Annachiara Valle - “IL CARDINALE VAN THUAN, LA FORZA DELLA SPERANZA” - Ed. Cantagalli

mercoledì, 6 maggio 2009

Roma (Agenzia Fides) – “Steso sul pavimento cercava di catturare un po’ di aria fresca dalla sottile fessura che si apriva sotto la porta. La cella puzzava di latrina e di umido, conati di vomito lo perseguitavano giorno e notte, le gambe non lo sorreggevano più e la mente gli giocava brutti scherzi. Gli era venuto il panico quando aveva scoperto di non riuscire più a ricordare per intero le preghiere più comuni e a orientarsi nel trascorrere dei giorni. Il totale isolamento gli opprimeva l’anima, ma lui, François-Xavier Nguyên Van Thuân, Arcivescovo coadiutore di Saigon, continuava a credere che una mano invisibile, nonostante tutto, guidasse la sua vita e che da quella situazione disperata, in qualche modo, si potesse venir fuori. La fede lo sosteneva, non poteva cedere. Mesi prima, quando erano andati a prenderlo, la mattina del 18 marzo 1976, l’arcivescovo era già pronto. Aspettava e temeva quel momento fin da quando, il 15 agosto dell’anno precedente, era stato convocato, insieme con il suo arcivescovo, al palazzo presidenziale. Accusato di essere “servo degli imperialisti e fomentatore di disordini” e di aver collaborato al “complotto tra Vaticano e Stati Uniti” contro i comunisti, era stato portato via da Saigon e costretto agli arresti domiciliari in una località a nord di Nha Trang. Quella situazione non poteva durare a lungo. Van Thuân lo immaginava. Trascorsi sette mesi da quel 15 agosto, si era ritrovato nel campo di prigionia di Phu Khanh, chiuso in una cella stretta e senza finestre, senza alcun contatto con l’esterno. In tale situazione ripensava agli ultimi avvenimenti e tentava di tenere la mente sveglia e occupata per non precipitare in quell’abisso di silenzio e oscurità che i suoi carcerieri gli avevano spalancato davanti. Rannicchiato su un giaciglio ammuffito, con le pareti che sembravano stringerglisi addosso, con la fioca luce della lampadina che i suoi aguzzini spegnevano senza preavviso, l’arcivescovo cercava conforto nella preghiera e in quella lontana eco del mare che gli sembrava di percepire schiacciando l’orecchio contro le pareti. Quel fluttuare remoto di onde, in quei primi giorni di isolamento, gli dava un po’ di coraggio e gli teneva compagnia finché non si addormentava, con il corpo indolenzito e freddo". (S.L.) (Agenzia Fides 6/5/2009; righe 24, parole 372)


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