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Quale
futuro per i cristiani in Iraq |
Il fanatismo islamico sta mettendo in pericolo la
sopravvivenza della comunità cristiana in Iraq. Ad un’ultima
lista degli orrori alleghiamo le cronache pubblicate da Fides perché
ritorni la convivenza e la pace
Quale futuro per i cristiani in
Iraq, se continua questo stillicidio, questo massacro? All’Agenzia
Fides la “lista dell’orrore” dei cristiani vittime del fanatismo
islamico in Iraq
Bagdad (Agenzia Fides) – L’ultima vittima
in ordine di tempo è una bambina di Bagdad, proveniente di
una famiglia cristiana Caldea. E’stata sequestrata da un gruppo
terrorista islamico che ha chiesto un riscatto alla famiglia. I
genitori non disponevano di della somma di denaro richiesta. Così
il 14 ottobre la bimba è stata uccisa a sangue freddo e il
suo cadavere è stato recapitato con un gesto di disprezzo
alla famiglia, oggi straziata dal dolore
E’ una storia fra tante altre, di indicibile sofferenza per
le famiglie cristiane in Iraq: sono almeno 88 i cristiani iracheni
uccisi da gruppi integralisti islamici dall’aprile 2003 ad
oggi, come spiegano radio, riviste e siti Internet che dall’Iraq
hanno censito le vittime. L’Agenzia Fides pubblica oggi la
“lista dell’orrore”, ricavata soprattutto dal
sito web cristiano in arabo www.ankawa.com e dalla rivista dei cristiani
assiri iracheni Zauaa.
I commenti sulla stampa irachena e araba cristiana sono di tono
molto preoccupato. Lanciano un allarme, chiedono la protezione delle
autorità e l’intervento delle forze internazionali,
e si domandano: quale futuro per i cristiani in Iraq, se continua
questo stillicidio, questo massacro? (PA)
(Agenzia Fides 16/10/2004)
La lista dell’orrore
>>
ASIA/IRAQ - Vita da incubo per i cristiani
di Mosul: le milizie integraliste sequestrano e uccidono - La testimonianza
a Fides di una suora: “Alcuni imam dicono: uccidere un cristiano
non è colpa davanti a Dio”
Mosul (Agenzia Fides) - “La situazione è molto grave.
I cristiani vivono nell’incubo di essere attaccati all’improvviso
nelle loro case, sequestrati e uccisi, da gruppi di terroristi radicali
islamici. Mosul un tempo era una cittadina molto tranquilla, ora
la vita per noi è divenuta impossibile”. Lo dice in
un accorato colloquio con l’Agenzia Fides una suora irachena,
protetta dall’anonimato per ragioni di sicurezza.
“I responsabili degli attacchi sono gruppi di islamici integralisti
armati. Fanno irruzione nelle case dei cristiani, prendono qual
che vogliono, rapiscono e uccidono. E la responsabilità è
anche di alcuni imam che li fomentano, dicendo nelle moschee che
uccidere un cristiano non è reato nè una colpa davanti
a Dio”, racconta allarmata a Fides la religiosa.
La suora narra un’esperienza che l’ha toccata da vicino:
“E’ in atto una vera caccia all’uomo, e la vita
per le famiglie cristiane si è trasformata in un incubo.
Giorni fa un mio parente è stato prelevato a casa sua e sequestrato
per cinque giorni. L’hanno e tenuto legato e bendato, senza
cibo. Volevano convertirlo all’Islam, sotto minaccia di tortura.
Lui ha resistito, poi la famiglia ha pagato un riscatto e il giovane
è stato liberato. Ma molti altri giovani come lui non hanno
avuto scampo e sono stati uccisi”.
“Le famiglie - dice - sono minacciate e sono terrorizzate.
Tutto è affidato al caos e i cristiani ne stanno facendo
le spese, anche perchè non si vendicano, sono gente pacifica
che non ha armi. Le famiglia non mandano i ragazzi a scuola, nè
fanno uscire le loro donne. Un sacerdote Caldeo è stato minacciato
e costretto a scappare perchè aveva celebrato il funerale
di un ragazzo cristiano ucciso. Per questo la fuga dei credenti
in Cristo dall’Iraq continua: molti stano fuggendo in Siria
e Giordana, o nell’Iraq del nord, nella zona curda”.
Prosegue l’analisi della religiosa: “Il fatto è
che mancano del tutto polizia e autorità civili per governare
questa situazione di anarchia. molti membri di queste milizie integraliste
sono conosciuti, ma nessuno fa nulla. Ed anche i nostri amici musulmani,
nostri vicini, gente pacifica, sono impotenti, non possono far nulla.
Nel nostro piccolo possiamo pregare: domenica prossima vivremo un
momento speciale di preghiera contro la violenza e per le famiglie
delle vittime”.
L’Agenzia Fides già nel dicembre 2003 aveva segnalato
l’intensificarsi delle pressione dell’estremismo islamico
sulla comunità cristiana di Mosul. Un anno fa un gruppo armato
aveva fatto irruzione di notte nella sede del Patriarcato Caldeo
della città, episodio che giungeva dopo una lunga serie di
atti intimidatori. Il Patriarcato aveva ricevuto molte lettere che
minacciavano di morte i cristiani se non si fossero convertiti all’Islam.
I capi religiosi cristiani hanno lanciato un appello a tutta la
cittadinanza di Mosul perché gli estremisti e i violenti
siano isolati dal resto della popolazione. (PA) (Agenzia Fides 14/10/2004
righe 35 parole 392)
ASIA/IRAQ - Drammatica testimonianza a Fides sulla condizione
dei cristiani iracheni
Baghdad (Agenzia Fides)- Sulla situazione dei cristiani in Iraq,
l’Agenzia Fides ha ricevuta questa drammatica testimonianza
da p. Nizar Semaan, sacerdote siriaco iracheno: “C’è
tanta paura soprattutto tra i cristiani che sono minacciati dai
gruppi radicali che agiscano alla luce del sole a Mossul, e nessuno
finora è in grado di fermarli, la polizia locale non ha la
forza di fare niente. Questi movimenti stanno distruggendo la società
e la convivenza pacifica tra i cristiani e i musulmani, è
davvero un problema serio, e se non si trova una soluzione al più
presto la situazione è destinata ad aggravarsi.
Nelle ultime settimane, a Mossul gruppi Sunniti (Wahabiti) hanno
minacciato i sacerdoti, i frati domenicani, e tutta la popolazione
cristiana ordinando di lasciare la città e tutti i loro averi.
