'Africa orientale aiutano a comprendere lo spazio geografico in cui si mosse l'attività del Massaja. Segue la «Premessa», che illustra la storia politica e religiosa dell'Etiopia, due linee che l'autore mette in parallelo, come si addice ad un Paese caratterizzato da una stretta connessione tra identità politica e identità religiosa. Denominato dal Massaja come «Alta Etiopia» secondo l'usanza degli antichi, il regno d'Abissinia comprendeva quattro province: Amara, Goggiam, Scioa e Tigrè. Era abitato da popolazioni di origine cuscitica e semitica.
Riprendendo le tesi del grande studioso missionario Jean-Baptiste Coulbeaux, il Durante fa notare come la voce «Abissinia» sia la francesizzazione del nome arabo «Habèche», che significa «mescolate, amalgamate», in riferimento alle etnie presenti sul territorio. Del resto, le Cronache imperiali parlavano dell'Etiopia come «terra di Cus» (figlio di Cam). Agli etiopi, infatti, si attribuiva la discendenza di Cam, che la dispersione di Babele spinse ad oltrepassare il Mar Rosso e a stanziarsi sul territorio africano.
Sorta a nord sulle basi dell'antico regno di Aksum, che ebbe il massimo splendore intorno al IV secolo d. C., l'Etiopia è presentata come il risultato di un'espansione verso sud. I confini furono gradualmente estesi fino allo Scioa, dove la dinastia dei Salominidi, succeduta a quella degli Zaguè, spostò il centro politico nel 1270. Fu l'espansione verso sud a provocare l'urto con il movimento musulmano, che da est andava spingendosi verso ovest, fino all'invasione di Gragn (il mancino), che nella prima metà del '500 mise in scacco l'Etiopia, arrivando a conquistare la provincia settentrionale del Tigrè. Dopo la sconfitta di Gragn nel 1543 ad opera dei portoghesi, venuti in soccorso dell'Etiopia cristiana, furono i pagani galla, stanziati nel bassopiano somalo, a spingersi verso nord, assestando il colpo finale allo Stato musulmano creato da Gragn e divenendo, dal XVIII secolo, una componente considerevole della corte etiopica.
Dal punto di vista religioso, l'Etiopia, divenuta cristiana nel IV secolo, aderì allo scisma calcedonese. A partire dal XIII secolo, ebbe inizio una serie di tentativi missionari per portare i cristiani etiopi all'unione con Roma, fino al fallimento dei gesuiti, che nel '500 furono colpiti da un editto di proscrizione e costretti a lasciare il territorio. Anche i tentativi, effettuati dai francescani finirono tragicamente, con il martirio dei padri Agatangelo e Cassiano nel 1638. Più tardi, la Congregazione di Propaganda Fide, sollecitata dai risultati dell'esplorazione dei fratelli francesi Antonio e Arnaldo d'Abbadie e dall'esperimento del missionario lazzarista Giustino De Jacobis, decise di riaprire la missione, creando nel 1846 il Vicariato apostolico dei Galla, alla guida del quale fu chiamato Guglielmo Massaja. Padre Durante pone in rilievo particolare l'eredità storica di cui veniva a farsi carico il Massaja al momento della sua chiamata in territorio africano.
Si giunge, così, al corpus centrale del volume, costituito dal «Saggio biografico», diviso in quattordici capitoli. Iniziando dalla nascita a Piovà, nell'astigiano, di Lorenzo Antonio Massaja, nel 1809, l'autore ne ripercorre la fanciullezza, vissuta nella casa paterna della borgata Libraia, durante la quale il piccolo manifestò una certa attrazione per il mondo missionario. All'agiatezza propria di una famiglia contadina benestante, i genitori Giovanni Massaja e Maria Bartorelli seppero affiancare una vita di fede che influirà sulla formazione del futuro missionario.
