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CONVEGNO
INTERNAZIONALE DEI SACERDOTI |
“Sacerdoti,
forgiatori di Santi per il nuovo millennio”
Sulle orme dell’Apostolo Paolo
fonte: www.clerus.org
“Santità pneumatico-paolina
del sacerdote”
Conferenza di P. Raniero Cantalamessa, OFM Cap
Predicatore della Casa Pontificia
(mercoledì 20 ottobre, ore 10,45)
"Per la pedagogia della santità -ha scritto Giovanni
Paolo II nella Novo millennio ineunte- c'è bisogno di un
cristianesimo che si distingua innanzitutto nell'arte detta preghiera...
Le nostre comunità cristiane devono diventare autentiche
scuole di preghiera, dove l'incontro con Cristo non si esprima soltanto
in implorazione di aiuto, ma anche in rendimento di grazie, lode,
adorazione, contemplazione, ascolto, ardore di affetti...Alla preghiera
sono in particolare chiamati quei fedeli che hanno avuto il dono
della vocazione ad una vita di speciale consacrazione: questa li
rende, per sua natura, più disponibili all'esperienza contemplativa,
ed è importante che essi la coltivino con generoso impegno...Occorre
allora che l'educazione alla preghiera diventi in qualche modo un
punto qualificante di ogni programmazione pastorale"1.
La preghiera è il mezzo universale e indispensabile per avanzare
su tutti i fronti nel cammino di santità. "Se vuoi cominciare
a possedere la luce di Dio, dice la B. Angela da Foligno, prega;
se sei già impegnato nella salita della perfezione e vuoi
che questa luce in te aumenti, prega; se vuoi la fede, prega; se
vuoi la speranza, prega; se vuoi la carità, prega; se vuoi
la povertà, prega; se vuoi l'obbedienza, la castità,
l'umiltà, la mansuetudine, la fortezza, prega. Qualunque
virtù tu desideri, prega.. Quanto più sei tentato,
tanto più persevera nella preghiera... La preghiera infatti
ti da luce, ti libera dalle tentazioni, ti fa puro, ti unisce a
Dio" 2. Agostino dice: "Ama e fa ciò che vuoi"
3 ; con altrettanta verità possiamo dire: "Prega e fa
ciò che vuoi".
Attenendomi al tema assegnatomi "Santità pneumatico-paolina
del sacerdote", in questa meditazione vorrei esporre l'insegnamento
dell'Apostolo sulla preghiera, facendo, al termine, qualche applicazione
più specifica alla vita del sacerdote.
1. Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza
Nel capitolo ottavo della Lettera ai Romani l'Apostolo mette in
luce le operazioni più importanti dello Spirito Santo nella
vita del cristiano e tra esse, in primissimo piano, figura la preghiera.
Lo Spirito Santo, principio di vita nuova, è anche, di conseguenza,
principio di preghiera nuova. Partiamo dai due versetti più
attinenti al nostro tema:
"Allo stesso modo anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra
debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente
domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi
con gemiti inesprimibili e colui che scruta i cuori sa quali sono
i desideri dello Spirito poiché egli intercede per i credenti
secondo i disegni di Dio" (Rm 8, 26-27).
San Paolo afferma che lo Spirito intercede per "con gemiti
inesprimibili". Se potessimo scoprire per che cosa e come prega
lo Spirito nel cuore del credente, avremmo scoperto il segreto stesso
della preghiera. Ora, a me sembra che questo sia possibile. Lo Spirito
infatti che prega in noi segretamente e senza strepito di parole
è lo stesso identico Spirito che ha pregato a chiare lettere
nella Scrittura. Egli che ha "ispirato" le pagine della
Scrittura, ha anche ispirato le preghiere che leggiamo nella Scrittura.
Se è vero che lo Spirito Santo continua a parlare oggi nella
Chiesa e nelle anime, dicendo, in modo sempre nuovo, le stesse cose
che ha detto "per mezzo dei profeti" nelle sacre Scritture,
è vero anche che egli prega oggi, nella Chiesa e nelle anime,
come ha insegnato a pregare nella Scrittura. Lo Spirito Santo non
ha due preghiere diverse. Noi dobbiamo, dunque, andare a scuola
di preghiera dalla Bibbia, per imparare ad "accordarci"
con lo Spirito e pregare come prega lui.
