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CONVEGNO
INTERNAZIONALE DEI SACERDOTI |
“Sacerdoti,
forgiatori di Santi per il nuovo millennio”
Sulle orme dell’Apostolo Paolo
fonte: www.clerus.org
“Santità cristocentrica del
Sacerdote”
Conferenza di Mons. Juan Esquerda Bifet, Teologo, Spagna
(mercoledì 20 ottobre, ore 9,30)
Indice:
Presentazione: Linea cristocentrica della santità del sacerdote,
requisiti, possibilità e ministero.
Chiamati a essere trasparenza della vita e dei modi di tradurre
in vita Cristo Buon Pastore
Chiamati a essere maestri e forgiatori di santi, innamorati di Cristo
Alcune osservazioni sulla santità sacerdotale all’inizio
del terzo millennio
Linee conclusive
Presentazione:
Linea cristocentrica della santità del sacerdote, requisiti,
possibilità e ministero.
Il titolo della nostra riflessione (la santità cristologica
del sacerdote) ci colloca in un’attitudine relazionale con
Cristo Risorto, sempre presente nel nostro percorso storico ed ecclesiale.
Quando diciamo “santità” ci riferiamo al desiderio
profondo di Cristo di vedere in noi la sua espressione, il suo segno
personale, la sua trasparenza: “Io sono glorificato in loro
… Santificali nella verità: la tua Parola è
verità … Per loro io santifico me stesso, perché
siano anch’essi consacrati nella verità” (Gv
17, 10, 17, 19). La dimensione cristocentrica o cristologica è
connaturale alla santità cristiana e sacerdotale.
Essere sacerdote e, allo stesso tempo, non essere o non desiderare
di essere santo, sarebbe una contraddizione teologica, dal momento
che l’essere e l’operare sacerdotale, visti come partecipazione
e prolungamento dell’essere e dell’operare di Cristo,
comportano il tradurre in vita ciò che siamo e ciò
che facciamo. Questa santità sacerdotale è possibile.
La “santità” fa riferimento alla realtà
divina, perché soltanto Dio è il “tre volte
Santo” (Is 6, 3), il Trascendente, il Dio Amore. Gesù
è l’espressione personale del Padre (cf. Gv 14, 9).
Noi cristiani siamo chiamati ad essere “espressione”
di Cristo, “figli nel Figlio” (Ef 1, 5; cf. GS 22).
Noi sacerdoti, ministri ordinati, siamo l’espressione o il
segno personale e sacramentale di Gesù Sacerdote e Buon Pastore.
La santità ha un senso “relazionale”, di appartenere
affettivamente ed effettivamente a colui che è il Santo per
eccellenza. Siamo “ministri di Cristo e amministratori dei
misteri di Dio” (1 Cor 4, 1). Il sacerdote ministro è
“uomo di Dio” (1 Tim 6, 11).
La “santità” del sacerdote possiede, quindi,
una dimensione cristocentrica o cristologica, e precisamente per
questo possiede anche una dimensione trinitaria, pneumatologica,
ecclesiologica e antropologica. La dimensione cristologica della
santità sacerdotale è, di conseguenza, mariana, contemplativa
e missionaria. Si tratta dunque di un cristocentrismo inclusivo,
non esclusivo, dal momento che rimane aperto a tutte le dimensioni
teologiche, pastorali e spirituali. Attraverso il “carattere”
o grazia permanente dello Spirito Santo, ricevuto nel sacramento
dell’Ordine, partecipiamo dell’unzione sacerdotale di
Cristo (inviato dal Padre e dallo Spirito), prolunghiamo la sua
stessa missione nella Chiesa e nel mondo e, conseguentemente, siamo
chiamati a vivere in sintonia con gli stessi gesti di vita di Cristo.
In questa prospettiva cristologica, parlare di santità non
equivale, dunque, a parlare di un peso, bensì di una dichiarazione
d’amore, sperimentata e accettata affettivamente e responsabilmente.
Dobbiamo e possiamo essere santi e aiutare gli altri a essere santi,
per ciò che siamo e per ciò che facciamo, vale a dire,
attraverso la partecipazione alla consacrazione di Cristo e attraverso
il prolungamento della sua stessa missione. Cristo ci ha scelti
per una sua iniziativa d’amore (cf. Gv 15, 16) e, conseguentemente,
ci ha resi in grado di rispondere in modo coerente a quello stesso
amore. La nostra vita è chiamata alla santità ed è,
allo stesso tempo, ministero di santità. Siamo forgiatori
di santi.
Decidersi a essere “santi” non significa nulla di più
che impegnarsi a essere coerenti con l’esigenza di una relazione
personale con Cristo, che comprende il condividere la sua stessa
vita, imitarla, trasformarsi in lui, farlo conoscere e amare. Questo
equivale a “mantenere lo sguardo fisso in Cristo” (Lettera
del Giovedì Santo 2004, n. 5) per poter pensare, sentire,
amare, operare come lui. “Il riferimento a Cristo, quindi,
è la chiave assolutamente necessaria per la comprensione
delle realtà sacerdotali” (PDV 12). Questa santità
è possibile.
Chiamati a essere trasparenza della vita e dei modi di
tradurre in vita Cristo Buon Pastore
La dimensione cristocentrica della santità sacerdotale ci
colloca in una relazione profonda di amicizia con Cristo. Siamo
stati chiamati per sua iniziativa (cf. Gv 15, 16). Egli ci ha chiamati
uno ad uno, ci ha chiamati per “nome”, per poter partecipare
del suo stesso essere Sacerdote-Vittima, Pastore, Sposo, Capo e
Servo.