I pochi cristiani che vogliono vendere le loro attività a
Mossul non riescono a trovare acquirenti perché l'Imam nel
sermone di venerdì ha dichiarato: “non comprate niente
degli infedeli (i cristiani) perché domani per forza lasceranno
la città e noi potremo prendere gratuitamente tutto ciò
che hanno”. Ho incontrato un musulmano e gli ho chiesto il
perché di questa violenza e se lui è una persona pacifica.
Mi ha risposto che lui è tranquillo tutta la settimana ma
quando va a pregare il venerdì, sentendo il sermone dell’Imam
perde la capacità di ragionare e il suo animo si riempie
d’odio e violenza.
Nelle strade oramai non si può più sopportare le offese
e i comportamenti degli estremisti, soprattutto nei confronti delle
ragazze cristiane. Le studentesse universitarie sono costrette a
mettere il velo per poter entrare nell’università.
È un vero dramma per i cristiani, e tutti si domandano: chi
ci protegge? Se ci rivolgiamo agli americani saremmo accusati di
essere collaborazionisti e traditori e quindi meritiamo la morte,
se ci rivolgiamo ai Curdi e chiediamo la loro protezione ci accusano
di lavorare contro l'unità dell'Iraq. Tanti musulmani di
Mossul, uomini di buona volontà non accettano queste minacce
ma non hanno il coraggio di condannare ciò che sta accadendo
perché temono per la loro vita. Il sindaco della città
ha diffidato con forza questi gruppi e noi speriamo che farà
qualcosa prima che la situazione non sia più sotto controllo.
Nei giorni scorsi è stato ucciso un famoso medico musulmano.
Per protesa medici e ospedali hanno indetto uno sciopero di tre
giorni.
Diversi cristiani, anche persone benestanti di Baghdad stanno lasciando
le loro città per andare in Siria o in Giordania, oppure
al nord dove trovano la protezione dei Curdi. Tanti medici, ingegneri
e professori universitari hanno lasciato l'Iraq a causa delle minacce
ricevute. Coloro che hanno deciso di rimanere sono sottoposti a
ricatti continui: se vogliono restare in vita devono pagare forti
somme di denaro. È una guerra aperta contro le persone di
talento e coloro che lavorano per migliorare la situazione del paese,
e credo che questo è lo scopo degli estremisti: svuotare
l'Iraq delle persone di cultura e degli imprenditori per far sì
che i terroristi siano i soli a restare in campo. Così l'Iraq
viene consegnato agli ignoranti e ai gruppi radicali islamici.
Non solo nelle grandi città ma anche nei piccoli villaggi
nei quali i cristiani costituiscono la maggior parte degli abitanti
si riscontra lo stesso problema di sicurezza. Questi villaggi sono
circondati da piccoli centri musulmani dove la gente è armata
fino ai denti perché hanno recuperato gli armamenti dell’esercito
di Saddam. Noi non abbiamo armi anche perché non crediamo
nella legge della forza, ma non credo che possiamo stare a mani
giunte aspettando la nostra morte. Vorrei chiedere alla società
civile internazionale e tutta la gente di buona volontà di
intervenire per evitare un vero massacro, non dobbiamo aspettare
un nuovo Darfur. Dobbiamo agire e in fretta, il mondo deve capire
la nostra sofferenza. Noi vogliamo stare in questa terra. Mi domando:
se i cristiani lasceranno l'Iraq quale sarà il futuro di
questa terra? Sicuramente un futuro nero, la presenza dei cristiani
qui è veramente una base solida per costruire la democrazia”.
(L.M.) (Agenzia Fides 11/10/2004 righe 50 parole 685)
ASIA/IRAQ - Una tragica testimonianza che, oltre alla cruda
tragedia di una cronaca di morte, impone a tutti una riflessione...che
fare?
Ninive (Agenzia Fides) - “Aiutateci, ci stanno ammazzando!
Siamo perseguitati!” è il grido dei cristiani in Iraq,
che questa mattina hanno raggiunto per telefono l’Italia.
Dall’altro capo del telefono, in Iraq parla una famiglia cristiana
Caldea che vive nel quartiere di Al-Baker a Ninive, nel Nord dell’Iraq,
nei pressi di Mosul.
La notte fra il 4 e il 5 ottobre, alle 3.00 del mattino, la famiglia
di Mazen Sako è stata attaccata da una banda dei musulmani
fanatici, vestiti di nero, che hanno fatto irruzione in casa dicendo:
“Siamo venuti a sterminarvi. Questa sarà la fine per
voi cristiani”. Alla resistenza opposta da Mazen Sako, è
seguita una colluttazione, ma i militanti hanno ucciso il figlio
di Mazen, il piccolo Majed di 10 anni. I genitori sono sotto shock
e la tragedia ha colpito tutta la comunità cattolica Caldea.
“E’ un esempio delle decine di attentati contro i cristiani
che in questo momento si stanno verificando in Iraq. Ma qui nessuno
può denunciare tutto ciò, a causa della paura”,
raccontano a Fides al telefono. La testimonianza giunta a Fides
dall’Iraq continua: “Anche le donne cristiane di Ninive
sono minacciate da gruppi fondamentalisti islamici e sono costrette
a portare il velo, soprattutto in vista del Ramadan”.
La fonte di Fides chiede: “Tre giorni fa hanno ucciso 7 giovani
cristiani a Baghdad. Qui c’è da chiedersi: quale è
il futuro dei Cristiani in Iraq? Chi se ne occupa? Oltre 40mila
cristiani sono scappati in Siria dopo l’attentato alle chiese
dell’inizio di agosto. Cosa possiamo fare? Abbiano paura per
la nostra vita”.
Nella città di Ninive vi sono circa 25mila abitanti, quasi
tutti cattolici Caldei. Lo scorso anno, durante la guerra, oltre
10mila cristiani di Baghdad si rifugiarono nella città, per
fuggire alla violenza. Allora si generò una vera gara di
solidarietà per gli sfollati... e oggi?
(BM) (Agenzia Fides 6/10/2004 Righe: 25 Parole: 281)
ASIA/IRAQ - Il primo giorno di scuola in Iraq con i vecchi
libri dai quali sono state strappate le foto di Saddam. Una testimonianza
a Fides
Baghdad (Agenzia Fides)- P. Nizar Seeman, sacerdote sirianco iracheno,
ha inviato all’Agenzia Fides una testimonianza dal nord Iraq.
