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Quale futuro per i cristiani in Iraq

Il fanatismo islamico sta mettendo in pericolo la sopravvivenza della comunità cristiana in Iraq. Ad un’ultima lista degli orrori alleghiamo le cronache pubblicate da Fides perché ritorni la convivenza e la pace

Quale futuro per i cristiani in Iraq, se continua questo stillicidio, questo massacro? All’Agenzia Fides la “lista dell’orrore” dei cristiani vittime del fanatismo islamico in Iraq
Bagdad (Agenzia Fides) – L’ultima vittima in ordine di tempo è una bambina di Bagdad, proveniente di una famiglia cristiana Caldea. E’stata sequestrata da un gruppo terrorista islamico che ha chiesto un riscatto alla famiglia. I genitori non disponevano di della somma di denaro richiesta. Così il 14 ottobre la bimba è stata uccisa a sangue freddo e il suo cadavere è stato recapitato con un gesto di disprezzo alla famiglia, oggi straziata dal dolore
E’ una storia fra tante altre, di indicibile sofferenza per le famiglie cristiane in Iraq: sono almeno 88 i cristiani iracheni uccisi da gruppi integralisti islamici dall’aprile 2003 ad oggi, come spiegano radio, riviste e siti Internet che dall’Iraq hanno censito le vittime. L’Agenzia Fides pubblica oggi la “lista dell’orrore”, ricavata soprattutto dal sito web cristiano in arabo www.ankawa.com e dalla rivista dei cristiani assiri iracheni Zauaa.
I commenti sulla stampa irachena e araba cristiana sono di tono molto preoccupato. Lanciano un allarme, chiedono la protezione delle autorità e l’intervento delle forze internazionali, e si domandano: quale futuro per i cristiani in Iraq, se continua questo stillicidio, questo massacro?
(PA) (Agenzia Fides 16/10/2004)

La lista dell’orrore >>

ASIA/IRAQ - Vita da incubo per i cristiani di Mosul: le milizie integraliste sequestrano e uccidono - La testimonianza a Fides di una suora: “Alcuni imam dicono: uccidere un cristiano non è colpa davanti a Dio”

Mosul (Agenzia Fides) - “La situazione è molto grave. I cristiani vivono nell’incubo di essere attaccati all’improvviso nelle loro case, sequestrati e uccisi, da gruppi di terroristi radicali islamici. Mosul un tempo era una cittadina molto tranquilla, ora la vita per noi è divenuta impossibile”. Lo dice in un accorato colloquio con l’Agenzia Fides una suora irachena, protetta dall’anonimato per ragioni di sicurezza.
“I responsabili degli attacchi sono gruppi di islamici integralisti armati. Fanno irruzione nelle case dei cristiani, prendono qual che vogliono, rapiscono e uccidono. E la responsabilità è anche di alcuni imam che li fomentano, dicendo nelle moschee che uccidere un cristiano non è reato nè una colpa davanti a Dio”, racconta allarmata a Fides la religiosa.
La suora narra un’esperienza che l’ha toccata da vicino: “E’ in atto una vera caccia all’uomo, e la vita per le famiglie cristiane si è trasformata in un incubo. Giorni fa un mio parente è stato prelevato a casa sua e sequestrato per cinque giorni. L’hanno e tenuto legato e bendato, senza cibo. Volevano convertirlo all’Islam, sotto minaccia di tortura. Lui ha resistito, poi la famiglia ha pagato un riscatto e il giovane è stato liberato. Ma molti altri giovani come lui non hanno avuto scampo e sono stati uccisi”.
“Le famiglie - dice - sono minacciate e sono terrorizzate. Tutto è affidato al caos e i cristiani ne stanno facendo le spese, anche perchè non si vendicano, sono gente pacifica che non ha armi. Le famiglia non mandano i ragazzi a scuola, nè fanno uscire le loro donne. Un sacerdote Caldeo è stato minacciato e costretto a scappare perchè aveva celebrato il funerale di un ragazzo cristiano ucciso. Per questo la fuga dei credenti in Cristo dall’Iraq continua: molti stano fuggendo in Siria e Giordana, o nell’Iraq del nord, nella zona curda”.
Prosegue l’analisi della religiosa: “Il fatto è che mancano del tutto polizia e autorità civili per governare questa situazione di anarchia. molti membri di queste milizie integraliste sono conosciuti, ma nessuno fa nulla. Ed anche i nostri amici musulmani, nostri vicini, gente pacifica, sono impotenti, non possono far nulla. Nel nostro piccolo possiamo pregare: domenica prossima vivremo un momento speciale di preghiera contro la violenza e per le famiglie delle vittime”.
L’Agenzia Fides già nel dicembre 2003 aveva segnalato l’intensificarsi delle pressione dell’estremismo islamico sulla comunità cristiana di Mosul. Un anno fa un gruppo armato aveva fatto irruzione di notte nella sede del Patriarcato Caldeo della città, episodio che giungeva dopo una lunga serie di atti intimidatori. Il Patriarcato aveva ricevuto molte lettere che minacciavano di morte i cristiani se non si fossero convertiti all’Islam. I capi religiosi cristiani hanno lanciato un appello a tutta la cittadinanza di Mosul perché gli estremisti e i violenti siano isolati dal resto della popolazione. (PA) (Agenzia Fides 14/10/2004 righe 35 parole 392)

ASIA/IRAQ - Drammatica testimonianza a Fides sulla condizione dei cristiani iracheni

