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CONVEGNO INTERNAZIONALE DEI SACERDOTI
“Sacerdoti, forgiatori di Santi per il nuovo millennio”
Sulle orme dell’Apostolo Paolo

fonte: www.clerus.org

“Paolo, l'evangelizzazione e le sfide delle culture”
Conferenza del Card. Dario Castrillón Hoyos, Prefetto della Congregazione per il Clero
(martedì 19 ottobre ore 9,30)


Introduzione al tema
Eminenze Reverendissime, Venerati confratelli nell’Episcopato, carissimi Sacerdoti!
Non è la prima volta che giungo in questa amata isola di Malta, ma l’incontrarmi con Voi in questo Congresso Internazionale all’inizio dell’Anno dell’Eucaristia, quando è appena terminato il Congresso Eucaristico Internazionale di Guadalajara, costituisce per me una speciale novità: è il nuovo proprio della gioia e dell’emozione che nasce dal vedermi unito ad ognuno di Voi in Cristo, unito ai ministri di Colui che è la stessa Novità, la Vita nuova, dalla quale promana quella dynamis Theou, che Paolo ha testimoniato ed irradiato in questa isola ed in tutto il mondo, “la forza di Dio per la salvezza di tutti i credenti” (Rm 1,16).
Cari sacerdoti, in questi ultimi tempi che sono i tempi della testimonianza della Chiesa, con Maria, “il primo tabernacolo della storia” (Giovanni Paolo II, Lett. enc. Ecclesia de Eucharistia, n. 55), nella imminenza del solenne centocinquantesimo anniversario della proclamazione del dogma della sua Immacolata Concezione, noi riscopriamo di essere la nuova dimora della Parola di Dio, di essere la Sua nuova casa. Siamo coloro che, in modo del tutto particolare glorifichiamo Dio, lasciandoci attrarre ogni giorno da quell’atto di amore che si è compiuto sulla Croce, e diventiamo un solo Corpo con Cristo (cfr. Gal 3,28), una nuova esistenza nella quale siamo abbracciati da Cristo con il corpo e con l’anima, con l’intera nostra vita (cfr. 1 Cor 6,17).
Con questi sentimenti mi accingo a rivolgervi una riflessione sul rilevante tema paolino della missionarietà del ministero sacerdotale: “Paolo, l’evangelizzazione e le sfide delle culture”. È un tema che si inserisce nel più vasto ambito della diakonia della santità a cui ogni sacerdote è chiamato.
La vocazione divina alla santità è rivolta a tutti gli uomini d’ogni stato e condizione (cfr. Conc. Ecum. Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, n. 11; cfr. anche il cap. V della stessa costituzione), e tutti i fedeli, senza eccezione, sono tenuti a prendere parte attiva nel compimento dell’unica missione della Chiesa, poiché la vocazione cristiana è per sua natura vocazione alla santità ed all’apostolato (cfr. Con. Ecum. Vaticano II, Decr. Apostolicam actuositatem, n. 2). E noi, ministri sacri, siamo stati esortati e resi capaci di promuovere e di favorire questo compito attivo di tutti nella Chiesa, consci di non poter esaurire da soli la missione da Cristo affidata alla sua Sposa (cfr. Con. Ecum. Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, n. 30).
Affrontiamo, dunque, il tema. Studiare il rapporto tra l’evangelizzazione e le culture – sia che lo si faccia osservandolo nelle sue dimensioni generali, sia che ci si limiti alla esperienza personale dell’Apostolo Paolo – esige sempre una fondamentale premessa che sgombri il campo da facili ambiguità.
Vangelo e cultura non sono due realtà tra loro estrinseche, da raccordare faticosamente, dato che la Buona Novella consiste proprio nell’annuncio della Incarnazione del Figlio di Dio, il quale ha assunto una vera natura umana con tutte le sue co-determinazioni culturali, e ha vissuto una vera vicenda umana innestata in un tempo, uno spazio, un popolo, una cultura. La sua incarnazione – “Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14) – è il risanamento radicale e la elevazione della natura umana e della sua cultura attraverso la grazia. La morte redentrice di Gesù di Nazareth ha, infatti, portato la salvezza a tutti gli uomini, di qualsiasi cultura, razza e condizione. “Il dono del suo Spirito ed il suo amore – scriveva il Santo Padre nella sua esortazione apostolica post-sinodale Ecclesia in America – sono diretti a tutti e singoli i popoli e le culture per unirli tra loro sull’esempio della perfetta unità che esiste in Dio Uno e Trino” ( n. 70).