Sono le ore 7.45 del mattina mi trovo davanti alla porta della scuola
elementare. Incontro i ragazzi e le ragazze, tanti di loro sono
sorridenti, alcuni hanno ancora sonno e non hanno voglia di parlare.
Tanti di loro non portano lo zainetto anche perché non hanno
ancora preso i libri e i quaderni, quelli che portano lo zainetto
hanno messo dentro solo un quaderno e una penna. La maggior parte
di loro sono ben vestiti.
Fermo un ragazzo di 11 anni per chiedergli cosa pensa del nuovo
anno scolastico. Mi risponde: “vorrei che gli insegnanti ci
aiutassero a studiare con profitto, perché io voglio diventare
ingegnere elettrotecnico per ricostruire la rete elettrica irachena”.
Questo desiderio si spiega con il fatto che da 10 anni gli iracheni
soffrono per la mancanza dell’elettricità.
Un bambino di 6 anni, vestito con eleganza, afferma sorridendo che
il suo desiderio è quello di diventare un insegnante Una
bambina di 9 anni, che l’anno scorso era stata la prima della
classe, esprime seria il suo desiderio: “voglio solo che mi
lascino studiare, auguro che vi sia la pace per tutti, vorrei diventare
un medico per curare i feriti e i malati”.
Tutti i bambini d'età 6- 12 anni con quali ho parlato non
conoscono la paura, tutti sono contenti di andare a scuola. I ragazzi
delle scuole media e superiore mi sorprendano perché sanno
parlare anche di politica, e fanno un’analisi della situazione
irachena. Tutti affermano che prima di tutto desiderano la sicurezza
nel nostro paese per poter continuare a studiare. “Non abbiamo
paura di coloro che ci voglio uccidere, noi andiamo avanti e siamo
sicuri che possiamo finire il programma di questo anno” affermano.
Uno di loro dice: “speriamo che nostri insegnanti siano diventati
più democratici, io amo la democrazia anche se sinceramente
non so di preciso cosa significa, ma credo sia meglio della dittatura”.
Tutti si dicono convinti di studiare per potere costruire il nuovo
Iraq. Domando quale Iraq? Mi rispondono l'Iraq della pace e del
rispetto di ogni persona. Lascio la scuola dei ragazzi e mi trovo
davanti alla scuola delle ragazze; una ragazza di 15 anni dice:
“certo non è facile studiare in questa situazione,
ma dobbiamo farlo perché il nostro paese ha bisogno di noi,
noi siamo il futuro e dobbiamo essere in grado di servirlo. Noi
non abbiamo paura e speriamo che quest’anno la situazione
migliorerà”.
I Presidi e gli insegnanti delle diverse scuole affermano che gli
edifici scolastici necessitano di lavori di manutenzione e che non
sono ancora arrivati i nuovi libri di testo. Un’insegnante
di storia afferma che specialmente i testi di storia devono essere
cambiati al più presto. “Vorrei un libro di storia
che non sia incentrato sui capi militari ma metta in evidenza le
persone che hanno dedicato la loro vita per la pace e per la democrazia”
afferma. Al tempo del regime di Saddam tutti i libri di qualsiasi
materia avevano la sua foto in copertina, seguita da una pagina
con i suoi discorsi e frasi che gli studenti dovevano imparare a
memoria. Oggi dopo la caduta del regime si usano ancora i vecchi
libri dai quali sono state strappate le pagine che contengono la
foto di Saddam e i suoi discorsi.
“Certo” dice un preside “riformare tutto il sistema
scolastico richiede molto tempo e non è facile in questa
situazione, ma speriamo di riuscirci presto, in modo che i nostri
bambini possano crescere con uno spirito nuovo, anche perché
l'Iraq ha grandi risorse umane nel campo scolastico e dell’educazione”.
Per quel che riguarda la sicurezza non è facile immaginare
come sarà questo anno, e nessuno si sforza di fare previsioni,
anche perché ormai gli iracheni si accontentano di vivere
giorno per giorno. Negli ultimi giorni si sono diffuse alcune notizie
su possibili attacchi contro le scuole durante l'anno ma nessuno
vuol dare credito a queste voci e le cose procedano normalmente.
(Agenzia Fides 4/10/2004 righe 51 parole 698)
ASIA/IRAQ - Non solo bombe e attentati. La vita quotidiana
dell’Iraq descritta da un testimone locale
Baghdad (Agenzia Fides)- Padre Nizar, rientrato da oltre un mese
nel suo paese, delinea un quadro della situazione irachena: “Vi
sono diversi problemi, ma non vogliamo perdere la speranza di un
futuro migliore. Il primo problema è quella della sicurezza,
seguito dalla mancanza di lavoro”.
“L’opera di ricostruzione continua (ricostruzione di
case, scuole, strade) ma oltre a questo non vi sono molte altre
opportunità di lavoro salvo il pubblico impiego, dove si
registrano alcune novità positive. La paga degli impiegati
statali è infatti migliore rispetto al tempo di Saddam, quando
era di 3mila = 2 $ al mese) che bastavano per comprare 2 chili di
carne. Oggi si aggira tra i 250mila e i 500mila dinari, il che permette
di vivere una vita dignitosa”. “Grazie alla paga più
alta” continua p. Nizar “si è creato un effetto
di traino per l’economia locale, infatti diversi dipendenti
statali stanno rinnovando le loro case dopo che negli 15 anni non
avevano potuto comprare né mobili né elettrodomestici”.
Per quel che concerna la vita sociale, p. Nizar traccia il seguente
quadro: “La vita continua, gli studenti si stanno preparando
per il nuovo anno scolastico, anche se si diffondono voci che alimentano
la paura di possibile attentati contro le scuole. La mia città
è immersa nelle festa dei matrimoni, ogni giorno vengono
celebrati tra i 4 e i 6 matrimoni, solo questa settimana ne abbiamo
25. Quest’ anno si sono formate 200 nuove famiglie”.
“Non vi sono problemi di approvvigionamento di cibo: i mercati
sono pieni di un po’ di tutto, anche la frutta che prima si
trovava raramente, come le banane. I prezzi dei generi alimentari
sono accettabili e accessibili a tutti”.
Per quel che riguarda la situazione della Chiesa, p. Nizar dice
che “l'attività ecclesiale continua regolarmente con
incontri dei giovani, il catechismo, l’apertura di nuovi centri
sociali, corsi di computer e di lingue”.