Questa dimensione cristocentrica aiuta a entrare nella dinamica
interna della propria identità: siamo chiamati a un incontro
che si trasforma in relazione profonda, si concretizza in sequela
per condividere il suo stesso stile di vita, si vive in fraternità
(comunione) con gli altri chiamati e orienta l’intera esistenza
alla missione. Quindi, in questa santità vanno inclusi tutti
gli aspetti della vocazione: incontro, sequela, fraternità
e missione evangelizzatrice.
La dinamica relazionale si basa su una realtà ontologica:
partecipiamo al suo essere (consacrazione), prolunghiamo il suo
agire (missione) e viviamo in sintonia con i suoi stessi sentimenti
e atteggiamenti, secondo l’espressione paolina: “Abbiate
in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù”
(Fil 2, 5).
Senza il desiderio di corrispondere con la vita a questa relazione
con Cristo non si potrebbe cogliere la dinamica apostolica e sacerdotale
che include l’”incontro” e la “missione”.
Egli ci ha chiamati per “stare con lui” e per inviarci
a “predicare” (Mc 3, 14-15).
Se si intende parlare dell’”identità” o
della propria ragion d’essere, questo equivale a trovare il
senso della propria esistenza vocazionale. È relativamente
facile fare elucubrazioni sull’identità. Alla luce
del Vangelo, tuttavia, appare chiaro che si tratta di tradurre in
vita quel che siamo e facciamo: “Voi mi renderete testimonianza,
poiché siete stati con me sin dal principio” (Gv 15,
27). Quando domandarono a Giovanni Battista della sua ”identità”,
egli non cadde nella trappola di rispondere con elucubrazioni e
teorie, ma indicò una persona che dava un senso alla sua
esistenza e al suo agire: “Io sono la voce… Ma in mezzo
a voi c’è qualcuno che voi non conoscete” (Gv
1, 23, 26).
Molti interrogativi cristiani che sembrano problematici cessano
di esserlo quando si affrontano partendo da una “conoscenza
di Cristo vissuta personalmente” (VS 88). Parlare di santità
sacerdotale senza partire dalla propria esperienza di incontro e
sequela di Cristo equivale a votarsi al fallimento o a discussioni
sterili. La santità sacerdotale si coglie soltanto dalla
persona di Cristo profondamente amata e vissuta: “Chi mi ama
sarà amato dal Padre mio e anch'io lo amerò e mi manifesterò
a lui” (Gv 14, 21).
Da questa prospettiva di vita vissuta, che non esclude, anzi ha
bisogno del sostegno della riflessione teologica sistematica, la
parola “santità” passa ad essere una realtà
di grazia che forma parte del processo di configurazione a Cristo.
Quando qualcuno si sa amato da Cristo, lo vuole amare e farlo amare.
Vale a dire, vuole abbandonarsi in modo totalitario al cammino di
santità e di missione.
La decisione di essere “santi” è la risposta
alla dichiarazione d’amore da parte di Cristo: “Come
il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete
nel mio amore” (Gv 15, 9). Per discernere se qualcuno avanza
decisamente in questo cammino di santità, possiamo andare
a verificare tre punti forti: non sentirsi mai soli (cf. Mt 28,
20), non dubitare del suo amore (Gv 15, 9), non anteporre nulla
a Cristo.
Le caratteristiche della nostra santità, nella sua dimensione
cristocentrica o cristologica, ci parlano della relazione con ognuno
dei titoli biblici di Cristo (che abbiamo ricordato pocanzi) e,
conseguentemente, spingono il sacerdote a tradurre in vita i suoi
ministeri come espressione della sua “carità pastorale”,
il che equivale a mettere in pratica la stessa carità del
Buon Pastore. In questo senso, il Concilio Vaticano II riassume
la santità sacerdotale con questa prospettiva: “I presbiteri
raggiungeranno la santità nel loro modo proprio se nello
Spirito di Cristo eserciteranno le proprie funzioni con impegno
sincero e instancabile” (PO 13).
Si tratta di far vedere in trasparenza Cristo nel momento di annunciarlo
e di celebrarlo, si tratta di esserne il prolungamento… L’intera
azione pastorale è eminentemente cristologica e costituisce
anche un’urgenza e una possibilità di essere santi.
Annunciamo Cristo, lo rendiamo presente e lo comunichiamo agli altri,
vivendo ciò che siamo e ciò che facciamo. La dimensione
cristologica della santità sacerdotale segue, quindi, la
linea profetica (annunciare Cristo), liturgica (rendere presente
Cristo), diaconale (servire Cristo nei fratelli).
Il modello apostolico dei Dodici rappresenta il punto di riferimento
obbligato della santità sacerdotale, come qualcosa di specifico.
È la “Vita Apostolica”, vale a dire, la sequela
radicale di Cristo Buon Pastore, sull’esempio degli Apostoli.
Noi che siamo successori degli Apostoli (benché in grado
diverso) siamo chiamati a vivere questo riferimento evangelico.
La “Vita Apostolica” (“Apostolica Vivendi Forma”),
che riassume lo stile di vita degli Apostoli, assume una forma concreta
nella sequela evangelica (cf. Mt 19, 27), nella fraternità
o vita comunitaria (cf. Lc 10, 2) e nella missione (cf. Gv 20, 21;
Mt 28, 19-20).