Il 6 settembre 1826 Lorenzo Massaja è novizio cappuccino, alla Madonna di Campagna di Torino, con il nome di fra' Guglielmo da Piovà. Tra il 1827 e il 1832, fino all'ordinazione sacerdotale il 16 giugno 1832. Durante una lunga malattia, che lo colpì successivamente e lo portò sull'orlo della morte, sembra abbia maturato la decisione di votarsi alle missioni estere. Nel quindicennio che precede la nomina a Vicario apostolico, nel 1846, Guglielmo fa esperienza caritativa presso il nosocomio di san Maurizio, in Piemonte. Entra poi nel convento di Testona, presso Moncalieri, come docente di filosofia e teologia. Divenuto vicario del convento nel 1838, Propaganda Fide accetta la sua candidatura al Vicariato apostolico dei Galla, eretto da Papa Gregorio XVI il 4 maggio 1846, poco prima della morte.
L'11 giugno Massaja sbarca ad Alessandria d'Egitto. È il primo impatto con il mondo africano: un campo di dura prova per la «desolazione delle Chiese separate» e per l'abbrutimento del popolo arabo «ritratto della maledizione». Nonostante il linguaggio scarno e perentorio nei confronti del mondo islamico, di cui non sarebbe riuscito a convertire che una decina di persone, il Massaja è colpito dall'opera benefica delle missioni cattoliche, molto attive sul delta del Nilo. A settembre, lascia Il Cairo per dirigersi a Massaua. Qui, alle «porte d'Etiopia», ha luogo l'incontro con il lazzarista Giustino De Jacobis: è un «giorno di vicendevole straordinaria consolazione», che avvia una proficua collaborazione con la missione lazzarista, durante la quale il Massaja consacra i primi sacerdoti indigeni.
Nei primi mesi di soggiorno nel nord etiopico sperimenta l'ostilità del clero etiopico nei confronti dei missionari, e divide i signori locali. Il coinvolgimento delle missioni nelle dispute è tale che il Massaja medita sul martirio come possibile esito. Mentre il Massaja aspetta il momento per svincolarsi dalla missione lazzarista e prendere la via del sud, una lettera del Superiore generale dei cappuccini a lui indirizzata cade nelle mani dell'abuna Salama, il quale, apprendendo della presenza di un Vescovo cattolico, s'infuria. Salama non esita a indurre Ubiè, re del Tigrè, ad intimargli l'esilio.
Tuttavia «Abuna Messias» — come Massaja viene soprannominato alla corte etiopica — non desiste dal cercare una via per penetrare nel territorio dei galla, a sud. Durante uno dei suoi ritorni sulla costa eritrea, nel clima di accesi contrasti con il clero locale, Massaja procede, nel gennaio 1849, alla consacrazione episcopale di De Jacobis per consolidare la missione nel nord, mentre si accingeva a penetrare segretamente nel sud «travestito, terso nella sua prolissa, bionda e veneranda barba, in abito misto di arabo e Cairino». Puntando verso il sud dell'Eritrea, raggiunge la frontiera etiopica, dove riesce a incontrare il re Ubiè, suscitandone la meraviglia.
Mentre s'infittisce la corrispondenza con il De Jacobis, Massaja raggiunge Gondar, dove è ricevuto dalla missione lazzarista. Lungo il 1849, le trame dell'abuna Salama e i contrasti con ras Aly, signore dello Scioa, per motivi politici e religiosi, gli costano l'arresto, che dura fino a quando Aly manifesta la volontà di ristabilire i rapporti con le potenze europee. Massaja riprende, così, la penetrazione verso il territorio Galla.
Nel 1851 Massaja intraprende da Marsiglia il secondo viaggio, che lo conduce finalmente tra i galla. Durante pone in rilievo, qui, il difficile impatto del missionario con le popolazioni galla, di cui il Massaja cerca di decifrarne tradizioni e credenze, fino al rischio di essere bruciato vivo con l'accusa di essere colpevole di un'epidemia diffusasi nel Paese. Ma Abuna Messias constatò anche l'estrema disponibilità nei confronti del cristianesimo. Ed avvertì il limite di non conoscere la lingua vernacolare.
