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CONVEGNO
INTERNAZIONALE DEI SACERDOTI |
“Sacerdoti,
forgiatori di Santi per il nuovo millennio”
Sulle orme dell’Apostolo Paolo
fonte: www.clerus.org
Meditazione alle lodi
Card. Julio Terrazas,
Arcivescovo di Santa Cruz de la Sierra
(Malta, giovedì 21 ottobre ore 9.00)
Con le Lodi, all’inizio di questo giorno nel quale continueremo
a riflettere sul tema: «Sacerdoti, forgiatori di santi per
il nuovo millennio», la parola di Gesù risuona con
rinnovata urgenza in ciascuno di noi, qui riuniti nel suo nome:
«Siate perfetti come il vostro Padre celeste è perfetto»
(Mt 5,48). Non è soltanto un auspicio o un consiglio del
Maestro, bensì una vocazione incalzante e un impegno. È
una risposta per vivere in maniera radicale e con generosità
l’impegno del nostro sì alla nostra vocazione al sacerdozio.
La nostra meditazione è un contributo alla riflessione di
oggi, che sarà illuminata dalla vocazione alla santità
eucaristica del sacerdote, vocazione ispirata alla risposta di Maria.
Ci troviamo agli inizi del terzo millennio e la Chiesa deve fronteggiare
una sfida nella quale nessuno di noi può sfuggire alle proprie
responsabilità: essere testimoni della santità per
essere forgiatori di santi.
Il breve passo dal profeta Isaia 66,1-2 che abbiamo ora proclamato
ci dà un’immagine di Dio, ma di un Dio che ci si rivela:
da un lato, ci dice che pone il suo trono nell’alto dei cieli
e la terra è lo sgabello dei suoi piedi; dall’altra,
è un Dio che si delizia nei semplici, posa i suoi occhi sugli
umili e si commuove per il dolore di coloro che si saziano con la
sua parola.
L’uomo del XXI secolo guarda verso Dio, talvolta lo cerca
inconsapevolmente, talvolta imbocca una strada sbagliata, ma almeno
di una cosa siamo sicuri: della sua fame e del suo bisogno di saziare
il suo cuore vuoto. Questo stesso uomo si rivolge a noi sacerdoti
e ci chiede di essere un riflesso di Colui in cui crediamo ed essere
trasparenti alla sua santità.
Il profeta Isaia sottolinea che, più che edificare templi,
luoghi perché la divinità riposi, dobbiamo modellare
il cuore, riempirlo di santità (anzitutto il nostro), per
poi santificare i cuori di coloro che dirigono il loro sguardo verso
di noi.
Due sono i pensieri che possono illuminare la nostra riflessione
di questa mattina, da un lato, il passo, tanto citato, di K. Rahner:
«Il cristiano del XXI secolo sarà un mistico oppure
non sarà cristiano», dall’altro, il pensiero
di s. Giovanni della Croce: «Si deve sapere che, se l’anima
cerca Dio, molto di più il suo Amato cerca l’anima»
(LI 3,28).
Questi due pensieri ci suggeriscono anzitutto:
- la realtà di un cuore ferito, di una ferita che si trova
nel più profondo dell’uomo e la necessità che
l’uomo ha di interiorità e di scoprire ciò che
è segreto nella sua anima.
- la speranza che Dio ha di darsi e di condividere il suo amore
con la sua creatura, la sua necessità di rivelarsi e di comunicarsi.
Quale luogo occupa Dio nella nostra vita sacerdotale? Forse potrà
sembrare una domanda assurda. In realtà non lo è.
Lo constatiamo ogni giorno. Se parliamo della santità sacerdotale
come di una necessità, non possiamo pensare in una realtà
astratta senza scoprire l’immagine che abbiamo di Dio. Una
risposta a questa domanda diventa indispensabile se vogliamo raggiungere
l’uomo dei nostri giorni.
Infatti, l’uomo di oggi aspira a un’esperienza di Dio.
Ai sacerdoti e a coloro che sono consacrati viene richiesto di manifestare
e mostrare al mondo il Dio che abbiamo toccato con mano e sperimentato.
I mistici ci dicono che l’incontro con Dio, sentire Dio, è
possibile; loro sono testimoni degni di fede. Non parlano di un
certo desiderio, è necessario avere una passione per Dio
per poterlo incontrare. Giovanni della Croce diceva «Questo
Cristo deve pur costare qualcosa» y nel Cantico esclamava:
«Oh anime create per queste grandezze e per queste chiamate!
Cosa fate! in cosa vi intrattenete! Le vostre pretese sono viltà
e i vostri possessi sono miserie. Oh miserabile cecità degli
occhi della vostra anima, poiché siete ciechi a tanta luce
e sordi a una voce tanto forte» (CB 39,7).
A cosa siamo chiamati? A conversare niente meno che con Dio, a essere
santi, chiamati a una vocazione divina. La santità non è
una merce che si compra a qualsiasi prezzo nei nuovi templi del
consumismo.
Adesso desidero soffermarmi su tre dimensioni indispensabili per
qualsiasi spiritualità sacerdotale e quindi per forgiare
sacerdoti santi.
