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CONVEGNO
INTERNAZIONALE DEI SACERDOTI |
“Sacerdoti,
forgiatori di Santi per il nuovo millennio”
Sulle orme dell’Apostolo Paolo
fonte: www.clerus.org
Celebrazione penitenziale
Card. Francisco Álvarez Martínez,
Arcivescovo emerito di Toledo, Spagna
(martedì 19 ottobre, ore 15,30)
1. La presente celebrazione penitenziale non deve ridursi per
noi al ricordo della dottrina e rimanere priva di ricadute concrete
sulla nostra persona e sul nostro vissuto ministeriale.
«Mosso e aiutato dalla grazia di Dio, l’uomo si dispone
alla giustificazione ricevendo la fede che viene dall’ascolto»
(cfr. Rm 10,17) e, liberamente, si orienta verso Dio. Crede veramente
ciò che è stato divinamente rivelato e promesso. Anzitutto,
che siamo giustificati dalla grazia di Dio, «per mezzo della
redenzione in Cristo Gesù» (cfr. Rm 3,24). A tal fine,
tutti dobbiamo riconoscerci peccatori, salutarmente mossi dall’amore
del Signore che ci ha chiamati. E, tornando ad aggrapparci alla
sua misericordia, ci alziamo con speranza, fiduciosi che ci sarà
un Dio propizio in Cristo, con il proposito di amarlo come fonte
di ogni giustizia e santità.
Di fronte alla delusione provocata dalla nostra stessa debolezza,
sorge la reazione verso Colui che ci ama, che si avvicina a noi
pieno di condiscendenza e ci chiama. Sappiamo che soltanto gli umili
sono in grado di udire e seguire la sua chiamata. L’invito
alla conversione è la voce dell’amore del «Figlio
dell’uomo che è venuto a cercare e a salvare ciò
che si era perduto» (cfr. Lc 19,10).
Sappiamo molto bene che la conversione è legata alla consapevolezza
delle nostre debolezze e alla certezza del loro perdono. La chiamata
di Dio a un’altra conversione deve essere vista nella prospettiva
del perdono offerto e assieme alla riparazione dell’offesa
compiuta contro di Lui. È così veramente. L’appello
alla conversione è anche, e anzitutto, un’offerta di
«grazia», un’offerta di vita. Convertirsi pienamente
a Dio è mettersi in cammino per vivere un vissuto più
consacrato, realizzando le migliori aspirazioni della nostra vocazione
nella Chiesa, che sana ciò che si era rovinato e fa rivivere
ciò che si stava anchilosando. Come ci viene detto in un
passo molto bello di Geremia: «Avete abbandonato me, sorgente
di acqua viva, per scavarvi cisterne screpolate, che non tengono
l’acqua» (cfr. Ger 2,13). Convertirci è quindi
tornare veramente alla vita, una vita che in Gesù Cristo,
come ben sappiamo, dovrà raggiungere la sua suprema espressione
di perfezione e pienezza. Questo è l’appello costante
dei profeti al popolo: «Se tu tornassi, Israele! Se tu tornassi
a me! Se rigettassi i tuoi abomini e non fuggissi da me!»
(cfr. Ger 4,1).
Il nostro dolore e la nostra detestazione del peccato provengono
da questo appello e da questo richiamo all’attenzione, e ci
propongono una vita rinnovata, nella fedeltà all’appello
permanente di Dio. Di questa disposizione sta scritto che «colui
che si accosta a Dio deve credere che egli esiste e che ricompensa
coloro che lo cercano» (cfr. Eb 11,6), «fiducioso che
gli saranno rimessi i peccati» (cfr. Mt 9,2). Questa disposizione
viene seguita dalla stessa giustificazione, che non consiste soltanto
nella remissione dei peccati, bensì è anche rinnovamento
e santificazione dell’uomo interiore, per la volontaria ubbidienza
alla grazia e ai doni dello Spirito santo, grazie ai quali l’uomo
diventa familiare di Dio ed «erede secondo la speranza della
vita eterna» (cfr. Tt 3,7). Gesù ha invitato «coloro
che ha voluto, per chiamarli alla penitenza», «va’
e, d’ora in poi, non peccare più» (cfr. Lc 5,32
e Gv 8,11).
