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CONVEGNO
INTERNAZIONALE DEI SACERDOTI |
“Sacerdoti,
forgiatori di Santi per il nuovo millennio”
Sulle orme dell’Apostolo Paolo
fonte: www.clerus.org
“È vicino a voi il regno di
Dio” (Lc 10,9)
Omelia del Card. Darío Castrillón Hoyos, Prefetto
della Congregazione per il Clero
alla Celebrazione di apertura del Convegno
(Malta, lunedì 18 ottobre ore 18)
Sia lodato Gesù Cristo!
Carissimi Concelebranti, venerati confratelli nell’Episcopato
e nel Sacerdozio,
cari fratelli e sorelle nel Signore,
1. Il sacerdote, uomo di Dio
Che grande gioia presiedere questa Concelebrazione Eucaristica che
mi permette di darvi il mio più affettuoso benvenuto e di
abbracciarvi tutti, cari e amati fratelli sacerdoti, aprendo il
nostro Convegno Internazionale, ai piedi di quest’Altare nella
Chiesa Cattedrale di Valletta!
“Ti lodino Signore, tutte le tue opere e ti benedicano i tuoi
fedeli” (Sal 144, 10): noi sacerdoti siamo opera grande della
misericordia di Dio! Con le parole del Salmo davidico che abbiamo
appena cantato, eleviamo il nostro ringraziamento a Dio Dives in
misericordia, “ricco di misericordia” (Ef 2,4) perché
in questi ultimi tempi, che sono i tempi della testimonianza della
Chiesa, Cristo ha suscitato numerosi pastori per il suo gregge,
pastori secondo il suo Cuore, sacerdoti santi che, con la loro testimonianza
eroica fino al martirio, hanno irrorato le contrade del mondo di
acque fresche, portatrici di vita divina.
Sulle vostre fatiche e patimenti, sui vostri successi ed allegrie,
sul nascondimento fecondo del vostro ministero sacerdotale unito
alla Croce di Cristo, fiorisce, cresce e si rinvigorisce nel Popolo
della Nuova Alleanza la nuova vita, quella di Cristo crocifisso
e risorto.
“Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annunzia
la pace, che reca la buona novella, che proclama la salvezza”
(Is 52,7; Canto d’Ingresso). Oggi celebriamo la festività
di San Luca evangelista, scrittore, medico, compagno dei viaggi
missionari di Paolo, sostegno nella sua prigionia (cfr. Col 4,14)
e, secondo una antica tradizione, anche pittore. Egli, dopo aver
fatto “ricerche accurate su ogni circostanza fin dagli inizi”
(Lc 1,3) annunzia il Vangelo della pace che è Cristo stesso,
la buona Novella portatrice di salvezza.
Lo stupore di Isaia mostra l’immenso orizzonte della missione
d’amore del Verbo incarnato, missione che si fa anche nostra:
Egli la lascia in consegna ed eredità a tutta la Chiesa,
ed in maniera particolare, all’interno di essa, a noi suoi
ministri ordinati, uomini di Dio. Davvero grande è il mistero
d’amore di cui siamo fatti ministri, noi sacerdoti!
Con questi sentimenti, anche a nome di tutti i Congressisti, ringrazio
vivamente Mons. Joseph Mercieca, Arcivescovo di Malta e i suoi fedeli
maltesi che ci accolgono, trasformando questa splendida isola mediterranea
in un nuovo Cenacolo dove lo Spirito Santo, il grande protagonista
della nostra santità, quale efficace Artista divino, forgia
ognuno di noi rendendoci più fedeli e vigorosi evangelizzatori
all’alba di questo terzo millennio.
Rivolgo un cordiale saluto a voi, cari cittadini maltesi, che con
fermezza avete conservato integra la fede dei vostri padri, non
senza difficoltà in una cultura inficiata dal secolarismo
e da un triste relativismo etico ed esistenziale.
A noi, oggi, in questa Santa Messa, viene affidato il compito d’intensificare
la preghiera per la santità personale, di ogni fedele –
sacerdote, religioso e laico - nella Chiesa, indispensabile per
la nuova evangelizzazione. Questa preghiera è il primo e
principale impegno e compito di tutta la comunità cristiana.
È una responsabilità che investe tutti e consiste
nel riscoprire quella dimensione fondamentale della nostra fede
per la quale la vita stessa, ogni vita umana, è frutto della
chiamata di Dio e può realizzarsi pienamente soltanto come
risposta a questa chiamata (cfr. Giovanni Paolo II, Lett. Ap. Novo
millennio ineunte, n. 46).
