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LINK Speciale: MALTA 18 - 23 ottobre 2004
CONVEGNO INTERNAZIONALE DEI SACERDOTI
“Sacerdoti, forgiatori di Santi per il nuovo millennio”
Sulle orme dell’Apostolo Paolo

fonte: www.clerus.org

Celebrazione penitenziale
Card. Francisco Álvarez Martínez,
Arcivescovo emerito di Toledo, Spagna

(martedì 19 ottobre, ore 15,30)

1. La presente celebrazione penitenziale non deve ridursi per noi al ricordo della dottrina e rimanere priva di ricadute concrete sulla nostra persona e sul nostro vissuto ministeriale.
«Mosso e aiutato dalla grazia di Dio, l’uomo si dispone alla giustificazione ricevendo la fede che viene dall’ascolto» (cfr. Rm 10,17) e, liberamente, si orienta verso Dio. Crede veramente ciò che è stato divinamente rivelato e promesso. Anzitutto, che siamo giustificati dalla grazia di Dio, «per mezzo della redenzione in Cristo Gesù» (cfr. Rm 3,24). A tal fine, tutti dobbiamo riconoscerci peccatori, salutarmente mossi dall’amore del Signore che ci ha chiamati. E, tornando ad aggrapparci alla sua misericordia, ci alziamo con speranza, fiduciosi che ci sarà un Dio propizio in Cristo, con il proposito di amarlo come fonte di ogni giustizia e santità.
Di fronte alla delusione provocata dalla nostra stessa debolezza, sorge la reazione verso Colui che ci ama, che si avvicina a noi pieno di condiscendenza e ci chiama. Sappiamo che soltanto gli umili sono in grado di udire e seguire la sua chiamata. L’invito alla conversione è la voce dell’amore del «Figlio dell’uomo che è venuto a cercare e a salvare ciò che si era perduto» (cfr. Lc 19,10).
Sappiamo molto bene che la conversione è legata alla consapevolezza delle nostre debolezze e alla certezza del loro perdono. La chiamata di Dio a un’altra conversione deve essere vista nella prospettiva del perdono offerto e assieme alla riparazione dell’offesa compiuta contro di Lui. È così veramente. L’appello alla conversione è anche, e anzitutto, un’offerta di «grazia», un’offerta di vita. Convertirsi pienamente a Dio è mettersi in cammino per vivere un vissuto più consacrato, realizzando le migliori aspirazioni della nostra vocazione nella Chiesa, che sana ciò che si era rovinato e fa rivivere ciò che si stava anchilosando. Come ci viene detto in un passo molto bello di Geremia: «Avete abbandonato me, sorgente di acqua viva, per scavarvi cisterne screpolate, che non tengono l’acqua» (cfr. Ger 2,13). Convertirci è quindi tornare veramente alla vita, una vita che in Gesù Cristo, come ben sappiamo, dovrà raggiungere la sua suprema espressione di perfezione e pienezza. Questo è l’appello costante dei profeti al popolo: «Se tu tornassi, Israele! Se tu tornassi a me! Se rigettassi i tuoi abomini e non fuggissi da me!» (cfr. Ger 4,1).
Il nostro dolore e la nostra detestazione del peccato provengono da questo appello e da questo richiamo all’attenzione, e ci propongono una vita rinnovata, nella fedeltà all’appello permanente di Dio. Di questa disposizione sta scritto che «colui che si accosta a Dio deve credere che egli esiste e che ricompensa coloro che lo cercano» (cfr. Eb 11,6), «fiducioso che gli saranno rimessi i peccati» (cfr. Mt 9,2). Questa disposizione viene seguita dalla stessa giustificazione, che non consiste soltanto nella remissione dei peccati, bensì è anche rinnovamento e santificazione dell’uomo interiore, per la volontaria ubbidienza alla grazia e ai doni dello Spirito santo, grazie ai quali l’uomo diventa familiare di Dio ed «erede secondo la speranza della vita eterna» (cfr. Tt 3,7). Gesù ha invitato «coloro che ha voluto, per chiamarli alla penitenza», «va’ e, d’ora in poi, non peccare più» (cfr. Lc 5,32 e Gv 8,11).