Baghdad (Agenzia Fides)- Sulla situazione dei cristiani in Iraq, l’Agenzia Fides ha ricevuta questa drammatica testimonianza da p. Nizar Semaan, sacerdote siriaco iracheno: “C’è tanta paura soprattutto tra i cristiani che sono minacciati dai gruppi radicali che agiscano alla luce del sole a Mossul, e nessuno finora è in grado di fermarli, la polizia locale non ha la forza di fare niente. Questi movimenti stanno distruggendo la società e la convivenza pacifica tra i cristiani e i musulmani, è davvero un problema serio, e se non si trova una soluzione al più presto la situazione è destinata ad aggravarsi.
Nelle ultime settimane, a Mossul gruppi Sunniti (Wahabiti) hanno minacciato i sacerdoti, i frati domenicani, e tutta la popolazione cristiana ordinando di lasciare la città e tutti i loro averi. I pochi cristiani che vogliono vendere le loro attività a Mossul non riescono a trovare acquirenti perché l'Imam nel sermone di venerdì ha dichiarato: “non comprate niente degli infedeli (i cristiani) perché domani per forza lasceranno la città e noi potremo prendere gratuitamente tutto ciò che hanno”. Ho incontrato un musulmano e gli ho chiesto il perché di questa violenza e se lui è una persona pacifica. Mi ha risposto che lui è tranquillo tutta la settimana ma quando va a pregare il venerdì, sentendo il sermone dell’Imam perde la capacità di ragionare e il suo animo si riempie d’odio e violenza.
Nelle strade oramai non si può più sopportare le offese e i comportamenti degli estremisti, soprattutto nei confronti delle ragazze cristiane. Le studentesse universitarie sono costrette a mettere il velo per poter entrare nell’università.
È un vero dramma per i cristiani, e tutti si domandano: chi ci protegge? Se ci rivolgiamo agli americani saremmo accusati di essere collaborazionisti e traditori e quindi meritiamo la morte, se ci rivolgiamo ai Curdi e chiediamo la loro protezione ci accusano di lavorare contro l'unità dell'Iraq. Tanti musulmani di Mossul, uomini di buona volontà non accettano queste minacce ma non hanno il coraggio di condannare ciò che sta accadendo perché temono per la loro vita. Il sindaco della città ha diffidato con forza questi gruppi e noi speriamo che farà qualcosa prima che la situazione non sia più sotto controllo. Nei giorni scorsi è stato ucciso un famoso medico musulmano. Per protesa medici e ospedali hanno indetto uno sciopero di tre giorni.
Diversi cristiani, anche persone benestanti di Baghdad stanno lasciando le loro città per andare in Siria o in Giordania, oppure al nord dove trovano la protezione dei Curdi. Tanti medici, ingegneri e professori universitari hanno lasciato l'Iraq a causa delle minacce ricevute. Coloro che hanno deciso di rimanere sono sottoposti a ricatti continui: se vogliono restare in vita devono pagare forti somme di denaro. È una guerra aperta contro le persone di talento e coloro che lavorano per migliorare la situazione del paese, e credo che questo è lo scopo degli estremisti: svuotare l'Iraq delle persone di cultura e degli imprenditori per far sì che i terroristi siano i soli a restare in campo. Così l'Iraq viene consegnato agli ignoranti e ai gruppi radicali islamici.
Non solo nelle grandi città ma anche nei piccoli villaggi nei quali i cristiani costituiscono la maggior parte degli abitanti si riscontra lo stesso problema di sicurezza. Questi villaggi sono circondati da piccoli centri musulmani dove la gente è armata fino ai denti perché hanno recuperato gli armamenti dell’esercito di Saddam. Noi non abbiamo armi anche perché non crediamo nella legge della forza, ma non credo che possiamo stare a mani giunte aspettando la nostra morte. Vorrei chiedere alla società civile internazionale e tutta la gente di buona volontà di intervenire per evitare un vero massacro, non dobbiamo aspettare un nuovo Darfur. Dobbiamo agire e in fretta, il mondo deve capire la nostra sofferenza. Noi vogliamo stare in questa terra. Mi domando: se i cristiani lasceranno l'Iraq quale sarà il futuro di questa terra? Sicuramente un futuro nero, la presenza dei cristiani qui è veramente una base solida per costruire la democrazia”. (L.M.) (Agenzia Fides 11/10/2004 righe 50 parole 685)

ASIA/IRAQ - Una tragica testimonianza che, oltre alla cruda tragedia di una cronaca di morte, impone a tutti una riflessione...che fare?

Ninive (Agenzia Fides) - “Aiutateci, ci stanno ammazzando! Siamo perseguitati!” è il grido dei cristiani in Iraq, che questa mattina hanno raggiunto per telefono l’Italia. Dall’altro capo del telefono, in Iraq parla una famiglia cristiana Caldea che vive nel quartiere di Al-Baker a Ninive, nel Nord dell’Iraq, nei pressi di Mosul.
La notte fra il 4 e il 5 ottobre, alle 3.00 del mattino, la famiglia di Mazen Sako è stata attaccata da una banda dei musulmani fanatici, vestiti di nero, che hanno fatto irruzione in casa dicendo: “Siamo venuti a sterminarvi. Questa sarà la fine per voi cristiani”. Alla resistenza opposta da Mazen Sako, è seguita una colluttazione, ma i militanti hanno ucciso il figlio di Mazen, il piccolo Majed di 10 anni. I genitori sono sotto shock e la tragedia ha colpito tutta la comunità cattolica Caldea.
“E’ un esempio delle decine di attentati contro i cristiani che in questo momento si stanno verificando in Iraq. Ma qui nessuno può denunciare tutto ciò, a causa della paura”, raccontano a Fides al telefono. La testimonianza giunta a Fides dall’Iraq continua: “Anche le donne cristiane di Ninive sono minacciate da gruppi fondamentalisti islamici e sono costrette a portare il velo, soprattutto in vista del Ramadan”.
La fonte di Fides chiede: “Tre giorni fa hanno ucciso 7 giovani cristiani a Baghdad. Qui c’è da chiedersi: quale è il futuro dei Cristiani in Iraq? Chi se ne occupa? Oltre 40mila cristiani sono scappati in Siria dopo l’attentato alle chiese dell’inizio di agosto. Cosa possiamo fare? Abbiano paura per la nostra vita”.
Nella città di Ninive vi sono circa 25mila abitanti, quasi tutti cattolici Caldei. Lo scorso anno, durante la guerra, oltre 10mila cristiani di Baghdad si rifugiarono nella città, per fuggire alla violenza. Allora si generò una vera gara di solidarietà per gli sfollati... e oggi?
(BM) (Agenzia Fides 6/10/2004 Righe: 25 Parole: 281)

ASIA/IRAQ - Il primo giorno di scuola in Iraq con i vecchi libri dai quali sono state strappate le foto di Saddam. Una testimonianza a Fides

