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LINK Speciale: MALTA 18 - 23 ottobre 2004
CONVEGNO INTERNAZIONALE DEI SACERDOTI
“Sacerdoti, forgiatori di Santi per il nuovo millennio”
Sulle orme dell’Apostolo Paolo

fonte: www.clerus.org

“È vicino a voi il regno di Dio” (Lc 10,9)
Omelia del Card. Darío Castrillón Hoyos, Prefetto della Congregazione per il Clero
alla Celebrazione di apertura del Convegno
(Malta, lunedì 18 ottobre ore 18)

Sia lodato Gesù Cristo!
Carissimi Concelebranti, venerati confratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
cari fratelli e sorelle nel Signore,

1. Il sacerdote, uomo di Dio
Che grande gioia presiedere questa Concelebrazione Eucaristica che mi permette di darvi il mio più affettuoso benvenuto e di abbracciarvi tutti, cari e amati fratelli sacerdoti, aprendo il nostro Convegno Internazionale, ai piedi di quest’Altare nella Chiesa Cattedrale di Valletta!
“Ti lodino Signore, tutte le tue opere e ti benedicano i tuoi fedeli” (Sal 144, 10): noi sacerdoti siamo opera grande della misericordia di Dio! Con le parole del Salmo davidico che abbiamo appena cantato, eleviamo il nostro ringraziamento a Dio Dives in misericordia, “ricco di misericordia” (Ef 2,4) perché in questi ultimi tempi, che sono i tempi della testimonianza della Chiesa, Cristo ha suscitato numerosi pastori per il suo gregge, pastori secondo il suo Cuore, sacerdoti santi che, con la loro testimonianza eroica fino al martirio, hanno irrorato le contrade del mondo di acque fresche, portatrici di vita divina.
Sulle vostre fatiche e patimenti, sui vostri successi ed allegrie, sul nascondimento fecondo del vostro ministero sacerdotale unito alla Croce di Cristo, fiorisce, cresce e si rinvigorisce nel Popolo della Nuova Alleanza la nuova vita, quella di Cristo crocifisso e risorto.
“Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annunzia la pace, che reca la buona novella, che proclama la salvezza” (Is 52,7; Canto d’Ingresso). Oggi celebriamo la festività di San Luca evangelista, scrittore, medico, compagno dei viaggi missionari di Paolo, sostegno nella sua prigionia (cfr. Col 4,14) e, secondo una antica tradizione, anche pittore. Egli, dopo aver fatto “ricerche accurate su ogni circostanza fin dagli inizi” (Lc 1,3) annunzia il Vangelo della pace che è Cristo stesso, la buona Novella portatrice di salvezza.
Lo stupore di Isaia mostra l’immenso orizzonte della missione d’amore del Verbo incarnato, missione che si fa anche nostra: Egli la lascia in consegna ed eredità a tutta la Chiesa, ed in maniera particolare, all’interno di essa, a noi suoi ministri ordinati, uomini di Dio. Davvero grande è il mistero d’amore di cui siamo fatti ministri, noi sacerdoti!
Con questi sentimenti, anche a nome di tutti i Congressisti, ringrazio vivamente Mons. Joseph Mercieca, Arcivescovo di Malta e i suoi fedeli maltesi che ci accolgono, trasformando questa splendida isola mediterranea in un nuovo Cenacolo dove lo Spirito Santo, il grande protagonista della nostra santità, quale efficace Artista divino, forgia ognuno di noi rendendoci più fedeli e vigorosi evangelizzatori all’alba di questo terzo millennio.
Rivolgo un cordiale saluto a voi, cari cittadini maltesi, che con fermezza avete conservato integra la fede dei vostri padri, non senza difficoltà in una cultura inficiata dal secolarismo e da un triste relativismo etico ed esistenziale.
A noi, oggi, in questa Santa Messa, viene affidato il compito d’intensificare la preghiera per la santità personale, di ogni fedele – sacerdote, religioso e laico - nella Chiesa, indispensabile per la nuova evangelizzazione. Questa preghiera è il primo e principale impegno e compito di tutta la comunità cristiana. È una responsabilità che investe tutti e consiste nel riscoprire quella dimensione fondamentale della nostra fede per la quale la vita stessa, ogni vita umana, è frutto della chiamata di Dio e può realizzarsi pienamente soltanto come risposta a questa chiamata (cfr. Giovanni Paolo II, Lett. Ap. Novo millennio ineunte, n. 46).
Ogni cristiano è invitato a rispondere, nella fede, alla chiamata di Gesù, ripetendo con la propria vita “vengo e ti seguo”, ed innanzitutto e soprattutto i suoi ministri ordinati che sono i primi ad essere chiamati da Dio a proclamare le ragioni della speranza che è in essi (cfr. 1 Pt 3,15). Ed è una risposta che, come scelta fondamentale, ogni sacerdote da e riafferma lungo gli anni del suo sacerdozio ministeriale, traducendosi in numerosissime altre risposte, tutte vivificate da quel primo sì da lui pronunciato nel Sacramento dell’Ordinazione presbiterale, quel sì che ora si perpetua in una rinnovata adesione alla missione ricevuta (cfr. Giovanni Paolo II, Esort. ap. post-sinodale Pastores dabo vobis, n. 70). Scopriremo il vero senso dell”amoris officium, di quella carità pastorale di cui ci parla Sant’Agostino (In Iohannis Evangelium Tractatus 123, 5: CCL 36, 678), come dono di sé in Cristo alla sua Chiesa.