Con maggiore sensibilità morale
2. Alla luce dell’uomo vecchio, nel suo peccato, questo processo dell’anima che chiamiamo «penitenza o pentimento» è composto da confusione e vergogna, contrizione e odio al male, e dal lato positivo, verso la nuova vita, lo sguardo volto alla volontà amorosa di Dio, con la fiducia nella sua misericordia, che comporta l’ardente desiderio di armonia interiore, nella pace e nella consolazione, ciò che a sua volta suscita il proposito di conformarsi alla sua volontà, in intima unione con Cristo, «per amare Dio con tutto il cuore e, per Dio, il nostro prossimo come noi stessi». Esiste certamente una differenza fondamentale tra la prima conversione dal peccato e la singolare conformazione dei figli di Dio, che si sentono chiamati a una piena identificazione con la volontà di Dio in ogni momento della loro vita.
In questo modo, Gesù ci esorta a ricominciare nuovamente, in qualche maniera, la vita. Comunque, anche l’uomo di buona volontà, il giusto, è sempre, pur nella sua volontà di servire Dio, un uomo fragile, poiché persino il giusto «cade sette volte al giorno» (cfr. Prv 24,16). Per questa ragione chiede abitualmente perdono per le sue mancanze. Non fida nella propria perfezione, semplicemente chiede la grazia di rimanere con il Padre e, guardando a Lui piuttosto che alle proprie miserie, non ha fiducia nei propri meriti ma in Dio e nella certezza che Lui ci abbraccia così come siamo.
3. È evidente che, in quanto discepoli di Gesù, non dobbiamo tormentarci, ma lamentare certamente le nostre mancanze e deficienze, ben sapendo che l’amore di Dio non ci abbandona mai. Riconosciamo e prendiamo sul serio la volontà di Dio che continua a chiamarci con amore alla santificazione. Per questo motivo, ogni giorno e in ogni momento chiediamo che i nostri debiti vengano perdonati. Abbiamo presenti le nostre debolezze e chiediamo filialmente, con dolore, di venire abbracciati da Lui per rimanere in Lui. Da quel momento in poi, volgiamo lo sguardo piuttosto al Signore che alle nostre mancanze. E non fidiamo nella nostra virtù, ma nell’amore di Dio «che è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa» (cfr. 1 Gv 3,20). Fidando in Lui, con la sicurezza che ci accoglie così come siamo, assieme a tutte le nostre debolezze, rinnoviamo il nostro sforzo paziente e coraggioso per continuare a camminare in avanti, confortati dall’esempio di s. Paolo: «Fratelli, io (...) dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la meta per arrivare al premio che Dio mi chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù» (cfr. Fil 3,13-14).
4. Il Santo Padre Giovanni Paolo II ci ricorda nella sua enciclica Reconciliatio et poenitentia (num. 23), che, in quanto pastori della Chiesa, dobbiamo alimentare costantemente nel nostro cuore un sentimento sempre più vivo di penitenza e di vicinanza a Dio, il quale sempre e in ogni momento ci offre il dono della riconciliazione, «introducendoci in maniera più profonda nella missione connaturata della chiesa, continuatrice dell’opera redentrice del suo divino Fondatore».
Per questo motivo, in questa celebrazione penitenziale dobbiamo fissarci come meta concreta un convincimento rinnovato, radicato nella grazia sacramentale, che riprenda ex novo e con maggiore fiducia, la nostra responsabilità al livello della nostra coscienza e della Chiesa, così come ci spetta in quanto pastori del Popolo di Dio.

