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CONVEGNO
INTERNAZIONALE DEI SACERDOTI |
“Sacerdoti,
forgiatori di Santi per il nuovo millennio”
Sulle orme dell’Apostolo Paolo
fonte: www.clerus.org
Celebrazione penitenziale
Card. Peter Kodwo Appiah Turkson
Arcivescovo di Cape Coast, Ghana
(martedì 19 ottobre, ore 15,30)
Rito introduttivo
Miei Fratelli, l’unico Dio, con il cui nome ci siamo appena
segnati, una volta fu presentato al Popolo di Dio così: “Qual
Dio è come te, che togli l’iniquità e perdoni
il peccato… che non serbi per sempre l’ira, ma ti compiaci
d’usar misericordia?
Egli tornerà ad aver pietà di noi, calpesterà
le nostre colpe
Tu getterai in fondo al mare tutti i nostri peccati.
Conserverai a Giacobbe la tua fedeltà, ad Abramo la tua benevolenza.
(Michea, 7, 18-20).
Questo, miei Fratelli, è il Dio al cospetto del quale ci
siamo riuniti questo pomeriggio per celebrare e sperimentare la
sua pazienza, la sua compassione e il suo perdono, quale evento
di salvezza. Ci sforziamo di fare questo:
- In primo luogo, ricordandoci, per mezzo della Parola delle Scritture,
della realtà di questa grande offerta della presenza amorevole
e piena di perdono di Dio e della realtà dell’offerta
di Dio di salvezza come libertà di servirlo.
- Dunque, risveglieremo in noi una salda fede in questo messaggio
delle Scritture, ed esattamente, nell’offerta di salvezza
quale persono e libertà di servire Dio.
- Infine in questa fede risvegliata, chiederemo di sperimentare
questo amore che perdona nella nostra vita. Nella fede, giungeremo
a Dio nel Sacramento della riconciliazione/penitenza per chiedere
di essere perdonati, affinché ci venga mostrata compassione,
per essere perdonati per i compromessi fatti nei ministeri e per
il diminuito zelo ministeriale e per essere ripristinati nel nostro
fervore e nel nostro impegno sacerdotali.
Guariti e corretti dalla riscoperta della presenza di Dio nella
nostra vita, dalla ritrovata libertà di servire Dio in santità,
procederemo con gioia e sederemo alla mensa con il Signore nell’Eucaristia.
Da lì trarremo la forza per “servirlo in santità
e giustizia per tutti i nostri giorni” (LC, 1, 74-75).
Riflessione: “…LIBERTA’ DI SERVIRE DIO
IN SANTITA’
L’apparizione e l’autopresentazione di Gesù nella
sinagoga di Nazareth ha evocato la tradizione del “Servo di
Dio” in Isaia e ha identificato Gesù con lui quale
suo compimento (LC, 4,16-20, Cf. Is 61, 1-3). La tradizione del
“Servo di Dio”, tuttavia, riunisce diverse immagini
per presentare l’intervento di Dio nella storia del suo popolo
e salvarlo. La salvezza di Dio, di cui il “Servo del Signore”
è un agente (sia perché la annuncia sia perché
la testimonia o la rappresenta simbolicamente) viene presentata
con sei immagini vivide, alcune agresti, altre pastorali, ma alcune
anche militari, che saranno tutte incluse nel ministero di Gesù
e troveranno compimento in Lui.
Quale ausilio per la riflessione che intende condurci alla celebrazione
della penitenza questo pomeriggio, desidero ricorrere a una delle
immagini militari che presenta l’offerta di Dio di salvezza
e che presenta il Dio di salvezza, il Dio che salva il suo popolo
come “Dio della guerra” e “Dio della vendetta”.
Per il profeta la missione del “servo del Signore”,
che ha ricevuto lo spirito di Dio, include la promulgazione “dell’anno
della misericordia del Signore, un giorno di vendetta per il nostro
Dio” (Cf. Is 61, 2).
Un’immagine molto forte nei passaggi del profeta Isaia è
quella di Dio quale “uomo di guerra” che abbandona il
silenzio (Is. 42, 24), che si riveste di forza, denuda il suo braccio
(Is. 51, 9) e avanza come un prode (Is. 42, 13) verso la guerra.
Dio va in guerra per eliminare il nemico e per depredarlo. La guerra
di Dio è presentata come “vendetta”. Tuttavia,
è un’azione che pone fine alla schiavitù di
Israele (Is. 40, 1-2), liberandola. Il bottino dell’azione
militare di Dio, il suo premio e la sua ricompensa (Cf. Is. 40,
10) sono costituiti da una sola cosa, ossia da “Israele redento
e riscattato” (Cf. Is. 48, 20; 51, 11). Israele redento ora
serve veramente Dio e libero dall’idolatria e dal peccato,
è ora pieno di giustizia, rettitudine e santità (Is.
41, 11). Liberato per servire Dio, Israele è ora una comunità
esultante e giubilante (Is. 51, 11) nella quale dimora Dio.
Il ripristino dopo l’esilio della presentazione di Dio come
“uomo di guerra” suggerisce per “il giorno della
vendetta/vendetta di Dio” il senso della manifestazione da
parte di Dio della propria forza per rivendicare Israele come suo
Popolo. Israele, dopo tutto, è stato “il figlio primogenito”
di Dio (Es. 4, 23), la sua “eredità” e la sua
“porzione” (Dt. 32, 9), “la pupilla del suo occhio”,
il suo “santo sacerdozio”, il “popolo che porta
il suo nome (o sul quale riposa il suo nome), un “vite dall’Egitto”
(Sal. 80, 8), ecc. In quanto tale, Israele apparteneva al Signore,
Yahweh, e il suo servizio apparteneva a Lui. Questo è ciò
che Dio chiese a Mosè di dire al Faraone: “Israele
è il mio figlio primogenito…lascia partire il mio figlio
perché mi serva” (Es. 4, 23).