Secondo p. Nizar “dopo un anno è mezzo dalla caduta
del regime, la gente è convinta che fosse necessario il cambiamento
del regime. Ho parlato con gente di diversa età e nessuno
piange il passato”. P. Nizar si fa interprete dei sentimenti
della comunità cristiana: “I cristiani pensano e vogliano
un futuro migliore per l'Iraq, nonostante la paura dell’estremismo
islamico sia crescente. A Mossul, per esempio, dove i movimenti
islamici sono forti, le nostre ragazze non possono camminare per
strada perché vengano minacciate e disturbate”.
A proposito della situazione della sicurezza p. Nizar afferma che
“la gente anche a Baghdad convive ormai con gli attentati
che qui non fanno più notizia. Dopo un’ora o due dagli
attentati tutti tornano al loro lavoro e riprende la vita di prima.
Tutti hanno le armi in mano, alcuni le usano per difendersi, altri
per farsi valere. Il grande problema è rappresentato da nuove
bande criminali che non hanno a che fare con la politica, rapiscono
le persone che hanno attività commerciali e chiedono un riscatto.
È accaduto ultimamente 3 o 4 volte anche nella mia città
. Vengono rapiti i medici, ingegneri, professori universitari, avvocati.
Queste persone sono minacciate sia da parte delle bande criminali
sia dagli estremisti islamici. Tutte le persone che lavorano con
gli americani e con le organizzazione umanitarie sono minacciati,
in modo particolare i cristiani che lavorano con queste organizzazioni”.(L.M.)
(Agenzia Fides 30/9/2004 righe 42 parole 568)
ASIA/IRAQ - “Riformare il sistema scolastico del
Medio Oriente per combattere l’estremismo” dice p. Nizar.
La scuola sia formazione alla pace! Se un bambino fin dall’età
di 6 anni non sente altro che parlare di guerra e della necessità
di uccidere i nemici, non bisogna stupirsi che a 18 anni diventi
un kamikaze”
Baghdad (Agenzia Fides)- “Sono convinto che uno dei modi
per risolvere il problema dell’estremismo islamico in Iraq
e in Medio Oriente sia quello di riformare il sistema scolastico”
dice all’Agenzia Fides p. Nizar Semaan, sacerdote iracheno
di Mosul. “Mi baso sulla mia stessa esperienza come studente
nelle scuole pubbliche irachene. In oltre 15 anni di scuola non
ho mai sentito pronunciare la parola pace. Ci veniva inculcato il
concetto che l’Iraq era circondato da nemici: l’Iran,
Israele, la Siria. Concetti e valori come pace, convivenza, rispetto
dell’altro, ci erano completamente sconosciuti. Solo grazie
alla Chiesa e agli anni di formazione in Seminario ho scoperto il
valore della pace e dell’amore” ricorda p. Nizar.
“L’Iraq non è un caso isolato: in tutto il mondo
arabo si continua a inculcare negli allievi, fin dalla più
tenera età, odio, paura dell’altro, la necessità
della guerra” continua il sacerdote iracheno. “I nuovi
programmi scolastici iracheni sono in via di revisione e si hanno
buone speranze di vedere cambiata la situazione. Se l’Iraq
cambia, succederà qualcosa negli altri paesi arabi? In cuor
mio lo spero, ma razionalmente ho diversi dubbi”.
“Si capisce, quindi, perché i cattivi maestri del terrore
siano un grado di reclutare tanti giovani perché diventino
bombe umane. Se un bambino fin dall’età di 6 anni non
sente altro che parlare di guerra e della necessità di uccidere
i nemici, non bisogna stupirsi che a 18 anni diventi un kamikaze”
afferma p. Nizar.
“Nonostante le tante vittime del terrorismo non dobbiamo però
cadere vittime della logica dell’odio. Odiare e avere paura
significa che i terroristi hanno vinto. Il loro scopo è proprio
quello di spargere terrore e odio che alimentano altro odio in una
spirale perversa. Bisogna invece spezzare la catena dell’odio
per affermare i nostri valori che sono quelli della pace e della
convivenza” dice p. Nizar. “Per far questo bisogna anche
riflettere che gli stessi ragazzi che si fanno esplodere per uccidere
altre persone, sono anch’essi vittime dei loro capi, che strumentalizzano
il profondo sentimento religioso diffuso in Medio Oriente, per un
fine criminale. Non ho ancora visto un capo di una rete terroristica
farsi saltare in aria. Evidentemente tengono più alla propria
vita che a quella di quei ragazzi, le cui menti sono state diabolicamente
strumentalizzate”.
“Sono però fiducioso sul fatto che la logica della
vita preverrà su quella della morte. Un domani questi giovani
votati alla morte scopriranno la bellezza della vita e getteranno
via la cintura con l’esplosivo” dice p. Nizar. “Non
sono un ingenuo ci vorrà ancora del tempo, e purtroppo, altro
sangue verrà versato, ma la logica della violenza non potrà
averla vinta” afferma p. Nizar. “Noi cristiani abbiamo
il compito di raffermare la nostra fede e la logica dell’amore.
I nostri martiri hanno dato la loro vita perché altri potessero
vivere. Una bella differenza dal cosiddetto martire che si fa esplodere
per uccidere altre persone. Un concetto che alla fin fine non è
islamico ma rappresenta una strumentalizzazione dell’Islam”.
(L.M.) (Agenzia Fides 2/9/2004 righe 39 parole 514)
ASIA/IRAQ - “Non uccidere! Un comandamento valido
anche per il vero Islam. Gli estremisti che uccidono in Iraq offendono
la religione che pretendono di rappresentare” dice un sacerdote
iracheno
Baghdad (Agenzia Fides)- “Queste persone non applicano la
Legge di Dio. Si fanno giudici e carnefici applicando una legge
fatta da loro, che nulla ha che vedere con la religione”.
Così p. Nizar Semaan, sacerdote siriaco iracheno di Mosul
commenta all’Agenzia Fides la catena di omicidi di ostaggi
commessi dai fondamentalisti islamici. “Non sono certo loro
i rappresentanti del vero Islam” continua p. Nizar. “Il
comandamento non uccidere è presente nelle 3 religioni monoteiste,
figlie di Abramo: ebraismo, cristianesimo e Islam. Uccidere ostaggi
innocenti non fa parte della religione islamica. Gli estremistici
islamici dunque ignorano i fondamenti stessi della religione che
in maniera arbitraria pretendono di rappresentare”.