La “rottura tra Vangelo e cultura è senza dubbio il dramma della nostra epoca”, rilevava nel 1975 Paolo VI (Esort. ap. Evangelii nuntiandi, n. 20).
Vangelo è, appunto, «quel profondo stupore a riguardo della dignità dell’uomo» (Giovanni Paolo II, Lett. enc. Redemptor hominis, n.10) che ci afferra quando contempliamo e annunciamo l’umanità del Figlio di Dio, mandato a noi dal Padre per la nostra salvezza, e il «particolare diritto di cittadinanza che Egli si è acquistato nella storia dell’uomo e dell’umanità» (ibidem).
In tal senso, si comprende bene come il Vangelo sia già in se stesso un dinamico trasformatore culturale che illumina tutta la realtà umana, redimendola con il proprio contenuto salvifico. Ogni cristiano, per vocazione battesimale, è chiamato alla evangelizzazione della cultura, con quella diakonia della Verità che è capacità di cogliere nell’Incarnazione del Verbo divino la radicale guarigione ed elevazione della natura umana che Egli si è assunto con totale ed esauriente efficacia salvifica.
Occorre non dimenticare che solo il mistero di Cristo, somma manifestazione del Dio infinito nella finitezza della storia, può essere punto di riferimento sicuro per tutta l’umanità pellegrina alla ricerca dell’autentica unità e della vera pace (cfr. Giovanni Paolo II, Lett. enc. Redemptoris missio, n. 54).

PAOLO, UN EVANGELIZZATORE IN UNO SPAZIO PLURICULTURALE
La vicenda dell’Apostolo Paolo è indubbiamente ricca – e lo vedremo tra breve – di molteplici insegnamenti sul modo in cui l’evangelizzatore deve rapportarsi alle diverse culture, mediante l’accoglimento e la salvaguardia degli autentici valori, ed evidenziando e sanando i disvalori: perché in Cristo ogni cultura possa essere “purificata, elevata e perfezionata” (Cost. dogm. Lumen gentium, n. 17). È stata questa la risposta dell’Apostolo alle sfide provenienti dalle culture in cui è vissuto.
La “coltivazione evangelica dell’umano e della comunità” può già essere osservata nella storia personale dell’Apostolo, già provvidenzialmente predisposta al riguardo, per la sua nativa appartenenza multietnica e multiculturale.

a. Radicato nella cultura ebraica
È noto come egli abbia sempre rivendicato il proprio radicamento culturale nell’ebraismo, parlandone ripetutamente in termini di “vanto”.
In Rom 11,1-2: «Anch’io sono Israelita, della discendenza di Abramo, della tribù di Beniamino!», grida nella Lettera ai Romani insegnando che “è impossibile che Dio abbia ripudiato il suo popolo”.
In Gal 1,14 non teme di sottolineare: «Io superavo nel giudaismo la maggior parte dei miei coetanei, accanito com’ero nel sostenere le tradizioni dei Padri».
In 2 Cor 11,21-22 si accredita con fierezza: «In ciò in cui qualcuno osa vantarsi, mi vanterò anch’io – lo dico da stolto: Sono Ebrei? Anch’io! Sono Israeliti? Anch’io! Sono stirpe di Abramo? Anch’io!».
E in Fil 3,4-6 insiste: «Se qualcuno ritiene di poter confidare nella carne, io più di lui: circonciso l’ottavo giorno, della stirpe d’Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da ebrei, fariseo quanto alla Legge, in quanto a zelo persecutore della Chiesa, irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dalla Legge».
L’appartenza etnico-culturale di Paolo al giudaismo, non solo non viene occultata o sbiadita, ma viene quasi ostentata come una grandezza imparagonabile. Ed è appunto esaltandola e non sminuendola che Paolo può permettersi di chiamare “perdita” ciò che prima aveva chiamato “guadagno” (Fil 3,7). La «sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore» (Fil 3,8) permette di considerare tutto perdita e perfino spazzatura: non perché vengano disprezzati i doni di cui l’ebraismo è portatore, ma perché li si riscopre tutti realizzati e inverati in maniera altissima e conclusiva. Questo è l’evangelizzatore: uno strumento vivo e libero di Dio, un discepolo di Cristo che scopre la sua personale appartenenza ad una specifica cultura, con i suoi naturali elementi positivi e negativi.