Una volta in esilio, come già in Egitto, Israele si allontanò
da Dio. I figli di Dio si misero al servizio di un maestro e di
un signore estraneo. Così, per esempio, Baruch, il discepolo
di Geremia, chiese:
“Perché, Israele, ti trovi in terra nemica e invecchi
in terra straniera? Perché ti contamini con i cadaveri e
sei annoverato fra coloro che scendono negli inferi? Tu hai abbandonato
la fonte della sapienza! Se tu avessi camminato nei sentieri di
Dio, saresti vissuto sempre in pace” (Bar 3, 10-12).
L’esercizio della forza di Dio di riportare a sé il
suo popolo: a Sion e al suo culto, attraverso la sconfitta del nemico
e della forza straniante fu la vendetta di Dio. Se cerchiamo di
dare un nome alla forza straniante, diciamo di certo Babilonia,
che portò Israele all’esilio. Tuttavia la forza veramente
straniante fu l’idolatria e la peccaminosità di Israele.
Per questo, la vendetta di Dio di richiamare il suo popolo implicò
la distruzione e la remissione del peccato del popolo. Implicò
la conversione e il ritorno a Dio e al suo culto autentico. La vendetta
di Dio consistette nell’esercizio della sua forza liberatrice
per distruggere il nemico (il peccato e Babilonia) e di liberare
il Suo popolo. Quindi, ciò che Israele fu, ossia schiava
del peccato ed esiliata, e ciò che Israele doveva essere,
ossia libera di servire il Dio autentico, furono i motivi della
vendetta di Dio…ossia “la promulgazione dell’anno
di misericordia del Signore, un giorno di vendetta per il nostro
Dio”.
Ora, quando tutto ciò si compie in Gesù, allora il
suo ministero include anche una manifestazione della forza di Dio
di liberarci dalle mani dei nemici per servirlo senza timore in
santità e giustizia al suo cospetto, per tutti i nostri giorni,
come ha profetizzato Zaccaria (Cf. Lc, 1, 74-75). In Gesù,
“l’anno di misericordia e il giorno di vendetta”
divengono evidenti. Dio si è manifestato definitivamente
per rivendicare per se stesso quello che è proprio, quello
che porta la sua immagine, ossia l’umanità creata a
sua immagine e a somiglianza.
Sacerdoti: parte dell’umanità redenta e ministri
della vendetta di Dio in Cristo:
Noi, sacerdoti del Signore, apparteniamo all’umanità
redenta, ma siamo anche ministri di questa “vendetta”
divina in Cristo. Quindi, da una parte, noi tutti, a motivo della
nostra vocazione al sacerdozio, abbiamo ricevuto un “ministero
di riconciliazione” e siamo stati resi anche “agenti
della vendetta di Dio”, assolvendo le persone dai loro peccati
e liberandole per servire Dio e dall’altra e nella nostra
umanità, dobbiamo sempre celebrare questa “vendetta”
di Dio come nostra redenzione, nostro perdono e conversione permanente
(liberazione per essere pienamente ministri del Signore). Questo
pomeriggio, la nostra celebrazione intende proprio soddisfare questa
esigenza.
In questa celebrazione della penitenza, desideriamo ricordarci della
chiamata di Dio, riconoscerla e considerare la nostra risposta.
Per noi, in quanto sacerdoti, è una chiamata che si può
descrivere in tre modi e a tre diversi livelli:
• A livello di natura, partecipiamo alla creazione nell’immagine
e somiglianza di Dio con il resto dell’umanità. E in
tal modo, come la moneta del Vangelo, che bisognava dare a Cesare
perché recava la sua immagine, anche noi dobbiamo appartenere
a Dio, perché siamo fatti a sua immagine e somiglianza.
• A livello di grazia, dobbiamo distinguere fra la chiamata
che Dio rivolge a noi in quanto cristiani, battezzati nel suo nome
e quella che ci rivolge in quanto ministri ordinati.
1. Battezzati in Cristo e nel nome del Dio Uno e Trino, siamo consacrati
per essere “sacerdozio santo” e portare “l’unzione
dello Spirito Santo che è il segno della nostra appartenenza
a Dio” (Cf. 1 Cor 19-20).
2. Ordinati al sacerdozio, noi, come i Leviti del Vecchio Testamento,
siamo scelti per appartenere a Dio (Nm, 8,14), avendo solo Dio come
eredità (Nm, 1, 48-53), dati al popolo come “dono”
e dedicati a Dio per la santificazione del popolo (18, 6). Secondo
l’ordine di Melchisedek partecipiamo al sacerdozio di Cristo.
E’ un sacerdozio caratterizzato da una vita santa, innocente
e senza macchia (Cf. Eb, 7, 26), una sottomissione totale alla volontà
del Padre (Eb, 10, 7). E’ un sacerdozio attraverso il quale
agiamo in persona Christi capitis (CCC # 1548) e come Cristo, ci
consacriamo per il bene della Chiesa (Gv. 17, 19).
Quindi, riconoscendo chi siamo e che apparteniamo totalmente a Dio,
veniamo al “Dio della vendetta” (perché sappiamo
cosa significa) cosicché “liberati dalle mani dei nemici
(da qualunque cosa che ostruisce od ostacola il cammino della nostra
dedizione totale e dell’impegno per il Signore e per il nostro
ministero), per servirlo senza timore, in santità e giustizia,
per tutti i nostri giorni”. (Agenzia Fides 20/10/2004 –
fonte: www.clerus.org) |