Le Istruzioni missionarie che Massaja detta ad Assàndabo, nel Gudrù, nel marzo 1854, pongono in risalto le linee di una «pedagogia missionaria», che si fonda sulla «personalità» del missionario, disposto a spendersi integralmente per la causa dell'evangelizzazione, mentre deve farsi tessitore di relazioni sul piano sociale e pastorale. La tentazione, per il missionario, è quella di passare il tempo a leggere libri e scrivere per il pubblico europeo, trascurando il compito primario dell'evangelizzazione.
Secondo Massaja, il missionario non deve temere di compromettersi con gli indigeni, instaurando con essi una sincera cordialità. Da rifuggire è, invece, l'amicizia con i potenti. Diverse indicazioni sono fornite a proposito della famiglia religiosa dei missionari, che deve caratterizzarsi per simpatia e santità di vita. Con i galla, inoltre, è necessario spiegare la Parola di Dio attraverso gesti concreti, esempi tratti dalla vita indigena e da esperienze personali, per poi ascendere alla spiegazione di cose più alte. Ispirata alle Istruzioni di Propaganda Fide del 1659, l'azione missionaria deve svolgersi nel pieno rispetto degli usi e costumi indigeni.
Nel marzo 1854 si apre il decennio della missione Galla. Il Massaja lamenta, fin dall'inizio, la privazione della corrispondenza epistolare con l'Europa. A questa carenza fa riscontro la rapida propagazione di notizie provenienti dal territorio etiopico, come quella relativa all'arresto del De Jacobis, avvenuto su pressione dell'abuna Salama. Il 1856 segna un anno di prova: «la più terribile notizia di vita mia». Alcune voci attestavano prevaricazioni del p. Cesare da Castelfranco sul giovane clero indigeno. In quest'occasione, Massaja riporta il religioso nell'ambito della moralità missionaria.
Nel 1863 Massaja viene arrestato più volte dall'imperatore Teodoro, ostile alle missioni cattoliche. Questi rimane colpito dalla fermezza con cui il missionario difende la legittimità della missione a rimanere sul suolo etiopico, al punto che pretende la sua benedizione. Nel maggio 1864 fa ritorno in Europa, dove porta a termine il «Catechismo galla» e dà inizio ad una «Grammatica della lingua oroma». Ma soprattutto, nel 1866, ottiene da Propaganda Fide l'approvazione per istituire, a Marsiglia, un Collegio per i novizi della missione galla.
Fra il 1866 e il 1867 si svolgono il terzo e quarto viaggio, dopo i quali Massaja avvia l'apostolato scioano, che lo vede impegnato per un decennio, fino al 1879. Sono gli anni in cui Menelik II, re dello Scioa e futuro imperatore, espande i confini dell'Etiopia, inglobando le popolazioni del sud. Nel 1880 torna definitivamente a Roma, su consiglio di Propaganda Fide, per ritirarsi successivamente nel convento francescano di Frascati, dove nell'agosto 1884 riceve la porpora cardinalizia. Gli ultimi anni di vita lo vedono ancora in movimento lungo l'Italia, in frequente contatto con il Papa Leone XIII, mentre dà alla luce, in diversi volumi, I miei trentacinque anni di missione in Alta Etiopia. Si spegne il 6 agosto 1889 a San Giorgio a Cremano, nella provincia di Napoli.
Il testo di Padre Durante si rivela uno strumento utile per le tante informazioni sulla vita del grande missionario ed aggiunge un ulteriore contributo alla tradizione storiografica missionaria. Esso introduce il lettore comune in una vicenda che sembra lontana, caratterizzata da tratti pionieristici, eppure contiene la sfida di un nuovo approccio con il mondo africano e, più in generale, con le culture extraeuropee. Sono gli inizi di quel processo di «inculturazione» da parte di un cattolicesimo che cominciava a misurarsi con le dimensioni planetarie. La lettura del testo suggerisce infatti l'esigenza di un rinnovamento, anche sul fronte degli studi storici relativi alle missioni, che ponga in rilievo lo sforzo di uscire da una mentalità eurocentrica per entrare in rapporto con un'alterità non sempre di immediata comprensione. Una sfida e uno sforzo che saranno al centro della vicenda missionaria contemporanea.
(Da L’Osservatore Romano del 13 luglio 2004)

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