Quali sono i sentimenti dell'orante biblico? Cerchiamo di scoprirlo
attraverso la preghiera dei grandi amici di Dio: Abramo, Mosè,
Geremia, i salmisti. La prima cosa che colpisce in questi oranti
"ispirati" è la grande fiducia e l'incredibile
ardimento con cui dialogano con Dio. Niente di quel servilismo che
gli uomini sono soliti associare alla parola "preghiera".
1 Giovanni Paolo IL, Novo millennio ineunte, 32-34.
2 // libro della B. Angela da Foligno, Quaracchi, Grottaferrata,
1985, p. 454 s.
3 S. Agostino, Commento alla prìma lettera di Giovanni, 7,8
(PL 35. 2023).
Conosciamo bene la preghiera di Abramo a favore di Sodoma e Gomorra
(cf Gn 18, 22 ss). Abramo comincia dicendo: "Davvero sterminerai
il giusto con l'empio?", come per dire: non posso credere che
tu vorrai fare una cosa del genere! Ad ogni successiva richiesta
di perdono, Abramo ripete: "Vedi come ardisco parlare al mio
Signore!". La sua supplica è "ardita" e lui
stesso se ne rende conto. Ma è che Abramo è l'"amico
di Dio" (Is 41, 8) etra amici si sa fin dove ci si può
spingere.
Mosè va ancora più lontano nel suo ardimento. Dopo
che il popolo si è costruito il vitello d'oro, Dio dice a
Mosè che è sul monte a pregare: "Scendi in fretta
di qui perché il tuo popolo, che tu hai fatto uscire dall'Egitto,
si è traviato". Mosè risponde dicendo: "Al
contrario, essi sono il tuo popolo, la tua eredità, che tu
hai fatto uscire dall'Egitto" (Dt 9, 12.29; cf Es 32, 7.11).
La tradizione rabbinica ha colto bene il sottinteso che c'è
nelle parole di Mosè: "Quando questo popolo ti è
fedele, allora esso è il "tuo" popolo che "tu"
hai fatto uscire dal paese d'Egitto; quando ti è infedele,
allora esso diventa il "mio" popolo che "io"
ho fatto uscire dall'Egitto?". A questo punto Dio ricorre all'arma
della seduzione; fa balenare davanti al suo servo l'idea che, una
volta distrutto il popolo ribelle, farà di lui "una
grande nazione" (Es 32, 10). Mosè risponde facendo ricorso
a un piccolo ricatto; dice a Dio: Attento, perché, se distruggi
questo popolo, si dirà in giro che l'hai fatto perché
non eri in grado di introdurlo nella terra che avevi loro promesso!
"E Dio abbandonò il proposito di nuocere al suo popolo"
(cf Es 32, 12; Dt 9, 28).
Geremia arriva alla protesta esplicita e grida a Dio: "Mi hai
sedotto", e: "Non penserò più a lui non
parlerò più in suo nome!" (Ger 20, 7.9). Se poi
guardiamo ai salmi, si direbbe che Dio non fa che mettere sulle
labbra dell'uomo le parole più efficaci per lamentarsi con
lui. Il Salterio è di fatto un intreccio unico tra la lode
più sublime e il lamento più accorato. Dio è
chiamato spesso apertamente in causa: "Destati, perché
dormi Signore?", "Dove sono le tue promesse di un tempo?",
"Perché te ne stai lontano e ti nascondi nel tempo della
sventura?", "Tu ci tratti come pecore da macello!",
"Non essere sordo, Signore!", "Fino a quando starai
a guardare?".
Come si spiega tutto questo? Dio spinge forse l'uomo all'irriverenza
verso di lui, dal momento che, in ultima analisi, è lui che
ispira e approva questo tipo di preghiera? La risposta è:
tutto questo è possibile perché nell'uomo biblico
è al sicuro il rapporto creaturale con Dio. L'orante biblico
è così intimamente pervaso dal senso della maestà
e santità di Dio, così totalmente sottomesso a lui,
Dio è così "Dio" per lui, che, sulla base
di questo dato pacifico, tutto riposa al sicuro. La sua preghiera
preferita, nel tempo della prova, è sempre la stessa: "Tu
sei giusto in tutto ciò che hai fatto, tutte le tue opere
sono vere, rette le tue vie e giusti i tuoi giudizi [...] poiché
noi abbiamo peccato" (Dn 3, 28 ss; cf Dt 32, 4 ss). "Tu
sei giusto, Signore!": dopo queste tre o quattro parole - dice
Dio - l'uomo può dirmi ciò che vuole: io sono disarmato!