Coscienza e riconoscimento dei peccati
5. A tal fine, questa stessa purificazione alla quale aspiriamo mediante questa prassi sacramentale ci darà una sensibilità maggiore per percepire intensamente l’appello incalzante a seguire in maniera più autentica il Signore Gesù. Infatti, «l’empietà e l’ingiustizia degli uomini soffocano la verità nell’ingiustizia», ciò che impedisce «la visione di Dio» (cfr. Rm 1,17-18), poiché soltanto i «puri di cuore vedranno Dio» (cfr. Mt 5,8).
Questa accettazione della nostra «condizione di peccato» ci pone, come pastori, nell’atteggiamento di umiltà che dobbiamo avere davanti a Dio. Sinceri con noi stessi, dobbiamo riconoscere, comunque, le nostre mancanze e i nostri disordini, ciò che, precisamente, ci rende umili nei confronti della nostra persona e del nostro ministero. Se abbiamo questo atteggiamento, il sacramento della Penitenza ci offre la conversione alla luce del Vangelo che predichiamo, che in particolare ci si rivela come «forza di Dio per la salvezza di chi crede» (cfr. Rm 1,16).
Una simile percezione del peccato nelle nostre vite di pastori deve condurci a riconoscere, nell’umiltà, le nostre debolezze. Ricordiamo in che modo s. Paolo ci guida con la sua pedagogia ad analizzare le opere della carne, «circa le quali vi preavviso, come già ho detto, che chi le compie non erediterà il regno di Dio» (cfr. Gal 5,19-21).
6. Sappiamo con serenità, ma anche con realismo, che questa consapevolezza della nostra situazione di peccato è un passo decisivo nel nostro processo di conversione. Senza cadere nel pericolo di «moralizzare» la nostra vita religiosa e persino la stessa fede, rimane spazio per un confronto onesto della nostra coscienza con la Parola di Dio e con i valori morali, vissuti nell’intimità del nostro ministero.
Questa accettazione della nostra situazione di peccato ci pone in un atteggiamento di umiltà di fronte a Dio. Chiunque sia sincero con se stesso dovrà riconoscere, senza esitazioni, che la claudicazione di fronte ai valori etici, ci richiama a una sincera umiltà nei confronti di noi stessi. In questa situazione, scopriamo in che maniera il Signore Gesù ci viene incontro per offrirci la sua parola e il suo perdono, che ci si rivelano «come forza di Dio per la salvezza di chiunque crede» (cfr. Rm 1,16).
7. Questa percezione del peccato nelle nostre vite deve portarci a scoprire le mancanze concrete. S. Paolo ci guida con la sua pedagogia ad analizzare le opere della carne, «circa le quali vi preavviso, come già ho detto, che chi le compie non erediterà il regno di Dio» (cfr. Gal 5,19-21).
La sensibilità delle comunità diocesane dei nostri giorni e la scoperta di altre prospettive, nelle quali viene chiamata in causa la nostra responsabilità personale e comunitaria in quanto pastori, ci richiamano a controllare il nostro «catalogo» dei peccati. Così come i grandi ideali non diventano operativi finché non vengono calati nella vita reale, sappiamo bene che la presa di coscienza della generica situazione di disordine deve tramutarsi in un vissuto concreto che ci spinge a passi concreti verso la conversione.
Quindi, sulla scia di s. Paolo, dobbiamo camminare nella verità della nostra vocazione, mossi dall’amore per Gesù Cristo e per i nostri fratelli (cfr. Ef 4,15). L’iniziativa della nostra purificazione si trova in Dio ed è, in ultima analisi, un dono della sua misericordia, attiva e operosa, che avvera in noi la giustizia e diventa feconda per la santità.