L’«essere stato conquistato da Gesù Cristo» (Fil 3,12) fa sì che Paolo sia interamente proteso in avanti, verso di Lui: tutta la strada percorsa è stata non solo utile, ma necessaria; non solo faticosa, ma gloriosa: e, tuttavia, come tutto è irrilevante quando la mano si protende per afferrare Cristo e per lasciarsi afferrare da Lui!
Mai Paolo rinnegherà la sua cultura ebraica, ma anche mai riuscirà a tacere che tutta la fecondità spirituale della sua vita e della storia del suo popolo dipendono ormai dalla “Santa Radice” in cui tutto deve essere reinnestato.
b. Cittadino romano
A questa nuova fruttuosità, Paolo conduce anche l’altro suo patrimonio etnico-culturale che gli viene dall’essere nativo e cittadino di Tarso, oltre che “cittadino Romano”.
Anche di questo egli si mostra fiero: «Io sono un giudeo di Tarso, di Cilicia, cittadino d’una città non priva d’importanza», dice in lingua greca al tribuno che lo sottrae al linciaggio, ma che lo ha scambiato per un agitatore egiziano (At 21,39). Quando poi stanno per flagellarlo, Paolo rivendica la sua qualità di cittadino romano. Il Centurione spaventato corre dal tribuno a dirgli: «Che cosa stai per fare? Quest’uomo è un romano!» (At 22,26). E il tribuno subito accorre: «Dimmi, tu sei cittadino romano?». Alla risposta affermativa, commenta turbato: «Io questa cittadinanza l’ho acquistata a caro prezzo!». E Paolo: «Io, invece, lo sono di nascita» (At 22,27-28). Il tribuno si spaventa, anche solo per averlo messo in catene.
Dicono gli studiosi che Tarso era allora “al suo massimo splendore economico, politico e culturale”, e il famoso storico e geografo del tempo, Strabone, così la descrive nella sua monumentale opera di contenuto geopolitico, Geografia (di 17 libri): «Tra gli abitanti di qui [di Tarso] la passione per la filosofia è tanto grande, che hanno superato sia Atene che Alessandria e qualsiasi altro luogo che si possa nominare, in cui ci siano state scuole e lezioni di filosofia (…) A Tarso vi sono anche scuole di retorica di ogni genere, e inoltre la città è florida e potente per ogni altro aspetto e ha il rango di metropoli» (Geografia XIV,5,13). Scrive inoltre lo stesso autore: «E sappiamo che a Tarso si incrociano commerci, razze, culti religiosi diversi» (ibidem), culla provvidenziale per un apostolo delle genti!
Non è certo facile documentare che cosa Paolo abbia assorbito dalla sua patria: egli era certamente bene radicato nel folto gruppo ebraico presente a Tarso, ma il fatto che godesse anche della cittadinanza romana (cosa che il gruppo ebraico, in quanto tale, non godeva) indica una sua particolare collocazione nell’ambiente cittadino, anche dal punto di vista culturale. Egli è cresciuto in una grande città nella quale la cultura greco-romana era quella emergente, anche se non mancavano forti influssi orientali.
c. Con il mondo greco
Non è difficile notare in Paolo una forte padronanza della lingua greca (nella quale egli scrive e pensa) e che usa in maniera creativa; un pensiero connotato da forti tendenze universalistiche, una sensibilità a certi valori inusuali nell’ebraismo, basta solo pensare al suo frequente ricorso a immagini ed esemplificazioni sportive (cfr. 1 Cor 9, 26-27; Fil 3, 12-14; 2 Cor 4, 8-20).
Certo sappiamo che Paolo ha passato la sua giovinezza a Gerusalemme, accuratamente educato alla scuola di Gamaliele, ma sappiamo anche che, dopo la sua conversione, si è ritirato a Tarso per circa otto anni, e qui la sua identità ebraica sfociata nell’ampio orizzonte aperto dal cristianesimo, ha trovato modo di confrontarsi con giudei e gentili, con elleni e barbari: tutte categorie che Paolo esplicitamente ricorda e che spesso mette in contrapposizione tra loro per evidenziarne la diversità, prima di confrontarle tutte assieme e una per una con la assoluta novità cristiana.