La spiegazione, insomma, è nel cuore con cui questi uomini
pregano. Nel bel mezzo delle sue preghiere tempestose, Geremia rivela
il segreto che rimette tutto a posto: "Ma tu, Signore mi conosci,
mi vedi; tu provi che il mio cuore è con te!" (Ger 12,
3). Anche i salmisti intercalano, ai loro lamenti, espressioni analoghe
di fedeltà assoluta: "Ma la roccia del mio cuore è
Dio!" (Sai 73, 26).
La qualità della preghiera biblica emerge anche dal contrasto
con quella degli ipocriti. Questi, dicono i profeti, hanno la bocca
tutta per Dio, ma il cuore lontano da lui; i veri amici hanno, al
contrario, il cuore tutto per Dio e la bocca, a tratti, contro Dio,
nel senso che non nascondono lo sconcerto di fronte al mistero del
suo agire (cf. Ger 12,2; Is 29,13).
2. La preghiera di Gesù
Ma se è importante conoscere come lo Spirito ha pregato in
Abramo, in Mosè, in Geremia e nei salmi, è immensamente
più importante conoscere come ha pregato in Gesù,
perché è lo Spirito di Gesù che ora prega in
noi con gemiti inesprimibili. In Cristo è portata alla perfezione
quell'ulteriore adesione del cuore e di tutto l'essere a Dio che
costituisce, come si è visto, il segreto biblico della preghiera.
Il Padre lo esaudiva sempre, perché egli faceva sempre le
cose che gli erano gradite (cf Gv 4, 34; 11, 42); lo esaudiva "per
la sua pietà", cioè per la sua obbedienza e filiale
sottomissione (cfEb5,7).
La parola di Dio, culminante nella vita di Gesù, ci insegna,
dunque, che la cosa più importante della preghiera non è
ciò che si dice, ma ciò che si è; non ciò
che si ha sulle labbra, ma ciò che si ha nel cuore. Non è
tanto nell'oggetto quanto nel soggetto. Anche per Agostino, il problema
fondamentale non è sapere "cosa dici nella preghiera",
quid ores, ma "come sei nel pregare", qualis ores. La
preghiera, come l'agire, "segue l'essere". La novità
recata dallo Spirito Santo, nella vita di preghiera, consiste nel
fatto che egli riforma, appunto, l'"essere" dell'orante;
suscita l'uomo nuovo, l'uomo amico di Dio; toglie da lui il cuore
pieno di paure e interessato dello schiavo e gli da un cuore di
figlio.
Venendo in noi, lo Spirito non si limita a insegnarci come bisogna
pregare, ma prega in noi, come -a proposito della legge - egli non
si limita a dirci cosa dobbiamo fare, ma lo fa con noi. Lo Spirito
non da una legge di preghiera, ma una grazia di preghiera. La preghiera
biblica non viene dunque a noi, primariamente, per apprendimento
esteriore e analitico, cioè in quanto cerchiamo di imitare
gli atteggiamenti che abbiamo riscontrati in Abramo, in Mosè,
in Giobbe e nello stesso Gesù (anche se tutto ciò
sarà, esso pure, necessario e richiesto in un secondo momento),
ma viene a noi per infusione, come dono.
Questa è l'incredibile "buona notizia" a proposito
della preghiera cristiana! Viene a noi il principio stesso di tale
preghiera nuova e tale principio consiste nel fatto che "Dio
ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida:
Abbà, Padre!" (Gai 4, 6). Questo vuoi dire pregare "nello
Spirito", o "mediante lo Spirito" (cf Ef 6, 18; Gd
20).
Anche nella preghiera, come in tutto il resto, lo Spirito "non
parla da sé", non dice cose nuove e diverse; semplicemente,
egli risuscita e attualizza, nel cuore dei credenti, la preghiera
di Gesù. "Egli prenderà del mio e ve lo annunzierà",
dice Gesù del Paraclito (Gv 16, 14): prenderà la mia
preghiera e la darà a voi. hi forza di ciò, noi possiamo
esclamare con tutta verità: "Non sono più io
che prego, ma Cristo prega in me!". "Il Signore nostro
Gesù Cristo, Figlio di Dio, scrive Agostino, è colui
che prega per noi, che prega in noi e che è pregato da noi.
Prega per noi come nostro sacerdote, prega in noi come nostro capo,
è pregato da noi come nostro Dio. Riconosciamo dunque in
lui la nostra voce, e in noi la sua voce" 4.