Il cammino della santità sacerdotale si intraprende lasciandosi
conquistare dall’amore di Cristo, sull’esempio di San
Paolo: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in
me (…) vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato
e ha dato se stesso per me” (Gal 2, 20). Ed è questo
stesso amore che conduce alla missione: “L’amore del
Cristo ci spinge” (2 Cor 5, 14).
Il cristocentrismo di San Paolo scaturisce dalla fede vissuta come
incontro con Cristo, “il Figlio di Dio” (At 9, 20),
“il Salvatore” (Tt 1, 3), che “è stato
messo a morte per i nostri peccati ed è stato risuscitato
per la nostra giustificazione” (Rm 4, 25). Cristo “vive”
(At 25, 19) e dimora nel credente (cf. Fil 1, 31), comunicandogli
la forza dello Spirito che lo rende figlio di Dio (cf. Gal 4, 4-7;
Rm 8, 14-17). Per il battesimo, il cristiano viene configurato a
Cristo (cf. Rm 6, 1-5). Paolo vive di questa fede. Sin dal suo incontro
iniziale con il Signore, Paolo ha imparato che Cristo vive in tutto
l’essere umano e, in maniera speciale, nella sua comunità
ecclesiale, che egli descrive come “corpo” o espressione
di Cristo (cf. 1 Cor 12, 26-27), “sposa” o consorte
(cf. Ef 5, 25-27; 2 Cor 11, 2) e “madre” feconda di
Cristo (cf. Gal 4, 19, 26).
Le rinunce del sacerdote ci vengono presentate in forma sintetica
nell’espressione di San Pietro: “Noi abbiamo lasciato
tutto e ti abbiamo seguito” (Mt 19, 27). La rinuncia totale
non sarebbe possibile né avrebbe significato senza la “sequela”
vissuta come incontro e amicizia. La “solitudine piena di
Dio” (di cui parlava Paolo VI nell’enciclica Sacerdotalis
coelibatus) è, per il sacerdote ministro, la riscoperta di
una presenza e di un amore più bello e profondo: “Non
aver paura … perché io sono con te” (At 18, 9-10).
Cristo ci porta nel suo cuore sin dal primo momento del suo essere
uomo. Se il mistero dell’uomo si decifra soltanto nel mistero
che è Cristo, ogni essere umano ha nella propria vita delle
impronte del suo amore: “In realtà solamente nel mistero
del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell'uomo... Con
l'incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo
ad ogni uomo” (GS 22). In questa prospettiva antropologico-cristiana,
alla luce dell’Incarnazione, il sacerdote-ministro si sente
interpellato da alcuni gesti di vita di Cristo, che amò “i
suoi” (Gv 13, 1) e li presentò con affetto al cospetto
del Padre: “coloro che tu mi hai dato” (Gv 17, 2 ss),
“li hai amati come hai amato me” (Gv 17, 23).
La chiamata apostolica (“vieni”, “seguimi”)
comporta relazione, imitazione e configurazione a Cristo. Se qualcuno
vuole essere conseguente con questo atteggiamento relazionale impegnato,
che chiamiamo “santità” (come imitazione della
carità del Buon Pastore e, in quanto tale, riflesso di Dio
Amore), in tutte le circostanze della sua vita troverà tracce
di una presenza che oltrepassa la sensazione di assenza: “Io
sarò con voi” (Mt 28, 20). Il decreto Presbyterorum
Ordinis ricorda questa presenza, che è fonte di santità
e di gioia pasquale: “I presbiteri non devono perdere di vista
che nel loro lavoro non sono mai soli” (PO 22).
La dimensione cristologica della santità è, per questo
stesso fatto, dimensione eucaristica. “Siamo nati dall’Eucaristia
… Il sacerdozio ministeriale ha la sua origine, vive, agisce
e dà frutti «de Eucharistia» … Non c’è
Eucaristia senza sacerdozio, come non esiste sacerdozio senza Eucaristia”
(Lettera del Giovedì Santo 2004, n. 2).
Per garantire la dimensione cristologica della santità sacerdotale
è necessaria porla in relazione con la dimensione mariana.
Cristo Sacerdote e Buon Pastore non è un’astrazione,
ma è nato da Maria Vergine e ha associato quest’ultima
alla sua opera redentrice. Maria, Madre di Cristo Sacerdote e Madre
nostra, vede in ognuno di noi un “Gesù vivente”
(secondo l’espressione di San Giovanni Eudes), vale a dire,
con parole del Concilio, “strumenti vivi di Cristo Sacerdote”
(PO 12) che vogliono vivere “in comunione di vita” con
lei come il discepolo amato (cf. RMa 45, nota 130). Abbiamo bisogno
di vivere la nostra dimensione sacerdotale cristologica “alla
scuola di Maria Santissima” (Lettera del Giovedì Santo
2004, n. 7).
La dimensione cristologica della santità sacerdotale include
l’amore leale, sincero e incondizionato alla Chiesa. È,
quindi, una dimensione ecclesiologica. L’Apostolo Paolo, nell’invitarci
a configurarci a Cristo, ci esorta a vivere dei suoi stessi sentimenti
(cf. Fil 2, 5) e delle sue stesse espressioni d’amore: “Cristo
ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei” (Ef 5, 25).
