VATICANO - LE PAROLE DELLA DOTTRINA a cura di don Nicola Bux e don Salvatore Vitiello - L’autorità delle Conferenze Episcopali deriva unicamente dalla Sede Apostolica

giovedì, 30 aprile 2009

Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Dire all’autorità tutto ciò che pensiamo e fare tutto ciò che l’autorità vuole. E’ questo il segreto dell’unità cattolica dei Vescovi col Papa, a cui nessuna delle forme in cui si esprime la collegialità può derogare. Tanto meno quella della Conferenza Episcopale: la parola viene dal verbo “conferre” che vuol dire “portare insieme”. Dunque, presuppone un organismo fatto di capo e di membra in cui ognuno fa la sua parte, nella piena avvertenza della diversa responsabilità di ciascuno: la responsabilità personale dei Vescovi è particolare e non può nemmeno essere comparata alla responsabilità personale del Papa che è universale.
Nessuno si meraviglia che un braccio abbia il suo movimento e nello stesso tempo sia articolato col resto del corpo; perché, dunque, meravigliarsi che un Vescovo solo esercita la propria legittima autorità e, nello stesso tempo, sia in raccordo con quella del Papa ? Se si capisse questo, non ci si stupirebbe del fatto che anche il primato del Vescovo di Roma richieda l’esercizio personale dell’autorità.
Da alcuni si vorrebbe, invece, che il Papa non facesse nulla senza avere prima riunito questo o quell’organismo. Ma anch’egli è un Vescovo con potestà ordinaria, solo che tra le membra del corpo ha una funzione “capitale”, perché corrisponde alla testa, quindi non può interessarsi solo di sé ma di tutto il corpo, affinché la comunione sia organica. La “communio” della Chiesa non è vaga o spirituale, ma gerarchica e cattolica.
Se il Concilio ha affermato che Papa e Vescovo sono visibile principio e fondamento rispettivamente dell’unità universale e di quella particolare, vuol dire che le Conferenze Episcopali vivono unicamente di tale apporto e non si possono sostituire in alcun modo al primato del Vescovo di Roma, né all’autorità di ciascun Vescovo, in quanto solo questi sono di istituzione divina, cioè voluti da Gesù Cristo.
Le istituzioni sovrepiscopali, come i patriarcati e le metropolie, e le stesse Conferenze Episcopali sono di diritto ecclesiastico positivo e, quindi, mai superiori all’autorità episcopale ordinaria; utilissime ad esercitare la dimensione collegiale del governo episcopale, seppure limitata ad alcune funzioni, restano sempre ausiliarie e in subordine rispetto alla funzione episcopale nella Chiesa, perché il Collegio episcopale è indivisibile (Giovanni Paolo II, “Pastores gregis”, n. 63). Il Motu Proprio “Apostolos suos” ricorda anche che esse non hanno prerogative dottrinali, ma servono a coordinare il lavoro apostolico in una regione.
Allora, se un Vescovo, un sacerdote, un teologo non può dissentire dal Magistero del Papa, quasi questi fosse un dottore privato, ancor più una Conferenza Episcopale o un suo esponente. Giovanni Paolo II ricorda, nell’enciclica “Veritatis Splendor” (6 agosto 1993): “ Il dissenso […] è contrario alla comunione ecclesiale e alla retta comprensione della costituzione gerarchica del Popolo di Dio. Nell’opposizione all’insegnamento dei pastori non si può riconoscere una legittima espressione né della libertà cristiana né della diversità dei doni dello Spirito. In questo caso, i Pastori hanno il dovere di agire in conformità con la loro missione apostolica, esigendo che sia sempre rispettato il diritto dei fedeli a ricevere la dottrina cattolica nella sua interezza e integrità”(n 109).
Come affermato nel Motu proprio “Ad tuendam fidem”, con cui ordinò di aggiungere al Codice di Diritto Canonico alcuni paragrafi relativi all’obbligo di credere, aderire e obbedire alle verità di fede e morale proclamate dal Magistero del Papa e dei Vescovi uniti con Lui, chiarendo che esso è un elemento decisivo per la certezza della fede di ogni credente – un vincolo visibile – ; e riproposto sia nell’udienza generale del 10 marzo 1993 su “La missione dottrinale del Successore di Pietro” sia nel discorso ai Cardinali del 21 dicembre 1999 su “L’assistenza divina nel magistero del Successore di Pietro”. In piena continuità con la fede dei secoli e senza alcuna possibilità di letture “oppositive”, tra un pontificato e l’altro.
I fedeli si scandalizzano quando costatano il dissenso delle Conferenze Episcopali, o di taluni loro membri, con la Sede Apostolica – quasi un fenomeno di neo-gallicanesimo– perché è propria della genuina fede cattolica l’obbedienza al Supremo Pastore visibile, il Vescovo di Roma. (Agenzia Fides 30/4/2009; righe 51, parole 676)


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