|
CONVEGNO
INTERNAZIONALE DEI SACERDOTI |
“Sacerdoti,
forgiatori di Santi per il nuovo millennio”
Sulle orme dell’Apostolo Paolo
fonte: www.clerus.org
“Santità trinitaria del Sacerdote”
Conferenza di Mons. Bruno Forte, Arcivescovo Metropolita di Chieti
– Vasto
(martedì 19 ottobre ore 10,45)
La santità come bellezza: fra utopia e disincanto. Introduzione
Come presentare la santità alle donne e agli uomini di questa
nostra inquieta stagione post-moderna? Come renderla attraente ai
giovani, al punto da poterli invitare a giocare per essa la propria
vita? È questa la domanda da cui occorre partire per parlare
della santità, in particolare quando si tratta di quella
del sacerdote e della proposta della vita presbiterale ai giovani
come di un’esistenza veramente significativa e piena. È
la via della bellezza ad aiutarci a scoprire il senso e il fascino
della santità per il tempo in cui ci è dato di vivere:
l’essere “separati” per Dio, attratti da Lui ed
a Lui destinati in un patto d’amore liberamente contratto,
è il significato profondo della santità secondo la
concezione biblica. In questa “separazione” d’amore,
in questo destinarsi a Lui per appartenerGli senza condizioni o
riserve, si realizza anche la più profonda unità con
Lui in questo mondo, quell’unità che secondo il racconto
della creazione è anche la vera bellezza: l’ebraico
“tov” - il termine che ricorre come un canto fermo nel
commento divino all’opera dei sei giorni (cf. Gen 1,4.10.12.18.21.25.31:
“E Dio vide che ciò era buono/bello”) - dice
inseparabilmente la bontà e la bellezza del creato agli occhi
del Creatore. In rapporto alle otto opere di Dio la parola ricorre
sette volte: secondo la tradizione rabbinica non è detta
dell’opera del secondo giorno perché in esso Dio compie
la separazione delle acque dalle acque, della terra dal cielo. Ciò
significa che il bello è unità, non separazione, domanda
di unione con Dio e desiderio del cielo: bello è ciò
che nutre la nostalgia dell’Eterno, lanciando ponti verso
Colui per cui siamo stati fatti. Perciò la santità,
separazione da tutto per essere uniti al solo necessario, è
anche e profondamente bellezza: la santità separa per unire,
è distacco che accende e purifica il desiderio dell’Eterno,
è sete del cielo che apre al dono della bellezza nascosta...
Di questa santità, intesa come bellezza e unità con
l’Eterno, la modernità, tempo della ragione forte ed
emancipata, ha perso il senso e la strada. Perciò l’epoca
moderna è il tempo dell’utopia: dove la ragione moderna
pensava di aver tutto compreso, la volontà di potenza delle
ideologie ambiva ad imporre alla realtà complessa e drammatica
la totalità senza ombre dell’idea, rincorrendo l’aspirazione
utopica di un compiuto regno dell’uomo. In questa ambizione,
affamata di totalità, non restava spazio per la Trascendenza,
perché non può esserci posto per il divino lì
dove non siano riconosciuti l’ulteriorità e l’indicibilità
del mistero: la bellezza evoca, non cattura, suscita, non arresta,
invoca, non presume. Perciò, nel tempo dell’utopia
velleitaria della ragione adulta la bellezza è stata respinta,
esiliata o ridotta a calcolo, a volgarissimo “kitsch”
(“fango”, “immondizia”, dal verbo “kitschen”
= spazzare il fango dalla strada): “La bellezza disinteressata
- scrive Hans Urs Von Balthasar, il teologo che più di ogni
altro ha avvertito l'epocale attualità del bello - senza
la quale il vecchio mondo era incapace di intendersi, ha preso congedo
in punta di piedi dal moderno mondo degli interessi, per abbandonarlo
alla sua cupidità e alla sua tristezza” (Gloria. 1.
La percezione della forma, Jaca Book, Milano 1975, 10). La conseguenza
drammatica di questo esilio della bellezza sta nella inevitabile
perdita del senso del vero e del bene: “In un mondo senza
bellezza... anche il bene ha perduto la sua forza di attrazione,
l'evidenza del suo dover-essere-adempiuto... In un mondo che non
si crede più capace di affermare il bello, gli argomenti
in favore della verità hanno esaurito la loro forza di conclusione
logica” (ib., 11).