“Per ogni missionario la fedeltà a Cristo non può
essere separata dalla fedeltà alla sua Chiesa” (RMi
89).
Chiamati a essere maestri e forgiatori di santi, innamorati
di Cristo
La nostra chiamata alla santità include l’impegno ministeriale
ad aiutare i fedeli a intraprendere il medesimo cammino di santificazione.
Si tratta del “ministero e funzione di istruire, santificare
e governare il popolo di Dio” (PO 7), in qualità di
collaboratori dei vescovi. Per questo motivo, “la prospettiva
in cui deve porsi tutto il cammino pastorale è quella della
santità” (NMi 30). La dimensione cristocentrica della
santità si concretizza necessariamente in dimensione ecclesiologica.
In realtà, dalla santità dei sacerdoti dipende, in
gran parte, la santità, il rinnovamento e la missionarietà
dell’intera comunità ecclesiale. Ecco cosa dice in
proposito il Concilio Vaticano II: “Perciò questo sacro
Sinodo, per il raggiungimento dei suoi fini pastorali di rinnovamento
interno della Chiesa, di diffusione del Vangelo in tutto il mondo
e di dialogo con il mondo moderno, esorta vivamente tutti i sacerdoti
ad impiegare i mezzi efficaci che la Chiesa ha raccomandato in modo
da tendere a quella santità sempre maggiore che consentirà
loro di divenire strumenti ogni giorno più validi al servizio
di tutto il popolo di Dio” (PO 12).
Tutta l’azione pastorale tende a costruire la comunità
ecclesiale come riflesso della Trinità attraverso un processo
di unificazione del cuore secondo l’amore, grazie al quale
diventa possibile giungere ad essere “un cuor solo e un’anima
sola” (At 4, 32). In questo modo si costruisce la Chiesa come
“mistero”, vale a dire, come popolo “congregato
nell’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”
(LG 4). È un mistero di comunione missionaria: “La
santità è apparsa più che mai la dimensione
che meglio esprime il mistero della Chiesa. Messaggio eloquente
che non ha bisogno di parole, essa rappresenta al vivo il volto
di Cristo” (NMi 7).
L’azione ministeriale profetica, liturgica e diaconale, oltre
a essere il mezzo e il luogo privilegiato della propria santificazione,
è la palestra per orientare l’intera comunità
ecclesiale verso il cammino della santità. I ministeri sono
servizi che costruiscono una scuola di santità e di comunione
ecclesiale. Siamo chiamati ad essere forgiatori di santi.
La nostra vita sacerdotale si può riassumere nell’azione
ministeriale eucaristica: “Questo è il mio corpo (…)
Questo è il mio sangue” (Mt 26, 26, 28). In quel momento
agiamo in nome di Cristo e ci trasformiamo in lui. Tuttavia, quell’azione
ministeriale eucaristica include l’annuncio (profetismo) e
la comunione (diaconia). Inoltre, l’effetto delle parole del
Signore non solo raggiunge il più profondo del nostro essere,
trasformandolo, ma si trasmette anche a tutta la Chiesa e a tutta
l’umanità.
Alla luce di questo servizio ministeriale (in relazione con il corpo
eucaristico e con il corpo mistico di Cristo), tutto può
essere ridotto all’urgenza di essere santi e far santi gli
altri, come conseguenza del mandato eucaristico: “Fate questo
in memoria di me” (Lc 22, 19; 1 Cor 11, 24). Il compito è
quello di annunciare, celebrare e comunicare Cristo. La trasformazione
eucaristica del pane e del vino nel corpo e nel sangue di Cristo
penetra l’essere e l’agire sacerdotale, per essere trasmessa
alla Chiesa e all’intera umanità. L’incarico
che Gesù dà ai sacerdoti colloca “il sigillo
eucaristico sulla loro missione” (Lettera del Giovedì
Santo 2004, n. 3). Per mezzo dell’Eucaristia, siamo forgiatori
di santi.
La dedizione apostolica di Paolo ha questa caratteristica di “completare”
Cristo per amore alla sua Chiesa (cf. Col 1, 24) e di preoccuparsi
“per tutte le Chiese” (2 Cor 11, 28). Nella dottrina
paolina, la vocazione cristiana è elezione in Cristo (cf.
Ef 1, 3) per essere “gloria” o espressione sua per mezzo
di una vita santa (Ef 1, 4-9) impegnata nella missione di “ricapitolare
tutte le cose in Cristo” (Ef 1, 10) e contrassegnata con “il
suggello dello Spirito” (Ef 1, 13). È una vita unita
all’oblazione di Cristo (cf. Fil 2, 5-11) per partecipare
al sacrificio eucaristico che rende presente l’oblazione del
Signore “finché egli venga” (cf. 1 Cor 11, 23-26).
Paolo è forgiatore di santi (cf. Gal 4, 19).
Il significato sponsale del ministero mira a costruire la Chiesa
santa, come sposa di Cristo, santificata dal suo amore sponsale:
“Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per
renderla santa, purificandola per mezzo del lavacro dell'acqua accompagnato
dalla parola, al fine di farsi comparire davanti la sua Chiesa tutta
gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile,
ma santa e immacolata” (Ef 5, 25-27).
Santificare la comunità ecclesiale equivale a renderla missionaria
e “madre”, vale a dire, strumento di vita in Cristo
per gli altri. La Chiesa, quindi, “Mediante la carità,
la preghiera, l'esempio e le opere di penitenza, la comunità
ecclesiale esercita una vera azione materna nei confronti delle
anime da avvicinare a Cristo” (PO 6).