“E poi cosa vogliono i terroristi? Liberare l’Iraq?”
si chiede p. Nizar. “Non mi sembra che abbiano l’intenzione
di creare uno stato iracheno democratico, ma riportarci indietro
nel periodo buio della dittatura. Il popolo iracheno non ha bisogno
di loro. Anzi la maggior parte delle vittime degli attentati sono
iracheni innocenti.”
Sulla situazione dell’ordine pubblico in Iraq, P. Nizar distingue
tra una criminalità di tipo politico e una comune. “La
grande stampa internazionale dedica molto spazio alla cattura di
ostaggi stranieri in Iraq, ma vi sono tantissimi iracheni che vengono
rapiti da criminali alla ricerca del guadagno facile. Sono presi
di mira soprattutto i familiari di professionisti, medici e commercianti.
I rapiti vengono rilasciati in cambio del pagamento di un riscatto”
afferma il sacerdote iracheno.
Secondo p. Nizar “la crescita della criminalità è
riconducibile alla decisione di Saddam Hussein di rilasciare oltre
20mila -30mila detenuti comuni alla vigilia dell’ultima guerra.
Questi criminali, una volta liberi, si sono organizzati in bande
che stanno taglieggiando il paese”.
“La gente onesta sta però reagendo” dice p. Nizar.
“La popolazione sta collaborando con la polizia, segnalando
movimenti di persone sospette ed eventi che possono far pensare
che sia in preparazione un attentato o un rapimento. Si tratta senza
dubbio di un segnale incoraggiante, anche se la violenza in Iraq
non finirà presto. Sono convinto comunque che sia possibile
riportare la pace nel mio paese”.
Per quel che riguarda la situazione dei cristiani iracheni, p. Nizar
afferma: “I cristiani patiscono la situazione generale del
paese, come tutti gli altri iracheni. Ma la vita continua. Cito
due piccoli esempi: il proprietario del mobilificio di Karakosh
(villaggio cristiano di 25mila abitanti nei pressi di Mosul, nord
Iraq) mi ha detto che hanno venduto tutta la produzione di camere
matrimoniali perché molti giovani stanno per sposarsi. La
scorsa settimana, inoltre, ben 350 ragazzi di Karakosh sono stati
cresimati. Un segno della vivacità della presenza cristiana
in Iraq”. (L.M.) (Agenzia Fides 26/7/2004 righe 37 parole
458)
ASIA/IRAQ - Minacce ai cristiani da parte di estremisti.
“Non siamo però alla fuga in massa” dice a Fides
un sacerdote iracheno. Preoccupazione per la nuova televisione irachena
che non dedica alcuna attenzione alle altre fedi, ma solo all’Islam
Baghdad (Agenzia Fides)- “Non vi sono fughe in massa di cristiani
dall’Iraq” dice all’Agenzia Fides p. Nizar Semaan,
sacerdote siriaco iracheno di Mosul nel nord Iraq. “Alcuni
media continuano a diffondere notizie di esodi di cristiani ma non
mi risulta affatto che questo avvenga” dice il sacerdote iracheno.
“Vi sono casi di persone che cercano rifugio temporaneo all’estero,
specie nella vicina Giordania. Ma si tratta in gran parte di persone
facoltose, di ogni confessione religiosa: cristiani ma anche tanti
musulmani sia sunniti che sciiti. Le condizioni di insicurezza delle
grandi città come Baghdad e Mosul spinge chi può a
trovare rifugio nei piccoli centri, considerati più sicuri,
o all’estero. Ma non penso che si tratti di abbandoni definitivi
dell’Iraq”.
“Nelle ultime settimane si era diffusa la voce che l’Ambasciata
australiana di Baghdad stava concedendo visti agli iracheni che
intendevano lasciare il paese. La notizia è stata in seguito
smentita dalle autorità diplomatiche australiane e anche
da alcuni sacerdoti iracheni che operano in Australia. In quel paese,
infatti, vive una comunità irachena che potrebbe rappresentare
un polo d’attrazione per coloro che volessero uscire dal paese.
In ogni caso, ripeto si tratta per il momento di casi isolati”
dice p. Nizar.
Alcuni mezzi di informazione riportano che i cristiani assiri hanno
ricevuto minacce da parte di fondamentalisti islamici. Gli assiri
lamentano pure che la nuova televisione irachena trasmette quattro
volte al giorno programmi dedicati all’Islam, ma non dedica
alcuna attenzione alle altre religioni presenti in Iraq. (L.M.)
(Agenzia Fides 2/7/2004 righe 25 parole 287)
ASIA/IRAQ - “Il terrorista Zarkawi vuol liberare
l’Iraq dagli stranieri? Beh allora sia il primo ad andarsene,
visto che non è iracheno e versa sangue di iracheni innocenti”
afferma un sacerdote nel nord Iraq
Baghdad (Agenzia Fides)-“Ma chi gli ha chiesto a questo signore
di venire nel nostro paese a “difendere” il popolo iracheno,
compiendo stragi contro civili innocenti?”. È sconvolto
p. Nizar Semaan, sacerdote siriaco iracheno di Mosul nel nord Iraq,
dopo la serie di attentati che hanno provocato un centinaio di morti
in diverse località dell’Iraq.
“Il terrorista giordano Al Zarkawi, che si è assunto
la paternità della maggioranza di questi crimini, pretende
di rappresentare il popolo iracheno e di voler liberare l’Iraq
dalla presenza straniera. Ma chi gli lo ha chiesto? Quale iracheno
è d’accordo che si versi sangue di altri iracheni per
mano di questi criminali? Come si permette di minacciare di morte
il Primo ministro iracheno?” si chiede p. Nizar. “Zarkawi
vuol liberare l’Iraq dagli stranieri? Beh allora sia il primo
ad andarsene, visto che non è iracheno” afferma p.
Nizar. “Questi criminali hanno scelto l’Iraq come campo
di battaglia per una guerra che non è la guerra degli iracheni.
Siamo stanchi della violenza e della morte. Vogliamo avere la possibilità
di ricostruire il nostro paese”.
“Quello che sta avvenendo in Iraq riguarda tutto il mondo
arabo, visto che i terroristi provengono da diversi paesi arabi”
dice p. Nizar. “A questo proposito, non mi stancherò
mai di chiedere ai leader del mondo arabo una condanna senza appello
del terrorismo, che finora non c’è stata”. “Anzi”
prosegue il sacerdote iracheno “i media arabi riportano le
notizie degli attentati in Iraq con toni trionfalistici. Occorrerebbe
invece che i parenti e i capi delle tribù sconfessassero
pubblicamente gente come Zarqawi. Nella società araba, essere
sconfessato dal proprio padre o essere allontanato dal proprio clan
significa l’isolamento. In questo modo i terroristi alla fine
si troverebbero isolati e incapaci di attrarre nuove leve”.