Ciò di cui allora v'è urgente bisogno al compimento
della parabola dell'epoca moderna è un recupero della bellezza
della verità e del bene, che li faccia amare, poiché
“non si può amare che il bello” (“Non possumus
amare nisi pulchra”: Agostino, De musica, VI, 13, 38). Questo
vuol dire che non basta più testimoniare l'alterità
di Dio, la trascendenza del bene e del vero rispetto al mondo, compito
pur necessario e prezioso in tante epoche: bisogna testimoniare
la bellezza dell’appartenenza a Dio, la forza attraente della
santità. Ad un'umanità che tanto intensamente ha scoperto
la mondanità del mondo e ha rincorso il progetto di emanciparsi
da ogni dipendenza estranea all'orizzonte terreno, è necessario
più che mai proporre la verità amabile, il bene attraente,
lo scandalo al tempo stesso fascinoso e inquietante della santità
di Dio. Soltanto chi ha il senso della bellezza può anche
annunciare il vero e il bene come significativi per l'umanità
resa ormai consapevole della piena dignità di tutto ciò
che è storico e mondano. Nel tempo del disincanto e della
ragione debole, dove la massificazione delle ideologie ha ceduto
il posto alla folla delle solitudini del regno del frammento, in
questa postmodernità nichilista e debole, rinunciataria di
fronte alla verità e al bene perché sospettosa nei
confronti di tutti gli orizzonti globali di senso, di cui l’ideologia
aveva abusato, solo la bellezza della santità intesa come
appartenenza incondizionata all’Eterno può offrirsi
come ciò per cui valga la pena di vivere e che sia capace
di vincere il dolore e la morte, dando speranza alla vita.
Fra utopia e disincanto sarà la riscoperta del bello che
aiuterà ad incontrare il Tutto nel frammento: e questa riscoperta
equivarrà a riscoprire la santità dell’incondizionato
destinarsi a Dio come progetto credibile e attraente per dare senso
e valore alla vita. Solo il riconoscimento dell'offrirsi dell'infinito
nel finito nella bellezza di una vita santa, solo la comprensione
della verità e del bene come sorgente e patria di bellezza,
potranno parlare efficacemente al mondo umano, “troppo umano”,
che è il nostro mondo post-moderno. Esso non ha bisogno di
prove di forza, dopo le tante offerte dall’ideologia. Esso
non ha neanche bisogno di rinunce deboliste, di sterili riflussi
nel privato. Ciò di cui abbiamo tutti bisogno è l’offerta
dell’eternità nel tempo, dell’onnipotenza nella
prossimità dell’amore capace di misericordia e di compassione.
Il volto della verità e del bene che più può
attrarre a sé è quello della bellezza umile del crocifisso
amore: è il volto che si è espresso una volta e per
sempre nel Pastore bello (cf. Gv 10,11), abbandonato sulla Croce
per noi: “Quel Logos, in cui tutto nel cielo e sulla terra
è raccolto e possiede la sua verità, - scrive ancora
Hans Urs von Balthasar - cade lui stesso nel buio, nell'angoscia...
in un nascondimento, che è proprio l'opposto dello svelamento
della verità dell'essere... L'indicativo è perduto,
l'interrogativo è rimasto l'unico modo di parlare. La fine
della domanda è il forte grido. È la parola che non
è più parola... Anche il Logos, che ha accettato la
forma a lui adatta, deve essere privato della sua figura... La parola
di Dio nel mondo è diventata muta, nella notte essa non chiede
più di Dio; essa giace sepolta nella terra. La notte che
la copre non è una notte di stelle, ma notte di desolazione
profonda e di alienazione mortale. Non è un silenzio pieno
di mille segreti d'amore, che scaturiscono dalla avvertita presenza
dell'amato; ma silenzio di assenza, di distacco, di vuoto abbandono,
che arriva dietro tutti gli strappi dell'addio” (Il tutto
nel frammento, Milano 1972, 223. 226). La santità, rivelata
come bellezza che salva nel Figlio di Dio crocifisso e abbandonato,
è, pertanto, la via per annunciare al mondo la gioia della
salvezza che in Cristo gli è stata donata. Riscoprire la
bellezza della santità, ed in particolare la bellezza trinitaria
della santità sacerdotale, sarà una via preziosa per
rispondere alla domanda decisiva su dove e come potrà essere
possibile ai naufraghi del mondo moderno di ritrovare la via salutare,
l’approdo che salva, rivelato e donato nel Vangelo di Gesù.