Baghdad (Agenzia Fides)- P. Nizar Seeman, sacerdote sirianco iracheno, ha inviato all’Agenzia Fides una testimonianza dal nord Iraq.
Sono le ore 7.45 del mattina mi trovo davanti alla porta della scuola elementare. Incontro i ragazzi e le ragazze, tanti di loro sono sorridenti, alcuni hanno ancora sonno e non hanno voglia di parlare. Tanti di loro non portano lo zainetto anche perché non hanno ancora preso i libri e i quaderni, quelli che portano lo zainetto hanno messo dentro solo un quaderno e una penna. La maggior parte di loro sono ben vestiti.
Fermo un ragazzo di 11 anni per chiedergli cosa pensa del nuovo anno scolastico. Mi risponde: “vorrei che gli insegnanti ci aiutassero a studiare con profitto, perché io voglio diventare ingegnere elettrotecnico per ricostruire la rete elettrica irachena”. Questo desiderio si spiega con il fatto che da 10 anni gli iracheni soffrono per la mancanza dell’elettricità.
Un bambino di 6 anni, vestito con eleganza, afferma sorridendo che il suo desiderio è quello di diventare un insegnante Una bambina di 9 anni, che l’anno scorso era stata la prima della classe, esprime seria il suo desiderio: “voglio solo che mi lascino studiare, auguro che vi sia la pace per tutti, vorrei diventare un medico per curare i feriti e i malati”.
Tutti i bambini d'età 6- 12 anni con quali ho parlato non conoscono la paura, tutti sono contenti di andare a scuola. I ragazzi delle scuole media e superiore mi sorprendano perché sanno parlare anche di politica, e fanno un’analisi della situazione irachena. Tutti affermano che prima di tutto desiderano la sicurezza nel nostro paese per poter continuare a studiare. “Non abbiamo paura di coloro che ci voglio uccidere, noi andiamo avanti e siamo sicuri che possiamo finire il programma di questo anno” affermano.
Uno di loro dice: “speriamo che nostri insegnanti siano diventati più democratici, io amo la democrazia anche se sinceramente non so di preciso cosa significa, ma credo sia meglio della dittatura”. Tutti si dicono convinti di studiare per potere costruire il nuovo Iraq. Domando quale Iraq? Mi rispondono l'Iraq della pace e del rispetto di ogni persona. Lascio la scuola dei ragazzi e mi trovo davanti alla scuola delle ragazze; una ragazza di 15 anni dice: “certo non è facile studiare in questa situazione, ma dobbiamo farlo perché il nostro paese ha bisogno di noi, noi siamo il futuro e dobbiamo essere in grado di servirlo. Noi non abbiamo paura e speriamo che quest’anno la situazione migliorerà”.
I Presidi e gli insegnanti delle diverse scuole affermano che gli edifici scolastici necessitano di lavori di manutenzione e che non sono ancora arrivati i nuovi libri di testo. Un’insegnante di storia afferma che specialmente i testi di storia devono essere cambiati al più presto. “Vorrei un libro di storia che non sia incentrato sui capi militari ma metta in evidenza le persone che hanno dedicato la loro vita per la pace e per la democrazia” afferma. Al tempo del regime di Saddam tutti i libri di qualsiasi materia avevano la sua foto in copertina, seguita da una pagina con i suoi discorsi e frasi che gli studenti dovevano imparare a memoria. Oggi dopo la caduta del regime si usano ancora i vecchi libri dai quali sono state strappate le pagine che contengono la foto di Saddam e i suoi discorsi.
“Certo” dice un preside “riformare tutto il sistema scolastico richiede molto tempo e non è facile in questa situazione, ma speriamo di riuscirci presto, in modo che i nostri bambini possano crescere con uno spirito nuovo, anche perché l'Iraq ha grandi risorse umane nel campo scolastico e dell’educazione”. Per quel che riguarda la sicurezza non è facile immaginare come sarà questo anno, e nessuno si sforza di fare previsioni, anche perché ormai gli iracheni si accontentano di vivere giorno per giorno. Negli ultimi giorni si sono diffuse alcune notizie su possibili attacchi contro le scuole durante l'anno ma nessuno vuol dare credito a queste voci e le cose procedano normalmente. (Agenzia Fides 4/10/2004 righe 51 parole 698)


ASIA/IRAQ - Non solo bombe e attentati. La vita quotidiana dell’Iraq descritta da un testimone locale

Baghdad (Agenzia Fides)- Padre Nizar, rientrato da oltre un mese nel suo paese, delinea un quadro della situazione irachena: “Vi sono diversi problemi, ma non vogliamo perdere la speranza di un futuro migliore. Il primo problema è quella della sicurezza, seguito dalla mancanza di lavoro”.
“L’opera di ricostruzione continua (ricostruzione di case, scuole, strade) ma oltre a questo non vi sono molte altre opportunità di lavoro salvo il pubblico impiego, dove si registrano alcune novità positive. La paga degli impiegati statali è infatti migliore rispetto al tempo di Saddam, quando era di 3mila = 2 $ al mese) che bastavano per comprare 2 chili di carne. Oggi si aggira tra i 250mila e i 500mila dinari, il che permette di vivere una vita dignitosa”. “Grazie alla paga più alta” continua p. Nizar “si è creato un effetto di traino per l’economia locale, infatti diversi dipendenti statali stanno rinnovando le loro case dopo che negli 15 anni non avevano potuto comprare né mobili né elettrodomestici”.
Per quel che concerna la vita sociale, p. Nizar traccia il seguente quadro: “La vita continua, gli studenti si stanno preparando per il nuovo anno scolastico, anche se si diffondono voci che alimentano la paura di possibile attentati contro le scuole. La mia città è immersa nelle festa dei matrimoni, ogni giorno vengono celebrati tra i 4 e i 6 matrimoni, solo questa settimana ne abbiamo 25. Quest’ anno si sono formate 200 nuove famiglie”.
“Non vi sono problemi di approvvigionamento di cibo: i mercati sono pieni di un po’ di tutto, anche la frutta che prima si trovava raramente, come le banane. I prezzi dei generi alimentari sono accettabili e accessibili a tutti”.
Per quel che riguarda la situazione della Chiesa, p. Nizar dice che “l'attività ecclesiale continua regolarmente con incontri dei giovani, il catechismo, l’apertura di nuovi centri sociali, corsi di computer e di lingue”.
Secondo p. Nizar “dopo un anno è mezzo dalla caduta del regime, la gente è convinta che fosse necessario il cambiamento del regime. Ho parlato con gente di diversa età e nessuno piange il passato”. P. Nizar si fa interprete dei sentimenti della comunità cristiana: “I cristiani pensano e vogliano un futuro migliore per l'Iraq, nonostante la paura dell’estremismo islamico sia crescente. A Mossul, per esempio, dove i movimenti islamici sono forti, le nostre ragazze non possono camminare per strada perché vengano minacciate e disturbate”.
A proposito della situazione della sicurezza p. Nizar afferma che “la gente anche a Baghdad convive ormai con gli attentati che qui non fanno più notizia. Dopo un’ora o due dagli attentati tutti tornano al loro lavoro e riprende la vita di prima. Tutti hanno le armi in mano, alcuni le usano per difendersi, altri per farsi valere. Il grande problema è rappresentato da nuove bande criminali che non hanno a che fare con la politica, rapiscono le persone che hanno attività commerciali e chiedono un riscatto. È accaduto ultimamente 3 o 4 volte anche nella mia città . Vengono rapiti i medici, ingegneri, professori universitari, avvocati. Queste persone sono minacciate sia da parte delle bande criminali sia dagli estremisti islamici. Tutte le persone che lavorano con gli americani e con le organizzazione umanitarie sono minacciati, in modo particolare i cristiani che lavorano con queste organizzazioni”.(L.M.) (Agenzia Fides 30/9/2004 righe 42 parole 568)