Il nostro ministero di riconciliazione
8. La conversione, attraverso la dolorosa confessione dei nostri peccati, che è sempre una caratteristica distintiva della nostra vocazione y della nostra missione, raggiunge la più intima comunicazione della nostra persona con Dio, attraverso l’espressione sacramentale nel ministero della Chiesa. È consapevole che soltanto Dio può perdonare i peccati (cfr. Mc 2,7). E soltanto coloro che hanno lo stesso atteggiamento di fede che scopre nell’umanità di Gesù la potenza della salvezza del Dio che perdona, potranno scoprire anche, nell’umile umanità della Chiesa, il ministero della nostra riconciliazione.
Noi, a chi è stato affidato questo ministero, dobbiamo essere i primi a scoprire il fondo di mistero religioso che esso racchiude. L’umiltà della chiesa deve essere sentita, nella maniera più viva possibile, da noi che agiamo nel suo nome. Un’umiltà che ci porta a rispettare e ad apprezzare nella sua giusta misura il dono della misericordia divina verso gli uomini, dei quali siamo servi.
Dobbiamo ricordare che nella stessa esortazione apostolica Reconciliatio et poenitentia (numm. 28-34), il papa Giovanni Paolo II ha formulato la dottrina sul sacramento della Penitenza con il peso della sua suprema autorità magisteriale e disciplinare. Da lì dobbiamo trarre queste parole che, nella loro gravità, sono un appello attuale alla nostra responsabilità pastorale: «Con questo appello alla dottrina e alla legge della Chiesa desidero inculcare in tutti i Pastori il vivo sentimento di responsabilità, che ci deve guidare quando trattiamo le cose sacre, che non ci appartengono, come è il caso dei sacramenti, o che hanno il diritto di non essere lasciate nell’incertezza e nella confusione, come è il caso delle coscienze. Cose sacre, ripeto, sono sia le une che le altre - i sacramenti e le coscienze -, e richiedono da parte nostra di essere servite nella verità» (cfr. R. et P., num. 33).
9. Non dimentichiamo che questo cammino di conversione alla verità, alla giustizia e alla grazia che ci sono state date da Gesù Cristo ci fa uscire da noi stessi, poiché ci offre nuovi orizzonti per la soluzione del conflitto tra il bene e il male che si annida nella nostra persona. La fede in Gesù Cristo, morto e risorto, ci dà la certezza che in questa lotta le forze che si battono per la bontà e per l’amore devono uscire vittoriose. La vittoria di Gesù è anche la nostra vittoria e, in definitiva, è la vittoria sulla morte (cfr. 1 Cor 15,54 ss.), che è orientata al trionfo pasquale, nel quale è radicato il motivo più saldo della nostra speranza. In Gesù Cristo risorto, sulla via della giustizia e della santità, troviamo l’unico cammino percorribile dall’essere umano. Come ci dice s. Paolo, non possiamo rinunciarvi: «Rivestite anche voi l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità» (cfr. Ef 4,24).
10. D’altronde, la sensibilità della nostra epoca scopre prospettive nelle quali si esercita la nostra responsabilità personale e comunitaria e ciò ci obbliga a riformulare il nostro impegno ecclesiale. Per questo motivo, dobbiamo apprezzare questa riflessione fondamentale racchiusa nel riferimento concreto di questo Congresso Mondiale di Sacerdoti, organizzato dal nostro Dicastero, che ci richiede una riposta di amore corrisposto.
Così come i grandi ideali e persino i valori etici non diventano operativi finché non vengono calati nella vita reale, sappiamo bene che la presa di coscienza della generica situazione di disordine deve tramutarsi in espressioni concrete che ci spingono a passi e mete concrete di rinnovamento. Con la grazia del Signore Gesù dobbiamo collocarci nel cammino di questa verità, mossi dall’amore a Lui e ai fratelli (cfr. Ef 4,15). Sappiamo bene che l’iniziativa della nostra salvezza è radicata in Dio ed è, in ultima analisi, un dono della sua misericordia, ma non dimentichiamo che questo dono attivo e operoso realizza in noi una giustizia che «fruttifica per la santità» (cfr. Rm 6, 22) nelle nostre persone e nelle nostre comunità.
Quindi, la nostra conversione al Signore come pastori, attraverso la confessione sincera dei nostri peccati, raggiunge la nostra più intima e segreta comunicazione con Dio e riceve questa espressione sacramentale, che già adesso ci viene manifestata dal ministero della Chiesa, consapevoli del fatto che soltanto Dio può perdonare i nostri peccati (cfr. Mc 2,7).
(Agenzia Fides 20/10/2004 – fonte: www.clerus.org)

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