È quanto tenteremo di fare - sia pur in maniera solo evocativa
- nelle riflessioni che seguono, avvicinando successivamente la
bellezza della santità trinitaria, il volto del Pastore bello
consegnato alla morte per noi e risorto alla vita, e l’identità
del presbitero, chiamato a partecipare in modo peculiare della santità
e della bellezza di Dio nella sequela del Cristo, Sacerdote della
nuova ed eterna alleanza.
1. La bellezza del Dio tre volte Santo
Quale rapporto c’è fra la bellezza e il Dio tre volte
Santo?
È l’intera esistenza di Agostino a rispondere a questa
domanda: si potrebbe dire che tutta la sua ricerca è stata
dominata dai temi, intimamente connessi, della Trinità e
del bello . L’interesse per questo secondo tema è predominante
nel tempo che precede l’ora della sua conversione, quando
diventa chiaro al suo cuore inquieto che non c’è altra
bellezza al di fuori di Dio e della santità dell’amarLo.
È la struggente testimonianza dell’esclamazione delle
Confessioni, in cui il Tu dell’invocazione è rivolto
a Colui che è in persona la bellezza da amare: “Tardi
Ti amai, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi Ti amai!”
(X, 27, 38: “Sero te amavi, pulchritudo tam antiqua et tam
nova, sero te amavi!”). Agostino ammette che proprio la bellezza
delle creature lo aveva tenuto lontano dal Creatore e confessa che
questi lo ha raggiunto con la Sua bellezza per quella via dei sensi,
attraverso cui noi percepiamo il bello in ogni suo apparire: “Ecco,
Tu eri dentro di me, io stavo al di fuori: qui Ti cercavo e, deforme
qual ero, mi buttavo sulle cose belle che Tu hai fatto. Tu eri con
me, io non ero con Te. Mi tenevano lontano da Te quelle cose che,
se non fossero in Te, non sarebbero. Chiamasti, gridasti, vincesti
la mia sordità; sfolgorasti, splendesti e fugasti la mia
cecità; esalasti il tuo profumo, lo aspirai e anelo a Te;
Ti gustai e ora ho fame e sete di Te; mi toccasti e bruciai del
desiderio della Tua pace” (ib.). Udito, vista, olfatto, gusto,
tatto sono raggiunti e conquistati dalla bellezza: in un primo tempo
da quella delle cose create; quindi, dalla Bellezza ultima, sorgente
e meta di ogni altra bellezza.
L’itinerario di Agostino appare così come un cammino
dalla bellezza alla Bellezza, dal penultimo all’Ultimo, per
poter poi ritrovare il senso e la misura della bellezza di tutto
ciò che esiste nella luce dell’eterno fondamento di
ogni bellezza. Ciò che unifica in modo pregnante questo cammino
è il motivo dell’amore: in realtà, la bellezza
può tanto su di noi perché ci attrae a sé con
vincoli d’amore. È ancora nelle Confessioni che si
trova questa considerazione: “Allora... amavo le bellezze
inferiori, correvo verso l’abisso e dicevo ai miei amici:
Non è forse vero che noi non amiamo che il bello?”
(IV, 13, 20). Fra rapimento e corrispondenza, il movimento della
bellezza non è che il movimento dell’amore, la via
della santità: “ordo amoris” è il mondo
della bellezza, come “ordo amoris” è il mondo
della santità...