(L.M.) (Agenzia Fides 25/6/2004 righe 27 parole 329)
ASIA/IRAQ - “Giovani, restate in Iraq!”: l’appello
di padre Bashar Warda, sacerdote iracheno per tener viva la speranza
nella nazione
Baghdad (Agenzia Fides) - “Giovani, restate in Iraq per partecipare
allo siluppo della nostra società!”: è l’appello
lanciato da p. Bashar Warda, 32enne sacerdote iracheno di Baghdad,
e docente al Babel College for Philosophy and Teology della capitale,
che conta 280 studenti ed è un istituto ecumenico nel quale
studiano tutti i futuri sacerdoti delle varie confessioni cristiane
presenti in Iraq.
Mentre nel paese continuano le violenze e gli assassini anche di
rappresentanti istituzionali, p. Bashar, che è anche Segretario
per il settore degli Aiuti umanitari della Chiesa Cattolica in Iraq,
chiede in un messaggio inviato a tutti i fedeli - e giunto ad Aiuto
alla Chiesa che Soffre - l’impegno dei cristiani nella costruzione
del nuovo Iraq, auspicando maggior coinvolgimento dei giovani.
In particolare il sacerdote sottolinea che la Chiesa cattolica in
Iraq intende impegnarsi per aiutare i giovani nella loro crescita
umana, culturale e spirituale, e che per questo ha pianificato la
costruzione di centri sociali e pastorali dedicati ai giovani in
tutto il paese. Altrettanto importante, sottolinea, è la
formazione di giovani sacerdoti e catechisti che permettano di “continuare
il nostro impegno e la nostra missione pastorale in Iraq”.
Ampliando il discorso, p. Bashar nota che i cristiani si sentono
uniti al popolo iracheno e afferma che vedere il crescente impegno
dei cristiani nella società irachena “offre grande
speranza”.
Egli lancia un messaggio di speranza e di riconciliazione a tutto
il paese, chiedendo a tutti gli iracheni che ciascuno si assuma
una piena responsabilità per i passato , per il presente
e per il futuro della nazione. (PA) (Agenzia Fides 17/06/2004 Lines:
18 Words: 131)
ASIA/IRAQ - Appello dei cristiani agli abitanti di mosul:
“non permettete ad una minoranza di estremisti di danneggiare
l’immagine secolare di tolleranza religioso e di convivenza
pacifica della città”
Baghdad (Agenzia Fides)-Si intensifica la pressione dell’estremismo
islamico sulla comunità cristiana di Mosul, nel nord Iraq.
Secondo fonti dell’Agenzia Fides, la settimana scorsa, un
gruppo armato composto da almeno 10 persone ha fatto irruzione di
notte nella sede del Patriarcato Caldeo di Mosul. Gli assalitori
non hanno commessi atti violenti ma hanno minacciato i presenti,
con queste parole: “Vedete possiamo colpirvi quando e come
vogliamo”.
Questo episodio giunge dopo una lunga serie di atti intimidatori,
tra le quali lettere minatorie fatte scivolare sotto la porta del
Vescovato Caldeo. Le missive minacciavano di morte i cristiani se
non si fossero convertiti all’Islam. Alcune di queste invitavano
a telefonare ad un numero di telefono, dove una voce registrate
continuava a invitare alla conversione o a morire.
I capi religiosi cristiani hanno lanciato un appello a tutta la
cittadinanza di Mosul perché gli estremisti e i violenti
siano isolati dal resto della popolazione. “È l’unica
strada percorribile” afferma una fonte locale all’Agenzia
Fides. “Non possiamo chiedere la protezione delle truppe americane,
altrimenti rischiamo di attizzare ancora di più l’odio
degli estremisti e di essere visti come dei traditori dell’Iraq.
La polizia locale è ancora troppo debole per garantire una
protezione efficace. Crediamo che solo l’arma del dialogo
ci possa difendere dall’estremismo”.
“Grazia a Dio” continua la fonte dell’Agenzia
Fides “abbiamo un buon rapporto con i capi musulmani. Ci siamo
rivolti a loro perché non prevalga una visione estremista
della religione e sia possibile continuare a vivere in pace l’uno
accanto all’altro. Il senso del nostro messaggio a tutti gli
abitanti di Mosul, è proprio questo: non permettete ad una
minoranza di estremisti di danneggiare l’immagine secolare
di tolleranza religioso e di convivenza pacifica della città”.
(L.M.) (Agenzia Fides 17/12/2003, righe 27 parole 316)
ASIA/IRAQ - Minacce contro la comunità cristiana
nel nord iraq. i fondamentalisti pagano i giovani perché
assumano comportamenti sempre più integralisti
Mosul (Agenzia Fides)-Sono giunte all’Agenzia Fides notizie
di gravi atti di intimidazione contro la comunità cristiana
di Mosul nell’Iraq del nord. “La scorsa settimana, una
bomba è stata disinnescata di fronte alla scuola cattolica
di Mosul. Era un ordigno formato da una serie di bombe a mano di
bassa potenza ma che poteva comunque uccidere e ferire i ragazzi.
Per motivi di sicurezza, la scuola è stata chiusa per almeno
una settimana ” dice all’Agenzia Fides padre Nizar Semaan,
sacerdote siriaco di Mosul. “Sempre la settimana scorsa una
raffica di kalashnikov è stata sparata contro l’episcopato
siro antiocheno della mia città”.
“I responsabili sono molto probabilmente estremisti wahabiti
di Mosul” dice il sacerdote iracheno. “Con questi atti
di intimidazione contro la comunità cristiana, gli estremisti
vogliono dimostrare la loro forza e, fatto ancor più grave,
bloccare il ritorno alla normalità della società civile.
A Mosul, infatti, stanno procedendo i lavori per rimettere in sesto
strade ed edifici pubblici, quali scuole ed ospedali. Gli estremisti
vogliono imporre la loro legge fatta di intolleranza e violenza
in città come Mosul dove vi è una lunga tradizione
di rispetto tra le religioni e le etnie. A Mosul, infatti, l’attività
più importante è il commercio e si sa che i commercianti
hanno sempre avuto una visione di tolleranza e di apertura”
afferma padre Nizar.