Ed oltre alla categoria religiosa (soprattutto quella fondamentale attinente alla salvezza: ebrei e gentili), egli è anche in grado di confrontare la novità del Vangelo con le categorie antropologiche universali (uomo-donna), con quelle politico-economiche (schiavo-libero), con quelle sociali e strettamente culturali (“elleni”- “barbari” / “sapienti”- “ignoranti”).
Dei greci Paolo conosce la “sapienza” e la pretesa salvifica che i filosofi le attribuiscono; dei giudei conosce “la legge e la caratteristica dottrina di elezione” ad essa collegata; dei barbari conosce “la non intelligenza” (pur ammettendo di sentirsi debitore anche di costoro – Rm 1,14). Ma conosce anche i terribili fallimenti della cultura propria dei gentili, che hanno ceduto all’idolatria (cfr. Rm 1, 23.25), alla più volgare sregolatezza sessuale (cfr. Rom 1,26-27), a comportamenti morali inaccettabili (cfr. Rm 1, 28-30; 12,20; Gal 5,21); e conosce le ipocrisie della perfezione farisaica (cfr. Rm 2,21) e l’effimero di una certa cultura greca.
d. Nella testimonianza della salvezza portata da Cristo
La sua analisi più acuta resta tuttavia quella attinente alla salvezza. Nell’ambiente religioso-culturale giudaico, salvezza significa applicazione radicale e rigorosa della Legge, intesa originariamente come Dono di Dio, ma sempre più ridotta alla pratica umana.
Nel mondo greco-romano, salvezza significava l’integrità personale difesa dal maggior numero possibile di condizionamenti negativi, la miglior realizzazione personale possibile ottenuta con la propria “saggezza” e, se si dà, con qualche aiuto divino.
Nel mondo “barbaro”, la salvezza è legata a confuse e variegate esperienze cultuali e misteriche. Per Paolo, invece, vale la forte continuità tra Vangelo-Fede-Salvezza.
Vangelo è Cristo, morto e risorto: è la sua stessa Persona che salva. Fede è obbedienza al Vangelo e disponibilità allo Spirito santificante. Salvezza è vita nuova, nuova creazione, in continuo sviluppo verso la pienezza escatologica.
Paolo accoglie tutte le sfide che sono incluse nelle diverse concezioni salvifiche; anzi può dire in qualche maniera di averle fatte sue:
«Pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti, per guadagnarne il maggior numero: mi sono fatto Giudeo con i giudei per guadagnare i Giudei; con coloro che sono sotto la legge mi sono fatto come uno che è sotto la legge, allo scopo di guadagnare quelli che sono sotto la legge; con quelli che sono senza legge, mi sono fatto come uno che è senza legge, pur non essendo senza la legge di Dio, anzi essendo nella legge di Cristo, per guadagnare quelli che sono senza legge. Mi sono fatto debole con i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto a tutti per guadagnare ad ogni costo qualcuno. Tutto io faccio per il vangelo, per diventarne partecipe con loro» (1 Cor 9,19-23).
A una lettura superficiale questo adattamento di Paolo alle diverse culture potrebbe sembrare un’operazione di superficiale svuotamento delle stesse, sotto un’apparente e menzognera assimilazione, governata dall’intento di catturare l’altro nella propria rete.
Ma il vero e santo segreto di questo farsi tutto a tutti ci viene rivelato quando l’Apostolo da un lato si mostra disponibile sia a soggiacere alla Legge mosaica sia ad atteggiarsi ad un’altra Legge, perché dice: “Io non sono senza legge di Dio, anzi sono nella Legge di Cristo” (cfr. 1 Cor 9, 21).
È solo la coscienza d’essere afferrato da Cristo nella totalità inclusa nella questione-legge che gli permette di godere di una sovrana e santa libertà.
Allo stesso modo, davanti a tutte le coppie di opposti, offerte dai vari mondi e ambiti etnici, religiosi, sociali o culturali, Paolo si trova sempre collocato in un punto onniavvolgente e capace di tutto valorizzare. Non è Paolo che si fa tutto a tutti. È Cristo che si è fatto tutto a tutti, e l’Apostolo non può far altro che annunciarlo.
«Tutti voi siete figli di Dio per la fede in Cristo Gesù, perché quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3,28).
«Quanto a me non ci sia altro vanto che nella Croce del Signore Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso come io per il mondo. Non è infatti la circoncisione che conta né la non-circoncisione, ma l’essere nuova creatura» (Gal 6,20).