Da dove scaturisce la forza di attrazione della bellezza? Perché
ciò che è bello attira l’amore? Agostino pone
con estremo rigore queste domande, riflettendo ovviamente a partire
dal proprio cammino incontro alla santità di Dio. Due diverse
risposte gli si offrono: secondo la prima, la ragione formale della
bellezza è nelle cose stesse che ci appaiono belle; secondo
l’altra, la ragione del bello è nel soggetto, che ne
prova piacere. Detto altrimenti: è bello ciò che è
bello o è bello ciò che piace? Per Agostino la risposta
è chiara, precisa: la bellezza di ciò che è
bello non dipende dal gusto del soggetto, ma è inscritta
nelle cose, possiede una forza oggettiva. La bellezza riproduce
nel frammento i “numeri del cielo”, rispecchiando nella
“forma” finita l’armonia infinita. Proprio così,
la bellezza è una sola cosa con l’amore, inteso come
ordine e corrispondenza degli amanti: e perciò la Bellezza
più alta è l’amore più alto, la Trinità
divina, l’“ordo amoris” nella sua forma suprema:
“In verità vedi la Trinità, se vedi l’amore”
(De Trinitate VIII, 8, 12). “Ecco sono tre: l’Amante,
l’Amato e l’Amore” (VIII, 10, 14). Questo “ordo
amoris” si partecipa alle creature, la cui bellezza sarà
l’impronta della Trinità creatrice: “Nella Trinità
si trova la fonte suprema di tutte le cose, la bellezza perfetta,
il gaudio completo” (VI, 10, 12). È questa attrazione
al Bello supremo, è questo amore che ispira l’intero
movimento di ritorno del creato al Creatore: la bellezza dell’Amore
ultimo suscita l’amore della bellezza nel tempo penultimo,
quell’amore che di grado in grado fa percorrere all’uomo
interiore la via che porta alla gioia perfetta in Dio tutto in tutti.
La via della bellezza si rivela così come la via della santità,
e quindi come la via della salvezza e della verità: nella
divina bellezza tutto è unificato, tutto rivelato nel suo
ultimo senso.
La sapienza della bellezza greca è così assunta e
superata: l’armonia delle forme è la chiave, ma il
movimento d’amore della santità porta ben al di là
di una bellezza solo mondana, verso la sponda - gustata come anticipo
e caparra - della bellezza eterna del Dio Trinità Amore.
Questa bellezza ultima è vittoriosa di ogni sua apparente
negazione: come tutto ciò che esiste non esiste che per amore,
così tutto è bello, perché la suprema Bellezza
si partecipa in ogni suo oggetto d’amore, anche quando occhi
deboli o un cuore ferito dal male sono incapaci di coglierne la
trama misteriosa e feconda... Resta, tuttavia, la domanda: questa
bellezza giustifica anche il disordine e il male che devastano la
terra? Come dire a chi soffre o patisce miseria e ingiustizia che
la sua vita è bella, e il suo esistere è riserva d’amore?
La morte della bellezza nell’ora dell’abbandono della
Croce è già tutta assunta e per sempre risolta nella
vittoria di Pasqua? o la Croce del Figlio chiama a discernere altri
percorsi della Bellezza? Agostino spinge qui oltre Agostino...
2. Cristo, il “bel Pastore”, il Santo di Dio
È il genio di Tommaso d’Aquino ad assumere e superare
Agostino nella comprensione del rapporto fra la bellezza, la santità
e Dio: la via da lui prescelta è quella propriamente cristologica.
È la via riassunta nella formula semplice e densa che esprime
la bellezza come “crocefisso amore”. La chiave interpretativa
della bellezza non è per Tommaso quella classica del rimando
da forma a forma, dall’armonia mondana al’armonia celeste:
non sono i “numeri del cielo” che - riprodotti - evocano
l’Eterno. Qui la bellezza abita in un luogo, in un frammento:
qui essa si nasconde “sub contraria specie” nel volto
di Colui davanti al quale ci si copre la faccia, e che pure è
il volto del più bello dei figli degli uomini (cf. Is 53,3
e Sal 44,3). È la meditazione sulla bellezza costruita a
partire da Gesù Cristo, il “bel Pastore” (cf.