ASIA/IRAQ - “Riformare il sistema scolastico del Medio Oriente per combattere l’estremismo” dice p. Nizar. La scuola sia formazione alla pace! Se un bambino fin dall’età di 6 anni non sente altro che parlare di guerra e della necessità di uccidere i nemici, non bisogna stupirsi che a 18 anni diventi un kamikaze”

Baghdad (Agenzia Fides)- “Sono convinto che uno dei modi per risolvere il problema dell’estremismo islamico in Iraq e in Medio Oriente sia quello di riformare il sistema scolastico” dice all’Agenzia Fides p. Nizar Semaan, sacerdote iracheno di Mosul. “Mi baso sulla mia stessa esperienza come studente nelle scuole pubbliche irachene. In oltre 15 anni di scuola non ho mai sentito pronunciare la parola pace. Ci veniva inculcato il concetto che l’Iraq era circondato da nemici: l’Iran, Israele, la Siria. Concetti e valori come pace, convivenza, rispetto dell’altro, ci erano completamente sconosciuti. Solo grazie alla Chiesa e agli anni di formazione in Seminario ho scoperto il valore della pace e dell’amore” ricorda p. Nizar.
“L’Iraq non è un caso isolato: in tutto il mondo arabo si continua a inculcare negli allievi, fin dalla più tenera età, odio, paura dell’altro, la necessità della guerra” continua il sacerdote iracheno. “I nuovi programmi scolastici iracheni sono in via di revisione e si hanno buone speranze di vedere cambiata la situazione. Se l’Iraq cambia, succederà qualcosa negli altri paesi arabi? In cuor mio lo spero, ma razionalmente ho diversi dubbi”.
“Si capisce, quindi, perché i cattivi maestri del terrore siano un grado di reclutare tanti giovani perché diventino bombe umane. Se un bambino fin dall’età di 6 anni non sente altro che parlare di guerra e della necessità di uccidere i nemici, non bisogna stupirsi che a 18 anni diventi un kamikaze” afferma p. Nizar.
“Nonostante le tante vittime del terrorismo non dobbiamo però cadere vittime della logica dell’odio. Odiare e avere paura significa che i terroristi hanno vinto. Il loro scopo è proprio quello di spargere terrore e odio che alimentano altro odio in una spirale perversa. Bisogna invece spezzare la catena dell’odio per affermare i nostri valori che sono quelli della pace e della convivenza” dice p. Nizar. “Per far questo bisogna anche riflettere che gli stessi ragazzi che si fanno esplodere per uccidere altre persone, sono anch’essi vittime dei loro capi, che strumentalizzano il profondo sentimento religioso diffuso in Medio Oriente, per un fine criminale. Non ho ancora visto un capo di una rete terroristica farsi saltare in aria. Evidentemente tengono più alla propria vita che a quella di quei ragazzi, le cui menti sono state diabolicamente strumentalizzate”.
“Sono però fiducioso sul fatto che la logica della vita preverrà su quella della morte. Un domani questi giovani votati alla morte scopriranno la bellezza della vita e getteranno via la cintura con l’esplosivo” dice p. Nizar. “Non sono un ingenuo ci vorrà ancora del tempo, e purtroppo, altro sangue verrà versato, ma la logica della violenza non potrà averla vinta” afferma p. Nizar. “Noi cristiani abbiamo il compito di raffermare la nostra fede e la logica dell’amore. I nostri martiri hanno dato la loro vita perché altri potessero vivere. Una bella differenza dal cosiddetto martire che si fa esplodere per uccidere altre persone. Un concetto che alla fin fine non è islamico ma rappresenta una strumentalizzazione dell’Islam”.
(L.M.) (Agenzia Fides 2/9/2004 righe 39 parole 514)

ASIA/IRAQ - “Non uccidere! Un comandamento valido anche per il vero Islam. Gli estremisti che uccidono in Iraq offendono la religione che pretendono di rappresentare” dice un sacerdote iracheno