«Poiché non c’è distinzione fra Giudeo e Greco, dato che Lui stesso è il Signore di tutti quelli che l’invocano» (Rm 10, 12).
«Non date motivo di scandalo né ai Giudei, né ai Greci, né alla Chiesa di Dio, così come io mi sforzo di piacere a tutti in tutto, senza mai cercare l’utile mio, ma quello di molti, perché giungano alla salvezza» (1 Cor 10,32).
«Mi sforzo di piacere a tutti in tutto», potrebbe essere la formula distruttiva della più totale abiezione o del più radicale pragmatismo, se non fosse riscattato dall’umile e fiera confessione «senza cercare l’utile mio, ma quello di molti perché giungano alla salvezza».
L’«utilità» che Paolo cercava non era mai la difesa o la valorizzazione di se stesso, e non era nemmeno un’astratta e teorica difesa e valorizzazione del diverso (come oggi si usa facilmente rivendicare), ma era «l’unico interesse» della salvezza per tutti. E la salvezza è Cristo.

EVANGELIZZAZIONE E CULTURE, ALL’INTERNO DELLA COMUNITÀ CRISTIANA
Ma dopo aver osservato l’ampiezza dello sguardo e del cuore di Paolo evangelizzatore in uno spazio pluriculturale, non possiamo dimenticare che esiste un altro elemento essenziale della inculturazione: il mantenimento della fedeltà piena al depositum fidei all’interno della primitiva comunità cristiana, di coloro che sono stati evangelizzati – la cui cultura è stata pertanto “purificata, elevata e perfezionata” (Cost. dog.m. Lumen gentium, n. 17) dal Vangelo - e che tuttavia ritornano alle vecchie discriminazioni culturali di un tempo o riassumono come significativi i vecchi parametri non definitivamente superati. Osservo a questo proposito come, ancora oggi, si ripete questo fenomeno e riappaiono nella vita di alcune comunità ecclesiali antiche vestigia ed accenti di disvalori delle culture di provenienza.
A questo riguardo due sono le polemiche durissime condotte da Paolo: una contro i “falsi fratelli” giudaizzanti giunti in Galazia, l’altra contro i cristiani di Corinto che si lasciano nuovamente affascinare dalle stolte sottigliezze della sapienza greca. Qui non si tratta più di dialogo tra Vangelo e culture, non si tratta nemmeno più di confrontare il Vangelo con le sfide provenienti da culture diverse: si tratta, invece, di cristiani che rinnegano il loro Vangelo, cedendo a rigurgiti provenienti dalle appartenenze culturali di prima.

a. Deviazioni cristiane di provenienza giudaica
Nella Lettera ai Galati Paolo ha parole dure contro i cristiani giudaizzanti che ricercano ancora la giustizia che deriva dalla osservanza della Legge Mosaica, a partire dalla circoncisione.
L’Apostolo si scaglia contro coloro che “snaturano il Vangelo” (1,7), “si separano da Cristo” e “si mutilano” (5,12), “decadono dalla grazia” (5,4), “rinunciano alla libertà cristiana” (5,1), giungendo fino ad esclamare: «Se qualcuno – fosse pure un angelo del cielo – predica un Vangelo diverso da quello che noi vi annunziammo, sia anatema!» (1,8). Perché «in Cristo non è la circoncisione che conta o la non circoncisione, ma la fede che opera per mezzo della carità» (5,6)
Contro il tradimento nella sequela Christi non vale compromesso alcuno: «Io sono stato crocifisso con Cristo! – esclama allora Paolo – e ormai non vivo più io, ma vive in me Cristo e la vita che adesso vivo nella carne io la vivo nella fede del Figlio di Dio che mi ha amato e si è immolato per me. Io non voglio rigettare, come se fosse una cosa da niente, la grazia di Dio! Se la giustizia fosse frutto della legge, Cristo sarebbe morto invano! O stolti galati!...» (2,18-3,1).
b. Eterodossie cristiane di origine ellenista
L’altra riguarda invece i “cristiani ellenizzanti” di Corinto. In questa città, decisiva per le sorti del cristianesimo – Corinto era allora la vera metropoli del mondo greco, di circa mezzo milione di abitanti –, s’era verificato “un incontro epocale” tra la fede cristiana e la cultura ellenistica, e il Vangelo si era dimostrato capace di impregnare anche quel mondo così sofisticato.