2. Scelto ed inviato per essere Cristo sulle strade del mondo
La Liturgia ci ricorda che quello stesso Gesù con il quale gli Apostoli avevano vissuto e condiviso la fatica d’ogni giorno, ora prosegue ad essere presente nella sua Chiesa attraverso il sacerdozio ministeriale che nessuna autorità umana può creare o distruggere.
“In tribunale nessuno mi ha assistito; tutti mi hanno abbandonato…Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché per mio mezzo si compisse la proclamazione del messaggio e potessero sentirlo tutti i Gentili” (2 Tm 4,17).
Come abbiamo ascoltato nella prima Lettura, l’Apostolo, rivolgendosi a Timoteo, si riferisce a quel messaggio salvifico che è la stessa Parola di Dio: è il Paraclito a custodirla in noi e ad incoraggiarci ad offrirla al mondo nella sua integrità ed efficacia. A noi sacerdoti non è dato di alterarla: “noi non siamo infatti come quei molti che mercanteggiano la parola di Dio – ci dice Paolo -, ma con sincerità e come mossi da Dio, sotto il suo sguardo, noi parliamo in Cristo” (2 Cor 2,17).
La Parola ci precede e noi ci poniamo a sua disposizione: ci affidiamo ad essa. Identificarci con Cristo significa, allora, lasciarci inabitate da Lui, il Logos incarnato, la Parola vivente, così che essa diventa la nostra stessa parola. Come sacerdoti noi non possiamo portare avanti le “nostre” idee, disancorate da Cristo, dal quale siamo stati inviati. Egli è Colui che conferisce efficacia salvifica alla nostra predicazione, quella luce che rischiara le incertezze e le paure umane, quel calore che sana la mortale stanchezza del vivere degli uomini lontano da Dio.
Noi siamo chiamati a parlare con l’io di Cristo! Questa è la nostra identità, la nostra vera dignità, la sorgente della nostra gioia e la certezza della nostra vita! (cfr. Giovanni Paolo II, Esort. Ap. Pastores dabo vobis, n. 18). Il nostro sacerdozio diventa così la casa dell’eterno amore di Cristo, lo spazio dove la Parola della fede si fa Parola sacramentale, dove l’azione liturgica è portatrice di salvezza.
Non siamo noi gli “autori” dei sacramenti ma Cristo, che per volontà di Dio Padre, ci fa strumenti della sua santità a vantaggio di tutti. “Siate santi, perché io il Signore, Dio vostro sono santo” (Lv 19,2). Per questo mi piace pensare al nostro sacerdozio ordinato come ad un dono della misericordia divina che permea tutto il nostro essere: è la presenza del Crocifisso e Risorto nei nostri poveri segni umani, è Cristo che continua a donare se stesso trasmettendo la vita eterna a quanti accolgono la Sua azione sacramentale. Essa fluisce attraverso di noi, come acqua sorgiva che penetra nelle capillarità delle culture, delle società, delle famiglie, di tutti gli ambienti dove l’uomo vive.
Edificata sugli Apostoli, la Chiesa mediante i suoi sacerdoti cresce come “casa della santità” che “rivela e rivive l’infinita ricchezza del mistero di Gesù Cristo e fa sì che la santità di Dio entri in ogni stato e situazione di vita” (Giovanni Paolo II, Messaggio per la 39° Giornata Mondiale di preghiera per le vocazioni del 21,4,202, n. 2).
“Vivi il mistero che è posto nelle tue mani”: è questo l’invito che la Chiesa rivolge al sacerdote nel rito dell’Ordinazione ed è questa la mia consegna a voi. “Vivi il mistero”! Il sacerdote offre con generosità al mondo il mistero della sua vita che è Cristo stesso, sorgente di santità e appello alla santificazione. Nel cammino di santità, Cristo è la causa efficiente e la causa finale: Egli è “il Santo di Dio” ed è stato riconosciuto come tale (cfr. Mc 1,24).