Il grido stesso Abbài dimostra che chi prega in noi, attraverso
lo Spirito, è Gesù, il Figlio unico di Dio. Per se
stesso, infatti, lo Spirito Santo non potrebbe rivolgersi a Dio,
chiamandolo Padre, perché egli non è "generato",
ma soltanto "procede" dal Padre. Quando ci insegna a gridare
Abbài lo Spirito Santo - diceva un autore antico - "si
comporta come una madre che insegna al proprio bambino a dire "papa"
e ripete tale nome con lui, finché lo porta all'abitudine
di chiamare il padre anche nel sonno" 5. La madre non potrebbe
rivolgersi al suo sposo chiamandolo "papa" perché
è sua moglie non sua figlia; se lo fa è perché
parla a nome del suo bambino e si identifica con lui.
Qualcuno si è chiesto come mai nel "Padre nostro"
non viene nominato lo Spirito Santo; nell'antichità ci fu
perfino chi cercò di colmare questa lacuna, aggiungendo,
dopo l'invocazione per il pane quotidiano, le parole che leggiamo
in alcuni codici: "lo Spirito Santo venga su di noi e ci purifichi".
Ma è più semplice pensare che lo Spirito Santo non
è tra le cose chieste perché è colui che le
chiede. "Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo
Figlio che grida: Abbà, Padre!". È lo Spirito
Santo che intona ogni volta in noi il "Padre nostro";
senza di lui grida a vuoto "Abbà! " chiunque lo
grida.
3. Il respiro trinitario della preghiera cristiana
È lo Spirito Santo che infonde, dunque, nel cuore il sentimento
della figliolanza divina, che ci fa sentire (non soltanto sapere!)
figli di Dio: "Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito
che siamo figli di Dio" (Rm 8, 16). A volte questa operazione
fondamentale dello Spirito si realizza nella vita di una persona
in modo repentino e intenso e allora se ne può contemplare
tutto lo splendore. L'anima è inondata di una luce nuova,
nella quale Dio le si rivela, in un modo nuovo, come Padre. Si fa
esperienza di cosa vuoi dire veramente la paternità di Dio;
il cuore si intenerisce e la persona ha la sensazione di rinascere
da questa esperienza. Dentro di lei appare una grande confidenza
e un senso mai provato della condiscendenza di Dio che, a tratti,
si alterna con il sentimento altrettanto vivo della sua infinita
grandezza, trascendenza e santità. Dio appare davvero "il
mistero tremendo e affascinante" che ispira, nello stesso tempo,
somma fiducia e riverente timore. La preghiera del cristiano si
risolve tutta, in questi momenti, in "commossa gratitudine".
Quando san Paolo parla del momento in cui lo Spirito irrompe nel
cuore del credente e gli fa gridare: "Abbà Padre!",
allude a questo modo di gridarlo, a questa ripercussione di tutto
l'essere, nel grado più alto. Così avveniva in Gesù
quando, "in un impeto di esultanza nello Spirito Santo",
esclamava : "Io ti rendo lode, Padre, Signore del ciclo e della
terra" (Le 10, 21).
Non bisogna però illudersi. Questo modo vivido di conoscere
il Padre di solito non dura a lungo; ritorna presto il tempo in
cui il credente dice "Abbài", senza "sentire"
nulla, e continua a ripeterlo solo sulla parola di Gesù.
È il momento, allora, di ricordare che quanto meno quel grido
rende felice chi lo pronuncia, tanto più rende felice il
Padre che lo ascolta, perché fatto di pura fede e di abbandono.
____________________________________________
4 Agostino, Enarratìones in Psalmos 85, 1 : CCL 39, p. 1176.
5 Diadoco di Fotica, Capitoli sulla perfezione 61 (SCh 5 bis, p.
121)
Noi siamo, allora, come Beethoven. Divenuto sordo, egli continuava
a comporre splendide sinfonie, senza poter gustare il suono di alcuna
nota. Quando fu eseguita per la prima volta la sua Nona sinfonia,
terminato l'inno finale alla gioia, il pubblico esplose in un uragano
di applausi e qualcuno dell'orchestra dovette tirare il maestro
per il lembo della giacca perché si voltasse a ringraziare.
Lui non aveva gustato nulla della sua musica, ma il pubblico era
in delirio. La sordità, anziché spegnere la sua musica,
la rese più pura e così fa anche l'aridità
con la nostra preghiera.