Baghdad (Agenzia Fides)- “Queste persone non applicano la Legge di Dio. Si fanno giudici e carnefici applicando una legge fatta da loro, che nulla ha che vedere con la religione”. Così p. Nizar Semaan, sacerdote siriaco iracheno di Mosul commenta all’Agenzia Fides la catena di omicidi di ostaggi commessi dai fondamentalisti islamici. “Non sono certo loro i rappresentanti del vero Islam” continua p. Nizar. “Il comandamento non uccidere è presente nelle 3 religioni monoteiste, figlie di Abramo: ebraismo, cristianesimo e Islam. Uccidere ostaggi innocenti non fa parte della religione islamica. Gli estremistici islamici dunque ignorano i fondamenti stessi della religione che in maniera arbitraria pretendono di rappresentare”.
“E poi cosa vogliono i terroristi? Liberare l’Iraq?” si chiede p. Nizar. “Non mi sembra che abbiano l’intenzione di creare uno stato iracheno democratico, ma riportarci indietro nel periodo buio della dittatura. Il popolo iracheno non ha bisogno di loro. Anzi la maggior parte delle vittime degli attentati sono iracheni innocenti.”
Sulla situazione dell’ordine pubblico in Iraq, P. Nizar distingue tra una criminalità di tipo politico e una comune. “La grande stampa internazionale dedica molto spazio alla cattura di ostaggi stranieri in Iraq, ma vi sono tantissimi iracheni che vengono rapiti da criminali alla ricerca del guadagno facile. Sono presi di mira soprattutto i familiari di professionisti, medici e commercianti. I rapiti vengono rilasciati in cambio del pagamento di un riscatto” afferma il sacerdote iracheno.
Secondo p. Nizar “la crescita della criminalità è riconducibile alla decisione di Saddam Hussein di rilasciare oltre 20mila -30mila detenuti comuni alla vigilia dell’ultima guerra. Questi criminali, una volta liberi, si sono organizzati in bande che stanno taglieggiando il paese”.
“La gente onesta sta però reagendo” dice p. Nizar. “La popolazione sta collaborando con la polizia, segnalando movimenti di persone sospette ed eventi che possono far pensare che sia in preparazione un attentato o un rapimento. Si tratta senza dubbio di un segnale incoraggiante, anche se la violenza in Iraq non finirà presto. Sono convinto comunque che sia possibile riportare la pace nel mio paese”.
Per quel che riguarda la situazione dei cristiani iracheni, p. Nizar afferma: “I cristiani patiscono la situazione generale del paese, come tutti gli altri iracheni. Ma la vita continua. Cito due piccoli esempi: il proprietario del mobilificio di Karakosh (villaggio cristiano di 25mila abitanti nei pressi di Mosul, nord Iraq) mi ha detto che hanno venduto tutta la produzione di camere matrimoniali perché molti giovani stanno per sposarsi. La scorsa settimana, inoltre, ben 350 ragazzi di Karakosh sono stati cresimati. Un segno della vivacità della presenza cristiana in Iraq”. (L.M.) (Agenzia Fides 26/7/2004 righe 37 parole 458)

ASIA/IRAQ - Minacce ai cristiani da parte di estremisti. “Non siamo però alla fuga in massa” dice a Fides un sacerdote iracheno. Preoccupazione per la nuova televisione irachena che non dedica alcuna attenzione alle altre fedi, ma solo all’Islam

Baghdad (Agenzia Fides)- “Non vi sono fughe in massa di cristiani dall’Iraq” dice all’Agenzia Fides p. Nizar Semaan, sacerdote siriaco iracheno di Mosul nel nord Iraq. “Alcuni media continuano a diffondere notizie di esodi di cristiani ma non mi risulta affatto che questo avvenga” dice il sacerdote iracheno.
“Vi sono casi di persone che cercano rifugio temporaneo all’estero, specie nella vicina Giordania. Ma si tratta in gran parte di persone facoltose, di ogni confessione religiosa: cristiani ma anche tanti musulmani sia sunniti che sciiti. Le condizioni di insicurezza delle grandi città come Baghdad e Mosul spinge chi può a trovare rifugio nei piccoli centri, considerati più sicuri, o all’estero. Ma non penso che si tratti di abbandoni definitivi dell’Iraq”.
“Nelle ultime settimane si era diffusa la voce che l’Ambasciata australiana di Baghdad stava concedendo visti agli iracheni che intendevano lasciare il paese. La notizia è stata in seguito smentita dalle autorità diplomatiche australiane e anche da alcuni sacerdoti iracheni che operano in Australia. In quel paese, infatti, vive una comunità irachena che potrebbe rappresentare un polo d’attrazione per coloro che volessero uscire dal paese. In ogni caso, ripeto si tratta per il momento di casi isolati” dice p. Nizar.
Alcuni mezzi di informazione riportano che i cristiani assiri hanno ricevuto minacce da parte di fondamentalisti islamici. Gli assiri lamentano pure che la nuova televisione irachena trasmette quattro volte al giorno programmi dedicati all’Islam, ma non dedica alcuna attenzione alle altre religioni presenti in Iraq. (L.M.) (Agenzia Fides 2/7/2004 righe 25 parole 287)

ASIA/IRAQ - “Il terrorista Zarkawi vuol liberare l’Iraq dagli stranieri? Beh allora sia il primo ad andarsene, visto che non è iracheno e versa sangue di iracheni innocenti” afferma un sacerdote nel nord Iraq

Baghdad (Agenzia Fides)-“Ma chi gli ha chiesto a questo signore di venire nel nostro paese a “difendere” il popolo iracheno, compiendo stragi contro civili innocenti?”. È sconvolto p. Nizar Semaan, sacerdote siriaco iracheno di Mosul nel nord Iraq, dopo la serie di attentati che hanno provocato un centinaio di morti in diverse località dell’Iraq.
“Il terrorista giordano Al Zarkawi, che si è assunto la paternità della maggioranza di questi crimini, pretende di rappresentare il popolo iracheno e di voler liberare l’Iraq dalla presenza straniera. Ma chi gli lo ha chiesto? Quale iracheno è d’accordo che si versi sangue di altri iracheni per mano di questi criminali? Come si permette di minacciare di morte il Primo ministro iracheno?” si chiede p. Nizar. “Zarkawi vuol liberare l’Iraq dagli stranieri? Beh allora sia il primo ad andarsene, visto che non è iracheno” afferma p. Nizar. “Questi criminali hanno scelto l’Iraq come campo di battaglia per una guerra che non è la guerra degli iracheni. Siamo stanchi della violenza e della morte. Vogliamo avere la possibilità di ricostruire il nostro paese”.
“Quello che sta avvenendo in Iraq riguarda tutto il mondo arabo, visto che i terroristi provengono da diversi paesi arabi” dice p. Nizar. “A questo proposito, non mi stancherò mai di chiedere ai leader del mondo arabo una condanna senza appello del terrorismo, che finora non c’è stata”. “Anzi” prosegue il sacerdote iracheno “i media arabi riportano le notizie degli attentati in Iraq con toni trionfalistici. Occorrerebbe invece che i parenti e i capi delle tribù sconfessassero pubblicamente gente come Zarqawi. Nella società araba, essere sconfessato dal proprio padre o essere allontanato dal proprio clan significa l’isolamento. In questo modo i terroristi alla fine si troverebbero isolati e incapaci di attrarre nuove leve”.
(L.M.) (Agenzia Fides 25/6/2004 righe 27 parole 329)