3. E riflettere il Volto eucaristico di Cristo nella propria santità di vita
Gli uomini desiderano contemplare in noi il volto di Cristo, incontrare in noi la persona che, “creato a favore degli uomini in funzione delle cose che riguardano Dio” (Eb 5,1), possa dire con Sant’Agostino: “La nostra scienza è Cristo e la nostra sapienza è ancora Cristo. E’ lui che infonde in noi la fede riguardo alle realtà temporali ed è lui che ci rivela quelle verità che riguardano le realtà eterne” (Sant’Agostino, De Trinitate 13, 19,24: NBA 4, p. 555).
Ecco, dunque, la meta comune della vita sacerdotale e la fonte della efficacia della sua missionarietà: la ricerca della santità, nella forma che scaturisce dal sacramento dell’Ordine. Perché la santità sacerdotale ed il ministero di evangelizzazione sono inscindibili. Perché la santità è intimità con Dio, imitazione di Cristo povero, casto e umile; sono amore senza riserve alle anime e donazione al loro vero bene; sono amore alla Chiesa che è santa e ci vuole santi, perché tale è la missione che Cristo le ha affidato (cfr. Giovanni Paolo II, Es. ap. Pastores dabo vobis, 33).
“Ecco io vi mando come agnelli in mezzo ai lupi” (Lc 10,3). Come il Padre ha inviato il suo Figlio unigenito, quale Agnello immacolato per la Redenzione del mondo, così ora Cristo invia ognuno di noi, suoi ministri, senza offrirci altri appoggi o certezze che non siano il suo amore di predilezione per noi. “Ecco io vi mando”, parole che san Giovanni Crisostomo così commenta: “Ciò è sufficiente a consolarvi, basta per ridarvi coraggio e per impedirvi di temere qualunque nemico vi possa aggredire” (Omelia sul Vang. di S. Matteo, 33).
Cristo Crocifisso è l’immagine suprema dell’amore del Dio invisibile, e l’amore umile del Dio incarnato, crocifisso e risorto è la porta della santità nel mondo, e questa porta ora siamo noi, i suoi ministri sacri. Non chiudiamo questa porta, spalanchiamola! A noi sacerdoti gli uomini chiedono Cristo ed in noi hanno diritto di vederlo! Soltanto coloro che hanno imparato a “restare con Gesù” ai piedi della Croce sono pronti per farlo vedere, pronti per essere inviati ad evangelizzare (cfr. Mc 3,14).
Per questo ripartiamo da Cristo, sulla via della Croce il cui frutto è l’Eucaristia. Per essere santi nella nostra vita sacerdotale e per additare i rimedi e le soluzioni ai cuori umani disorientati, illusi o disillusi dalle più diverse forme di alienazione, dobbiamo sostare davanti al Volto eucaristico di Cristo, additando con forza ad ogni cristiano la centralità della sacra Eucaristia: “Di essa la Chiesa vive. Di questo pane vivo si nutre. Come non sentire il bisogno di esortare tutti a farne sempre rinnovata esperienza?” (Lett. Enc. Ecclesia de Eucharistia, n. 7).
Chi più di Maria, Madre del Sommo ed Eterno Sacerdote, può insegnarci ad amare ed annunciare quel Volto che Lei ha fissato con immenso amore e con totale dedizione durante tutta la sua vita, dal momento della nascita fino all’ora della Croce, e poi all’alba della Resurrezione? Ci uniamo a Lei, Regina degli Apostoli e Madre dei sacerdoti, ai piedi della Croce di suo Figlio, per cantare le meraviglie della misericordia divina che si manifesta anche nel nostro sacerdozio ed in modo particolare nel Sacrificio eucaristico, di cui il nostro sacerdozio è portatore ed icona. Sacerdos et Hostia. Nell’Eucaristia scopriamo che noi portiamo la santità trascendente di Dio “dentro il mondo” e per la vita del mondo, ripetendo a tutti “è vicino a voi il regno di Dio” (Lc 10,9). (Agenzia Fides 19/10/2004 - fonte: www.clerus.org)

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