E proprio in questo tempo di "assenza" di Dio e di aridità
spirituale che si scopre tutta l'importanza dello Spirito Santo
per la nostra vita di preghiera. Egli, da noi non visto e non sentito,
riempie le nostre parole e i nostri gemiti, di desiderio di Dio,
di umiltà, di amore, "e colui che scruta i cuori sa
quali sono i desideri dello Spirito". Noi non lo sappiamo,
ma lui sì! Lo Spirito diviene, allora, la forza della nostra
preghiera "debole", la luce della nostra preghiera spenta;
in una parola, l'anima della nostra preghiera. Davvero, egli "irriga
ciò che è arido", come diciamo nella sequenza
in suo onore.
Tutto questo avviene per fede. Basta che io dica o pensi: "Padre,
tu mi hai donato lo Spirito di Gesù; formando, perciò,
un solo Spirito con Gesù, io recito questo salmo, celebro
questa santa Messa, o sto semplicemente in silenzio alla tua presenza.
Voglio darti quella gloria e quella gioia che ti darebbe Gesù,
se fosse lui a pregarti ancora di persona dalla terra".
Da tutto ciò emerge la caratteristica unica della preghiera
cristiana che la distingue da ogni altra forma di preghiera. La
B. Angela da Foligno dice che pregare significa "raccogliersi
in unità e inabissare la propria anima nell'infinito che
è Dio". Nella preghiera si attuano così i due
movimenti più propri dello spirito umano che sono rientrare
in se stesso e uscire da se stesso.
Al centro di ogni essere umano c'è un punto di unità
e di verità che chiamiamo cuore, coscienza, io profondo,
centro della personalità e con altri nomi ancora. È
più facile conoscere ed entrare in contatto con il mondo
intero fuori di noi che non giungere a questo centro di noi stessi,
come è più facile per gli scienziati inviare sonde
su Marte ed esplorare gli spazi interplanetari che esplorare cosa
c'è, a poche migliaia di chilometri da noi, al centro della
terra, dove nessuno infatti è mai arrivato. La preghiera,
quando è autentica, permette anche ai più semplici,
di attingere questo traguardo: ci raccoglie in unità, ci
mette in contatto con il nostro io più profondo. La persona
non è mai se stessa come quando prega.
Appena però l'essere umano si raccoglie in sé, si
accorge che non basta a se stesso, sperimenta il limite e il bisogno
di superarlo, di evadere verso spazi meno angusti. A volte prendere
coscienza di quello che si è può incutere perfino
spavento...La preghiera è l'unica a offrire alla creatura
umana la possibilità di superare il suo limite. Essa le permette
di "inabissare la propria anima nell'infinito che è
Dio". La persona che ha anche un attimo solo di vera preghiera
sente di poter far sue le parole di Leopardi nell'Infinito: "II
naufragar m'è dolce in questo mare".
In ciò si rivela la differenza della preghiera cristiana
rispetto a forme di preghiera e di meditazione di altra provenienza:
yoga, meditazione trascendentale, enneagramma... Queste tecniche
di concentrazione possono essere di aiuto per realizzare il primo
dei due movimenti della preghiera -quello verso il centro di sé
-, ma sono impotenti a realizzare il secondo movimento, quello dall'io
a Dio. Per questo contatto con un Dio personale, "totalmente
Altro" dal mondo, noi cristiani crediamo che non c'è
altra via che lo Spirito di colui che ha detto: "Nessuno viene
al Padre se non per mezzo di me".
4. "Dammi ciò che mi comandi"
C'è in noi, a causa di tutto ciò, come una vena segreta
di preghiera. Parlando di essa, il martire sant'Ignazio d'Antiochia,
scriveva: "Sento in me un'acqua viva che mormora e dice: Vieni
al
Padre!" 6. Cosa non si fa, in alcuni paesi afflitti da siccità,
quando, da certi indizi, si scopre che c'è, nel terreno sottostante,
una vena d'acqua: non si smette di scavare, finché quella
vena non è stata raggiunta e portata alla superficie.
Io stesso mi trovavo una volta in Africa, in un villaggio dove l'acqua
da sempre era qualcosa di prezioso che le donne andavano a cercare
lontano e portavano a casa con poveri recipienti appoggiati sulla
testa. Un missionario che aveva il dono di "sentire" la
presenza dell'acqua aveva detto che ci doveva essere una vena d'acqua
che passava sotto il villaggio e si stava scavando un pozzo. La
sera del mio arrivo si stava rimuovendo l'ultimo strato di terra,
dopo di che si sarebbe visto se c'era o no acqua.
____________________________________________
6 S. Ignazio d'Antiochia, Ai Romani 7, 2.
C'era! Agli abitanti del villaggio sembrò un miracolo e
fecero festa danzando tutta la notte al suono di tamburi. L'acqua
scorreva sotto le loro case e non lo si sapeva! Per me era un'immagine
di ciò che capita a noi a proposito della preghiera. Vi sono
cristiani che si recano fino all'estremo oriente per imparare a
pregare; non hanno ancora scoperto di avere in se, per il battesimo,
la sorgente stessa della preghiera.
