VATICANO - Cammino di preghiera per la Quaresima - L’Atto di Dolore (VII)

sabato, 24 marzo 2007

Città del Vaticano (Agenzia Fides) - Il grande rammarico di aver offeso Dio, infinitamente buono e degno di essere amato, al quale il peccato non può che dispiacere perché vede distruggersi le sue creature preferite, create «a sua immagine e somiglianza»…
Il pentimento implica ciò che è stato detto precedentemente: conoscere Dio, l’ordine che ha messo nel mondo e nell’uomo, i comandamenti che ha dato all’uomo per il suo bene, per Amore paterno. Certo, c’è una morale naturale nella comunità che esiste fra gli uomini, ma che varia anche secondo i popoli, le civiltà, i secoli…. Ma il vero pentimento, la coscienza di aver offeso, viene dalla conoscenza di Dio: più l’essere umano lo conosce, più è cosciente del disordine introdotto là dove Dio ha messo ordine, della distruzione che introduce nella propria vita, nella propria esistenza, nel proprio destino, in quanto corpo e anima, chiamato a vedere Dio “cosi come è”, “faccia a faccia”.
Un semplice esempio permette di capire come il peccato è compreso e stimato nel suo giusto valore: un bicchiere d’acqua attinta da una fonte pura. L’acqua è trasparente. Se la si guarda alla luce del sole, si vede già una folla di “abitanti”. Se la si guarda alla luce di un microscopio, allora si scopre tutto un mondo…
È lo stesso per il peccato. L’anima non illuminata dalla Luce di Dio, o piuttosto accecata dalle tenebre di Lucifero, non vede nulla di anormale nella sua vita: «io non ho peccati…». Al contrario, ciò che sembra buono si rivela spesso mortale…
L’anima che comincia ad entrare nella Luce della fede in Dio comincia a scoprire la propria realtà… L’anima che aderisce pienamente a Dio, che vive del suo Amore scopre allora anche le più piccole imperfezioni… in confronto con la Santità infinità, in trasparenza con la Luce illuminante e purificante di Dio.
In questo incontro con Dio, l’uomo comincia a scoprire che egli è il Figliol Prodigo, a sentire la miseria della sua condizione. E, qualunque sia lo stato nel quale si trova, può dire, «mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò - Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni…» (Luca 15, 17a, 18-19). Certo, si può sostenere che ritorni per interesse, perché si trova nella più grande miseria: «Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame!» (Luca 15, 17b).
Il resto della sua “confessione” mostra che non è affatto cosi: certo, ha preso coscienza della miseria in cui viveva. Ma soprattutto ha compreso la pena che aveva fatto patire a suo padre: scopre la sua miseria non soltanto materiale, bensì spirituale, non rimane umiliato; diventa umile, ha scoperto quello che era diventato…:«Trattami come uno dei tuoi garzoni» (Luca 15, 19b). E ritorna! (Continua) (J.M.) (Agenzia Fides 24/3/2007, righe 34, parole 484)


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