Con maggiore sensibilità morale
2. Alla luce dell’uomo vecchio, nel suo peccato, questo processo
dell’anima che chiamiamo «penitenza o pentimento»
è composto da confusione e vergogna, contrizione e odio al
male, e dal lato positivo, verso la nuova vita, lo sguardo volto
alla volontà amorosa di Dio, con la fiducia nella sua misericordia,
che comporta l’ardente desiderio di armonia interiore, nella
pace e nella consolazione, ciò che a sua volta suscita il
proposito di conformarsi alla sua volontà, in intima unione
con Cristo, «per amare Dio con tutto il cuore e, per Dio,
il nostro prossimo come noi stessi». Esiste certamente una
differenza fondamentale tra la prima conversione dal peccato e la
singolare conformazione dei figli di Dio, che si sentono chiamati
a una piena identificazione con la volontà di Dio in ogni
momento della loro vita.
In questo modo, Gesù ci esorta a ricominciare nuovamente,
in qualche maniera, la vita. Comunque, anche l’uomo di buona
volontà, il giusto, è sempre, pur nella sua volontà
di servire Dio, un uomo fragile, poiché persino il giusto
«cade sette volte al giorno» (cfr. Prv 24,16). Per questa
ragione chiede abitualmente perdono per le sue mancanze. Non fida
nella propria perfezione, semplicemente chiede la grazia di rimanere
con il Padre e, guardando a Lui piuttosto che alle proprie miserie,
non ha fiducia nei propri meriti ma in Dio e nella certezza che
Lui ci abbraccia così come siamo.
3. È evidente che, in quanto discepoli di Gesù, non
dobbiamo tormentarci, ma lamentare certamente le nostre mancanze
e deficienze, ben sapendo che l’amore di Dio non ci abbandona
mai. Riconosciamo e prendiamo sul serio la volontà di Dio
che continua a chiamarci con amore alla santificazione. Per questo
motivo, ogni giorno e in ogni momento chiediamo che i nostri debiti
vengano perdonati. Abbiamo presenti le nostre debolezze e chiediamo
filialmente, con dolore, di venire abbracciati da Lui per rimanere
in Lui. Da quel momento in poi, volgiamo lo sguardo piuttosto al
Signore che alle nostre mancanze. E non fidiamo nella nostra virtù,
ma nell’amore di Dio «che è più grande
del nostro cuore e conosce ogni cosa» (cfr. 1 Gv 3,20). Fidando
in Lui, con la sicurezza che ci accoglie così come siamo,
assieme a tutte le nostre debolezze, rinnoviamo il nostro sforzo
paziente e coraggioso per continuare a camminare in avanti, confortati
dall’esempio di s. Paolo: «Fratelli, io (...) dimentico
del passato e proteso verso il futuro, corro verso la meta per arrivare
al premio che Dio mi chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù»
(cfr. Fil 3,13-14).
4. Il Santo Padre Giovanni Paolo II ci ricorda nella sua enciclica
Reconciliatio et poenitentia (num. 23), che, in quanto pastori della
Chiesa, dobbiamo alimentare costantemente nel nostro cuore un sentimento
sempre più vivo di penitenza e di vicinanza a Dio, il quale
sempre e in ogni momento ci offre il dono della riconciliazione,
«introducendoci in maniera più profonda nella missione
connaturata della chiesa, continuatrice dell’opera redentrice
del suo divino Fondatore».
Per questo motivo, in questa celebrazione penitenziale dobbiamo
fissarci come meta concreta un convincimento rinnovato, radicato
nella grazia sacramentale, che riprenda ex novo e con maggiore fiducia,
la nostra responsabilità al livello della nostra coscienza
e della Chiesa, così come ci spetta in quanto pastori del
Popolo di Dio.
Coscienza e riconoscimento dei peccati
5. A tal fine, questa stessa purificazione alla quale aspiriamo
mediante questa prassi sacramentale ci darà una sensibilità
maggiore per percepire intensamente l’appello incalzante a
seguire in maniera più autentica il Signore Gesù.