Questa vena interiore di preghiera, costituita dalla presenza dello
Spirito di Cristo in noi, non vivifica soltanto la preghiera di
petizione, ma rende viva e vera ogni altra forma di preghiera: quella
di lode, quella spontanea, quella liturgica. Soprattutto, direi,
quella liturgica. Infatti, quando noi preghiamo spontaneamente,
con parole nostre, è lo Spirito che fa sua la nostra preghiera,
ma quando preghiamo con le parole della Bibbia o della liturgia,
siamo noi che facciamo nostra la preghiera dello Spirito, ed è
cosa più sicura. Anche la preghiera silenziosa di contemplazione
e di adorazione trova un incalcolabile giovamento a essere fatta
"nello Spirito". Questo è ciò che Gesù
chiamava "adorare il Padre in Spirito e verità"
(Gv 4, 23).
La capacità di pregare "nello Spirito" è
la nostra grande risorsa. Molti cristiani, anche veramente impegnati,
sperimentano la loro impotenza di fronte alle tentazioni e l'impossibilità
di adeguarsi alle esigenze altissime della morale evangelica e concludono,
talvolta, che è impossibile vivere integralmente la vita
cristiana. In un certo senso, hanno ragione. È impossibile,
infatti, da soli, evitare il peccato; ci occorre la grazia; ma anche
la grazia - ci viene insegnato - è gratuita e non la si può
meritare. Che fare allora: disperarsi, arrendersi? Risponde il concilio
di Trento: "Dio, dandoti la grazia, ti comanda di fare ciò
che puoi e di chiedere ciò che non puoi"7. Quando uno
ha fatto tutto quanto sta in lui e non è riuscito, gli resta
pur sempre una possibilità: pregare e, se ha già pregato,
pregare ancora!
La differenza tra l'antica e la nuova alleanza consiste proprio
in questo: nella legge, Dio comanda, dicendo all'uomo: "Fa'
quello che ti comando!"; nella grazia, l'uomo domanda, dicendo
a Dio: "Dammi quello che mi comandi!". Una volta scoperto
questo segreto, sant'Agostino, che fino allora aveva combattuto
inutilmente per riuscire a essere casto, cambiò metodo e
anziché lottare con il suo corpo, cominciò a lottare
con Dio; disse: "O Dio, tu mi comandi di essere casto; ebbene,
dammi ciò che mi comandi e poi comandami ciò che vuoi!"
8. E ottenne la castità!
5. Il sacerdote maestro di preghiera
Nella Novo millennio ineunte il papa dice che la santità
è un "dono" che si traduce in "compito"
9. Lo stesso si deve dire della preghiera: essa è un dono
di grazia che crea però in chi lo riceve il dovere di corrispondervi,
di coltivarlo. Di questo vorrei occuparmi nella seconda parte di
questa meditazione: la preghiera come compito primario del sacerdote.
Se le comunità cristiane devono essere "scuole di preghiera",
i sacerdoti che le guidano devono, di conseguenza, essere "maestri
di preghiera". Non posso, a questo proposito, trattenere un
lamento. Un giorno gli apostoli dissero a Gesù: "Insegnaci
a pregare". Oggi tanti cristiani fanno silenziosamente al sacerdote
e alla Chiesa la stessa richiesta: "Insegnaci a pregare!"
Purtroppo in tante parrocchie si fa di tutto; ci sono iniziative
di ogni genere, per i giovani, gli anziani, gruppi per lo sport,
le gite, il tempo libero..., ma niente che invogli e aiuti la gente
a pregare.
Spesso chi avverte questo bisogno di spiritualità è
indotto a cercare al di fuori di Cristo, in forme di spiritualità
esoteriche e orientaleggianti di cui ho messo in rilievo sopra il
limite intrinseco per un cristiano. "Non è forse un
'segno dei tempi' -prosegue il papa nella sua lettera apostolica
- che si registri oggi, nel mondo, nonostante gli ampi processi
di secolarizzazione, una diffusa esigenza di spiritualità,
che in gran parte si esprime proprio in un rinnovato bisogno di
preghiera1? Anche le altre religioni, ormai ampiamente presenti
nei Paesi di antica cristianizzazione, offrono le proprie risposte
a questo bisogno, e lo fanno talvolta con modalità accattivanti.