Una spiritualità dell’esperienza
Ciò che si sperimenta si conosce: dalla conoscenza nasce
la parola e sappiamo che la parola è ciò che dà
sicurezza.
Per incontrare Dio è necessario compiere un cammino di interiorizzazione,
perché si tratta di un Dio nascosto, sebbene tutto il creato
sia una manifestazione del suo passaggio. Soltanto nella profondità
del mistero possiamo intravedere qualcosa del suo essere, come diceva
s. Agostino: «Se lo capisci, se lo dimostri, non è
più Dio». Nemmeno le sue tracce sono Dio, dobbiamo
addentrarci di più, si tratta di un intero processo di approfondimento
per non banalizzare Dio. Teresa di Gesù diceva «La
porta è la preghiera».
È importante ricordare che la preghiera non muta il cuore
di Dio (Egli ci conosce profondamente): la preghiera cambia il cuore
dell’uomo, ci rende più aperti per poter accettare
in noi, con maggiore apertura, il suo progetto. La preghiera è
un mezzo per diventare un mistico, un contemplativo, in ultima analisi
un santo.
La domanda è sempre la stessa: cos’è la preghiera?
come si può essere uomini di preghiera? Si tratta della descrizione
di una storia che ci mette in rapporto con Dio, il grido di una
ferita del cuore, entrare in contatto con qualcuno che ci risponde
nei momenti di gioia o nei tempi di monotonia o di disperazione.
Mi torna in mente la notissima descrizione di Teresa di Gesù:
«Parlare di amicizia, rimanendo spesso da soli con colui che
sappiamo che ci ama» (V 8.5).
Il Santo Padre ci diceva nella lettera apostolica Novo Millennio
Ineunte: «Le nostre comunità cristiane devono diventare
autentiche «scuole» di preghiera, dove l’incontro
con Cristo non si esprima soltanto in implorazione di aiuto, ma
anche in rendimento di grazie, lode, adorazione, contemplazione,
ascolto, ardore di affetti, fino ad un vero «invaghimento»
del cuore» (NMI 33). Se ciò riguarda tutti i cristiani,
quanto più si riferisce a noi sacerdoti. La preghiera non
come fuga, bensì come viaggio per assaggiare la santità
di Dio.
Una spiritualità di comunione
I processi personalisti sono sempre pericolosi. Un cristiano solo,
senza comunità, è sempre pericoloso, oppure è
cristiano a metà. In quanto sacerdoti e animatori della comunità
dobbiamo essere convinti di questo fatto: qualsiasi processo di
fede deve essere vissuto e messo a confronto nella comunità.
- Anzitutto comunione con il Pastore come capo della Chiesa locale
e con il sacerdote come collaboratore nel suo ministero di pascere
il gregge.
- Comunione tra i fratelli presbiteri in quanto si sentono parte
del collegio di Cristo y testimoni dell’unità per tutti
i fedeli.
- Comunione con il popolo di Dio che, in mezzo ai suoi dolori e
alle sue sofferenze, va portato fino a gioire nel Dio tre volte
santo.
Non si tratta soltanto di una comunione affettiva, spirituale, bensì
deve concretizzarsi in fatti reali, essere in sintonia, cercare
il tempo da condividere. Ciò implica dialogo, conoscenza
reciproca, spendere tempo, perdono e celebrazione, impegno e azione
per l’instaurazione del Regno.
L’Eucaristia è il compendio di ogni comunione, «Fonte
e culmine della vita e della missione della Chiesa», un tema
che verrà approfondito oggi e che ci prepara al prossimo
Sinodo dei Vescovi.
Una spiritualità della vicinanza, «essere
con», «essere tra»...
Essere nel popolo di Dio e con esso, condividendo quelle gioie e
speranze di cui ci parlava la Gaudium et Spes. È il luogo
privilegiato nel quale si nutre la nostra spiritualità; non
siamo dei funzionari per il popolo, bensì «siamo stati
presi dagli uomini, per essere a favore degli uomini» (Eb
5,1).
Nello stile di Gesù, dobbiamo compiere una scelta per i più
poveri e bisognosi, una «opzione affettiva ed effettiva».
È anche l’esigenza espressa dal profeta Isaia nella
lettura che abbiamo appena proclamato: «Su chi volgerò
lo sguardo? Sull’umile e su chi teme la sua parola»
(Is 66,2).
Vivere una testimonianza di semplicità, ciò che suppone
lasciarsi leggere dal popolo, trasparenza di vita, per essere trasparenza
di Cristo. «Se non diventerete come i bambini, non entrerete
nel regno dei cieli» (Mt 18,3). Ciò suppone un nuovo
stile di vita per un nuovo modo di essere Chiesa.
Fratelli sacerdoti, non abbiate paura di essere santi. Il Santo
Padre l’ha detto in ogni occasione durante il suo pontificato,
l’ha ripetuto ai giovani, ai matrimoni e, soprattutto, ci
ha presentato la testimonianza della santità di tanti nostri
fratelli che ha innalzato agli altari. E oggi lo ripete a ognuno
di noi: Non abbiate paura di essere santi! Amen. (Agenzia Fides
21/10/2004 – fonte: www.clerus.org) |