Ogni cristiano è invitato a rispondere, nella fede, alla
chiamata di Gesù, ripetendo con la propria vita “vengo
e ti seguo”, ed innanzitutto e soprattutto i suoi ministri
ordinati che sono i primi ad essere chiamati da Dio a proclamare
le ragioni della speranza che è in essi (cfr. 1 Pt 3,15).
Ed è una risposta che, come scelta fondamentale, ogni sacerdote
da e riafferma lungo gli anni del suo sacerdozio ministeriale, traducendosi
in numerosissime altre risposte, tutte vivificate da quel primo
sì da lui pronunciato nel Sacramento dell’Ordinazione
presbiterale, quel sì che ora si perpetua in una rinnovata
adesione alla missione ricevuta (cfr. Giovanni Paolo II, Esort.
ap. post-sinodale Pastores dabo vobis, n. 70). Scopriremo il vero
senso dell”amoris officium, di quella carità pastorale
di cui ci parla Sant’Agostino (In Iohannis Evangelium Tractatus
123, 5: CCL 36, 678), come dono di sé in Cristo alla sua
Chiesa.
2. Scelto ed inviato per essere Cristo sulle strade del
mondo
La Liturgia ci ricorda che quello stesso Gesù con il quale
gli Apostoli avevano vissuto e condiviso la fatica d’ogni
giorno, ora prosegue ad essere presente nella sua Chiesa attraverso
il sacerdozio ministeriale che nessuna autorità umana può
creare o distruggere.
“In tribunale nessuno mi ha assistito; tutti mi hanno abbandonato…Il
Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza,
perché per mio mezzo si compisse la proclamazione del messaggio
e potessero sentirlo tutti i Gentili” (2 Tm 4,17).
Come abbiamo ascoltato nella prima Lettura, l’Apostolo, rivolgendosi
a Timoteo, si riferisce a quel messaggio salvifico che è
la stessa Parola di Dio: è il Paraclito a custodirla in noi
e ad incoraggiarci ad offrirla al mondo nella sua integrità
ed efficacia. A noi sacerdoti non è dato di alterarla: “noi
non siamo infatti come quei molti che mercanteggiano la parola di
Dio – ci dice Paolo -, ma con sincerità e come mossi
da Dio, sotto il suo sguardo, noi parliamo in Cristo” (2 Cor
2,17).
La Parola ci precede e noi ci poniamo a sua disposizione: ci affidiamo
ad essa. Identificarci con Cristo significa, allora, lasciarci inabitate
da Lui, il Logos incarnato, la Parola vivente, così che essa
diventa la nostra stessa parola. Come sacerdoti noi non possiamo
portare avanti le “nostre” idee, disancorate da Cristo,
dal quale siamo stati inviati. Egli è Colui che conferisce
efficacia salvifica alla nostra predicazione, quella luce che rischiara
le incertezze e le paure umane, quel calore che sana la mortale
stanchezza del vivere degli uomini lontano da Dio.
Noi siamo chiamati a parlare con l’io di Cristo! Questa è
la nostra identità, la nostra vera dignità, la sorgente
della nostra gioia e la certezza della nostra vita! (cfr. Giovanni
Paolo II, Esort. Ap. Pastores dabo vobis, n. 18). Il nostro sacerdozio
diventa così la casa dell’eterno amore di Cristo, lo
spazio dove la Parola della fede si fa Parola sacramentale, dove
l’azione liturgica è portatrice di salvezza.
Non siamo noi gli “autori” dei sacramenti ma Cristo,
che per volontà di Dio Padre, ci fa strumenti della sua santità
a vantaggio di tutti. “Siate santi, perché io il Signore,
Dio vostro sono santo” (Lv 19,2). Per questo mi piace pensare
al nostro sacerdozio ordinato come ad un dono della misericordia
divina che permea tutto il nostro essere: è la presenza del
Crocifisso e Risorto nei nostri poveri segni umani, è Cristo
che continua a donare se stesso trasmettendo la vita eterna a quanti
accolgono la Sua azione sacramentale. Essa fluisce attraverso di
noi, come acqua sorgiva che penetra nelle capillarità delle
culture, delle società, delle famiglie, di tutti gli ambienti
dove l’uomo vive.
Edificata sugli Apostoli, la Chiesa mediante i suoi sacerdoti cresce
come “casa della santità” che “rivela e
rivive l’infinita ricchezza del mistero di Gesù Cristo
e fa sì che la santità di Dio entri in ogni stato
e situazione di vita” (Giovanni Paolo II, Messaggio per la
39° Giornata Mondiale di preghiera per le vocazioni del 21,4,202,
n. 2).