Infatti, «l’empietà e l’ingiustizia degli
uomini soffocano la verità nell’ingiustizia»,
ciò che impedisce «la visione di Dio» (cfr. Rm
1,17-18), poiché soltanto i «puri di cuore vedranno
Dio» (cfr. Mt 5,8).
Questa accettazione della nostra «condizione di peccato»
ci pone, come pastori, nell’atteggiamento di umiltà
che dobbiamo avere davanti a Dio. Sinceri con noi stessi, dobbiamo
riconoscere, comunque, le nostre mancanze e i nostri disordini,
ciò che, precisamente, ci rende umili nei confronti della
nostra persona e del nostro ministero. Se abbiamo questo atteggiamento,
il sacramento della Penitenza ci offre la conversione alla luce
del Vangelo che predichiamo, che in particolare ci si rivela come
«forza di Dio per la salvezza di chi crede» (cfr. Rm
1,16).
Una simile percezione del peccato nelle nostre vite di pastori deve
condurci a riconoscere, nell’umiltà, le nostre debolezze.
Ricordiamo in che modo s. Paolo ci guida con la sua pedagogia ad
analizzare le opere della carne, «circa le quali vi preavviso,
come già ho detto, che chi le compie non erediterà
il regno di Dio» (cfr. Gal 5,19-21).
6. Sappiamo con serenità, ma anche con realismo, che questa
consapevolezza della nostra situazione di peccato è un passo
decisivo nel nostro processo di conversione. Senza cadere nel pericolo
di «moralizzare» la nostra vita religiosa e persino
la stessa fede, rimane spazio per un confronto onesto della nostra
coscienza con la Parola di Dio e con i valori morali, vissuti nell’intimità
del nostro ministero.
Questa accettazione della nostra situazione di peccato ci pone in
un atteggiamento di umiltà di fronte a Dio. Chiunque sia
sincero con se stesso dovrà riconoscere, senza esitazioni,
che la claudicazione di fronte ai valori etici, ci richiama a una
sincera umiltà nei confronti di noi stessi. In questa situazione,
scopriamo in che maniera il Signore Gesù ci viene incontro
per offrirci la sua parola e il suo perdono, che ci si rivelano
«come forza di Dio per la salvezza di chiunque crede»
(cfr. Rm 1,16).
7. Questa percezione del peccato nelle nostre vite deve portarci
a scoprire le mancanze concrete. S. Paolo ci guida con la sua pedagogia
ad analizzare le opere della carne, «circa le quali vi preavviso,
come già ho detto, che chi le compie non erediterà
il regno di Dio» (cfr. Gal 5,19-21).
La sensibilità delle comunità diocesane dei nostri
giorni e la scoperta di altre prospettive, nelle quali viene chiamata
in causa la nostra responsabilità personale e comunitaria
in quanto pastori, ci richiamano a controllare il nostro «catalogo»
dei peccati. Così come i grandi ideali non diventano operativi
finché non vengono calati nella vita reale, sappiamo bene
che la presa di coscienza della generica situazione di disordine
deve tramutarsi in un vissuto concreto che ci spinge a passi concreti
verso la conversione.
Quindi, sulla scia di s. Paolo, dobbiamo camminare nella verità
della nostra vocazione, mossi dall’amore per Gesù Cristo
e per i nostri fratelli (cfr. Ef 4,15). L’iniziativa della
nostra purificazione si trova in Dio ed è, in ultima analisi,
un dono della sua misericordia, attiva e operosa, che avvera in
noi la giustizia e diventa feconda per la santità.
Il nostro ministero di riconciliazione
8. La conversione, attraverso la dolorosa confessione dei nostri
peccati, che è sempre una caratteristica distintiva della
nostra vocazione y della nostra missione, raggiunge la più
intima comunicazione della nostra persona con Dio, attraverso l’espressione
sacramentale nel ministero della Chiesa. È consapevole che
soltanto Dio può perdonare i peccati (cfr. Mc 2,7). E soltanto
coloro che hanno lo stesso atteggiamento di fede che scopre nell’umanità
di Gesù la potenza della salvezza del Dio che perdona, potranno
scoprire anche, nell’umile umanità della Chiesa, il
ministero della nostra riconciliazione.