Gv 10,11): “La bellezza - scrive Tommaso nella Summa Theologica
(I q. 39 a. 8 c) - ha a che fare con ciò che è proprio
del Figlio”. Ed aggiunge a spiegazione di quest’affermazione
netta, decisa, che perché ci sia bellezza occorrono tre cose,
l’integritas, la proportio e la claritas: “Tre cose
richiede la bellezza: integrità o perfezione... debita proporzione
o armonia. E luminosità”.
Tommaso riconosce la presenza di questi tre aspetti precisamente
nel Figlio inviato dal Padre, rivelazione della Trinità.
La bellezza ha anzitutto a che fare con l’integritas, perché
in essa è il tutto che si affaccia: così, nel Verbo
incarnato è la totalità del mistero divino che si
rivela, è la natura divina che si rende accessibile nella
persona del Figlio incarnato, è il tutto dell’Eterno
che abita nel frammento del tempo. Come può il Tutto abitare
nel frammento? Nel rispondere a questa domanda, Tommaso attinge
ai due mondi della sua cultura, alle due anime della sua vita: la
cultura dell’Occidente greco-latino e la testimonianza del
messaggio biblico, ebraico-cristiano. Il Tutto si fa presente nel
frammento quando il frammento riproduce nell’armonia delle
parti, nella proporzione e consonanza di esse, l’armonia del
Tutto. È la via per la quale la bellezza è “forma”,
armonia di rapporti, e “formosus” è il bello:
è la via agostiniana, erede dell’anima greca. La proporzione,
secondo Tommaso, “corrisponde a ciò che è proprio
del Figlio, in quanto egli è l’immagine espressa del
Padre”. L’altra via per cui il Tutto viene ad abitare
nel frammento, è invece per Tommaso quella della claritas:
qui non si tratta più della totalità che si affaccia
nell’armonia delle parti, ma di un’irruzione di essa.
È come un risplendere, un brillare nella notte, un trapassare
il frammento fatto trasparenza di luce: il Tutto non si offre più
solo come proporzione riflessa, ma anche come irradiazione, abisso
che si schiude e che trapassa, silenzio donde viene la parola e
a cui essa apre. È il bello come irruzione: splendido, irradiante,
sfolgorante è il bello.
Questa bellezza Tommaso la riconosce attuata nell’incarnazione
del Figlio, dove la luce viene a splendere nelle tenebre: Gesù,
in quanto è il Verbo, è “luce e splendore dell’intelligenza”.
Il Tutto si fa, dunque, presente in Lui, Verbo incarnato, come irradiazione
della gloria del Padre. La bellezza è amore rivelato e nascosto,
carità crocefissa, consegna del Tutto nel frammento nell’evento
dell’Abbandono del Figlio eterno: essa è così
l’evento simbolico che tiene insieme lo splendore e la forma,
l’irruzione e il riposo, pensati a partire dalla discesa di
Dio nelle tenebre del Venerdì Santo. È proprio qui
che si dischiude il senso più profondo della meditazione
di Tommaso sulla bellezza: la bellezza è tensione, fuoco
del rapporto che si crea quando l’Altro irrompe nel frammento
e raggiunge spezzandola la cattura dell’identità chiusa
in se stessa. L’esperienza della bellezza sarà allora
inseparabilmente visione e riposo, rottura e morte, “agón”
e “agápe”, lotta ed amore. Nel Signore Gesù
una volta per sempre il Tutto ha abitato il frammento, trapassandolo
da parte a parte, verso l’abisso della divinità e verso
le opere e i giorni degli uomini. La vera bellezza è il “crocefisso
amore”, la carità donata fino alla fine, e - proprio
così - la santità dell’esodo da sé senza
ritorno, vissuto nella sequela di Colui, che è il più
bello dei figli dell’uomo, l’uomo dei dolori davanti
a cui ci si copre la faccia.