Se si annuncia la Parola, è per chiamare a un atteggiamento
di ascolto, di conversione e di risposta generosa da parte dei credenti.
La predicazione della Parola riunisce il popolo di Dio per edificarlo
nella carità. Tramite questa predicazione, si mira a “invitare
tutti insistentemente alla conversione e alla santità”
(PO 4).
La celebrazione dell’Eucaristia e dei sacramenti in generale,
nell’ambito dell’anno liturgico, è una chiamata
a tutti i fedeli per fare della loro vita un’oblazione in
unione con Cristo: “Sono in tal modo invitati e indotti a
offrire assieme a lui se stessi, il proprio lavoro e tutte le cose
create” (PO 5).
L’azione ministeriale che consiste nell’orientare, animare
e sostenere la comunità, sempre in uno spirito di servizio,
ha come obiettivo “che ciascuno dei fedeli sia condotto nello
Spirito Santo a sviluppare la propria vocazione personale secondo
il Vangelo, a praticare una carità sincera e attiva, ad esercitare
quella libertà con cui Cristo ci ha liberati” (PO 6).
Nei tre ministeri si tende a formare Cristo nei credenti, attraverso
un processo di santificazione che è trasformazione di criteri,
scala di valori e attitudini, al fine di relazionarsi con Cristo,
imitarlo e trasformarsi in lui. Così riassume San Paolo la
sua azione santificatrice: “Figlioli miei, che io di nuovo
partorisco nel dolore finché non sia formato Cristo in voi!”
(Gal 4, 19) “Io provo infatti per voi una specie di gelosia
divina, avendovi promessi a un unico sposo, per presentarvi quale
vergine casta a Cristo” (2 Cor 11, 2).
Il nostro ministero consiste nell’essere “strumenti
vivi di Cristo Sacerdote” (PO 12). Proprio per questo, siamo
servitori di una Chiesa chiamata alla santità. Il Quinto
Capitolo della Lumen gentium è un solco tracciato per l’itinerario
della santificazione: esiste una chiamata universale della Chiesa
alla santità (LG 39-42) che consiste nella “perfezione
della carità” e che si realizza nella vita quotidiana
secondo il proprio stato di vita, utilizzando i mezzi adeguati per
conseguire questo obiettivo (LG cap. VI, nn. 39-42). In tal modo,
quindi, “tutti coloro che credono nel Cristo di qualsiasi
stato o rango, sono chiamati alla pienezza della vita cristiana
e alla perfezione della carità” (LG 40).
Il battesimo è, per sua stessa natura, una chiamata e una
possibilità di santità: pensare, sentire, amare e
operare come Cristo. “Il Battesimo è un vero ingresso
nella santità di Dio attraverso l'inserimento in Cristo e
l'inabitazione del suo Spirito” (NMi 31). L’impegno
fondamentale di coloro che si battezzano consiste nella decisione
di farsi santi per il cammino indicato nel Discorso della Montagna:
"Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre
vostro celeste" (Mt 5, 48).
L’esperienza del proprio incontro personale con Cristo e della
sequela evangelica, secondo il percorso delle beatitudini, rappresenta
la migliore preparazione per poter accompagnare altre persone lungo
lo stesso cammino di santificazione che, come abbiamo indicato,
è un cammino di rapporto con Cristo, imitazione e trasformazione
in lui. Il sacerdote è maestro di contemplazione, di perfezione,
di comunione e di missione.
Il tema della santità sacerdotale nella sua dimensione cristocentrica
appare in tutte le figure sacerdotale della storia. Quei santi sacerdoti
furono maestri e modelli di santità sacerdotale e cristiana.
Alcuni santi sacerdoti hanno lasciato degli scritti sulla vita e
il ministero del sacerdote. Nella sua prima lettera del Giovedì
Santo (1979), Giovanni Paolo II invita a ispirarsi alle figure sacerdotali
della storia: “Sforzatevi di essere "artisti" della
pastorale. Ce ne sono stati molti nella storia della Chiesa. Occorre
elencarli? A ciascuno di noi parlano, ad esempio, san Vincenzo de’
Paoli, san Giovanni d'Avila, il santo Curato d'Ars, san Giovanni
Bosco, il beato Massimiliano Kolbe, e tanti, tanti altri. Ognuno
di loro era diverso dagli altri, era se stesso, era figlio dei suoi
tempi ed era «aggiornato» rispetto ai suoi tempi. Ma
questo «aggiornamento» di ciascuno era una risposta
originale al Vangelo, una risposta necessaria proprio per quei tempi,
era la risposta della santità e dello zelo”.
Alcune osservazioni sulla santità sacerdotale all’inizio
del terzo millennio
La santità costituisce il “fondamento della programmazione
pastorale che ci vide impegnati all'inizio del nuovo millennio”
(NMi 31). Questa affermazione di Giovanni Paolo II costituisce una
sfida per la vita e il ministero sacerdotale. Siamo chiamati a essere
santi e a costruire comunità che siano scuole di santità
e di comunione.