Noi, a chi è stato affidato questo ministero, dobbiamo essere
i primi a scoprire il fondo di mistero religioso che esso racchiude.
L’umiltà della chiesa deve essere sentita, nella maniera
più viva possibile, da noi che agiamo nel suo nome. Un’umiltà
che ci porta a rispettare e ad apprezzare nella sua giusta misura
il dono della misericordia divina verso gli uomini, dei quali siamo
servi.
Dobbiamo ricordare che nella stessa esortazione apostolica Reconciliatio
et poenitentia (numm. 28-34), il papa Giovanni Paolo II ha formulato
la dottrina sul sacramento della Penitenza con il peso della sua
suprema autorità magisteriale e disciplinare. Da lì
dobbiamo trarre queste parole che, nella loro gravità, sono
un appello attuale alla nostra responsabilità pastorale:
«Con questo appello alla dottrina e alla legge della Chiesa
desidero inculcare in tutti i Pastori il vivo sentimento di responsabilità,
che ci deve guidare quando trattiamo le cose sacre, che non ci appartengono,
come è il caso dei sacramenti, o che hanno il diritto di
non essere lasciate nell’incertezza e nella confusione, come
è il caso delle coscienze. Cose sacre, ripeto, sono sia le
une che le altre - i sacramenti e le coscienze -, e richiedono da
parte nostra di essere servite nella verità» (cfr.
R. et P., num. 33).
9. Non dimentichiamo che questo cammino di conversione alla verità,
alla giustizia e alla grazia che ci sono state date da Gesù
Cristo ci fa uscire da noi stessi, poiché ci offre nuovi
orizzonti per la soluzione del conflitto tra il bene e il male che
si annida nella nostra persona. La fede in Gesù Cristo, morto
e risorto, ci dà la certezza che in questa lotta le forze
che si battono per la bontà e per l’amore devono uscire
vittoriose. La vittoria di Gesù è anche la nostra
vittoria e, in definitiva, è la vittoria sulla morte (cfr.
1 Cor 15,54 ss.), che è orientata al trionfo pasquale, nel
quale è radicato il motivo più saldo della nostra
speranza. In Gesù Cristo risorto, sulla via della giustizia
e della santità, troviamo l’unico cammino percorribile
dall’essere umano. Come ci dice s. Paolo, non possiamo rinunciarvi:
«Rivestite anche voi l’uomo nuovo, creato secondo Dio
nella giustizia e nella santità» (cfr. Ef 4,24).
10. D’altronde, la sensibilità della nostra epoca scopre
prospettive nelle quali si esercita la nostra responsabilità
personale e comunitaria e ciò ci obbliga a riformulare il
nostro impegno ecclesiale. Per questo motivo, dobbiamo apprezzare
questa riflessione fondamentale racchiusa nel riferimento concreto
di questo Congresso Mondiale di Sacerdoti, organizzato dal nostro
Dicastero, che ci richiede una riposta di amore corrisposto.
Così come i grandi ideali e persino i valori etici non diventano
operativi finché non vengono calati nella vita reale, sappiamo
bene che la presa di coscienza della generica situazione di disordine
deve tramutarsi in espressioni concrete che ci spingono a passi
e mete concrete di rinnovamento. Con la grazia del Signore Gesù
dobbiamo collocarci nel cammino di questa verità, mossi dall’amore
a Lui e ai fratelli (cfr. Ef 4,15). Sappiamo bene che l’iniziativa
della nostra salvezza è radicata in Dio ed è, in ultima
analisi, un dono della sua misericordia, ma non dimentichiamo che
questo dono attivo e operoso realizza in noi una giustizia che «fruttifica
per la santità» (cfr. Rm 6, 22) nelle nostre persone
e nelle nostre comunità.
Quindi, la nostra conversione al Signore come pastori, attraverso
la confessione sincera dei nostri peccati, raggiunge la nostra più
intima e segreta comunicazione con Dio e riceve questa espressione
sacramentale, che già adesso ci viene manifestata dal ministero
della Chiesa, consapevoli del fatto che soltanto Dio può
perdonare i nostri peccati (cfr. Mc 2,7).
(Agenzia Fides 20/10/2004 – fonte: www.clerus.org) |