La comunità cristiana di Corinto, fiorente, entusiasta e piena di vitalità, era dunque particolarmente importante per il futuro della evangelizzazione. Ma a Paolo giungevano notizie che parlavano di una comunità divisa, nella quale i diversi gruppi si appellavano a diversi “maestri” o “predicatori-padri”: «Io sono di Paolo», o «Io sono di Apollo» (1 Cor 3,4).
Così il gusto greco per la sapienza arzigogolata tornava ad inquinare la nuova fede, pretendendo di impastarsi con essa.
La comunità cristiana tornava dunque a lasciarsi affascinare dalla sapienza di un logos persuasivo: discutere, dialogare, indagare, dimostrare, voler persuadere l’altro, a un punto tale che la salvezza non era più l’ineffabile evento d'amore accaduto sulla Croce (avvenimento da contemplare e da adorare in silenzio) ma dipendeva dalle proprie capacità e abilità di indagare e conosce i misteri di Dio, dell’uomo e del mondo.
Nella Chiesa di Corinto, dunque, si parlava molto di Cristo e della sua Risurrezione, del suo Spirito e della infusione dei suoi doni nel cuore degli uomini ma tutto (dalla lacerazione della comunità in partiti, alle dissolutezze morali o alle esagerazioni, al carismaticismo disordinato, alle sottili disquisizioni circa la Verità rivelata tutto nasceva-da e conduceva-a un unico tradimento.
Paolo ritrovava tra i greci lo stesso procedimento che aveva indurito i suoi connazionali giudei: costoro si erano appropriati della Legge di Dio per esaltare il proprio io volitivo e operativo; ora i greci cristianizzati si appropriavano perfino della sapienza evangelica per esaltare il proprio io razionale e autocosciente. Ma il risultato era lo stesso: Cristo crocifisso appariva come scandalo (ostacolo) e follia, perché nel rispettivo sistema diventava pietra di inciampo all'operare, e discorso incomprensibile al ragionare. Possiamo immaginare come tutto ciò dovesse apparire deformante all’Apostolo!
Ripensando alla sua attività di evangelizzatore (potremmo dire alla sua amalgama triculturale dalla quale ormai nasceva la sua personale forma evangelizzatrice), egli la vide radicalmente messa in questione.
Ricordò allora dolorosamente ai Corinti quei giorni umili e gloriosi nei quali egli aveva loro trasmesso la fede, da vero padre: «Io mi presentai a voi debole, timoroso, e tutto tremante… Le mie parole e la mia predicazione non si affidarono ai persuasivi discorsi della sapienza» (1 Cor 2,2-4).
Paolo era giunto a loro dopo lo scacco e l'amara esperienza fatta ad Atene, nell’Areopago, e si era volutamente spogliato di ogni abilità dialettica, affinché il “logos della Croce” risuonasse in tutta la sua scandalosa durezza e vergogna, senza addolcimenti, senza rivestimenti, senza fascini persuasivi: povera e nuda la parola della predicazione, povero e nudo il suo contenuto “crocifisso”. «Mentre i Giudei chiedono miracoli e i Greci chiedono sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei (un Dio fattosi carne) e stoltezza per i pagani (un Dio debole fino alla morte di Croce)» (1 Cor 1,22-23).
Così l’esperienza di Corinto insegnò a Paolo, a nostro vantaggio, che l’Evangelizzatore, più che accettare le sfide delle culture è lui stesso tenuto a sfidarle, sulla base di un avvenimento ormai ineliminabile dalla storia: il Figlio di Dio crocifisso e risorto.
A riguardo della Risurrezione di Cristo già i sapienti ateniesi avevano accusato Paolo d’essere un fantasioso pensatore, uno sputasentenze e un ciarlatano, e molti l’avevano deriso.
Anche il procuratore Festo, quando aveva udito Paolo parlare di resurezione s’era messo a gridare: «Tu sei pazzo, Paolo! La troppa scienza ti ha dato al cervello!» (At 26,24). Ed ora i Corinti mostravano che perfino i cristiani possono inquinare e deridere la propria fede se dimenticano il discorso della Croce. Esso non racconta un avvenimento passato, ma l’avvenimento ancora attuale ed efficace di un Crocifisso presente, che il discorso (il verbum crucis) rende appunto tale.