Nel nord dell’Iraq nelle ultime settimane si sono intensificati
gli episodi di violenza contro le forze americane. Proprio due giorni
fa due elicotteri americani sono precipitati su Mosul dopo che almeno
uno dei velivoli è stato colpito da un razzo. “Non
so quale rapporto vi sia tra chi attacca gli americani e coloro
che hanno compiuto gli attentati contro i cristiani” dice
padre Nizar. “Quello che posso dire è che gli estremisti
wahabiti erano presenti pure sotto il regime di Saddam Hussein,
anche se tenevano un basso profilo. Ora hanno rialzato la testa
e stanno espandendo le loro attività, attirando nelle loro
fila sempre più gente. I wahabiti sono ben finanziati dall’estero
ed è facile per loro reclutare giovani disoccupati.”
“A questo proposito vorrei fare un semplice esempio di come
il denaro sia usato per promuovere l’espansione di una visione
islamista della società” dice p. Nizar.”Quando,
alla fine degli anni ’80, frequentavo l’università
a Mosul, le ragazze velate erano una su quaranta. Adesso invece
la proporzione si è rovesciata: 40 ragazze velate contro
una soltanto a capo scoperto! Questo perché gli integralisti
pagano le giovani per portare il velo”.
“Chi ha in mano le sorti dell’Iraq deve cercare di impedire
la fine della tradizione di tolleranza e di pacifica convivenza
tra le fedi. Non vogliamo che l’Iraq sia un nuovo Libano”
conclude p. Nizar. (L.M) (Agenzia Fides 17/11/2003 righe 37 parole
472)
ASIA/IRAQ - “Non vogliamo che l’iraq diventi
come la palestina! senza stato, in balia di gruppi terroristi!”:
accorate parole del superiore dell’unico ordine religioso
caldeo all’agenzia Fides
Baghdad (Agenzia Fides) – “Non vogliamo che l’Iraq
diventi come la Palestina! Senza uno stato, nazione abbandonata
a se stessa, in balia di gruppi terroristi, con la gente a morire
di fame!”. E’ il commosso grido d’allarme lanciato
attraverso l’Agenzia Fides da p. Denka H. Toma, Superiore
Generale dell'Ordine Antoniano di S. Ormizda dei Caldei, unico ordine
religioso Caldeo presente in Iraq, nato nel VII sec. d.C.
P. Denka H. Toma, 42 anni, è a capo di una comunità
che in Iraq conta 45 monaci dediti a una vita religiosa contemplativa
e attiva, anche svolgendo incarichi pastorali. In un colloquio esclusivo
con l’Agenzia Fides, commenta la situazione in Iraq all’indomani
dell’attentato di Nassirya: “Oggi non riesco ad essere
ottimista. Tutto dipende dagli Stati Uniti, che hanno potere assoluto,
possono fare il bene o danneggiare la nostra nazione. Siamo nell’incertezza,
ci troviamo in mezzo al guado: finita la dittatura, non siamo ancora
entrati in una nuova stagione politica. Occorre uscire al più
presto da questa tragica situazione, in cui si muovono facilmente
terrorismo e insicurezza. Preghiamo perchè non avvenga qualcosa
di ancora più brutto”.
Sulla strage dei militari italiani, il Superiore afferma: “Siamo
profondamente rattristati. Gli italiani a Nassirya hanno un ruolo
importante, quello di lavorare per l’ordine e la pacificazione
del territorio. Il loro rapporto con la gente del luogo è
buono. Non sappiamo chi sono i responsabili dell’attentato,
credo siano fedeli di Saddam o terroristi infiltratisi in Iraq dopo
la guerra, dato che le frontiere sono rimaste aperte per molto tempo”.
Dopo i numerosi attentati, cosa dovrebbe variare nella politica
americana in Iraq? Il Superiore dice a Fides: “Gli Stati Uniti,
che hanno smantellato la polizia, dovrebbero consegnare o almeno
coinvolgere nella sicurezza gli iracheni, che sono vicini alla mentalità
locale, conoscono i luoghi e la gente. La maggioranza della popolazione
non è soddisfatta di come stanno andando le cose: ha apprezzato
l’intervento americano che ha liberato l’Iraq dalla
dittatura, ma oggi, sei mesi dopo la fine della guerra, lamenta
la mancata ricostruzione sociale, civile ed economica. Molti cominciano
a pensare che il vero scopo degli americani era appropriarsi del
petrolio iracheno. Il popolo è stremato, dopo tre guerre
in vent’anni e 12 anni di embargo”.
Secondo alcuni osservatori, occorre accelerare il passaggio di poteri
dall’Amministrazione americana al Consiglio governativo provvisorio
iracheno. Ma p. P. Denka H. Toma afferma: “Il Consiglio Provvisorio
non potrà fare molto in quanto è controllato dagli
Usa. I personaggi che lo compongono obbediscono in tutto agli americani,
perdipiù sono uomini d’affari con cittadinanza irachena
ma sono vissuti all’estero. Non hanno perciò condiviso
la sofferenza della gente negli ultimi anni. Il popolo li considera
‘stranieri’. In queste condizioni sarà difficile
che il Consiglio assuma pieni poteri e che riesca a governare”.
Una speranza nella drammatica situazione in cui versa l’Iraq
è offerta dalla Chiesa Caldea: “In tutti questi anni
di guerra, violenza, fame – conclude p. Toma parlando a Fides
– siamo rimasti a fianco della popolazione, e ci restiamo
oggi. La Chiesa Caldea costituisce un sostegno e un conforto per
tutti, anche per molti non cristiani. Oggi i monaci Caldei sono
una vera consolazione per la gente: senza di loro molti sarebbero
già emigrati. I monaci visitano le famiglie, pregano con
i giovani, istruiscono i bambini, dando una grande testimonianza
di fede. Tute le famiglie cristiane Caldee pregano ogni giorno perchè
il Signore conceda al nostro paese un futuro di pace”.
(PA) (Agenzia Fides 14/11/2003 Lines: 53 Words:595)
ASIA/IRAQ - Un cristiano caldeo ucciso a mosul: cresce la
paura per attacchi di estremisti musulmani – il fondamentalismo
islamico tenta di intimorire quanti lavorano per un iraq democratico
in cui ci sia spazio per tutti e per tutte le fedi
Mosul (Agenzia Fides) – C’è allarme nella comunità
caldea in Iraq: si susseguono atti di intimidazione contro cristiani
da parte di gruppi di fondamentalisti islamici e la comunità
teme la risorgenza dell’estremismo violento in questa fase
di ricostruzione del paese. L’ultimo episodio che ha seminato
scompiglio e preoccupazione è avvenuto all’inizio di
ottobre a Mosul, nel Nord Iraq, dove un cristiano caldeo è
stato ucciso nel suo negozio, attaccato da una granata. Safa Sabah
Khoshi, caldeo proprietario del negozio di generi alimentari e alcolici,
è rimasto vittima dell’attentato, mentre suo cugino
Meyaser karim Khoshi è gravemente ferito.