Appare qui in tutta la sua luce la rivelazione contenuta nel Vangelo
di Giovanni, quando è detto di Gesù, “il Santo
di Dio” (Gv 6,69), che è “il bel Pastore”
(“o poimén o kalós”: Gv 10,11): sarà
l’ora pasquale a rivelare il volto di questa bellezza. Nell’Uomo
dei dolori che si consegna alla morte per amore nostro è
la bellezza della santità, la bellezza del dono di sé
fino alla fine che viene a risplendere. Lo aveva peraltro intuito
già Agostino, quando aveva espresso in forma evocativa ciò
che Tommaso dice in forma organica e compiuta. Ascoltiamolo: “Due
flauti suonano in modo diverso, ma uno stesso Spirito vi soffia
dentro. Dice il primo: ‘Egli è il più bello
tra i figli degli uomini’ (Sal 45,3); e il secondo, con Isaia,
dice: ‘Lo abbiamo visto: non aveva più né bellezza,
né decoro’ (Is 53,2). I due flauti sono suonati da
un unico Spirito: essi dunque non discordano nel suono. Non devi
rinunciare a sentirli, ma cercare di capirli. Interroghiamo l’apostolo
Paolo per sentire come ci spiega la perfetta armonia dei due flauti.
Suoni il primo: ‘Il più bello tra i figli degli uomini’;
‘benché avesse la forma di Dio, non considerò
un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio’ (Fil 2,6). Ecco
in che cosa sorpassa in bellezza i figli degli uomini. Suoni anche
il secondo flauto: ‘Lo abbiamo visto: non aveva più
né bellezza, né decoro’: questo perché
‘spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo
e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana’ (Fil
2,7). ‘Egli non aveva bellezza né decoro’ per
dare a te bellezza e decoro. Quale bellezza? Quale decoro? L’amore
della carità, affinché tu possa correre amando e amare
correndo... Guarda a Colui dal quale sei stato fatto bello”
(Sant’Agostino, In Ioannis Ep., IX, 9). È l’amore
con cui ci ha amati che trasfigura “l’uomo dei dolori
davanti a cui ci si copre la faccia” (Is 53,3) nel “più
bello dei figli degli uomini”: il crocefisso amore è
la bellezza che salva. Se la via del Vangelo è anzitutto
quella della conversione del cuore a Cristo, allora la sequela del
Suo amore crocefisso è per eccellenza la via della santità
ed inseparabilmente la via della bellezza: anche per il sacerdote,
chiamato ad essere “alter Christus”, Pastore nell’unico
Pastore, bello nella bellezza che salva, rivelata e donata nella
morte e resurrezione dell’Umile...
3. La santità del Presbitero: con Cristo, nella bellezza
della Trinità
Un dato evangelico aiuta a riconoscere nella via della bellezza
- vissuta come sequela di Cristo - la via della santità,
cui tutti i cristiani, ed i presbiteri in particolare, sono chiamati,
nella partecipazione alla vita di Dio Trinità Santa: a notarlo
in maniera singolare è Pavel Florenskij, il “Leonardo
da Vinci russo”, genio della scienza e del pensiero teologico
e filosofico, sacerdote di Cristo, morto martire della barbarie
staliniana. Commentando Mt 5,16 - “Così risplenda la
vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre
opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli”
- egli osserva che “‘i vostri atti buoni’ non
vuole affatto dire ‘atti buoni’ in senso filantropico
e moralistico: ‘ymón tà kalà érga’
vuol dire ‘atti belli’, rivelazioni luminose e armoniose
della personalità spirituale - soprattutto un volto luminoso,
bello, d’una bellezza per cui si espande all’esterno
‘l’interna luce’ dell’uomo, e allora, vinti
dall’irresistibilità di questa luce, ‘gli uomini’
lodano il Padre celeste, la cui immagine sulla terra così
sfolgora” (Le porte regali. Saggio sull’icona, Adelphi,
Milano 19997, 50). La testimonianza di Gesù si compie grazie
allo sfolgorio della bellezza negli atti d’amore del discepolo
interiormente trasfigurato dallo Spirito: dove la carità
si irradia, lì s’affaccia la bellezza che salva, lì
è resa lode al Padre celeste, lì cresce l’unità
dei discepoli dell’Amato, uniti a Lui come discepoli del Suo
amore crocifisso e risorto.
