ASIA/MYANMAR - Un Vescovo: “Rohingya, questione di umanità. Ambo le parti costruiscano la pace”

martedì, 5 settembre 2017 minoranze religiose   minoranze etniche   libertà religiosa   diritti umani   citttadinanza   società civile   islam  

Mawlamyine (Agenzia Fides) – “Nella crisi in corso nello stato di Rakhine, urge mostrare umanità. Lanciamo un appello di umanità ad ambo le parti, i militari e i guerriglieri Rohingya. Bisogna rispettarsi e costruire un futuro di pace e giustizia, basato sul rispetto dei diritti umani. Ricordiamo che durante il periodo della dittatura, in Birmania tutte le minoranze etniche sono state emarginate e penalizzate. Ora auspichiamo un cambiamento di approccio da parte del governo e dei passi avanti si sono compiuti, in diverse aree del paese. Certo, ora nello stato di Rakhine (nel Myanmar occidentale) c’è un vero conflitto armato perché i Rohingya hanno formato un esercito, l’Arakan Rohingya Salvation Army (ARSA), e la questione si è complicata, diventando un problema di sicurezza”: lo dichiara all’Agenzia Fides il Vescovo Raymond Saw Po Ray, che guida la diocesi di Mawlamyine ed è presidente della Commissione “Giustizia e pace” nella Conferenza episcopale del Myanmar.
Nello Stato birmano di Rakhine dal 25 agosto infuriano combattimenti tra l’Arakan Rohingya Salvation Army, espressione della minoranza musulmana dei Rohingya, e i militari del Myanmar. A soffrirne è sopratutto la popolazione civile della minoranza etnica, che si sta spostando verso il Bangladesh, in un flusso ininterrotto che in pochi giorni ha riguardato 60mila profughi. Ma ora il Bangladesh oppone resistenza per evitare un’altra invasione di sfollati in un paese segnato da povertà e sovrappopolazione.
Il Vescovo dice a Fides: “La Chiesa birmana, piccola realtà, continua a pregare per la pace e a nutrire una speranza di riconciliazione. In questo senso la visita di Papa Francesco in Myanmar, dal 27 al 30 novembre, appare tempestiva e preziosa: il Papa sarà un apostolo di riconciliazione. Ma occorre ricordare che la pace va preparata con un approccio che non sia solo centrato su se stessi ma che tenga in considerazione le esigenze e le attese altrui".
“Il Papa ha parlato dei Rohingya – prosegue mons. Raymond Saw Po Ray – e speriamo che il suo appello di pace venga ben accolto da tutte le parti in lotta. Quello dei Rohingya è un tasto delicato, e l’uso stesso del termine ‘Rohingya’ è piuttosto controverso, se si legge la loro storia. La questione oggi è argomento molto sensibile anche per i rapporti col governo, che li definisce ‘minoranza bengali’. Per questo come Vescovi abbiamo suggerito al Papa di non usare quel termine nei suoi messaggi di pace e di rispetto delle minoranze”.
Già dal 1982 la giunta militare birmana aveva varato una legge sulla nazionalità che negava quella birmana ai Rohingya: questa minoranza etnica di religione islamica non è riconosciuta dallo stato e resta priva di ogni diritto. Violenze si sono verificate nello stato nel 2012 (una campagna anti-musulmana fu promossa da un gruppo estremista buddista) e poi a partire dall’ottobre del 2016 quando, in seguito a disordini alla frontiera, si è scatenata una caccia all’uomo che ha indotto le Ong a parlare di “pulizia etnica” e di “genocidio”. All'inizio del 2017 nei campi profughi bangalesi si erano ammassati oltre 30mila profughi. Secondo il rapporto dell’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati, pubblicato il 20 giugno scorso in occasione nel World Refugee Day, sono 490mila in totale i Rohingya che, negli anni, hanno lasciato le loro case, e 276mila di loro si trovano in Bangladesh. (PA) (Agenzia Fides 5/9/2017)


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