AMERICA/CILE - il Papa a sacerdoti e religiosi cileni: non siamo supereroi. La Chiesa vive solo del perdono di Cristo

martedì, 16 gennaio 2018 papa francesco   chiese locali   sacerdoti   ordini religiosi   vita consacrata   abusi sessuali   perdono  

Santiago del Cile (Agenzia Fides) – La Chiesa non ha bisogno di “supereroi”, ma solo di fare esperienza del perdono di Cristo, e della redenzione che Lui le dona attraverso le sue piaghe. E questo dinamismo anima ogni opera apostolica e ogni cammino cristiano. Lo ha ripetuto Papa Francesco nell’incontro avuto nel pomeriggio di martedì 16 gennaio con i sacerdoti, i religiosi, le religiose, i consacrati, le consacrate e i seminaristi cileni, nella Cattedrale di Santiago del Cile. Il lungo discorso del Vescovo di Roma ha affrontato senza reticenze il momento difficile attraversato dalla Chiesa che è in Cile, unn tempo “di turbolenza e sfide” descritto anche dal cardinale Ezzati nel suo discorso di saluto al Santo Padre: "Conosco” ha detto Papa Francesco “il dolore che hanno significato i casi di abusi contro minori e seguo con attenzione quanto fate per superare questo grave e doloroso male”. Il Papa ha anche dichiarato di sapere che i sacerdoti in Cile “a volte avete subito insulti sulla metropolitana o camminando per la strada; che andare “vestiti da prete” in molte zone si sta “pagando caro’ ”. Davanti a tale momento difficile e di smarrimento, il Papa ha sviluppato il suo intervento invitando tutti a guardare all’esperienza di San Pietro e della prima comunità di discepoli, paradigma di ogni cammino cristiano.

Non siamo migliori
Dopo la morte in croce di Cristo – ha ricordato il Vescovo di Roma – anche Pietro e gli apostoli vissero le “ore dello smarrimento e del turbamento” nella vita del discepolo. Le ore in cui ci si ritrova “con le reti vuote vuote”, senza “grandi avventure da raccontare”. E si può essere tentati di “pensare che tutto va male, e invece di professare una “buona novella”, quello che professiamo è solo apatia e disillusione. Così chiudiamo gli occhi davanti alle sfide pastorali credendo che lo Spirito no abbia nulla da dire. Così ci dimentichiamo che il Vangelo è un cammino di conversione, ma non solo “degli altri”, ma anche nostra”. In quell’ora della verità - ha rimarcato il Papa – anche Pietro - e con lui tutti gli apostoli – “Fece l’esperienza del suo limite, della sua fragilità, del suo essere peccatore. Pietro l’istintivo, l’impulsivo capo e salvatore, con una buona dose di autosufficienza e un eccesso di fiducia in sé stesso e nelle sue possibilità, dovette sottomettersi alla propria debolezza e al proprio peccato. Lui era peccatore come gli altri, era bisognoso come gli altri, era fragile come gli altri”. A noi – ha aggiunto il Papa - “Come discepoli, come Chiesa, ci può accadere lo stesso: ci sono momenti in cui ci confrontiamo non con le nostre glorie, ma con la nostra debolezza. Ore cruciali nella vita dei discepoli, ma quella è anche l’ora in cui nasce l’apostolo”. Perché davanti all’apostolo che ha fallito, “Gesù non usa né il rimprovero né la condanna. L’unica cosa che vuole fare è salvare Pietro. Lo vuole salvare dal pericolo di restare rinchiuso nel suo peccato, di restare a “masticare” la desolazione frutto del suo limite; dal pericolo di venir meno, a causa dei suoi limiti, a tutto il bene che aveva vissuto con Gesù”.
Solo l’esperienza della misericordia di Cristo che perdona – ha suggerito Papa Francesco ai sacerdoti, ai religiosi e alle religiose cileni – può ridare vita ai discepoli smarriti, può trasfigurare il loro dolore e rialzarli dalle cadute: “che cosa” ha chiesto il Papa "fortifica Pietro come apostolo? Che cosa mantiene noi come apostoli? Una cosa sola: ci è stata usata misericordia (cfr 1 Tm 1,12-16). In mezzo ai nostri peccati, limiti, miserie; in mezzo alle nostre molteplici cadute, Gesù ci ha visto, si è avvicinato, ci ha dato la mano e ci ha usato misericordia..…. Non siamo qui” ha proseguito il Successore di Pietro perché siamo migliori degli altri. Non siamo supereroi che, dall’alto, scendono a incontrarsi con i “mortali”. Piuttosto siamo inviati con la consapevolezza di essere uomini e donne perdonati.E questa è la fonte della nostra misericordia”.

