ASIA/INDIA - Non si mischiano religione e politica: storica sentenza della Corte Suprema

martedì, 3 gennaio 2017 politica   minoranze religiose   libertà religiosa   società civile   diritti umani   induismo   fondamentalismo religioso  

(New Delhi) - Nel corso di elezioni politiche, la ricerca di voti in nome della religione può essere definita una "pratica corrotta": lo ha stabilito la Corte Suprema dell'India in una sentenza emessa il 2 gennaio, affermando che "l'elezione è un esercizio laico, mentre il rapporto tra l'uomo e Dio è una scelta individuale".
Si tratta di una sentenza storica: la Corte conferma che la ricerca di consenso elettorale in nome di una data religione, casta o comunità è assimilabile al reato di "corruzione". Il collegio giudicante ha emesso il verdetto dopo il ricorso presentato nel 1992 dal capo del partito Baratiya Janata Party (BJP), Abhiram Singh, la cui elezione nell'Assemblea parlamentare dello stato di Maharashtra era stata invalidata nel 1991 dall'Alta Corte di Bombay poichè il candidato aveva apertamente lanciato un appello a votare per lui perchè di religione indù.
La sentenza si oppone a un altro pronunciamento del 1995 in cui la stessa Corte Suprema aveva accolto la definizione di "Hindutva" ("induità", la ideologia degli estremisti indù che predica "un popolo, una religione, una cultura", ndr ) come "stile di vita" e non "religione" e che aveva confermato la possibilità di usarla durante le elezioni. Quel verdetto aveva lasciato delusi operatori sociali e intellettuali che hanno sempre sostenuto la separazione tra religione e politica.
John Dayal, giornalista cattolico e attivista per i diritti umani, il quale sperava che la Corte Suprema smentisse esplicitamente il precedente giudizio, dice a Fides: "Il giudizio della Corte Suprema dell'India sembra incompleto in quanto lascia aperta l'opportunità di mischiare religione e politica, dato che non delegittima apertamente il verdetto a favore dell'hindutva".
Secondo Dayal sono stati proprio esponenti del Baratiya Janata Party (BJP) come Lal Krishna Advani a strumentalizzare la fede e a trascinarla nella battaglia per il consenso politico: Dayal ricorda il caso della "Babri Masjid", la violenza in Gujarat nel 2002 e altri episodi su cui il BJP ha costruito le sue fortune elettorali. Bisognerà vedere, rileva Dayal, se la sentenza avrà un effetto diretto sui gruppi fondamentalisti indù, come potrebbe averlo su “partiti confessionali”, come quelli che si dichiarano musulmani. I cristiani in India invece non hanno formazioni politiche proprie, basate sul fattore religioso, anche se sono influenti in realtà come lo stato del Kerala o nel Nordest dell'India.
"Anche se si tratta di una sentenza storica, si dovrà capire come sarà applicata nelle prossimi elezioni in tutto il paese", rimarca prudentemente a Fides Michael Gonsalves, giornalista cattolico del "Financial Chronicle" ed ex presidente della "Indian Catholic Press Association" . (PA-SD) (Agenzia Fides 3/1/2016)


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