Noi che abbiamo la grazia di credere in Cristo, rivelatore del Padre
e Salvatore del mondo, abbiamo il dovere di mostrare a quali profondità
possa portare il rapporto con lui"10. Nessuno può insegnare
ad altri a pregare se non è lui stesso un uomo di preghiera
e qui tocchiamo il punto nevralgico. Ricordiamo ciò che dice
Pietro in occasione della prima ripartizione dei ministeri fatta
in seno alla comunità cristiana:
____________________________________________
7 DENZINGER-ScHòNMETZER, Enchiridion Symbolorum, n. 1536.
8 AGOSTINO, Confessioni, X, 29.
9 NMI,30.
10 NM,33.
"Non è giusto che noi trascuriamo la parola di Dio
per il servizio delle mense...Noi ci dedicheremo alla preghiera
e al ministero della parola" (At 6, 2-4). Se ne deduce che
il pastore può delegare ad altri tutto, o quasi tutto, nella
conduzione della comunità, eccetto la preghiera.
Può essere di grande sostegno a un pastore, in questo campo,
avere intorno a sé quello che santa Caterina da Siena chiamava
"un muro di preghiera", formato da anime desiderose del
bene della Chiesa11. Ne abbiamo un esempio negli Atti degli apostoli.
Pietro e Giovanni sono rilasciati dal Sinedrio con l'ingiunzione
di non parlare più nel nome di Cristo. Se ignorano il comando
espongono tutta la comunità a rappresaglie, se obbediscono
tradiscono il mandato di Cristo. Non sanno che fare. È la
preghiera della comunità che permette di superare la grave
crisi. Questa si mette in preghiera; uno legge un salmo, un altro
ha il dono di applicarlo alla situazione presente; si determina
un clima di intensa fede; avviene come una replica della Pentecoste
e gli apostoli, pieni di Spirito Santo, riprendono ad annunciare
"con parresia" il messaggio di salvezza (cf Atti 4, 23-31).
Noi conosciamo di solito due forme fondamentali di preghiera: la
preghiera liturgica e la preghiera privata o personale. La preghiera
liturgica è comunitaria, ma non spontanea, nel senso che
in essa ci si deve attenere a parole e formule stabilite e uguali
per tutti.
La preghiera personale è spontanea, ma non comunitaria. Esiste
un terzo tipo di preghiera che è spontanea e comunitaria
insieme: è la preghiera di gruppo, o il gruppo di preghiera.
I "gruppi di preghiera", di varia ispirazione, sono un
segno dei tempi da accogliere con gratitudine, pur vigilando a che
operino in modo sano e in umiltà all'interno della comunità.
Questo è il tipo di preghiera a cui si riferisce Paolo quando
scrive ai Corinzi: "Quando vi radunate ognuno può avere
un salmo, un insegnamento, una rivelazione, un discorso in lingue,
il dono di interpretarle. Ma tutto si faccia per l'edificazione"
(1 Cor 14,26); è quello che suppone anche il passo della
Lettera agli Efesini: "Siate ricolmi dello Spirito, intrattenendovi
a vicenda con salmi, inni, cantici spirituali, cantando e inneggiando
al Signore con tutto il vostro cuore, rendendo
continuamente grazie per ogni cosa a Dio Padre, nel nome del Signore
nostro Gesù Cristo " (Ef 5,19-20).
6. Preghiera e azione pastorale
Una cosa soprattutto è necessario rinnovare nella vita del
sacerdote ed è il rapporto tra preghiera e azione. Si deve
passare da un rapporto di giustapposizione a un rapporto di subordinazione.
Giustapposizione è quando prima si prega e poi si passa all'attività
pastorale; subordinazione è quando prima si prega e poi si
fa quello che il Signore ha mostrato in preghiera! Gli apostoli
e i santi non pregavano semplicemente prima di fare qualcosa; pregavamo
per conoscere cosa fare!
Per Gesù pregare e agire non erano due cose separate, o giustapposte;
di notte egli pregava e poi di giorno eseguiva quello che aveva
capito essere la volontà del Padre: "In quei giorni
Gesù se ne andò sulla montagna a pregare e passò
la notte in orazione. Quando fu giorno, chiamò a sé
i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede il nome di apostoli"
(Le 6,12-13).
Se crediamo veramente che Dio governa la Chiesa con il suo Spirito
e risponde alle preghiere, dovremmo prendere molto sul serio la
preghiera che precede un incontro pastorale, una decisione importante;
non accontentarci di recitare, in tutta fretta, una Ave Maria e
fare un segno di croce per poi passare all'ordine del giorno, come
se questo fosse la vera cosa seria.