Commentando il grave episodio, padre Nizar Seeman, sacerdote caldeo
di Karakosh, villaggio nei pressi di Mosul, ha dichiarato all’Agenzia
Fides: “Noi cristiani siamo preoccupati per la crescita del
fondamentalismo islamico, specialmente nella zona di Mosul. E’
un fenomeno presente fra i musulmani sciiti ma anche fra i sunniti,
dove si fa strada la corrente wahabita finanziata dall’Arabia
Saudita, che fa presa soprattutto sui giovani disoccupati, che diventano
facile preda di questi movimenti estremisti”.
“E’ una situazione inaccettabile. Finche il governo
provvisorio tollererà questi atti, i caldei saranno oggetto
di attacchi e moriranno molti innocenti. Mentre i gruppi musulmani
intendono imporre con la forza la loro visione fondamentalista dell’Islam,
noi cristiani vogliamo costruire un nuovo Iraq laico e secolare,
in cui ci sia spazio per tutti e nessuno sia discriminato o perseguitato
a causa della sua fede”, afferma all’Agenzia Fides un’altra
fonte della Chiesa caldea in Iraq.
Il fondamentalismo, spiegano le fonti, è cresciuto all’indomani
della caduta del regime dispotico di Saddam Hussein, prendendo,
ad esempio, di mira i venditori di liquori, con intimidazioni e
minacce. Bere o vendere alcol infatti è proibito dalla fede
islamica ma no è vietato dalla legge civile irachena.
La comunità caldea è molto attiva e laboriosa e, dopo
la caduta del regime, ha avviato negozi di artigianato, attività
commerciali, piccoli alberghi: questa laboriosità viene malsopportata
da molti musulmani. Per questo nei mesi scorsi i cattolici caldei
sono stati vittime di diversi attacchi: nel maggio 2003 a Bassora
due venditori di alcolici sono stati uccisi nei loro esercizi commerciali,
e pochi giorni dopo altri due cristiani hanno perso la vita a Baghdad,
dove alcun depositi di alcolici sono stati distrutti.
Eppure la comunità caldea non viola le leggi vigenti nel
paese, e inoltre aiuta molta gente attraverso le parrocchie caldee
a cui i fedeli versano regolari contributi. Le chiese cristiane
infatti, con la loro rete Caritas, assistono molte famiglie musulmane
nei quartieri poveri delle città irachene, in tutto il paese.
(PA) (Agenzia Fides 9/10/2003 lines 33 words 347)
ASIA/IRAQ - I cattolici caldei: sì all’impegno
politico per la crescita democratica, civile e morale del nuovo
iraq
Baghdad (Agenzia Fides) – Dopo anni di marginalità
e assenza dalla vita pubblica, la comunità cattolica caldea
vuole tornare ad essere presente nella vita politica dell’Iraq.
E’ la novità che emerge alla vigilia della creazione
del “Leadership Council”, che fungerà da organo
esecutivo con funzioni di governo in Iraq. Ghassan Hanna, Segretario
Generale del Congresso Nazionale Caldeo, formazione politica rappresentativa
dei fedeli cristiani in Iraq, ha chiesto ufficialmente di includere
rappresentanti caldei nel Consiglio che, secondo le prime indiscrezioni,
non prevede nessun membro cristiano. “Una esclusione dei caldei
dal Consiglio lo renderebbe non rappresentativo della nazione”,
ha sottolineato Hanna, chiedendo la mobilitazione di tutti i caldei
della diaspora.
Il Congresso Caldeo ha aperto da circa un mese una sezione a Baghdad,
con l’intento di giocare un ruolo nella ricostruzione delle
istituzioni democratiche e di dare un contributo alla crescita civile
e morale del nuovo Iraq, che “non potrà fare a meno
dell’apporto della comunità caldea”, affermano
i responsabili, scongiurando una virata verso una teocrazia sciiita.
La sezione di Baghdad è guidata da Fouad Bodagh, che ne è
Presidente, e dal prof. Issam Jarjis, Segretario e Portavoce.
In Iraq l'Islam è religione di stato perchè il 90%
del popolo è di religione musulmana, ma la Costituzione riconosce
libertà di culto. Negli ultimi decenni, sotto la dittatura
di Saddam Hussein, su 250 deputati dell'Assemblea nazionale, pochissimi
erano cristiani. Oggi i cristiani cercano di recuperare un ruolo
nella vita politica, anche se in Iraq continua dominare la mentalità
per cui, in un paese arabo e a larga maggioranza islamica, il potere
debba essere esercitato da musulmani. Oggi, nel nuovo scenario politico
che si apre, vi è preoccupazione fra i cristiani per la presenza
di alcune correnti oltranziste sciite, che premono per l'instaurazione
di una teocrazia islamica.
I cristiani in Iraq sono in tutto circa 800.000, pari a circa il
3 % della popolazione, suddivisi in cattolici e ortodossi. I cattolici
caldei ne costituiscono la larga maggioranza, oltre il 70%, con
circa 500-600mila fedeli. A Baghdad c'è la sede del Patriarcato
e la comunità caldea più numerosa, con oltre 350mila
fedeli. Dopo la morte del Patriarca di Babilonia dei Caldei, Sua
Beatitudine Raphael I Bidawid, spentosi il 7 luglio a Beirut, il
ministero pastorale è svolto da due vescovi ausiliari, S.E.
Mons. Emmanuel-Karim Delly e S.E. Andraos Abouna. Si attende ora
la riunione del Santo Sinodo della Chiesa Caldea per l’elezione
del nuovo Patriarca.
La Chiesa Caldea di dedica soprattutto alla catechesi, all'educazione
e all’assistenza di numerose famiglie povere, cristiane e
musulmane. Nella liturgia caldea la lingua ufficiale è l'aramaico,
ma poichè i fedeli parlano correntemente l’arabo, la
celebrazione della Santa Messa è bilingue. Esistono comunità
caldee della diaspora in America, Europa, Oceania. Nel 2000 è
stata istituita a Roma la Procura della Chiesa Caldea presso la
Santa Sede.
(PA) (Agenzia Fides 10/7/2003 lines 46 words 554)
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