Una Chiesa con le piaghe
Nel perdono ricevuto da Cristo, che risana le ferite, i sacerdoti, i consacrati e tutti i battezzati partecipano al mistero della salvezza che Cristo dona non proponendo idee religiose, ma attraverso le sue piaghe. E proprio l’esperienza di vedere le proprie piaghe risanate e perdonate da Gesù consente ai sacerdoti, ai consacrati e a tutti i battezzati di abbracciare i limiti e i dolori del mondo, di andare incontro agli altri così come sono, annunciando la salvezza del Vangelo, trattando tutti con misericordia: “Siamo consacrati, pastori” ha detto il Papa “nello stile di Gesù ferito, morto e risorto. Il consacrato è colui e colei che incontra nelle proprie ferite i segni della Risurrezione; che riesce a vedere nelle ferite del mondo la forza della Risurrezione; che, come Gesù, non va incontro ai fratelli con il rimprovero e la condanna”. Egli - ha proseguito il Papa – “non si presenta ai suoi senza piaghe; proprio partendo dalle sue piaghe Tommaso può confessare la fede. Siamo invitati a non dissimulare o nascondere le nostre piaghe. Una Chiesa con le piaghe è capace di comprendere le piaghe del mondo di oggi e di farle sue, patirle, accompagnarle e cercare di sanarle. Una Chiesa con le piaghe non si pone al centro, non si crede perfetta, ma pone al centro l’unico che può sanare le ferite e che si chiama Gesù Cristo”.

La preghiera del cardinale Silva Henríquez
Le piaghe di Cristo, che diventano “cammino di Resurrezione”, e non perfezionismi clericali o complicate strategie pastorali, rappresentano – così ha suggerito Papa Francesco - il criterio di autenticità di ogni esperienza ecclesiale:
“Rinnovare la profezia” ha sottolineato Papa Francesco “Rinnovare la profezia è rinnovare il nostro impegno di non aspettare un mondo ideale, una comunità ideale, un discepolo ideale per vivere o per evangelizzare, ma di creare le condizioni perché ogni persona abbattuta possa incontrarsi con Gesù. Non si amano le situazioni, né le comunità ideali, si amano le persone. Il riconoscimento sincero, sofferto e orante dei nostri limiti, lungi dal separarci dal nostro Signore" ha aggiunto il Papa "ci permette di ritornare a Gesù sapendo che Egli sempre può, con la sua novità, rinnovare la nostra vita e la nostra comunità, e anche se attraversa epoche oscure e debolezze ecclesiali, la proposta cristiana non invecchia mai”.
Concludendo il suo intervento, il Papa ha invitato tutti i presenti a scrivere”nel proprio cuore” un proprio “testamento spirituale”; sul modello della preghiera scritta dal compianto cardinale cileno Raúl Silva Henríquez. “La Chiesa che io amo è la Santa Chiesa di tutti i giorni... la tua, la mia, la Santa Chiesa di tutti i giorni... Gesù, il Vangelo, il pane, l’Eucaristia, il Corpo di Cristo umile ogni giorno. Con i volti dei poveri e i volti di uomini e donne che cantavano, che lottavano, che soffrivano. La Santa Chiesa di tutti i giorni”. (GV) (Agenzia Fides 16/1/2018).


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