È questo Crocifisso, Lui personalmente, ad essere scandalo e stoltezza, mentre è «potenza di Dio e sapienza di Dio per coloro che sono chiamati».
Il Crocifisso ha decretato una opposizione insanabile tra la sapienza di Dio e quella del mondo, al punto che i termini opposti sapienza e stoltezza hanno cambiato di significato.
Il mondo, che si era racchiuso in una sua vana e sterile sapienza, è stato espugnato da un gesto di Dio che appare come debolezza e stoltezza.
Paolo parla anche di un Dio che fa cadere i sapienti in contraddizione, servendosi della loro stessa astuzia.

Conclusione
Ecco, dunque, la conclusione a cui giunge e deve giungere tutto la nostra riflessione. L’inculturazione è un meraviglioso scambio di doni: da un lato il Vangelo rivela ad ogni cultura la Verità e libera in essa quella verità contenuta nei suoi autentici valori; dall’altro, ogni cultura esprime il Vangelo in maniera ricca e multiforme.
Ma l’inculturazione è guidata non solo dalla sua compatibilità con il Vangelo, bensì anche dalla comunione ecclesiale (cfr. Lettera enc. Redemptoris missio, n. 54).
La Chiesa è chiamata ad illuminare ogni cultura in cui Cristo viene accolto, collocando la storia umana sull’asse verticale della trascendenza di Dio e della Gerusalemme celeste, e restaurando la comunione, infranta dal principe di questo mondo, sull’asse orizzontale, dove l’uomo riabbraccia un Dio non più lontano ma vicino, l’Emmanuele, il Dio-con-noi (cfr. Commissione Teologica Internazionale, Temi scelti di ecclesiologia, n. 4).
L’inculturazione esige, dunque, la conversione continua dell’uomo. La Chiesa ripete ai credenti e a tutti gli uomini di tutte le culture l’esortazione di Cristo: “Convertitevi e credete al Vangelo” (Mc 1,15), rendendo innanzitutto se stessa idonea ad affrontare in Cristo le sfide della post-modernità, senza chiusure preconcette e senza cedimenti e riduzionismi arbitrari.
“Così facendo – si legge nel Decreto conciliare Ad Gentes – sarà esclusa ogni forma di sincretismo e di particolarismo fittizio, la vita cristiana sarà commisurata al genio e al carattere di ciascuna cultura, e le tradizioni particolari insieme con le qualità specifiche di ciascuna comunità nazionale, illuminate dalla luce del Vangelo, saranno assorbite nell’unità cattolica” (n. 22).
«I sentieri di coloro che appartengono alla Chiesa - scriveva Sant’Ireneo nel secondo secolo - conducono a tutto il mondo, perché la tradizione degli Apostoli è ferma e sicura. Unica è la fede di tutti coloro che credono in un solo Dio Padre, ammettono la medesima economia dell’Incarnazione, conoscono lo stesso dono dello Spirito Santo…La sapienza di Dio, che salva tutti gli uomini, grida per le strade, fa udire la voce nelle piazze, chiama dall’alto delle mura, parla alle porte della città (cfr Pr 1,20-21)…La Chiesa diffonde lo splendore di Cristo» (Contro le eresie, V, 20,1). Ecco perché nessuna vera evangelizzazione potrà mai realizzarsi, nessuna inculturazione del Vangelo potrà riuscire, e nessuna sfida (di nessun’altra cultura) potrà essere sapientemente accolta, se l’evangelizzatore dovesse cercare una qualsiasi persuasività fuori da Dio e da quella offerta dallo Spirito Santo nel miracolo dell’Amore Crocifisso.
«Per me – diceva Paolo – io ho deciso di sapere soltanto Cristo, e Cristo Crocifisso». La Chiesa d’ogni tempo e d’ogni luogo non può sapere altro che questo. Vedo sulla scia di Paolo, in questa prima giornata del nostro Convegno Internazionale, centinaia di nuovi evangelizzatori - voi sacerdoti -, collaboratori dei “protagonisti della missione, Cristo e il suo Spirito” (Giovanni Paolo II, Lett. enc. Redemptoris missio, n. 36): voi sgorgate come acqua sorgiva ad alimentare la vigorosa corsa della Parola, come torrente impetuoso che feconda anche le terre più aride e lontane (cfr. 2 Ts 3,1)!
(Agenzia Fides 19/10/2004 - fonte: www.clerus.org)

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