ASIA/IRAQ - “Giovani, restate in Iraq!”: l’appello di padre Bashar Warda, sacerdote iracheno per tener viva la speranza nella nazione

Baghdad (Agenzia Fides) - “Giovani, restate in Iraq per partecipare allo siluppo della nostra società!”: è l’appello lanciato da p. Bashar Warda, 32enne sacerdote iracheno di Baghdad, e docente al Babel College for Philosophy and Teology della capitale, che conta 280 studenti ed è un istituto ecumenico nel quale studiano tutti i futuri sacerdoti delle varie confessioni cristiane presenti in Iraq.
Mentre nel paese continuano le violenze e gli assassini anche di rappresentanti istituzionali, p. Bashar, che è anche Segretario per il settore degli Aiuti umanitari della Chiesa Cattolica in Iraq, chiede in un messaggio inviato a tutti i fedeli - e giunto ad Aiuto alla Chiesa che Soffre - l’impegno dei cristiani nella costruzione del nuovo Iraq, auspicando maggior coinvolgimento dei giovani.
In particolare il sacerdote sottolinea che la Chiesa cattolica in Iraq intende impegnarsi per aiutare i giovani nella loro crescita umana, culturale e spirituale, e che per questo ha pianificato la costruzione di centri sociali e pastorali dedicati ai giovani in tutto il paese. Altrettanto importante, sottolinea, è la formazione di giovani sacerdoti e catechisti che permettano di “continuare il nostro impegno e la nostra missione pastorale in Iraq”.
Ampliando il discorso, p. Bashar nota che i cristiani si sentono uniti al popolo iracheno e afferma che vedere il crescente impegno dei cristiani nella società irachena “offre grande speranza”.
Egli lancia un messaggio di speranza e di riconciliazione a tutto il paese, chiedendo a tutti gli iracheni che ciascuno si assuma una piena responsabilità per i passato , per il presente e per il futuro della nazione. (PA) (Agenzia Fides 17/06/2004 Lines: 18 Words: 131)

ASIA/IRAQ - Appello dei cristiani agli abitanti di mosul: “non permettete ad una minoranza di estremisti di danneggiare l’immagine secolare di tolleranza religioso e di convivenza pacifica della città”

Baghdad (Agenzia Fides)-Si intensifica la pressione dell’estremismo islamico sulla comunità cristiana di Mosul, nel nord Iraq. Secondo fonti dell’Agenzia Fides, la settimana scorsa, un gruppo armato composto da almeno 10 persone ha fatto irruzione di notte nella sede del Patriarcato Caldeo di Mosul. Gli assalitori non hanno commessi atti violenti ma hanno minacciato i presenti, con queste parole: “Vedete possiamo colpirvi quando e come vogliamo”.
Questo episodio giunge dopo una lunga serie di atti intimidatori, tra le quali lettere minatorie fatte scivolare sotto la porta del Vescovato Caldeo. Le missive minacciavano di morte i cristiani se non si fossero convertiti all’Islam. Alcune di queste invitavano a telefonare ad un numero di telefono, dove una voce registrate continuava a invitare alla conversione o a morire.
I capi religiosi cristiani hanno lanciato un appello a tutta la cittadinanza di Mosul perché gli estremisti e i violenti siano isolati dal resto della popolazione. “È l’unica strada percorribile” afferma una fonte locale all’Agenzia Fides. “Non possiamo chiedere la protezione delle truppe americane, altrimenti rischiamo di attizzare ancora di più l’odio degli estremisti e di essere visti come dei traditori dell’Iraq. La polizia locale è ancora troppo debole per garantire una protezione efficace. Crediamo che solo l’arma del dialogo ci possa difendere dall’estremismo”.
“Grazia a Dio” continua la fonte dell’Agenzia Fides “abbiamo un buon rapporto con i capi musulmani. Ci siamo rivolti a loro perché non prevalga una visione estremista della religione e sia possibile continuare a vivere in pace l’uno accanto all’altro. Il senso del nostro messaggio a tutti gli abitanti di Mosul, è proprio questo: non permettete ad una minoranza di estremisti di danneggiare l’immagine secolare di tolleranza religioso e di convivenza pacifica della città”. (L.M.) (Agenzia Fides 17/12/2003, righe 27 parole 316)

ASIA/IRAQ - Minacce contro la comunità cristiana nel nord iraq. i fondamentalisti pagano i giovani perché assumano comportamenti sempre più integralisti

Mosul (Agenzia Fides)-Sono giunte all’Agenzia Fides notizie di gravi atti di intimidazione contro la comunità cristiana di Mosul nell’Iraq del nord. “La scorsa settimana, una bomba è stata disinnescata di fronte alla scuola cattolica di Mosul. Era un ordigno formato da una serie di bombe a mano di bassa potenza ma che poteva comunque uccidere e ferire i ragazzi. Per motivi di sicurezza, la scuola è stata chiusa per almeno una settimana ” dice all’Agenzia Fides padre Nizar Semaan, sacerdote siriaco di Mosul. “Sempre la settimana scorsa una raffica di kalashnikov è stata sparata contro l’episcopato siro antiocheno della mia città”.
“I responsabili sono molto probabilmente estremisti wahabiti di Mosul” dice il sacerdote iracheno. “Con questi atti di intimidazione contro la comunità cristiana, gli estremisti vogliono dimostrare la loro forza e, fatto ancor più grave, bloccare il ritorno alla normalità della società civile. A Mosul, infatti, stanno procedendo i lavori per rimettere in sesto strade ed edifici pubblici, quali scuole ed ospedali. Gli estremisti vogliono imporre la loro legge fatta di intolleranza e violenza in città come Mosul dove vi è una lunga tradizione di rispetto tra le religioni e le etnie. A Mosul, infatti, l’attività più importante è il commercio e si sa che i commercianti hanno sempre avuto una visione di tolleranza e di apertura” afferma padre Nizar.
Nel nord dell’Iraq nelle ultime settimane si sono intensificati gli episodi di violenza contro le forze americane. Proprio due giorni fa due elicotteri americani sono precipitati su Mosul dopo che almeno uno dei velivoli è stato colpito da un razzo. “Non so quale rapporto vi sia tra chi attacca gli americani e coloro che hanno compiuto gli attentati contro i cristiani” dice padre Nizar. “Quello che posso dire è che gli estremisti wahabiti erano presenti pure sotto il regime di Saddam Hussein, anche se tenevano un basso profilo. Ora hanno rialzato la testa e stanno espandendo le loro attività, attirando nelle loro fila sempre più gente. I wahabiti sono ben finanziati dall’estero ed è facile per loro reclutare giovani disoccupati.”
“A questo proposito vorrei fare un semplice esempio di come il denaro sia usato per promuovere l’espansione di una visione islamista della società” dice p. Nizar.”Quando, alla fine degli anni ’80, frequentavo l’università a Mosul, le ragazze velate erano una su quaranta. Adesso invece la proporzione si è rovesciata: 40 ragazze velate contro una soltanto a capo scoperto! Questo perché gli integralisti pagano le giovani per portare il velo”.
“Chi ha in mano le sorti dell’Iraq deve cercare di impedire la fine della tradizione di tolleranza e di pacifica convivenza tra le fedi. Non vogliamo che l’Iraq sia un nuovo Libano” conclude p. Nizar. (L.M) (Agenzia Fides 17/11/2003 righe 37 parole 472)