In una società “iconica” che domanda dei segni,
è necessario edificare una Chiesa che faccia trasparire le
beatitudini come “autoritratto di Cristo” (VS 16). Effettivamente,
“l'uomo contemporaneo crede più ai testimoni che ai
maestri... La testimonianza della vita cristiana è la prima
e insostituibile forma della missione” (RMi 42). Coloro che
oggi si sentono chiamati alla fede cristiana manifestano “il
desiderio di trovare nella Chiesa stessa il Vangelo vissuto”
(RMi 47).
Urge, quindi, presentare la figura del sacerdote come espressione
della vita del Buon Pastore. San Paolo si considerava “fragranza
di Cristo” (2 Cor 2, 15). Il Signore ci descrive come sua
“espressione” o sua “gloria”: “Sono
stato glorificato in loro” (Gv 17, 10). La nostra identità
sacerdotale consiste nell’essere “prolungamento visibile
e segno sacramentale di Cristo” (PDV 16).
Non si tratta di un segno meramente esterno, bensì di una
realtà ontologica (trasformazione in Cristo) che necessariamente
deve manifestarsi sotto forma di testimonianza. Allo stesso tempo,
questa realtà si traduce in vissuto personale e comunitario,
per poter dire, come San Pietro il giorno di Pentecoste, con parole
da lui ripetute in altri discorsi: “Noi siamo testimoni”
(At 2, 32; 3, 15; 5, 32; 10, 39). È, quindi, relazione, imitazione,
trasformazione in Cristo, che si concretizza nel farlo trasparire
in noi.
Il mondo di oggi chiede testimoni dell’esperienza di Dio (cf.
EN 76; RMi 91). Ogni apostolo, e in modo speciale il sacerdote,
deve poter dire come San Giovanni: “Quel che abbiamo visto
e udito, noi ve lo annunciamo” (1 Gv 1, 3). Lo Spirito Santo,
ricevuto specialmente il giorno dell’ordinazione, rende capaci
di trasmettere agli altri la propria esperienza di Gesù.
L’inizio del terzo millennio costituisce un invito pressante
ad essere segni trasparenti ed efficaci del Buon Pastore. La Parola,
l’Eucaristia, i sacramenti e l’azione pastorale ci plasmano
come espressione di Cristo e come segni santificatori.
Sulla base della mia esperienza di incontri sacerdotali in differenti
latitudini e culture, sono giunto alla conclusione che, in questi
primi anni del terzo millennio, può aver luogo un risorgimento
sacerdotale, se si riscoprono gli enormi tesori dottrinali dei documenti
conciliari e postconciliari (i quali, a loro volta, raccolgono una
storia millenaria di grazia). Il giorno in cui ogni sacerdote novello
avrà letto quei documenti e vi si sarà formato, ci
sarà certamente un grande rinnovamento di vita e di vocazioni
sacerdotali, per il fatto di aver riscoperto “un tesoro nascosto”,
quale la “mistica” della propria spiritualità
sacerdotale specifica.
Giovanni Paolo II chiede di elaborare un progetto di vita sacerdotale
nel Presbiterio che abbracci tutti questi aspetti (cf. PDV 79).
Solo essendo fedeli al processo di santità arriveremo ad
essere sacerdoti per una nuova evangelizzazione (cf. PDV 2, 9-10,
17, 47, 51, 82. Direttorio 98).
Quando il Papa ricorda a noi sacerdoti le linee-guida della nostra
santità, ci indica la relazione tra la consacrazione e la
missione come binomio inseparabile: "La consacrazione è
per la missione" (PDV 24).
Si potrebbe parlare del “carisma” apostolico e sacerdotale
di Giovanni Paolo II, che si concretizza nella dinamica evangelica:
dall’incontro alla missione. Mi pare che questa sia la chiave
per comprendere i suoi documenti, a partire dal primo momento del
suo pontificato, quando disse: “Spalancate le porte a Cristo”.
Le sue encicliche, esortazioni apostoliche, lettere del Giovedì
Santo e messaggi mostrano l’armonia tra la consacrazione (vista
come abbandono totalizzante ai piani di Dio) e la missione (come
vicinanza all’uomo e alla realtà concreta). Questa
dinamica però è relazionale: dall’incontro con
Cristo si passa alla sequela di Cristo e all’annuncio di Cristo.
Le lettere del Giovedì Santo (dal 1979 al 2004) costituiscono
un’eredità apostolica, una sorta di testamento sacerdotale
di Giovanni Paolo II, che potrebbero essere riassunte nella litania
rivolta a Cristo Sacerdote in cui si chiedono “Pastori secondo
il suo Cuore” (Litania citata nella Lettera del Giovedì
Santo 2004, n. 7).
Le cinque Esortazioni apostoliche postsinodali continentali rappresentano
una chiamata alla santità che si concretizza in un processo
di pastorale “inculturata” nelle varie circostanze storiche
e geografiche. A questo compito di santificazione siamo chiamati
specialmente noi sacerdoti. Per la prima volta nella storia, viene
raccolto il contributo di tutte le Chiese in questa maniera così
concreta, quale è la celebrazione dei Sinodi Episcopali (continentali)
accompagnata dalle rispettive Esortazioni postsinodali.
Risulta particolarmente urgente, in queste Esortazioni continentali,
la chiamata alla santità rivolta ai sacerdoti e alle persone
consacrate: "In forza del sacramento dell'Ordine che li configura
a Cristo Capo e Pastore, i Vescovi ed i sacerdoti devono conformare
tutta la loro vita e la loro azione a Gesù" (Ecclesia
in Europa 34). "L'Europa ha sempre bisogno della santità,
della profezia, dell'attività di evangelizzazione e di servizio
delle persone consacrate" (ibid. 37).