È lo stesso Florenskij a indicare come questa via della bellezza
- irruzione della santità trinitaria nella storia del mondo
- si compia in modo eminente nella vita e nell’azione del
sacerdote, che è in persona il luogo del misterioso incontro
del tempo e dell’eternità, grazie a cui si costruisce
l’unità voluta dal Signore. Ricordando una delle sue
celebrazioni nella Chiesa sulla collina Makovec, rivolta verso il
grande Monastero (la “Lavra”) di Sergiev Possad, cuore
del cristianesimo russo, così descrive la paradossale bellezza
della presidenza eucaristica nella liturgia, simbolo dei simboli
del mondo, in cui il cielo dimora sulla terra e l’eternità
mette le sue tende nel tempo, trasformando lo spazio nel “tempio
santo, misterioso, che brilla di una bellezza celeste”: “Il
Signore misericordioso mi concesse di stare presso il suo trono.
Scendeva la sera. I raggi dorati danzavano esultanti, il sole appariva
come un inno solenne all’Eden. L’occidente impallidiva
rassegnato, e verso di esso era rivolto l’altare, posto sulla
sommità della collina. Una catena di nuvole si stendeva sulla
Lavra come un filo di perle. Dalla finestra sopra l’altare
erano visibili le nitide lontananze e la Lavra dominava come una
Gerusalemme celeste. Al Vespero il canto ‘Luce di pace’
sigillava il tramonto. Il sole morente si abbassava sontuoso. Si
intrecciavano e si scioglievano le melodie antiche come il mondo;
si intrecciavano e si scioglievano i nastri d’incenso azzurro.
La lettura del canone pulsava ritmicamente. Qualcosa nella penombra
tornava alla mente, qualcosa che ricordava il Paradiso, e la tristezza
per la sua perdita veniva trasformata misteriosamente dalla gioia
del ritorno. E al canto ‘Gloria a Te che ci hai mostrato la
luce’ accadeva significativamente che la tenebra esterna,
pure essa luce, calava, ed allora la Stella della Sera brillava
attraverso la finestra dell’altare e nel cuore di nuovo sorgeva
la gioia che non svanisce, quella gioia del crepuscolo della grotta.
Il mistero della sera si univa con il mistero del mattino ed entrambi
erano una cosa sola” (P. Florenskij, Sulla collina Makovec,
20. 5. 1913, in Id., Il cuore cherubico. Scritti teologici e mistici,
Piemme, Casale Monferrato 1999, 260s). Il sacerdote è chiamato
a realizzare nella sua vita e con la sua opera questo incontro del
“mistero della sera” - ovvero della notte del mondo
assetato di luce - e del “mistero del mattino” - ovvero
della luce che viene dall’alto per puro dono dell’amore
divino trinitario: in questo consiste la sua santità, in
questo la bellezza della sua esistenza donata per il Regno di Dio
fra gli uomini.
Perciò, se Cristo non è solo la verità e il
bene, ma è in persona la bellezza che salva, il sacerdote,
“alter Christus” donatore di Cristo e ministro della
riconciliazione in Lui, è chiamato a partecipare della bellezza
di Lui, ad essere in Lui e per Sua grazia un “pastore bello”
che attrae le creature a Dio con vincoli d’amore: e perciò,
essere preti ed esserlo con fedeltà incondizionata ed umile
non sarà solo vivere un’esistenza utile, ma anche e
soprattutto vivere una vita bella, ricca di significato e di passione.
Essere sacerdoti è bello, al di là di ogni misura
di stanchezza o di ogni interpretazione solo mondana del mistero
ricevuto e donato: nella bellezza di una vita presbiterale spesa
senza riserve nella fede con speranza e amore, nella bellezza singolare
del poter dire “Questo è il mio Corpo - Questo è
il mio sangue” o del rimettere i peccati, è il dono
della vera bellezza che passa per le mani, le labbra e il cuore
di un prete. Nascosto con Cristo in Dio, attingendo alle sorgenti
della Trinità divina e della sua santità infinita,
il sacerdote proprio con la santità della sua vita è
il testimone contagioso della Bellezza che salva. E proprio così
la sua vita merita di essere vissuta ed annunciata ad altri come
possibilità splendida e significativa per la storia degli
uomini e la sua meta ultima, la gloria di Dio tutto in tutti, al
tempo in cui il mondo intero sarà la patria della Trinità,
dimora finalmente del tutto accogliente della bellezza e della santità
divine... (Agenzia Fides 19/10/2004 - fonte: www.clerus.org) |