ASIA/IRAQ - “Non vogliamo che l’iraq diventi come la palestina! senza stato, in balia di gruppi terroristi!”: accorate parole del superiore dell’unico ordine religioso caldeo all’agenzia Fides

Baghdad (Agenzia Fides) – “Non vogliamo che l’Iraq diventi come la Palestina! Senza uno stato, nazione abbandonata a se stessa, in balia di gruppi terroristi, con la gente a morire di fame!”. E’ il commosso grido d’allarme lanciato attraverso l’Agenzia Fides da p. Denka H. Toma, Superiore Generale dell'Ordine Antoniano di S. Ormizda dei Caldei, unico ordine religioso Caldeo presente in Iraq, nato nel VII sec. d.C.
P. Denka H. Toma, 42 anni, è a capo di una comunità che in Iraq conta 45 monaci dediti a una vita religiosa contemplativa e attiva, anche svolgendo incarichi pastorali. In un colloquio esclusivo con l’Agenzia Fides, commenta la situazione in Iraq all’indomani dell’attentato di Nassirya: “Oggi non riesco ad essere ottimista. Tutto dipende dagli Stati Uniti, che hanno potere assoluto, possono fare il bene o danneggiare la nostra nazione. Siamo nell’incertezza, ci troviamo in mezzo al guado: finita la dittatura, non siamo ancora entrati in una nuova stagione politica. Occorre uscire al più presto da questa tragica situazione, in cui si muovono facilmente terrorismo e insicurezza. Preghiamo perchè non avvenga qualcosa di ancora più brutto”.
Sulla strage dei militari italiani, il Superiore afferma: “Siamo profondamente rattristati. Gli italiani a Nassirya hanno un ruolo importante, quello di lavorare per l’ordine e la pacificazione del territorio. Il loro rapporto con la gente del luogo è buono. Non sappiamo chi sono i responsabili dell’attentato, credo siano fedeli di Saddam o terroristi infiltratisi in Iraq dopo la guerra, dato che le frontiere sono rimaste aperte per molto tempo”.
Dopo i numerosi attentati, cosa dovrebbe variare nella politica americana in Iraq? Il Superiore dice a Fides: “Gli Stati Uniti, che hanno smantellato la polizia, dovrebbero consegnare o almeno coinvolgere nella sicurezza gli iracheni, che sono vicini alla mentalità locale, conoscono i luoghi e la gente. La maggioranza della popolazione non è soddisfatta di come stanno andando le cose: ha apprezzato l’intervento americano che ha liberato l’Iraq dalla dittatura, ma oggi, sei mesi dopo la fine della guerra, lamenta la mancata ricostruzione sociale, civile ed economica. Molti cominciano a pensare che il vero scopo degli americani era appropriarsi del petrolio iracheno. Il popolo è stremato, dopo tre guerre in vent’anni e 12 anni di embargo”.
Secondo alcuni osservatori, occorre accelerare il passaggio di poteri dall’Amministrazione americana al Consiglio governativo provvisorio iracheno. Ma p. P. Denka H. Toma afferma: “Il Consiglio Provvisorio non potrà fare molto in quanto è controllato dagli Usa. I personaggi che lo compongono obbediscono in tutto agli americani, perdipiù sono uomini d’affari con cittadinanza irachena ma sono vissuti all’estero. Non hanno perciò condiviso la sofferenza della gente negli ultimi anni. Il popolo li considera ‘stranieri’. In queste condizioni sarà difficile che il Consiglio assuma pieni poteri e che riesca a governare”.
Una speranza nella drammatica situazione in cui versa l’Iraq è offerta dalla Chiesa Caldea: “In tutti questi anni di guerra, violenza, fame – conclude p. Toma parlando a Fides – siamo rimasti a fianco della popolazione, e ci restiamo oggi. La Chiesa Caldea costituisce un sostegno e un conforto per tutti, anche per molti non cristiani. Oggi i monaci Caldei sono una vera consolazione per la gente: senza di loro molti sarebbero già emigrati. I monaci visitano le famiglie, pregano con i giovani, istruiscono i bambini, dando una grande testimonianza di fede. Tute le famiglie cristiane Caldee pregano ogni giorno perchè il Signore conceda al nostro paese un futuro di pace”.
(PA) (Agenzia Fides 14/11/2003 Lines: 53 Words:595)


ASIA/IRAQ - Un cristiano caldeo ucciso a mosul: cresce la paura per attacchi di estremisti musulmani – il fondamentalismo islamico tenta di intimorire quanti lavorano per un iraq democratico in cui ci sia spazio per tutti e per tutte le fedi