La propria identità sacerdotale potrà essere compresa
e assimilata se si vive come segno personale e sacramentale del
Buon Pastore, riconoscendo che si possiede una spiritualità
sacerdotale specifica entusiasmante. È la gioia di essere
e sentirsi segno di Cristo, qui e ora, con il proprio Vescovo, con
la propria Chiesa particolare, nel proprio Presbiterio, al servizio
della Chiesa locale e universale, ispirandosi alle figure sacerdotali
della storia e anche, quando qualcuno si sente chiamato, facendo
riferimento a carismi particolari più concreti della vita
religiosa o associativa.
La diocesanità include tutta questa storia di grazia, che
costituisce un patrimonio apostolico. Senza la relazione personale
e comunitaria con Cristo Sacerdote e Buon Pastore, la spiritualità
sacerdotale diocesana non troverebbe la propria pista d’atterraggio.
Se è sacerdote, segno del Buon Pastore, nel qui e ora della
propria Chiesa particolare, presieduta sempre da un successore degli
Apostoli (in comunione con il Sommo Pontefice e il Collegio Episcopale)
colui che concretizza per i suoi sacerdoti le linee evangeliche
della sequela di Cristo.
Una linea caratteristica della spiritualità cristiana e sacerdotale
all’inizio del terzo millennio è la speranza, che presuppone
la fede e deve farsi concreta nella carità. Oggi è
possibile essere santi e apostoli. È possibile evangelizzare
nelle situazioni nuove, perché abbiamo grazie nuove. C’è
però bisogno di apostoli rinnovati.
Nella spiritualità e santità sacerdotale, questo tono
di speranza si traduce in “gioia pasquale” (PO 11).
La vita dell’apostolo riflette la gioia pasquale, anche nei
momenti di difficoltà, dando testimonianza della speranza
cristiana: "Il missionario è l'uomo delle Beatitudini...
Vivendo le Beatitudini, il missionario sperimenta e dimostra concretamente
che il Regno di Dio è già venuto ed egli lo ha accolto.
La caratteristica di ogni vita missionaria autentica è la
gioia interiore che viene dalla fede" (RMi 91). È la
gioia di far “passare” o di trasformare la sofferenza
in amore di donazione, come eredità che ci ha lasciato Gesù
nell’ultima cena (cf. Gv 15, 11; 17, 13).
Linee conclusive
La santità sacerdotale è essenzialmente di dimensione
cristologica e, per questo stesso motivo, si apre alle dimensioni
trinitaria, pneumatologica, ecclesiologica e antropologica. Precisamente
la carità pastorale, come imitazione della vita del Buon
Pastore, ha questo orientamento nei confronti dei disegni del Padre
(cf. Gv 10, 18) e ricalca le orme dell’azione dello Spirito
Santo (cf. Lc 10, 1, 14, 18). "Dio consacrò in Spirito
Santo e potenza Gesù di Nazaret, il quale passò beneficando"
(At 10, 38).
La consacrazione sacerdotale del ministro ordinato, in quanto partecipazione
alla consacrazione sacerdotale di Cristo per prolungare la sua stessa
missione, ha la sua radice nel mistero del Verbo incarnato: "Solamente
nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell'uomo...
Con l'incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo
ad ogni uomo" (GS 22).
Essendo segno personale e comunitario di Cristo Sacerdote e Buon
Pastore, noi sacerdoti siamo espressione del suo amore nei confronti
di tutti e di ognuno dei redenti. Il contatto del sacerdote con
qualsiasi essere umano deve essere annuncio e testimonianza di questo
amore, affinché tutti si sentano amati da Cristo e resi capaci
di amare lui e, con lui, di amare tutti gli altri fratelli. La vita
sacerdotale costituisce un invito missionario e basato sulla vita
come espressione testimoniale di quell’annuncio: Dio ti ama,
Cristo è venuto per te.
La dimensione cristologica della santità sacerdotale fa ricordare
la realtà del “martirio” come parte integrante
del “kerigma” o primo annuncio. Siamo stati scelti per
essere “testimoni” (“martiri”) di colui
che è stato crocifisso ed è risorto: "Noi siamo
testimoni" (At 2, 32), "e lo Spirito Santo, che Dio ha
dato a coloro che si sottomettono a lui" (At 5, 32). Il ricordo
della figura sacerdotale del martire San Massimiliano Kolbe indica
questa linea di carità pastorale oblativa.
La "gioia pasquale" (PO 11) riassume bene tutti i contenuti
della dimensione cristocentrica della santità sacerdotale.
In realtà, è la gioia delle “beatitudini”
e del “Magnificat”, per il fatto di sapersi amato da
Cristo e reso capace di amarlo e farlo amare. È partecipazione
alla gioia stessa di Cristo (cf. Lc 10, 21). È la gioia che
ci ha lasciato il Signore come lascito (Gv 15, 11; 16, 22, 24; 17,
13). È la gioia che nasce dall’incontro permanente
con lui. Quando, nel Cenacolo, gli Apostoli scelscero Mattia, fecero
la sintesi di un percorso di vita sacerdotale e apostolica: un uomo
che sarebbe stato insieme al Signore, per essere testimone gioioso
della sua risurrezione (cf. At 1, 22). È la gioia di Paolo:
"Sono pieno di consolazione, pervaso di gioia in ogni nostra
tribolazione" (2 Cor 7, 4).
