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2013-05-31

AFRICA/CONGO RD - “L’assenza dello Stato e l’impotenza della comunità internazionale causano sofferenze” denunciano i Vescovi del Kivu

Kinshasa (Agenzia Fides)-“Le popolazioni dell’est della Repubblica Democratica del Congo (RDC) hanno in bocca il gusto amaro di appartenere a comunità spogliate, violentate, abusate, umiliate e abbandonato dal loro Stato e guardate da lontano dalla comunità internazionale” denunciano i Vescovi della Provincia ecclesiastica del Kivu (est della RDC) nel messaggio pubblicato al termine della loro Assemblea ordinaria, tenutasi la scorsa settimana.
Il messaggio è stato presentato in una conferenza stampa da Sua Ecc. Mons. Melchisédech Sikuli Paluku, Vescovo di Butembo-Beni.
La provincia del Nord Kivu vive da più di 20 anni nell’instabilità per la presenza di diversi gruppi armati che depredano le immense risorse naturali dell’area a spese della popolazione civile, costretta a subire violenze e angherie di ogni tipo.
Il più importante di questi gruppi è l’M23, che dicono i Vescovi è un “prolungamento” di sigle precedenti ed è responsabile “di omicidi, di stupri oltre che del considerevole sfollamento delle popolazioni che si recano nei campi dove non sono però al riparo dagli aggressori”. Oltre all’M23 nel messaggio si denunciano “la molteplicità di gruppi e bande armate che la fanno da padroni nelle aree dove il potere e l’autorità dello Stato sono assenti”.
All’assenza dello Stato si aggiunge l’impotenza della MONUSCO (la forza di stabilizzazione ONU nella RDC) che, affermano i Vescovi, pur dotata “di risorse umane e materiali consistenti” sembra essere “appena sbarcata” nell’area. La MONUSCO (nata nel 2010 sulla base della precedente MONUC, ha dispiegato nella RDC oltre 22.000 uomini, dei quali circa 19.000 sono militari armati. È in corso di dispiegamento una brigata di intervento per rafforzare la capacità militare delle truppe ONU.
Per riportare la pace nel Kivu i Vescovi fanno appello ai politici perché “garantiscano la sovranità nazionale”, ai leader delle comunità locali perché “evitino di amplificare e legittimare la violenza” e alla comunità internazionale perché “le operazioni militari internazionali siano più precise ed efficaci” prendendo ad esempio l’operazione Artemis del 2006 nella stessa RDC e l’operazione Serval nel nord del Mali. (L.M.) (Agenzia Fides 31/5/2013)

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