Mosul (Agenzia Fides) – C’è allarme nella comunità caldea in Iraq: si susseguono atti di intimidazione contro cristiani da parte di gruppi di fondamentalisti islamici e la comunità teme la risorgenza dell’estremismo violento in questa fase di ricostruzione del paese. L’ultimo episodio che ha seminato scompiglio e preoccupazione è avvenuto all’inizio di ottobre a Mosul, nel Nord Iraq, dove un cristiano caldeo è stato ucciso nel suo negozio, attaccato da una granata. Safa Sabah Khoshi, caldeo proprietario del negozio di generi alimentari e alcolici, è rimasto vittima dell’attentato, mentre suo cugino Meyaser karim Khoshi è gravemente ferito.
Commentando il grave episodio, padre Nizar Seeman, sacerdote caldeo di Karakosh, villaggio nei pressi di Mosul, ha dichiarato all’Agenzia Fides: “Noi cristiani siamo preoccupati per la crescita del fondamentalismo islamico, specialmente nella zona di Mosul. E’ un fenomeno presente fra i musulmani sciiti ma anche fra i sunniti, dove si fa strada la corrente wahabita finanziata dall’Arabia Saudita, che fa presa soprattutto sui giovani disoccupati, che diventano facile preda di questi movimenti estremisti”.
“E’ una situazione inaccettabile. Finche il governo provvisorio tollererà questi atti, i caldei saranno oggetto di attacchi e moriranno molti innocenti. Mentre i gruppi musulmani intendono imporre con la forza la loro visione fondamentalista dell’Islam, noi cristiani vogliamo costruire un nuovo Iraq laico e secolare, in cui ci sia spazio per tutti e nessuno sia discriminato o perseguitato a causa della sua fede”, afferma all’Agenzia Fides un’altra fonte della Chiesa caldea in Iraq.
Il fondamentalismo, spiegano le fonti, è cresciuto all’indomani della caduta del regime dispotico di Saddam Hussein, prendendo, ad esempio, di mira i venditori di liquori, con intimidazioni e minacce. Bere o vendere alcol infatti è proibito dalla fede islamica ma no è vietato dalla legge civile irachena.
La comunità caldea è molto attiva e laboriosa e, dopo la caduta del regime, ha avviato negozi di artigianato, attività commerciali, piccoli alberghi: questa laboriosità viene malsopportata da molti musulmani. Per questo nei mesi scorsi i cattolici caldei sono stati vittime di diversi attacchi: nel maggio 2003 a Bassora due venditori di alcolici sono stati uccisi nei loro esercizi commerciali, e pochi giorni dopo altri due cristiani hanno perso la vita a Baghdad, dove alcun depositi di alcolici sono stati distrutti.
Eppure la comunità caldea non viola le leggi vigenti nel paese, e inoltre aiuta molta gente attraverso le parrocchie caldee a cui i fedeli versano regolari contributi. Le chiese cristiane infatti, con la loro rete Caritas, assistono molte famiglie musulmane nei quartieri poveri delle città irachene, in tutto il paese.
(PA) (Agenzia Fides 9/10/2003 lines 33 words 347)

ASIA/IRAQ - I cattolici caldei: sì all’impegno politico per la crescita democratica, civile e morale del nuovo iraq

Baghdad (Agenzia Fides) – Dopo anni di marginalità e assenza dalla vita pubblica, la comunità cattolica caldea vuole tornare ad essere presente nella vita politica dell’Iraq. E’ la novità che emerge alla vigilia della creazione del “Leadership Council”, che fungerà da organo esecutivo con funzioni di governo in Iraq. Ghassan Hanna, Segretario Generale del Congresso Nazionale Caldeo, formazione politica rappresentativa dei fedeli cristiani in Iraq, ha chiesto ufficialmente di includere rappresentanti caldei nel Consiglio che, secondo le prime indiscrezioni, non prevede nessun membro cristiano. “Una esclusione dei caldei dal Consiglio lo renderebbe non rappresentativo della nazione”, ha sottolineato Hanna, chiedendo la mobilitazione di tutti i caldei della diaspora.
Il Congresso Caldeo ha aperto da circa un mese una sezione a Baghdad, con l’intento di giocare un ruolo nella ricostruzione delle istituzioni democratiche e di dare un contributo alla crescita civile e morale del nuovo Iraq, che “non potrà fare a meno dell’apporto della comunità caldea”, affermano i responsabili, scongiurando una virata verso una teocrazia sciiita. La sezione di Baghdad è guidata da Fouad Bodagh, che ne è Presidente, e dal prof. Issam Jarjis, Segretario e Portavoce.
In Iraq l'Islam è religione di stato perchè il 90% del popolo è di religione musulmana, ma la Costituzione riconosce libertà di culto. Negli ultimi decenni, sotto la dittatura di Saddam Hussein, su 250 deputati dell'Assemblea nazionale, pochissimi erano cristiani. Oggi i cristiani cercano di recuperare un ruolo nella vita politica, anche se in Iraq continua dominare la mentalità per cui, in un paese arabo e a larga maggioranza islamica, il potere debba essere esercitato da musulmani. Oggi, nel nuovo scenario politico che si apre, vi è preoccupazione fra i cristiani per la presenza di alcune correnti oltranziste sciite, che premono per l'instaurazione di una teocrazia islamica.
I cristiani in Iraq sono in tutto circa 800.000, pari a circa il 3 % della popolazione, suddivisi in cattolici e ortodossi. I cattolici caldei ne costituiscono la larga maggioranza, oltre il 70%, con circa 500-600mila fedeli. A Baghdad c'è la sede del Patriarcato e la comunità caldea più numerosa, con oltre 350mila fedeli. Dopo la morte del Patriarca di Babilonia dei Caldei, Sua Beatitudine Raphael I Bidawid, spentosi il 7 luglio a Beirut, il ministero pastorale è svolto da due vescovi ausiliari, S.E. Mons. Emmanuel-Karim Delly e S.E. Andraos Abouna. Si attende ora la riunione del Santo Sinodo della Chiesa Caldea per l’elezione del nuovo Patriarca.
La Chiesa Caldea di dedica soprattutto alla catechesi, all'educazione e all’assistenza di numerose famiglie povere, cristiane e musulmane. Nella liturgia caldea la lingua ufficiale è l'aramaico, ma poichè i fedeli parlano correntemente l’arabo, la celebrazione della Santa Messa è bilingue. Esistono comunità caldee della diaspora in America, Europa, Oceania. Nel 2000 è stata istituita a Roma la Procura della Chiesa Caldea presso la Santa Sede.
(PA) (Agenzia Fides 10/7/2003 lines 46 words 554)

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