La dimensione cristocentrica o cristologica della santità
sacerdotale si traduce in:
Dichiarazione reciproca di amore, come scelta e chiamata:
"Come il Padre ha amato me, così anch'io ho amato voi;
Rimanete nel mio amore" (Gv 15, 9); "io ho scelto voi"
(Gv 15, 16); "vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha
amato e ha dato se stesso per me" (Gal 2, 20).
- Relazione fatta di incontro, amicizia, intimità, contemplazione:
"Si fermarono presso di lui" (Gv 1, 39); "ne costituì
Dodici che stessero con lui e anche per mandarli a predicare"
(Mc 3, 14-15); "voi siete miei amici" (Gv 15, 14); "sarò
con voi" (Mt 28, 20); "per me infatti il vivere è
Cristo" (Fil 1, 21).
- Relazione di appartenenza:
"Dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò
sino alla fine" (Gv 13, 1); "Padre... coloro che mi hai
dato, sono tuoi"... (Gv 17, 9 ss); "non sono più
io che vivo, ma Cristo vive in me" (Gal 2, 20).
- Relazione di trasparenza e missione:
"Voi mi renderete testimonianza, perché siete stati
con me fin dal principio" (Gv 15, 27); "Egli (lo Spirito)
mi glorificherà, perché prenderà del mio e
ve l'annunzierà" (Gv 16, 14); "Padre... Io sono
glorificato in loro" (Gv 17, 10); "Come il Padre ha mandato
me, io mando voi" (Gv 20, 21)...; "l'amore del Cristo
ci spinge" (2 Cor 5, 14).
Alla luce della presenza di Cristo Risorto, che continua ad accompagnare
"i suoi" (Gv 13, 1), si giunge a comportamenti che potremmo
chiamare di sapienza e di buon senso cristiano e sacerdotale, e
che costituiscono il segnale per sapere se una persona sta percorrendo
seriamente il cammino della santità nella dimensione cristologica.
La traduzione in vita della nostra realtà di partecipazione
all’essere di Cristo e di prolungamento della sua missione
si potrebbe così esprimere in concreto:
Non dubitare dell’amore di Cristo:
Mons. Francesco Saverio Nguyen van Thuan, Arcivescovo di Saigón,
rimase tredici anni nel carcere di quella città. I primi
giorni della sua dura prigionia, sentendosi scoraggiato per la sua
apparente inutilità, seppe discernere la voce del Signore
nel proprio cuore: “Voglio te, non le tue cose”.
Non sentirsi mai soli:
Mons. Tang, Vescovo di Cantón, trascorse 22 anni in carcere.
Al suo arrivo a Roma gli venne chiesto di parlare delle sofferenze
subite in quella solitudine. Quando gli domandarono che cosa lo
avesse aiutato a perseverare, rispose: "Cristo non abbandona”.
Non poter prescindere da lui:
Paolo, nel carcere di Roma: "Nella mia prima difesa in tribunale
nessuno mi ha assistito; tutti mi hanno abbandonato... Il Signore
però mi è stato vicino e mi ha dato forza" (2
Tm 4, 16-17).
Non anteporre nulla a lui:
“Negli innamorati la ferita di uno è di entrambi, e
i due hanno un medesimo sentimento” (San Giovanni della Croce,
Cant. B, c. 30, n. 9).
Il nostro modo di pregare si può realizzare soltanto con
il "mantenere fisso lo sguardo su Cristo" (Lettera del
Giovedì Santo 2004, n.5). Questo incontro quotidiano di vita
concreta con Cristo, nell’Eucaristia, nella Scrittura e nei
fratelli, dà senso alla vita sacerdotale; tuttavia, deve
essere un incontro d’amore appassionato che deve convertirsi
in annuncio appassionato. La nostra identità si dimostra
nel vivere e far vivere la presenza di Cristo Risorto nella Chiesa
e nel mondo. Si tratta di uno "stupore eucaristico" che
suscita vocazioni sacerdotali (cf. Lettera del Giovedì Santo
2004, n. 5), perché allora i giovani in noi "intuiscono
la chiamata di un amore più grande" (ibidem, n. 6).
La relazione personale con Cristo, che è la sorgente della
missione, si plasma "in comunione di vita" con Maria (cf.
RMa 45, nota 130). È "comunione viva con Gesù
attraverso il Cuore della sua Madre" (Rosarium Virginis Mariae
2). Nel cuore di Maria, Madre di Cristo Sacerdote e Madre nostra,
si può udire l’eco di tutto il Vangelo (cf. Lc 2, 19,
51).
Maria ci accompagna in tutte le nostre celebrazioni eucaristiche
e in tutto il nostro ministero. Ella continua ad essere il dono
di Cristo a tutti i suoi fedeli e, in modo particolare, ai suoi
ministri. "Vivere nell'Eucaristia il memoriale della morte
di Cristo implica anche ricevere continuamente questo dono. Significa
prendere con noi – sull'esempio di Giovanni – colei
che ogni volta ci viene donata come Madre" (Ecclesia de Eucharistia,
n. 57). Possiamo unirci ai “sentimenti di Maria” quando
ella ascolta dalle nostre labbra le parole della consacrazione ("il
mio corpo... il mio sangue") (cf. ibid. n. 56).
(Agenzia Fides 20/10/2004 – fonte: www.clerus.org) |