A volte può sembrare che tutto continui come prima e che
nessuna risposta sia emersa dalla preghiera, ma non è così.
Pregando si è "presentata la questione a Dio" cf
Es 18, 19); ci si è spogliati di ogni interesse personale
e della pretesa di decidere da soli, si è dato a Dio la possibilità
di intervenire, di far capire qual è la sua volontà.
Qualunque sia la decisione che si prenderà in seguito sarà
quella giusta davanti a Dio. Spesso facciamo l'esperienza che più
è il tempo che dedichiamo alla preghiera su un problema,
tanto meno è il tempo che occorre poi per risolverlo.
Molti sacerdoti possono testimoniare che la loro vita e il loro
ministero sono cambiati a partire dal momento in cui hanno preso
la decisione di mettere un'ora di preghiera personale al giorno
nel loro orario, recintando, come con filo spinato, questo tempo
sulla loro agenda per difenderlo da tutti e da tutto. Un posto particolare
deve occupare, nella vita del sacerdote, la preghiera di intercessione.
Gesù ce ne da l'esempio con la sua "preghiera sacerdotale".
"Prego per loro, per coloro che mi hai dato. [...] Custodiscili
nel tuo nome.
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11 S. Caterina da Siena, Preghiere, 7.
Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal
maligno. Consacrali nella verità. [...] Non prego solo per
questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in
me..." (cf Gv 17, 9 ss). Gesù dedica relativamente poco
spazio a pregare per sé ("Padre, glorifica il figlio
tuo!") e molto di più a pregare per gli altri, cioè
a intercedere.
Dio è come un padre pietoso che ha il dovere di punire, ma
che cerca tutte le possibili attenuanti per non doverlo fare ed
è felice, in cuor suo, quando i fratelli del colpevole lo
trattengono dal farlo. Se mancano queste braccia fraterne levate
verso di lui, egli se ne lamenta nella Scrittura: "Egli ha
visto che non c'era alcuno, si è meravigliato perché
nessuno intercedeva" (Is 59, 16). Ezechiele ci trasmette questo
lamento di Dio: "Io ho cercato fra loro un uomo che costruisse
un muro e si ergesse sulla breccia di fronte a me, per difendere
il paese perché io non lo devastassi, ma non l'ho trovato"
(Ez 22, 30).
Quando, nella preghiera, noi sacerdoti sentiamo che Dio è
in lite con il popolo che ci è stato affidato, non dobbiamo
schierarci con Dio, ma con il popolo! Così fece Mosè,
fino a protestare di voler essere radiato lui stesso, con loro,
dal libro della vita (cf Es 32, 32), e la Bibbia fa capire che questo
era proprio ciò che Dio desiderava, perché egli "abbandonò
il proposito di nuocere al suo popolo".
Quando saremo davanti al popolo, allora dovremo, con tutta la forza,
difendere i diritti di Dio. Solo chi ha difeso il popolo davanti
a Dio e ha portato il peso del suo peccato, ha il diritto - e avrà
il coraggio -, dopo, di gridare contro di esso, in difesa di Dio.
Quando, scendendo dal monte, Mosè si trovò di fronte
al popolo che aveva difeso sul monte, allora si accese la sua ira:
frantumò il vitello d'oro, ne disperse la polvere nell'acqua
e fece trangugiare l'acqua alla gente, gridando: "Così
ripaghi il Signore, o popolo stolto e insipiente?" (cf. Es
32, 19 ss.; Dt 32, 6).
Ho ricordato alcuni "doveri" del sacerdote riguardo alla
preghiera, ma non vorrei che l'idea di dovere rimanesse, al termine
di questa riflessione, la nota dominante, facendoci dimenticare
che essa è prima di tutto dono. Se ci sentiamo tanto al di
sotto di questo modello del sacerdote "uomo di preghiera",
non dimentichiamo mai quello che ci ha assicurato S. Paolo all'inizio:
"Lo Spirito Santo viene in aiuto della nostra debolezza".
Forti di tale parola, noi possiamo iniziare ogni mattina la nostra
preghiera dicendo: "Spirito Santo vieni in aiuto della mia
debolezza. Fammi pregare. Prega tu in me, con gemiti inesprimibili.
Io dico Amen, sì a tutto ciò che tu chiedi per me
al Padre nel nome di Gesù". (Agenzia Fides 20/10/2004
– fonte: www.clerus.org) |