“Vivi il mistero che è posto nelle tue mani”:
è questo l’invito che la Chiesa rivolge al sacerdote
nel rito dell’Ordinazione ed è questa la mia consegna
a voi. “Vivi il mistero”! Il sacerdote offre con generosità
al mondo il mistero della sua vita che è Cristo stesso, sorgente
di santità e appello alla santificazione. Nel cammino di
santità, Cristo è la causa efficiente e la causa finale:
Egli è “il Santo di Dio” ed è stato riconosciuto
come tale (cfr. Mc 1,24).
3. E riflettere il Volto eucaristico di Cristo nella propria
santità di vita
Gli uomini desiderano contemplare in noi il volto di Cristo, incontrare
in noi la persona che, “creato a favore degli uomini in funzione
delle cose che riguardano Dio” (Eb 5,1), possa dire con Sant’Agostino:
“La nostra scienza è Cristo e la nostra sapienza è
ancora Cristo. E’ lui che infonde in noi la fede riguardo
alle realtà temporali ed è lui che ci rivela quelle
verità che riguardano le realtà eterne” (Sant’Agostino,
De Trinitate 13, 19,24: NBA 4, p. 555).
Ecco, dunque, la meta comune della vita sacerdotale e la fonte della
efficacia della sua missionarietà: la ricerca della santità,
nella forma che scaturisce dal sacramento dell’Ordine. Perché
la santità sacerdotale ed il ministero di evangelizzazione
sono inscindibili. Perché la santità è intimità
con Dio, imitazione di Cristo povero, casto e umile; sono amore
senza riserve alle anime e donazione al loro vero bene; sono amore
alla Chiesa che è santa e ci vuole santi, perché tale
è la missione che Cristo le ha affidato (cfr. Giovanni Paolo
II, Es. ap. Pastores dabo vobis, 33).
“Ecco io vi mando come agnelli in mezzo ai lupi” (Lc
10,3). Come il Padre ha inviato il suo Figlio unigenito, quale Agnello
immacolato per la Redenzione del mondo, così ora Cristo invia
ognuno di noi, suoi ministri, senza offrirci altri appoggi o certezze
che non siano il suo amore di predilezione per noi. “Ecco
io vi mando”, parole che san Giovanni Crisostomo così
commenta: “Ciò è sufficiente a consolarvi, basta
per ridarvi coraggio e per impedirvi di temere qualunque nemico
vi possa aggredire” (Omelia sul Vang. di S. Matteo, 33).
Cristo Crocifisso è l’immagine suprema dell’amore
del Dio invisibile, e l’amore umile del Dio incarnato, crocifisso
e risorto è la porta della santità nel mondo, e questa
porta ora siamo noi, i suoi ministri sacri. Non chiudiamo questa
porta, spalanchiamola! A noi sacerdoti gli uomini chiedono Cristo
ed in noi hanno diritto di vederlo! Soltanto coloro che hanno imparato
a “restare con Gesù” ai piedi della Croce sono
pronti per farlo vedere, pronti per essere inviati ad evangelizzare
(cfr. Mc 3,14).
Per questo ripartiamo da Cristo, sulla via della Croce il cui frutto
è l’Eucaristia. Per essere santi nella nostra vita
sacerdotale e per additare i rimedi e le soluzioni ai cuori umani
disorientati, illusi o disillusi dalle più diverse forme
di alienazione, dobbiamo sostare davanti al Volto eucaristico di
Cristo, additando con forza ad ogni cristiano la centralità
della sacra Eucaristia: “Di essa la Chiesa vive. Di questo
pane vivo si nutre. Come non sentire il bisogno di esortare tutti
a farne sempre rinnovata esperienza?” (Lett. Enc. Ecclesia
de Eucharistia, n. 7).
Chi più di Maria, Madre del Sommo ed Eterno Sacerdote, può
insegnarci ad amare ed annunciare quel Volto che Lei ha fissato
con immenso amore e con totale dedizione durante tutta la sua vita,
dal momento della nascita fino all’ora della Croce, e poi
all’alba della Resurrezione? Ci uniamo a Lei, Regina degli
Apostoli e Madre dei sacerdoti, ai piedi della Croce di suo Figlio,
per cantare le meraviglie della misericordia divina che si manifesta
anche nel nostro sacerdozio ed in modo particolare nel Sacrificio
eucaristico, di cui il nostro sacerdozio è portatore ed icona.
Sacerdos et Hostia. Nell’Eucaristia scopriamo che noi portiamo
la santità trascendente di Dio “dentro il mondo”
e per la vita del mondo, ripetendo a tutti “è vicino
a voi il regno di Dio” (Lc 10,9). (Agenzia Fides 19/10/2004
- fonte: www.clerus.org)
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